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Tag: oligarchie

Crollo consumi e dividendi record: la doppia rapina di USA e oligarchie contro i lavoratori europei

Dividendi da record titolava entusiasta ieri Il Sole 24 Ore: “Le borse mondiali pagano 339 miliardi” e questo solo nei primi tre mesi del 2024; “Un nuovo massimo a livello globale” festeggia il giornale dell’1%. Se ne esistesse anche uno del 99% probabilmente festeggerebbe molto meno, soprattutto se si occupasse del 99% dei lavoratori europei. Come dimostra questo grafico pubblicato il giorno prima dal Financial Times, infatti, se i nostri azionisti ridono, le famiglie europee non c’hanno più nemmeno gli occhi per piangere: mentre il livello dei consumi delle famiglie USA, infatti, rispetto ai livelli prepandemia è cresciuto di ben oltre il 10%, il nostro è rimasto completamente invariato. Zero. Niente. Neanche un piccolo cenno di crescita; ed è solo l’antipasto. E il primo che ci stanno preparando sarà ancora più indigesto: questo ulteriore, gigantesco trasferimento di ricchezza dalle famiglie europee verso quelle USA, da un lato, e verso le oligarchie di entrambe le sponde dell’Atlantico dall’altro, infatti, non può che comportare un ulteriore svuotamento delle casse dello Stato alle quali, giustamente, non contribuiscono i cittadini USA, ma decisamente molto meno – giustamente, sempre di meno – anche le nostre oligarchie. Risultato: FMI, allarme sui conti come titolava ieri La Repubblichina; secondo il Fondo Monetario, riporta l’articolo, “Serve una manovra da 60 miliardi in due anni per sanare il bilancio” e, ovviamente, “bisogna fermare tutte le misure in deficit”. Eh, giustamente: chi ci crediamo d’essere, gli USA? Le misure in deficit sono una cosa da ricchi e su chi, alla fine, dovrà pagare il conto s’è scatenata una vera e propria guerra: Sorpresa redditometro titolava mercoledì La Stampa; “Torna lo strumento che stana gli evasori in base agli eccessi di spesa”. Strano: già 10 anni fa, infatti, Matteo Salvini aveva definito il redditometro “roba da regime comunista”; sostanzialmente, è una misura che dovrebbe permettere all’Agenzia delle entrate di andare a bussare alla porta di chi dichiara redditi al di sotto della soglia di sussistenza, ma poi, magari, ogni due anni si compra un SUV nuovo e non esce di casa senza un Rolex al polso. Insomma: lo zoccolo duro dell’elettorato della destra fintosovranista. Se la destra di governo arriva a introdurre una misura del genere – tra l’altro ad appena un paio di settimane da un appuntamento elettorale di tutto rilievo – vuol dire che sono veramente alla frutta; e, infatti, è bastato aspettare 24 ore ed ecco che, come titolava ieri La Repubblichina, Redditometro, marcia indietro del governo.
Insomma: se non siete tra quelli che hanno da parte montagne di azioni di qualche grande corporation e la scappatoia della piccola evasione proprio non vi riguarda perché le tasse, come a oltre il 70% dei lavoratori italiani, ve le prelevano di default dalla busta paga, ho come l’impressione che quelli che vi aspettano non siano esattamente tempi di vacche grasse. Oh, se poi pensate ne valga comunque la pena perché per difendere le democrazie liberali dall’invasione del plurimorto dittatore del Cremlino, dei cinesi e dei bambini palestinesi che c’hanno il terrorismo nel DNA, per carità, fate pure per carità; ma prima di provare a spiegarvi perché – probabilmente – non ne vale la pena, ricordatevi di mettere un like a questo video e aiutarci a combattere la nostra piccola battaglia quotidiana contro la dittatura degli algoritmi e, se ancora non l’avete fatto, anche di iscrivervi ai nostri canali social e attivare tutte le notifiche: è un’operazione che a voi costa meno tempo di quanto abbia impiegato il governo per fare retromarcia sul redditometro (o la tassa sugli extraprofitti delle banche), ma per noi fa comunque la differenza e ci permette di continuare a provare a costruire un vero e proprio media che, invece che dalla parte di Washington, delle oligarchie e degli svendipatria, sta dalla parte del 99%.
I lavoratori europei, da decenni, sono vittime non di una rapina, ma di due; e da quando gli USA e le oligarchie del Nord globale hanno dichiarato guerra al resto del mondo, il tasso di furti che subiamo quotidianamente ha raggiunto dimensioni mostruose. La prima rapina è raffigurata in modo chiaro in questo grafico pubblicato mercoledì scorso dal Financial Times:

Nel grafico viene confrontata la crescita dei consumi delle famiglie di USA, Eurozona e Gran Bretagna a partire dall’ultimo trimestre del 2019, vale a dire dall’inizio della crisi pandemica. Le linee tratteggiate indicano l’andamento che i consumi delle rispettive famiglie avrebbero dovuto avere se fosse stata confermata la crescita media registrata nei 6 anni precedenti e, già qui, abbiamo una rappresentazione chiara della prima rapina che i consumatori europei subiscono da quelli USA ormai da decenni: fatto 100 il consumo delle famiglie nell’ultimo trimestre del 2019, infatti, se avessimo continuato con il business as usual, nel 2024 i consumatori europei avrebbero raggiunto appena quota 106; quelli USA, 112. Insomma: i consumi statunitensi crescono a un ritmo doppio rispetto a quelli europei o, per dirla meglio, a discapito di quelli europei, un trend che – come abbiamo sottolineato decine di volte su questo canale – procede invariato da quasi 20 anni e, cioè, da quando l’economia mondiale è stata travolta dalla crisi finanziaria innescata dagli USA che ha segnato l’inizio di quella che l’amico Vijay Prashad definisce la terza grande depressione (col paradosso che chi ha scatenato la crisi in realtà non ha fatto che arricchirsi, mentre a pagare il conto ci pensavamo noi). Chi segue questo canale il dato lo conosce ormai benissimo, ma visto che – nonostante gridi vendetta – i media mainstream si scordano sistematicamente di riportarlo, è sempre bene ribadirlo: se infatti, ancora nel 2007, i paesi dell’Eurozona in media (e l’Italia in particolare) avevano un reddito e un patrimonio pro capite di poco inferiori a quelli statunitensi, oggi siamo a meno della metà.
La buona notizia è che ci sarebbe potuta andare peggio, che è esattamente quello che è successo dalla crisi pandemica in poi: nonostante il nostro trend di crescita, infatti, fosse già in partenza decisamente meno ambizioso, magicamente siamo riusciti a non cogliere manco quello; anzi, manco ad avvicinarci. A 4 anni di distanza, infatti, siamo sempre allo stesso identico punto: i nostri consumi non sono cresciuti di una virgola; quelli USA, di oltre il 10%. La prima differenza macroscopica risale immediatamente al periodo pandemico durante il quale, ovviamente, a crollare sono stati i consumi su entrambe le sponde dell’Atlantico, ma con un’entità parecchio diversa: fatto 100 il consumo nell’ultimo trimestre 2019, il picco più basso raggiunto nei mesi successivi è stato di 90 negli USA, ma addirittura di meno di 85 nell’Eurozona. Dopodiché, se gli USA hanno raggiunto di nuovo il livello di consumo prepandemico subito all’inizio del 2021, noi abbiamo dovuto aspettare 6 mesi di più e da lì in poi, mentre noi ci siamo arenati, gli USA hanno continuato a correre ancora per alcuni mesi a ritmi cinesi; com’è possibile? Molto semplice: nonostante anche nell’Eurozona, per un periodo, si sia sospeso il delirante patto di instabilità e decrescita e, una volta tanto, gli Stati abbiano fatto quello che dovrebbero fare sempre gli Stati (e, cioè, mettere mano al portafoglio in periodi di crisi), l’euro comunque rimane l’euro e il dollaro rimane il dollaro; il che significa, banalmente, che gli USA si possono indebitare quanto gli pare senza mai pagare dazio, che tanto, grazie all’egemonia del dollaro, l’inflazione che generano stampandolo all’infinito mal che vada la possono sempre scaricare sugli altri. Poi è arrivato l’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO in Ucraina contro la Russia e contro l’economia europea e l’esorbitante privilegio del dollaro – come lo definiva l’ex presidente francese Giscard d’Estaing – s’è fatto sentire ancora di più: per tenere a freno l’inflazione che l’immissione di una quantità massiccia di soldi pubblici aveva scatenato, la Federal Reserve ha iniziato la lunga corsa all’aumento dei tassi di interesse e tutti gli altri le sono andati dietro.
Per cercare di spiegare quanto la corsa al rialzo dei tassi di interesse fosse la peggiore delle strategie possibili immaginabili per contrastare l’inflazione, nel corso di questi due anni e passa abbiamo speso ore e ore di video: l’inflazione in questa fase, infatti, oltre che alla liquidità in circolazione, aveva ovviamente a che fare non solo con le tensioni geopolitiche, ma anche con la speculazione che su queste tensioni ha trovato il modo di farci una montagna di quattrini e anche con quella che, con Isabella Weber, abbiamo imparato a chiamare greedflation e, cioè, l’inflazione che le aziende hanno contribuito ad alimentare aumentando i prezzi ancora di più di quanto non fossero aumentati i costi, approfittando del fatto che la concorrenza è morta e ormai il capitale privato, in quasi tutti i settori, è oligopolistico (se non, addirittura, monopolistico) e garantendosi così una montagna di profitti. La lotta all’inflazione a colpi di aumenti dei tassi, quindi, da questo punto di vista (come spesso accade) più che una vera motivazione, appare più che altro una scusa buona per gli analfoliberali e le bimbe di Cottarelli ed Elsa Fornero e che, stringi stringi, ha rappresentato un’altra arma nell’arsenale del rapinatore a stelle e strisce: con l’esplosione del debito registrata per contrastare gli effetti della pandemia, infatti, l’impennata dei tassi significa dover sborsare una quantità gigantesca di quattrini solo per pagare gli interessi sul debito e mentre gli USA – di nuovo per l’esorbitante privilegio del dollaro – se ne possono tranquillamente sbattere, per le semicolonie europee rappresenta un bel problemone, soprattutto dal momento che il patto di instabilità e decrescita non è che è stato cestinato per adottare una politica economica più realistica e ragionevole, ma soltanto temporaneamente sospeso per poi essere reintrodotto. Risultato: mentre noi ci ritroviamo a tagliare ulteriormente la spesa pubblica con l’accetta in ossequio ai deliranti parametri di Maastricht, gli USA continuano a crescere grazie a un deficit pubblico che fa letteralmente paura e, grazie a questo deficit, non solo continuano a pompare artificialmente la loro economia bollita, ma hanno una montagna di quattrini da regalare alle aziende che decidono di abbandonare l’Eurozona e andare a investire nella terra ri-promessa, al punto da creare più domanda di lavoro (in particolare qualificato) di quanto sia disponibile negli USA – in particolare dopo 40 anni di finanziarizzazione che ha distrutto tutto il know how possibile immaginabile. Ed ecco, così, che mentre da noi mancano gli investimenti e il top a cui ambire è fare la stagione in qualche località balneare con stipendi inferiori al vecchio reddito di cittadinanza (che, nel frattempo, abbiamo cestinato), gli investimenti multimiliardari – come quello di TMSC per costruire nuove fabbriche per riportare negli USA la produzione di microchip – vengono rinviati perché non si trova abbastanza manodopera qualificata e ovviamente quella poca che c’è, giustamente, ha tutti gli strumenti per farsi pagare a peso d’oro, come gli operai dell’automotive che hanno strappato aumenti da capogiro. Risultato, appunto: i consumi delle famiglie USA volano e i nostri sono al palo. “Povertà a livelli mai toccati da 10 anni” denuncia l’ultimo rapporto ISTAT pubblicato la settimana scorsa; nell’arco di un decennio, l’incidenza della povertà assoluta è passata dal 6,9 al 9,8%: un italiano su 10 è tecnicamente povero, anche se lavora. Tra gli operai, i poveri sono passati dal 9 al 14,6% e “tra il 2013 e il 2023 il potere d’acquisto delle retribuzioni lorde in Italia è diminuito del 4,5% mentre nelle altre maggiori economie dell’Ue27 è cresciuto a tassi compresi tra l’1,1% della Francia e il 5,7% della Germania”.
Fortunatamente, però, chi – invece che del suo lavoro – campa di rendita, se la passa decisamente meglio perché, se continua imperterrito questo trasferimento di risorse da una parte all’altra dell’Atlantico, all’interno dei singoli paesi – allo stesso tempo – procede impunita un’altra rapina: quella che vede trasferire risorse da chi ha poco o niente a chi ha già troppo. “Dopo il 2023 da record” riportava ieri, infatti, Il Sole 24 Ore “il valore dei versamenti effettuati agli azionisti dalle società quotate ha registrato un nuovo massimo anche nei primi tre mesi del nuovo anno”; in particolare, come previsto, “la spinta al rialzo è arrivata sopratutto dal settore bancario”. Chi l’avrebbe mai detto? Grazie all’aumento dei tassi di interesse, infatti, le banche prendono i soldi dei correntisti (ai quali non riconoscono manco mezzo euro di interessi) e li depositano nelle banche centrali che, invece, gli riconoscono interessi del 4,5%: un furto con scasso talmente palese che anche la Giorgiona nazionale, qualche mese fa, aveva fatto finta di volere per lo meno tassare; dopo un paio di giorni i titoloni sui giornali, però, sono scomparsi insieme alla tassa e così oggi “I dividendi staccati dalle società del credito hanno rappresentato un quarto della crescita globale del primo trimestre, con un aumento del 12%”. E’ l’ultimo tassellino di un trend che va avanti, inesorabile, da oltre 40 anni: “Dagli anni ‘80” ricorda il nostro buon vecchio Andrea Roventini su Il Fatto, “la fetta del PIL che va al 50% più povero è in discesa mentre l’1% e lo 0,1% più ricco stanno incamerando una frazione sempre maggiore del reddito”. E il problema non è soltanto per quello che ci mettiamo in tasca noi persone comuni direttamente, ma anche per tutto quello che ci mettiamo indirettamente – e, cioè, quello che dovrebbe garantirci lo Stato – perché il 5% più ricco non si limita a incassare più quattrini, ma, in piena violazione del dettato costituzionale, più è ricco e meno tasse paga: “Il sistema fiscale italiano” continua infatti Roventini “è già piatto sostanzialmente per tutte le classi di reddito, e quando arriviamo al 5% più ricco diventa addirittura regressivo”. Insieme ad altri 134 economisti, il buon Roventini, allora, ha presentato una semplice proposta di una tassa sui grandi patrimoni; in soldoni, si tratterebbe di introdurre tre novità: la prima, una tassa progressiva sul patrimonio dello 0,1% più ricco, a partire dalle montagne di titoli azionari che i super-ricchi concentrano nelle loro mani e che sottraggono risorse all’economia. Poi si tratterebbe di aumentare le tasse su successioni e donazioni oltre una certa soglia, dal momento che – sottolineano gli economisti – “siamo una sorta di paradiso fiscale per le successioni”; e, infine, di introdurre nuovi scaglioni IRPEF che, negli anni, sono passati dai 32 del 1974 (quando l’Italia era ancora una democrazia moderna e cercava di applicare il dettato costituzionale) ai 3 di oggi.
Peccato che, invece dei nostri 134 economisti, al governo ci sia la peggiore destra svendipatria fintosovranista e vera amica di oligarchie ed evasori e che la delega fiscale – che è proprio adesso in fase di attuazione – vada ancora in senso diametralmente opposto. Insomma: invece che prima gli italiani, prima i padroni d’oltreoceano e poi gli italiani sì, ma esclusivamente ultraricchi. Contro la doppia rapina, è arrivata l’ora di tornare ad alzare la testa: per farlo, ci serve un vero e proprio media che, invece che alle vaccate della sinistra ZTL e della destra fintosovranista, dia voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Giancazzo Giorgetti

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
e le tue esigenze di alloggio compilando il form e, se vuoi aiutarci ulteriormente, partecipa come volontario.

Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!





Canfora – L’inciucio tra liberali e fascisti è di nuovo alla porte!

Presentiamo il nuovo libro di Luciano Canfora e Antonio di Siena Dizionario politico minimo e parliamo con una delle più grandi menti italiane viventi di fascismo e di anticapitalismo. il pericolo di una nuova alleanza tra le grandi oligarchie economiche del capitale e le forze reazionarie e autoritarie successo negli anni ’20 è alle porte.

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Sinistra ZTL: anatomia di un tradimento

Sinistra ZTL non è un’offesa, ma una vera e propria categoria sociologica che indica una mutazione storica fondamentale nella politica della sinistra occidentale; tutte le rilevazioni post elettorali sia in Italia che in Europa ci indicano infatti che, nella stragrande maggioranza dei casi, i partiti di sinistra e centrosinistra sono votati da elettori con alti redditi. Una situazione di completo ribaltamento rispetto a quanto era accaduto nel ‘900, rispetto a quando i partiti e gli intellettuali socialisti si erano posti il compito di rappresentare gli interessi degli ultimi e portarli al governo e, per questo, avevano radicato il proprio consenso tra le classi popolari. Ma che cosa è accaduto dopo? E quale è, invece, il compito politico e la visione del mondo della nuova sinistra 2.0 completamente inglobata nelle logiche oligarchiche e antisociali del capitalismo neoliberista? Lo vedremo tra poco. Quello che è sicuro è che non possiamo più certo accontentarci di come i rappresentanti della sinistra ZTL raccontano e giustificano a se stessi questo abbandono di consensi nel proprio ex elettorato e, cioè, delle solite argomentazioni per le quali al popolino delle periferie, essendo ignorante e un po’ rozzo, gli sfuggirebbe la complessità del mondo contemporaneo ed essendo questa gente un po’ come infanti – e, quindi, gente incapace di capire il proprio vero interesse – si lascerebbe prendere in giro da quegli egoisti e beceri populisti che parlano alla loro pancia e non alla loro testa; ecco: da queste argomentazioni snob e classiste in stile salotti vittoriani di fine ‘800 è bene stare alla larga.

Vincenzo Costa

Molto più utile, invece, è leggersi l’ultimo libro Vincenzo Costa, Categorie della politica, dove il professore di filosofia teoretica all’Università San Raffaele svolge un’interessante analisi storica e culturale della politica contemporanea e in cui dimostra come, oggi, le categorie di destra e sinistra non rispecchino più interessi sociali contrapposti, ma sia diventata una distinzione tutta interna alla classe dominante; insomma: una distinzione concettuale e politica che invece di esprimere i reali conflitti sociali in atto e aiutarci a comprendere le principali sfide politiche per la nostra comunità, al contrario occulta e manipola la realtà proponendo una finta alternanza, svuotando così di significato la democrazia rappresentativa e portando, tra le altre cose, agli spaventosi dati attuali dell’astensionismo. Costa propone di lasciarsi alle spalle questa rappresentazione binaria e propone un modello politico diverso (di cui ci occuperemo sicuramente in un prossimo video); in questo, invece, cercheremo di capire insieme a lui la storia e le caratteristiche della variante snob e moralisteggiante dell’ideologia della classe dominante – la cosiddetta, appunto, sinistra ZTL – facendo così luce su uno dei più meschini voltafaccia politici della modernità.
È negli anni ‘80 che si comincia a parlare di superare, una volta per tutte, la diade destra/sinistra, anche se con un intento completamente opposto a quello di Costa: l’idea era di voler abbandonare le visioni politiche alternative a quella capitalista e liberale dominante per costruire un sistema politico sostanzialmente omogeneo e indifferenziato che avrebbe trasformato la politica da pratica trasformatrice della realtà a mera gestione amministrativa dell’esistente; erano, infatti, gli anni della cosiddetta fine della storia e, cioè, di quell’atmosfera culturale che si era diffusa in tutto l’Occidente per la quale le società occidentali erano arrivate alla fine del loro percorso politico. Secondo questa visione un po’ fanciullesca, alle democrazie liberali, protette dall’ombrello dell’esercito americano, non restava che conservare quanto più gelosamente possibile il proprio assetto politico ed economico, un assetto che si era dimostrato di gran lunga il migliore della storia e a cui tutti i popoli del mondo non potevano che guardare con invidia e ammirazione; insomma: “Viviamo nel migliore dei mondi possibili” si pensava convinti. “Ogni altro progetto politico non può che trasformarsi in gulag e persecuzioni di ogni tipo e solo qualche adolescente un po’ ribelle o frustrato vetero-comunista di mezz’età può davvero mettere in dubbio la sostanziale bontà e giustizia dell’attuale regime.”
Sfortunatamente, prima con la crisi e poi con il crollo definitivo dell’Unione Sovietica e con l’imporsi definitivo dell’egemonia americana in Europa che ne è conseguito, questo unico campo politico capitalista e liberista (diviso da qualche sfumatura folkloristica su questioni secondarie) ipotizzato negli anni ‘80 è, infine, diventato realtà; una situazione distopica di cui solamente adesso tante persone cominciano a rendersi conto. Venendo infatti meno l’alternativa tra visioni del mondo e modelli politici alternativi, i partiti politici si riposizionarono come semplici varianti dell’unica visione del mondo rimasta – quella neoliberista -, ossia quella visione del mondo fondata sull’ideologia del primato del capitale sulla politica, sull’idea del governo dei cosiddetti competenti (intesi come coloro che sanno come soddisfare il mitologico mercato adeguando lo Stato e la democrazia alle sue esigenze) e sul primato morale e militare di Washington nel pianeta. “A partire dagli anni ottanta” scrive Costa “si passò da partiti politici che rappresentavano un’alternanza al modo di produzione capitalistico a partiti che della sua stabilizzazione e modernizzazione fanno la base del loro progetto politico”; quest’unica visione del mondo e della politica, di matrice anglosassone, scalzò nel nostro paese tanto la tradizione socialista quanto quella del popolarismo cattolico, le tradizioni che, più di ogni altra, avevano condizionato la nostra vita politica e ispirato la nostra Costituzione, tradizioni politiche e culturali che ancora condividevano una visione della politica fondata sull’idea dell’emancipazione materiale e morale della maggioranza delle persone, della lotta ai privilegi e della pace internazionale attraverso la cooperazione e la diplomazia. Va da sé che, scomparendo tutto questo dall’orizzonte culturale e politico, destra e sinistra hanno pian piano assunto significati completamente diversi, se non opposti, rispetto a quelli novecenteschi.
Il risultato più eclatante di questa trasformazione del campo politico fu la scomparsa del tema della redistribuzione della ricchezza e dell’emancipazione delle classi popolari dai progetti politici dei partiti: “Nel corso di queste trasformazioni” scrive Costa “le classi subalterne cessarono di essere un soggetto storico. Un soggetto ancora posto al centro sia dalla tradizione socialista che da quella del popolarismo cattolico. La loro emancipazione non fu più parte del progetto politico.”; e se quindi, nel corso della Prima Repubblica, i partiti di massa si erano posti come obiettivo l’inclusione delle masse popolari nella vita politica nazionale, con gli anni ‘80 iniziò un processo opposto, ossia di graduale esclusione delle masse popolari dalla vita politica. Secondo questo cambio di paradigma, le classi popolari non dovevano più esser le protagoniste e il fine della vita politica, ma coloro che – dato il loro stato di minorità – si dovevano limitare a scegliere dei candidati esprimendo delle preferenze: c’è, insomma, un’élite illuminata che decide la rosa di coloro che possono essere eletti e che possono governare; compito degli elettori è quello di scegliere entro quella rosa prestabilita.
Forse ancora più decisiva e strutturale però, è stata la trasformazione del ruolo e della funzione della politica nazionale nel suo complesso perché, come conseguenza dell’ideologia neoliberista, il sistema politico ha perso progressivamente la propria autonomia ed è diventato semplicemente un sottosistema di quello economico e finanziario: la funzione della politica neoliberista di destra, centro e sinistra, scrive Costa “venne a consistere nell’adattare le istituzioni e l’impianto legislativo alle esigenze del mercato, rendendo possibile il libero dispiegamento delle sue dinamiche naturali”; in tutto questo – perché forse è bene sempre ricordarlo – l’amministrazione dell’esistente intesa come mera esecuzione delle scelte politiche prese dai mercati (e quindi, oggi, dalle oligarchie finanziare che il mercato lo muovono e dalla superpotenza militare a cui fanno riferimento) ha significato per l’Italia un disastroso declino economico, la distruzione dello stato sociale, la diminuzione di salari e pensioni e l’aumento della povertà e della disoccupazione: questo è il risultato tangibile di 30 anni di neoliberismo e, nonostante sia da anni sotto gli occhi di tutti, sovranismo, qualunquismo e populismo sono state le accuse pronte ad essere indirizzate da partiti e intellettuali di regime contro chi osava mostrare perplessità sul migliore dei mondi possibili.
Per chi, infatti, è il migliore dei mondi possibili? dovremmo chiederci: per l’Italia e per le classi lavoratrici occidentali? Per la partecipazione del popolo al potere? A quanto pare no.
Ma l’offensiva delle oligarchie e della superpotenza contro le classi popolari italiane non si è fermata qui, perché furono anche i loro valori e le loro forme di legame a finire sotto attacco: “Il loro attaccamento alle tradizioni, le loro forme di legame solidaristico, il loro rifiuto di uno stile di vita competitivo e comparativo, così come i loro modi di sentire la vita, furono declassati a mero residuo del passato” scrive Costa, una roba antimoderna da buttare sostanzialmente nel cesso della storia per abbracciare, senza sé e senza ma, le forme culturali chic ipercapitaliste che ci venivano proposte dal centro dell’impero; specialmente, come vedremo tra poco, per la cosiddetta sinstra ZTL, in questo straordinario stravolgimento della realtà le classi popolari non solo cessarono di essere le classi da emancipare, ma le loro forme culturali il modello da cui emanciparsi per diventare finalmente liberi e moderni.
Solo adesso, quindi, possiamo capire l’emergere di TonyBlair in Inghilterra, di Schroeder in Germania e del PD in Italia, ossia della classe dirigente che traghettò le culture del socialismo e del popolarismo cristiano verso il partito unico neoliberale. E così, riflette Costa, per far felici i nuovi padroni del mondo “la vecchia novecentesca contrapposizione tra capitale e lavoro doveva cedere il passo a una sinistra pragmatica, concreta, gestionale, e le stesse differenze tra destra e sinistra dovevano essere considerate in una prospettiva di un’alternanza ma senza reale alternativa”; “La nuova destra teorizzata da Alessandro Campi e la nuova sinistra auspicata da molti intellettuali progressisti convergevano su ciò: l’orizzonte politico entro cui siamo entrati prevede avvicendamento di governi, senza che ciò metta in discussione il sistema delle compatibilità previste dall’ordine del mercato.” Ma, conclude Costa, “Se la politica non è il luogo della trasformazione storica che incide su privilegi e disuguaglianze, allora destra/sinistra è, logicamente, una distinzione tutta interna alle classi dominanti.” Ancora nel 2013, su Repubblica, Massimo Cacciari, uno degli intellettuali più organici a questo cambiamento della sinistra e, quindi, tra i più invitati dai salotti televisivi, scriveva: “I valori in politica sono i buoni progetti. Che la politica possa rendere giusto il mondo lo raccontano nei comizi”.
Il neolibersimo, insomma, ha trasformato la politica in mera amministrazione di condominio, che si chiami Italia oppure Unione europea: una mera gestione tecnica di questioni che nulla hanno a che fare con la lotta alla disuguaglianza o i rapporti di forza e i sistemi di potere storicamente determinati con i relativi privilegi. Di qui, una serie anche di slittamenti di significato dei termini politici novecenteschi che Costa fa bene a ricordare: il primo riguarda il termine riformista che, nella storia del movimento operaio e socialista, alludeva a una via, a una società più libera e giusta fatta di passaggi graduali resi possibili dal sistema parlamentare; riforme significava, insomma, riforme strutturali che permettessero gradualmente una maggiore partecipazione del popolo alla politica, quindi una maggiore distribuzione della ricchezza, quindi una maggiore libertà per tutti gli individui. “Nella riformulazione che conduce ai nostri giorni invece” scrive Costa “la nozione di riformismo venne a indicare una politica che tende a mantenere l’efficienza del sistema attraverso lo smantellamento dei diritti sociali: riforme venne a significare introduzione di elementi di liberalismo, privatizzazioni, precarizzazione del lavoro. Riformismo non si coniuga più con trasformazione sociale, ma con efficienza sistemica.” In questo slittamento semantico, anche il termine giustizia ha cambiato di significato per diventare non il risultato della lotta dal basso contro i privilegi, ma, al contrario, una sorta di dono che viene concesso dall’élite dall’alto della loro superiorità morale: per le élite della sinistra ZTL, scrive il professore di filosofia “La giustizia diviene un dono concesso dall’alto, non una conquista dal basso. La sinistra filantropica è ai buoni sentimenti che fa appello, non all’analisi delle contraddizioni oggettive di un regime politico-economico storicamente determinato.”
Ovviamente, per conservare l’esistente e difendere il regime che, ricordiamocelo sempre, è da sempre l’unico vero scopo e funzione della sinistra ZTL, ogni conflitto di classe deve essere non solo sopito, ma addirittura negato: “Ma quale conflitto di classe?” ci racconta la sinistra ZTL; “Non esistono le classi sociali! È un concetto superato, novecentesco. Esistono i buoni da una parte, ossia noi, poi quelli arretrati che ancora credono alla nazione e ai valori tradizionali e, infine, gli estremisti senza scampo, che sono rimasti al ‘900 e ancora non hanno capito che il capitalismo e l’America avranno anche forse dei difetti, ma sono assolutamente necessari” pensa la sinistra ZTL. La logica conseguenza di questa ideologia di regime, scrive Costa, è che “Non occorre redistribuire il profitto, ma favorire i processi di accumulazione del capitale. Non si tratta più, pertanto, di criticare o di contestare il capitalismo o l’ordine di mercato per la sua irrazionalità strutturale come aveva fatto il marxismo, né di contestarlo in quanto sistema che, generando differenze di ricchezza, genera anche differenze di potere e strutture di subordinazione. Si tratta solo di farlo funzionare, di favorire il processo di accumulazione del capitale e la sua circolazione. Il concetto di emancipazione viene sostituito dal concetto di crescita.”
Se ci pensiamo bene infatti, ogni provvedimento legislativo è stato infatti valutato, negli ultimi decenni, sempre e solo a partire dalla domanda Come reagiranno i mercati? È solo il mercato infatti, e cioè le oligarchie economiche e l’impero che lo governano, ad essere diventato l’unico giudice politico; è solo il mercato a dire se un governo è un buon governo, “per cui” continua Costa “da un lato il sistema politico diviene dipendente dal sistema economico-finanziario, perché è questo a dettare le condizioni di verità del suo operato, dall’altro le classi popolari devono accettare il verdetto di questo Dio che, a rigore, si presenta adesso come un Dio immortale, origine di ogni senso e di ogni verità, che elargisce premi a quei governi e quelle comunità che osservano le sue leggi ferree e punizioni a quelle che le violano.” Forse adesso, dopo tutti i ragionamenti, si capiscono anche meglio le ragioni dell’amore spasmodico della sinistra ZTL e del sistema nel suo complesso per i governi tecnici. Ce lo ricordiamo tutti: prima Monti, ma poi soprattutto Draghi; canti, ovazioni, redazione di Repubblica. Finalmente erano arrivati gli uomini della provvidenza. Effettivamente, essendo il mitologico mercato l’unico sovrano della politica, l’unica cosa di cui abbiamo veramente bisogno è di un esecutore efficiente delle sue volontà, uno che finalmente si lasci alle spalle la politica vecchio stampo – fatta ancora di parlamenti, partiti ed elettori – e proceda con saggezza alla modernizzazione del paese. Lasciatelo lavorare urlavano frementi i giornalisti della sinistra ZTL impauriti dall’idea che rappresentanti del popolo potessero essere d’intralcio all’uomo di Goldman Sachs. Escluso che la politica debba fare altro che assecondare gli interessi dei mercati, ci conferma Costa “L’esito fu la propensione per governi tecnici che nessuno ha eletto, dettati da stati di eccezione continui. I governi non devono infatti esprimere l’opinione pubblica, non devono rappresentare il popolo e l’articolarsi del mondo della vita: devono dargli forma.”: e chi meglio di un tecnico illuminato che ha lavorato a stretto contatto con la finanza ed è un fedele servitore dell’impero è in grado di farlo? Come ebbe a dire Mario Monti in un’intervista a Time, l’obiettivo del suo governo era cambiare “la cultura e un certo modo di vivere e di lavorare degli italiani”. Sono, insomma, queste le ragioni profonde dell’amore dei cosiddetti antifascisti di Repubblica e del Corriere per tecnici autocrati privi di mandato popolare a cui vorrebbero sostanzialmente dare pieno potere.
Ma come hanno fatto i partiti della sinistra ZTL a salvarsi la faccia di fronte ad un’opinione pubblica che, fino a qualche tempo fa, ancora aveva nel suo immaginario le parole d’ordine del socialismo e del popolarismo cattolico? La risposta, argomenta Costa, è che cessando di combattere le discriminazioni e le diseguaglianze economiche, si sono cominciati a spacciare come i paladini dei cosiddetti diversi: non più, quindi, lotta politica per l’emancipazione delle classi popolari, ma lotta per la tutela delle minoranze etniche, religiose e sessuali la cui inclusione nel migliore dei mondi possibili (se sei ricco o puoi emigrare) non deve certo essere impedita a nessuno dagli egoisti e beceri fascisti e sovranisti; “L’inclusione stessa dei diversi – a cui la sinistra progressista si richiama come alla sua caratteristica di fondo – diventa il modo in cui ci si autorizza a tacere dell’esclusione di chi subisce il mercato” scrive Costa. “L’inclusione progressista è un’inclusione che esclude. Viene inclusa ogni differenza che non turba l’ordine di mercato, ed esclusa (al punto che non ha né voce né rappresentazione nella sfera pubblica) ogni differenza che sarebbe contestazione del mercato e dei rapporti di dominio da esso generati.” E, così, i temi della giustizia e dell’uguaglianza vengono incredibilmente sganciati da quelli della ricchezza e del potere e si occulta in tutti i modi il fatto, evidente a tutti, che chi ha denaro ha potere sugli altri e che i veri discriminati sono sempre i poveri, indipendentemente dall’essere donne, musulmani o di colore; e si tenta di far credere che a dover essere emancipate sono le cosiddette minoranze, indipendentemente dal loro reddito. Ancora nel ‘900, quando non si era completamente obnubilati dalla propaganda neoliberista, lo si sapeva tutti: è la differenza di ricchezza il vero grande pericolo per la libertà di tutti, ma perdendosi nel proprio mondo autoreferenziale (spacciato persino per realismo e pragmatismo) la sinistra ZTL ha invece completamente rimosso il reale anche se forse, scrive Costa, “dovremmo parlare di negazione del reale, di una sorta di difesa primitiva attorno a cui è strutturata la cultura progressista.”
Arrivati a questo punto, in questa radiografia ideologica e politica della sinistra ZTL, mancherebbe solo un ultimo penosissimo passaggio: la politica estera; e si potrebbero passare ore a parlare dell’armamentario ideologico del partito unico neoliberista quando si tratta di giustificare l’occupazione americana del nostro Paese o del suo imperialismo nel mondo. La sinistra ZTL anche in questo ha reciso ogni legame con il socialismo e tradito ogni tipo di riferimento alla pace e alla cooperazione tra stati sovrani, ma – in fondo – è pur sempre domenica e Ottolina Tv sono mesi che ha sviscerato l’argomento in lungo e in largo; per concludere, invece, possiamo dire che la sinistra ZTL e la destra ZTL (a cui dedicheremo uno dei prossimi video) sono un’espressione culturale vincente dell’imperialismo e dell’eterna lotta di classe dall’alto verso il basso, lotta che adesso anche il 99 per cento deve riprendere a combattere. La buona notizia è che adesso anche tu puoi decidere se continuare a ripetere a pappagallo la propaganda e continuare difendere con le unghie il regime oppure, magari, saltare dal nostro lato della barricata e cominciare tutti insieme una nuova storia. Aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Mario Draghi

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
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Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

Lo strano complotto che lega Putin, Toti e Khodorkovsky

Cosa tiene insieme l’insediamento della quinta presidenza Putin, lo scandalo che ha travolto l’amministrazione Toti e il sistema Genova e lo spazio e la visibilità che i media e i politici italiani hanno concesso, ancora una volta, a un vero e proprio pirata del volto più feroce del capitalismo globale come Khodorkovsky? Un bel pippone, ovviamente! Provo a riassumere brevissimamente la mia tesi: da Toti a Khodorkosvky, la politica nelle colonie non è altro che una forma di criminalità organizzata; nel caso di Khodorkovsky – emblema per eccellenza degli oligarchi che hanno rapinato i paesi dell’ex Unione Sovietica quando gli USA hanno vinto la guerra fredda e li hanno trasformati, appunto, in colonie dell’imperialismo – quel sistema criminale e paramafioso è stato spazzato via quando è tornato al potere un leader nazionalista che ha cominciato un processo di decolonizzazione, per quanto lungo, tortuoso e ricco di contraddizioni. Nel caso di Toti, invece, siamo in un Paese che ancora deve essere liberato e, quindi, il collasso del suo sistema criminale non è dovuto a un processo di decolonizzazione, ma molto più semplicemente alla sostituzione di un sistema criminale perdente e in declino con un altro vincente: nella guerra per il controllo delle vie del mare e della logistica della colonia italica, infatti, Toti si era legato a doppio filo alla squadra perdente, quella di Spinelli, mentre in Italia si andava imponendo l’impero di Aponte, il proprietario e fondatore di MSC che, oltre a essere il primo armatore al mondo, sarebbe pure il quarto uomo più ricco d’Italia se non fosse che, in realtà, è andato in culo all’Italia e sta in Svizzera.
Se con questa supercazzola vi ho incuriosito, continuate a vedere questo video; ma prima, ricordatevi di mettere un like per aiutarci a combattere la nostra battaglia quotidiana non solo contro i Toti, gli Spinelli, gli Aponte e i Khodorkovsky, ma anche contro gli algoritmi e, se non l’avete ancora fatto, iscrivetevi ai nostri canali social e attivate le notifiche: un piccolo gesto che, però, è indispensabile per aiutarci a costruire un media che, invece che dalla parte dei parassiti del sistema mafioso della colonia, sta da quella del 99%.
Ieri sono andate in scena contemporaneamente due idee di Russia diametralmente opposte e inconciliabili: da un lato la Russia che vorrebbero le nostre classi dirigenti che ieri hanno accolto, come un Nelson Mandela qualsiasi, in audizione alla commissione esteri della Camera l’odiatissimo oligarca pluricondannato Mikhail Khodorkovsky, reo di aver approfittato del disfacimento del potere statale sovietico per impossessarsi, a suon di truffe e raggiri, di una fetta enorme di ricchezza nazionale e essersi costruito un impero personale paramafioso di dimensioni gigantesche sul quale, poi, ha cercato di fondare una carriera politica che ne garantisse gli interessi e l’impunità di fronte alla legge; dall’altro la Russia che vogliono i cittadini russi che ieri hanno partecipato alla cerimonia di insediamento di Putin, che ha inaugurato il suo quinto mandato presidenziale con un maxidecreto omnibus che traccia “Obiettivi di sviluppo nazionale della federazione russa per il periodo fino al 2030 e per il futuro fino al 2036” che, pur con tutti i limiti e le criticità possibili immaginabili, vanno in direzione diametralmente opposta agli interessi della cleptocrazia in esilio rappresentata, appunto, da Khodorkovsky.

Lia Quartapelle Squartapalle

A fare da maestro di cerimonie dell’ennesima figura imbarazzante dell’Occidente suprematista in declino di fronte al popolo russo non poteva che essere lei, la sempre più impresentabile Lia Squartapalle, l’impersonificazione stessa del peggior dirittumanismo imperialista e bombarolo, sempre pronta a inventarsi ogni genere di vaccata, a partire da un’idea di diritti umani all’altezza di una scolaresca di prima elementare per attaccare, in modo sguaiato e inconcludente, qualsiasi soggetto inviso alle oligarchie dell’impero. La sequenza di figure di merda colossali che la Squartapalle ha collezionata nel corso della sua lunga carriera di cane da guardia inferocito dell’impero è difficile da riassumere in poche parole; la mia preferita, comunque, è questa quando, un anno fa, aveva pubblicato la foto di questa telecamera all’esterno dell’ambasciata iraniana a Roma denunciando che era stata “montata su una forca” ad hoc come forma d’”intimidazione contro chi manifesta fuori dall’ambasciata” e aveva invitato il governo italiano a “non tollerare questo sfregio”. Peccato che, come rivelò subito dopo l’insospettabile sito Pagella Politica, in realtà la telecamera era lì “da più di 11 anni”; sarebbe stato bello poter dire che, a questo giro, s’è superata, ma con un curriculum del genere stabilire nuovi record è un’impresa tutt’altro che semplice. Senz’altro, però, possiamo dire che ce l’ha messa tutta: la compagna Lia, infatti, esordisce ricordando come il dottor Khodorkovsky “sia stato uno dei primi sostenitori del cambiamento democratico”, intendendo con cambiamento democratico la shock therapy imposta dall’imperialismo USA all’ex Unione Sovietica con la complicità di quell’alcolizzato di Eltsin e della sua corte che, in pochi anni, ha comportato più danni di una guerra civile moltiplicando, per diversi ordini di grandezza, il numero di poveri assoluti, riducendo di una decina di anni l’aspettativa di vita alla nascita e radendo completamente al suolo l’intero sistema produttivo mentre, appunto, creava un nuovo ceto di oligarchi parassiti; la compagna Lia, poi, ricorda come il dottor Khodorkovsky nel 2003 – quando, grazie alle aziende letteralmente scippate allo Stato, secondo Forbes era di gran lunga l’uomo più ricco della Russia e il sedicesimo più ricco al mondo – era stato così coraggioso da “aver criticato la corruzione endemica del Paese in un incontro televisivo con il presidente Putin” e che da allora, povera stella, è stato perseguitato da un regime che ha un cassonetto al posto del cuore e che, per meri motivi politici, ha deciso di accusarlo e poi addirittura di condannarlo per evasione fiscale e frode.
Secondo la giustizia russa, infatti, il paladino della libertà Khodorkovsky si era appropriato illecitamente di circa 12 miliardi di euro di soldi dei contribuenti; quello che la nostra cara Squartapalle si dimentica di ricordare, però, è che da allora Khodorkovsky ha impiegato una quantità di risorse inimmaginabile per riuscire a strappare una condanna per violazione dei diritti fondamentali di fronte alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo: come è noto, la legislazione sul rispetto dei diritti umani è così ampia e variegata che, con un impiego adeguato di risorse, non c’è sostanzialmente processo in Russia (come, d’altronde, anche in Italia, che viene regolarmente sanzionata – ad esempio – per il mancato rispetto delle scadenze temporali entro le quali ogni cittadino avrebbe il diritto di veder concludere il suo processo, per il quale non venga sollevata una qualche irregolarità); ciononostante, la Corte di Strasburgo, dopo aver – appunto – a più riprese sanzionato alcune violazioni relative, in particolare, alle condizioni e alla lunghezza della detenzione, ha respinto l’accusa che “la persecuzione fosse politicamente motivata” non una, non due, ma ben tre volte. La Corte ha affermato, infatti, “di non aver trovato evidenze del fatto che l’azione contro la Yukos” e, cioè, il colosso petrolifero di proprietà di Khodorkovsky, “sia stata arbitraria e ingiusta, che la Corte di Mosca abbia emesso un giudizio senza studiare in modo adeguato le prove o che alla Yukos sia stato impedito di fare ricorso in modo ingiusto”; la Corte ha inoltre affermato che “gli accertamenti fiscali per il periodo 2000 – 2003 erano legittimi e proporzionati” e che “Nessuna delle accuse contro i ricorrenti avevano riguardato le loro attività politiche, e gli atti di cui sono stati accusati non lo erano direttamente legati alla loro partecipazione alla vita politica”. E quindi “Anche nel caso vi fosse stata una motivazione impropria alla base del procedimento giudiziario, questo non esime gli accusati dal rispondere alle accuse”. Insomma: la realtà, come sempre, è l’esatto opposto di quella che la Squartapalle ha cercato di imporre approfittando del suo ruolo istituzionale; Khodorkovsky non è stato perseguitato per le sue posizioni politiche, ma – piuttosto – è diventato un oppositore politico per cercare di delegittimare la doverosa azione giudiziaria contro la sua colossale evasione fiscale.
Quando, dall’introduzione della Squartapalle, si passa alla testimonianza del povero perseguitato multimiliardario paladino della libertà, il viaggio nel mondo della post verità continua: nonostante la stessa intelligence USA abbia affermato più volte che la morte di Navalny non è attribuibile a una volontà diretta del governo, Khodorkovsky approfitta del diritto di tribuna garantitogli da Lia la svendipatria per affermare che “Putin non solo ha precluso la possibilità di partecipare a queste elezioni a qualsiasi oppositore, ma ha anche ucciso il suo oppositore politico Alexei Navalny”; ed è solo l’antipasto. Da ex capo di un impero criminale, Khodorkovsky accusa Putin di “non essere un capo di Stato, ma il capo di un raggruppamento mafioso”: “Nella maggior parte dei Paesi, tra cui l’Italia” afferma “ai gruppi mafiosi non è stata data la possibilità di prendere in mano lo Stato. Purtroppo invece in Russia ci sono riusciti. Un gruppo mafioso ha preso lo Stato, o meglio: c’è lo Stato, e poi un gruppo mafioso che lo controlla” e quindi, suggerisce, “i negoziati vanno portati avanti come si fa con dei gruppi mafiosi che hanno preso degli ostaggi” – a partire dalla questione dei fondi russi congelati che, sostiene Khodorkovsky, “non va percepito come denaro dei pensionati e dei cittadini russi”, ma come “soldi del gruppo mafioso”. E, infine, dà un terzo suggerimento prezioso: in Russia ci sono tanti dissidenti con altissime professionalità; non ci sono prove che siano dissidenti, perché hanno paura; ma garantisce Khodorkovsky. Il regime, però, anche se non sa che sono dissidenti (perché, per paura, se lo sono tenuto dentro e l’hanno confessato solo a Khodorkovsky) li tiene in ostaggio e non gli rinnova i documenti. Ecco allora che l’Europa dovrebbe accoglierli a braccia aperte anche senza documenti, che è sostanzialmente un invito ad accogliere a braccia aperte i peggio criminali perché tanto, secondo Khodorkovsky, in Russia non ci sono veri criminali, ma solo oppositori del regime dormienti; e, ovviamente, la compagna Lia gli dà ragione e sottolinea come lo stesso ragionamento andrebbe esteso anche a chi viene dalla Bielorussia e dalla Turchia, che devono godere di diritti che a tutti gli altri migranti che provengono anche da paesi dove davvero si rischia la morte per un tozzo di pane, sono ovviamente preclusi.
Che è un po’ la logica che sottolineavamo in quest’altro video a proposito dei filosionisti: le élite democratiche, sostanzialmente, stanno cercando di costruire una sorta di moderno sistema di apartheid dove chi la pensa come loro rappresenta una categoria sociale a parte, che gode di tutele e di privilegi speciali; nel caso specifico della Russia, l’obiettivo della Quartapelle è proprio quello di “fare del nostro Paese, uno di quei Paesi dove effettivamente si investe su un’idea diversa per il futuro della Russia” e, cioè, dove sostanzialmente – appunto – si riconoscono privilegi speciali a quelli che crediamo potranno rappresentare, in futuro, le nostre quinte colonne per un cambio di regime finanziato e fomentato dall’estero. Dopodiché ecco che interviene un’altra campionessa dei doppi standard e delle bombe umanitarie: la mitica Laura Boldrini che tra l’altro, negli scorsi due anni di deliri persecutori, è apparsa pure in qualche lista di proscrizione in quota putiniani di ferro; la Boldrini ringrazia Khodorkovsky il cleptomane perché “per il suo vissuto, per il ruolo che ha svolto nel suo paese e per quello che oggi sta svolgendo all’estero” ci aiuta a sensibilizzare il popolo vittima della propaganda putiniana sulle reali “condizioni di vita dei russi e delle russe”. La Boldrini che, evidentemente, nel tempo deve aver subito qualche bella strigliata, sottolinea come “molti russi non sono Vladimir Putin. Sono sinceri e democratici e rischiano la loro vita in nome di questa libertà, proprio come lei, che ne è un esempio”.

Mikhail Khodorkovsky

Segue, poi, il compagno Vincenzo Amendola, che compie un altro intervento rivelatore sulla psicologia della nostra classe politica: Amendola, infatti, sottolinea come la recente nazionalizzazione del braccio russo del gruppo Ariston rappresenti un altro episodio di quella tendenza illiberale del regime distopico del Cremlino che si era già manifestata nel 2003, quando – appunto – ad essere nazionalizzata era stata la Yukos di Khodorkovsky. Peccato che nella storia della Yukos di Khodorkovsky, appunto, non ci sia mai stato assolutamente niente di cosiddetto liberale: l’azienda, infatti – ribadiamo – era stata sostanzialmente regalata a Khodorkovsky ai tempi della shock therapy esclusivamente in base ai legami criminali con il Cremlino di allora, che era guidato da veri e propri amministratori coloniali dell’impero che avevano l’unico mandato di distruggere l’economia russa, in modo da minarne alle fondamenta la possibilità di rivendicare una qualche forma di sovranità e di consegnare quel poco che era rimasto nelle mani di una nuova classe di oligarchi totalmente subalterni all’agenda neocoloniale dell’impero che, mentre si arricchivano a dismisura, contribuivano – appunto – a sottrarre allo Stato la base economica necessaria nel futuro per emanciparsi, in qualche modo, da questa nuova forma di colonialismo; in quest’ottica, quindi, quando Amendola parla di regimi illeberali involontariamente ci rivela cosa intendono oggi i nostri politici svendipatria quando parlano di ordine liberale e, cioè, regimi politici incapaci di esercitare una qualche forma di sovranità e che operano attivamente per facilitare l’appropriazione privata di beni pubblici nelle mani di una classe di oligarchi con interessi contrapposti all’interesse nazionale, che portano avanti un vero e proprio piano eversivo anticostituzionale in nome degli interessi generali dell’imperialismo.
Nel frattempo, intanto, a Mosca il dittatore plurimorto inaugurava il suo quinto mandato con un decreto omnibus che effettivamente – se questa è l’idea di liberalismo della classe politica del giardino ordinato – è autoritario che più autoritario non si può: se durante l’epoca d’oro del liberalismo post sovietico caratterizzata dall’ascesa di Khodorkovsky – come ricorda la famosa rivista scientifica rossobruna British Medical Journal – si era registrato infatti “il più grande calo dell’aspettativa di vita in tempo di pace della storia”, ora il regime illiberale di Putin vuole costringere i suoi cittadini a campare di più e “aumentare l’aspettativa di vita a 78 anni entro il 2030 e a 81 anni entro il 2036, compresa la rapida crescita degli indicatori di aspettativa di vita in buona salute”; il decreto, inoltre, introduce l’obiettivo di “aumentare entro il 2030 il numero di cittadini anziani e di persone con disabilità che ricevono servizi di assistenza a lungo termine ad almeno 500 mila persone”, di “ridurre il livello di povertà al di sotto del 7% entro il 2030 e al di sotto del 5% entro il 2036”, di “ridurre il coefficiente Gini (che indica il livello di concentrazione dei redditi) a 0,37 entro il 2030 e a 0,33 entro il 2036” e di “garantire un aumento del salario minimo a un ritmo accelerato, compresa la sua crescita entro il 2030 di oltre il doppio rispetto all’importo stabilito per il 2023”. Il decreto, inoltre, prevede di “aumentare entro il 2030 il numero di studenti stranieri che studiano nei programmi di istruzione superiore negli istituti di istruzione superiore e nelle organizzazioni scientifiche russe a non meno di 500 mila persone”; più avanti si parla, inoltre, di “fornire ai cittadini alloggi con una superficie totale di almeno 33 metri quadrati per persona entro il 2030 e almeno 38 metri quadrati entro il 2036”, di “garantire che il tasso di crescita del prodotto interno lordo del Paese sia superiore alla media mondiale e raggiunga, entro il 2030, il quarto posto mondiale in termini di prodotto interno lordo, calcolato a parità di potere d’acquisto, anche attraverso la crescita della produttività del lavoro, mantenendo la stabilità macroeconomica ad un basso livello di disoccupazione e riducendo il livello di disoccupazione strutturale” e anche di “garantire nel periodo 2024 – 2030 che la crescita reale del reddito per dipendente di una piccola e media impresa sia 1,2 volte superiore alla crescita del prodotto interno lordo”. E la lista continua: aumentare la quota di PIL derivante dalla manifattura, aumentare l’automazione, raggiungere il 2% del PIL destinato a ricerca e sviluppo, raggiungere l’indipendenza tecnologica in una bella fetta dei settori più importanti dell’economia del futuro prossimo e remoto e via dicendo; insomma: dal welfare alla formazione, dall’industria all’ambiente, alla cura del territorio, un piano ambizioso di rilancio della Russia che “rafforzi la sovranità statale, aumenti il tenore di vita dei cittadini sulla base dei valori della giustizia sociale e delle pari opportunità” garantendo, al contempo, “l’apertura al mondo esterno e lo sviluppo economico”. E se, per ottenerlo, sarà necessario ingabbiare qualche altro Khodorkovsky, vorrà dire che i cittadini russi se ne dovranno fare una ragione; ovviamente è tutta e solo propaganda e, come la Cina, anche la Russia – da qui al 2036 – fallirà più o meno una volta l’anno (almeno lo stesso numero di volte che Putin è già morto e che il battaglione Azov ha conquistato Vladivostock).
Il punto è, tutto sommato, molto semplice: la Russia in particolare, ma – chi più, chi meno – anche tutti gli altri paesi (per quanto ognuno abbia tutti i suoi problemi), fondamentalmente sono enormemente più ricchi di quanto non si creda; messe un po’ a cuccia le oligarchie che proliferano quando si instaurano i regimi cosiddetti liberali (che di liberale non c’hanno ormai assolutamente più nulla e assomigliano sempre di più a vecchi sistemi feudali), sviluppare le forze produttive in modo da garantire una crescita consistente di tutti i principali indicatori di benessere – quando più, quando meno – è più semplice di quanto ci vogliono far credere. Putin, da nazionalista, sta approfittando della guerra che gli ha dichiarato l’Occidente collettivo per accelerare questo processo e usarlo, invece che per arricchire i Khodorkovsky, per rendere più potente la nazione russa; e se, giustamente, ci preoccupiamo del fatto che una nazione potente può essere anche molto pericolosa (perché l’appetito, comunque, mangiando viene sempre), invece che vivere nel mondo parallelo delle Squartapalle di ogni genere e pensare di spezzare le reni alla Russia a suon di fake news provocandola finché non si rigira – e senza manco avere la capacità di tenerle testa perché tutto quello che avevamo l’abbiamo raso al suolo per ingrassare il conto in banca del Khodorkovsky di turno – sarebbe il caso, magari, di tornare anche noi a occuparci dello sviluppo delle nostre forze produttive cacciando i Khodorkovsky vari e di tornare a dialogare razionalmente con i russi da pari a pari. Insomma: la questione della pace e quella dello sviluppo sono intimamente interconnesse e a ostacolarle non sono i Putin, ma i Khodorkovsky e gli analfoliberali che li trattano come dei paladini della libertà. Mandiamoli tutti a casa! Per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che, invece che alle loro vaccate, dia voce agli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Lia Squartapalle

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“L’Europa potrebbe morire”: se Macron fomenta la guerra per far arricchire le oligarchie francesi

L’Europa può morire: con questa affermazione, il sempre pimpantissimo Manuelino Macaron la settimana scorsa aveva cercato di riconquistare il centro del dibattito politico in Europa dopo che l’effetto shock delle dichiarazioni sulle truppe europee in Ucraina del febbraio scorso aveva già abbondantemente perso gran parte del suo hype. Un’operazione riuscita: venerdì scorso, infatti, l’Economist, la bibbia delle oligarchie suprematiste occidentali, dedicava la sua homepage interamente al wannabe novello Napoleone; nella lunga intervista, corredata da svariati commenti e approfondimenti, il sempre pimpantissimo Manuelino spiega che la sua provocazione era una citazione colta e, cioè, quando nientepopodimeno che Paul Valery, dopo la prima guerra mondiale, aveva affermato che “Oggi sappiamo che una civilizzazione può anche morire”. Più prosaicamente, il pimpantissimo Manuelino si accontenta di sottolineare che l’Europa, negli ultimi decenni, ha investito sensibilmente meno nella sua sicurezza di quanto non abbiano fatto Stati Uniti e Cina che poi – in termini di percentuale del PIL e, ancora meno, in termini assoluti – manco è vero, visto che la Cina è probabilmente la superpotenza mondiale che spende meno in armamenti di tutti i tempi (ad esempio meno della metà di Polonia e Grecia, giusto per fare un esempio), ma, comunque, diciamo che è una licenza poetica. Il succo del discorso invece, appunto, è che “L’Europa non è il posto più sicuro del mondo” e questo “significa che l’Europa deve legittimamente porsi la questione della propria protezione militare” e visto che “deve prepararsi a non godere più della stessa protezione da parte degli Stati Uniti d’America”, “Dobbiamo prepararci a proteggerci da soli”.
Non si può certo dire sia un fulmine a ciel sereno: come ricorda il pimpantissimo Manuelino Macaron in persona personalmente, già nel 2019 si era intrattenuto con i ligi funzionari delle oligarchie dell’Economist per denunciare che la NATO stava diventando “cerebralmente morta”, che “L’America sta voltando le spalle al progetto europeo” e che “è arrivato il momento di svegliarci”. Ma la sfera della sicurezza non è l’unica che preoccupa il sempre pimpantissimo Manuelino: “La sfida per l’Europa” sottolinea, è anche, se non soprattutto “economica e tecnologica” perché “Non può esistere una grande potenza senza prosperità economica, né senza sovranità energetica e tecnologica” e, quindi, dobbiamo costruire la nostra autonomia strategica anche “in termini di energia, di materiali e di risorse rare, ma anche in termini di competenze e tecnologie chiave”; il pimpantissimo Manuelino ricorda inoltre che, rispetto alle altre potenze maggiori, non produciamo abbastanza ricchezza pro capite e che la “nostra grande ambizione, in un’era nella quale i fattori produttivi vengono riallocati, sia nel campo delle tecnologie pulite che dell’intelligenza artificiale, deve essere di diventare un continente in grado di attrarre i grandi investimenti in questi settori”.

Emmanuel Macron

Ma c’è anche un terzo aspetto che tormenta il sempre pimpantissimo Manuelino: “L’Europa” denuncia accorato “è colpita da questa crisi delle democrazie”; noi abbiamo inventato la democrazia liberale, ricorda, e “il nostro sistema sociale è fondato su queste regole”, ma ciononostante “siamo stati colpiti dalle vulnerabilità create dai social network e dalla digitalizzazione delle nostre società”, che “alimentano questo impulso illiberale”. Tradotto: con il sistema mediatico e culturale tradizionale avevamo in mano tutti i mezzi di produzione del consenso, grazie ai quali eravamo addirittura riusciti a convincere le masse popolari che la lotta di classe dall’alto contro il basso che abbiamo portato avanti in modo feroce negli ultimi 40 anni fosse cosa buona e giusta; poi quando dai media tradizionali, che sono alla portata esclusivamente delle oligarchie, siamo passati a un sistema ancora più oligarchico come quello delle piattaforme digitali monopolistiche, pensavamo di limitare ancora di più l’espressione democratica di ogni forma di dissenso e, invece, abbiamo lasciato la porta aperta e tutti i mal di pancia; per il sistema brutale e demenziale che avevamo creato hanno trovato il modo di farsi spazio. E, quindi, oggi alle oligarchie serve un bel bagno di realtà e bisogna che capiscano che vale la pena rinunciare a qualche euro di fatturato per salvaguardare la dittatura del pensiero unico; altrimenti, sottolinea il sempre pimpantissimo Manuelino, il combinato disposto di questi tre fattori di destabilizzazione del giardino ordinato – la sicurezza, l’arretratezza tecnologica e la fine dell’egemonia neoliberale – rischia di far andare tutto in pezzi “molto rapidamente”. “Le cose possono accadere molto più rapidamente di quanto pensiamo” ribadisce il pimpantissimo Manuelino “ e possono portare a una morte più brutale di quanto immaginiamo”; per invertire questa deriva, insiste, ci vuole un possente scatto di reni.
Ed ecco così che il pimpantissimo Manuelino rivendica con forza la sua dichiarazione del 26 febbraio scorso quando, appunto, mise a soqquadro il dibattito pubblico di tutto l’Occidente collettivo affermando che i paesi europei non potevamo escludere l’invio di truppe direttamente in Ucraina: “Non escludo nulla” dichiara di nuovo all’Economist “perché siamo di fronte a qualcuno che non esclude nulla. E senza dubbio siamo stati troppo titubanti nel definire i limiti della nostra azione nei confronti di un avversario che non ne ha più e che è l’aggressore!”; d’altronde, sottolinea il sempre autorevolissimo Manuelino, “La nostra credibilità dipende anche dalla capacità di deterrenza”, che significa anche non dare “piena visibilità a ciò che faremo o non faremo. Altrimenti ci indeboliamo, ed è questo il quadro nel quale abbiamo operato finora”. “Il nostro obiettivo strategico deve essere molto chiaro” continua: “La Russia non può vincere in Ucraina”; è lo stesso concetto sottolineato da un altro fenomeno da baraccone delle classi dirigente europee, il dandy Boris Johnson che, con l’orgoglio colonialista che si addice a un erede diretto della casa reale britannica, ha detto fuori dai denti che in ballo c’è “l’egemonia dell’Occidente” e, cioè, il diritto dell’uomo bianco di sottomettere gli altri popoli del pianeta agli interessi della sue ristrettissime oligarchie. Il pimpantissimo Manuelino che, con tutti i limiti rispetto a questa imbarazzante aristocrazia parassitaria, è comunque figlio della rivoluzione francese – e quindi, antropologicamente, un’evoluzione della specie – la mette in termini più digeribili e parla più semplicemente di “sicurezza dell’Europa” e anche di credibilità: “Che credibilità avrebbero gli europei” si chiede “se dopo aver speso miliardi, e affermato che era in gioco la sopravvivenza del continente, non si dotano dei mezzi necessari per fermare la Russia?”.
Ma la differenza non è solo nella forma: per il pimpantissimo Manuelino, che è a capo dell’unico grande paese europeo che, nonostante l’appartenenza senza se e senza ma all’internazionale imperialista, ha mantenuto – nonostante tutto – un qualche residuo di sovranità, la minaccia russa sembra essere più che altro una scusa; Manuelino sottolinea come, dal 1990, “L’Europa ha pensato alla propria sicurezza essenzialmente in termini dello scudo americano e della NATO” e questo ha impedito all’Europa di sviluppare un’idea condivisa di “sicurezza comune, perché ci ha messo nella condizione di pensare alla nostra sicurezza solo attraverso un alleato al quale abbiamo chiesto di pensarci al posto nostro, e di accollarsene anche il peso”. Difficile capire se il pimpantissimo Manuelino è semplicemente mosso da opportunistica piaggeria o se crede davvero alle puttanate che dice: ovviamente gli USA non si sono accollati nessunissimo peso; piuttosto, gli USA, d’amore e d’accordo con le nostre classi dirigenti equamente divise tra svendipatria volontari e semplici ebeti sprovveduti, hanno letteralmente impedito all’Europa di sviluppare una sua difesa autonoma perché temevano che a un’Europa unita e sufficientemente armata – magari dopo un ricambio di classe dirigente che, nonostante tutto, non può mai essere totalmente escluso a priori – sarebbe potuta venire la tentazione di cominciare a ritagliarsi qualche spazio di autonomia e di sovranità. E il bello, ovviamente, è che – alla fine – agli USA questo giochino sostanzialmente costava anche pochino perché grazie all’esorbitante privilegio del dollaro come valuta di riserva globale, una bella fetta del debito crescente USA (necessario proprio a finanziare la sua supremazia bellica) alla fine del giro la pagavamo noi e, cioè, i paesi che – al contrario degli USA – per campare sono costretti a lavorare e quindi accumulano dollari derivanti dal surplus commerciale, che poi non sanno dove mettere se non nell’acquisto di titoli del tesoro a stelle e strisce; un meccanismo che, tra l’altro, i francesi (come il sempre pimpantissimo Manuelino) dovrebbero conoscere piuttosto bene visto che il primo grande dirigente europeo a parlare espressamente di esorbitante privilegio del dollaro fu il più volte ministro delle finanze Valery Giscard d’Estaing. Al di là di questa valutazione, comunque, il punto è che secondo il pimpantissimo Manuelino l’AGGRESSIONEH RUSSAH ha comportato per l’Europa una sorta di risveglio strategico: “Lo vediamo oggi” insiste Manuelino “con la proposta tedesca dello scudo antimissile europeo. O con la Polonia, che si dice pronta a ospitare le armi nucleari della NATO”; ora, continua Manuelino, si tratta di sedersi attorno a un tavolo e concordare per bene quello che è necessario fare per garantire in modo credibile e sostenibile la difesa del nostro spazio vitale. “La NATO” precisa “fornisce già una risposta, e non è il caso di metterla da parte. Ma questo quadro è molto più ampio di quello che viene attualmente fatto all’interno della NATO”.
Ma perché mai gli USA dovrebbero permettere ora quello che hanno sistematicamente impedito in passato? Beh, molto semplice: perché, nel frattempo, l’idea stessa di un’Europa in cerca di un suo spazio di autonomia si è dissolta completamente nel niente; non che sia mai stata particolarmente in auge, ma in passato qualche accenno, anche se probabilmente del tutto velleitario, comunque c’era stato. Basta tornare con la memoria al 2003, quando Francia e Germania ebbero addirittura il coraggio di dire no alla guerra illegale di aggressione fondata sulle fake news di Bush junior contro l’Iraq, con tanto di sterminio feroce e gratuito di decine e decine di migliaia di bambini iracheni: oggi, ai tempi della Germania che si fa bombardare (dopo essere stata abbondantemente avvisata) un’infrastruttura strategica come il Nord Stream 2 senza battere ciglio e dell’Europa tutta che accetta passivamente una recessione senza fine per permettere a Washington di pompare la sua economia sulla nostra pelle, sembra fantascienza. Il fatto è che, nel frattempo, la gerarchia all’interno del blocco suprematista e imperialista tra il centro USA e le periferie dell’Atlantico e del Pacifico (che prima, per essere mantenuta, aveva bisogno di fondarsi sul monopolio della forza e, quindi, su una supremazia militare USA indiscutibile), a ormai oltre 15 anni dall’inizio della terza grande depressione inaugurata con la crisi finanziaria del 2008, si fonda saldamente su ben altri presupposti molto più strutturali e, cioè, sul dominio incontrastato dei grandi monopoli finanziari privati USA – a partire dai colossi dell’asset management come BlackRock e Vanguard – dove le borghesie nazionali europee, nel frattempo, sono corse a far affluire tutti i soldi estratti dall’economia europea e che oggi hanno un potere quasi assoluto all’interno dell’Occidente collettivo di decidere dove vanno i soldi e per fare cosa: grazie a questo rapporto gerarchico strutturale, gli alleati vassalli degli USA, dall’Europa al Giappone, oggi sostanzialmente non possono nemmeno essere più considerati veri e propri Stati nazione, ma molto semplicemente – appunto – appendici di un sistema imperiale che ha il suo unico centro decisionale a Washington e a Wall Street.
E’ il Wall Street Consensus, come lo chiama Daniela Gabor: in questo contesto, il riarmo dell’Europa invocato da Macron non rappresenta più il rischio di favorire la costruzione di una qualche forma di autonomia strategica, ma è semplicemente il rafforzamento di uno dei bracci armati dell’imperialismo, sempre più necessario mano a mano che procede la guerra totale dell’imperialismo contro il resto del mondo; e il comparto militare – industriale USA che, fino a ieri, gli ha garantito il dominio non è più in grado di garantire da solo all’imperialismo un vantaggio sostanziale sull’asse che si sta formando tra i paesi che si sono ribellati al dominio imperialista, a partire, in particolare, da Cina, Russia, Iran e Corea del nord. Ciononostante, Macron sembra sforzarsi, anche con un po’ di piaggeria (come, ad esempio, quando sottolinea il fardello del quale si sarebbero fatti carico i poveri americani per garantire la sicurezza a noi sfaticati europei) per rassicurare gli USA: il punto è che il riarmo dell’Europa è un’esigenza vitale dell’imperialismo e, quindi, è fuori discussione; quello che, invece, è ancora in discussione è chi lo guiderà e come: quando, ad esempio, la Germania, subito dopo l’inizio della seconda fase della guerra per procura contro la Russia in Ucraina, aveva annunciato un megapacchetto da 100 miliardi per riarmarsi, il grosso era destinato all’acquisto di sistemi d’arma made in USA; oggi anche la Germania, proprio per il discorso che facevamo prima sulla necessità dell’imperialismo di estendere anche alla periferia la crescita esponenziale del suo comparto militare – industriale, rivendica un ruolo per la sua industria bellica, ma – appunto – si tratta della Germania che è, sotto molti punti di vista, un vero e proprio protettorato USA quanto, se non più, dell’Italia. E per garantire che i suoi piani di rilancio industriale nel settore bellico non hanno niente a che vedere con la rivendicazione di maggiori spazi di autonomia, ha scelto il portavoce che, agli occhi di Washington, è in assoluto il più affidabile di tutti: San MarioPio da Goldman Sachs, a tutti gli effetti un funzionario delle oligarchie finanziarie a stelle e strisce.
La Francia del sempre pimpantissimo Manuelino Macaron invece, appunto, sembra più che altro impegnata a percorrere tutte le strade percorribili per provare a trasformare la nuova realtà della guerra totale dell’imperialismo unitario contro il resto del mondo nell’ultima opportunità per riproporsi come l’unica guida possibile di un’Europa subalterna sì agli USA, ma – ciononostante – con un piccolo margine di autonomia strategica rispetto a Washington (che, astrattamente, non suona nemmeno poi malissimo). Sostanzialmente, si tratterebbe di approfittare del vincolo esterno imposto dalla nuova guerra mondiale ibrida per accelerare un processo di trasformazione politica che in tempo di pace è stato ostacolato dall’inerzia del sistema vigente, sulla falsariga di quanto già fatto dalle grandi potenze mondiali: Putin ha sfruttato la guerra per fare i conti con le oligarchie, centralizzare il potere riducendo l’influenza dei vari feudi che hanno sempre parassitato il sistema di potere del Cremlino e impossessarsi, così, degli strumenti necessari per portare avanti il suo ambizioso new deal; Rimbambiden ha sfruttato la guerra per provare a rimettere al loro posto alcune oligarchie parassitarie che continuano a estrarre valore dall’economia statunitense sottoforma di rendita parassitaria (a partire da Big Pharma) e ostacolano così il tentativo di reindustrializzazione del Paese. Xi Jinping, da parte sua, sta cercando di sfruttare una guerra commerciale di cui farebbe volentieri a meno per cercare di sostituire i vecchi motori della crescita economica – dalla speculazione immobiliare alle esportazioni di prodotti a medio – basso valore aggiunto – a un nuovo motore fondato sulle nuove forze produttive e il raggiungimento dell’indipendenza tecnologica; ora il sempre pimpantissimo Manuelino sembra voler approfittare della guerra per raggiungere quell’unità politica (ostacolata fino ad oggi dall’architettura stessa delle istituzioni ordoliberiste dell’Unione europea) facendo leva sull’inderogabile necessità, appunto, di dotarsi di una difesa comune e di creare un mercato unico sufficientemente ampio ed omogeneo da riuscire ad attrarre investimenti in grado di farci recuperare il gap tecnologico.
Ma il sempre pimpantissimo Manuelino potrebbe fare i conti senza l’oste: a differenza delle altre potenze, infatti, il problema di fondo è che questa Unione europea è stata creata proprio dalle fondamenta in modo e maniera da impedire ogni forma di vera sovranità, a partire da una moneta monca e da una Banca Centrale che non può fare il mestiere di una vera banca centrale, e che sono state pensate per fare da satelliti al sistema fondato sul dollaro; tant’è vero che, proprio mentre le altre potenze non pongono limiti al ricorso al debito pubblico per finanziare gli obiettivi politici che vogliono imporre ai loro sistemi economici, l’Unione europea si ritrova a reintrodurre un patto di stabilità che, per quanto riformato, reintroduce l’austerity e i vincoli esterni e ci porta nella direzione esattamente opposta e, cioè, proprio a rinunciare a priori a imporre obiettivi politici al cosiddetto mercato (che poi, ovviamente, non sono altro che le oligarchie e quindi, in ultima istanza, stringi stringi, Wall Street).

Enrico Letta con Rowan Atkinson

Un limite strutturale invalicabile che, tutto sommato, conosce benissimo anche il pimpantissimo Manuelino che, infatt,i sta lavorando a un piano B: è il famoso rapporto sul mercato unico di Enrico Mitraglietta, che sta alle oligarchie finanziarie francesi esattamente come San MarioPio da Goldman Sachs sta a quelle d’oltreoceano. La formula di Mitraglietta e delle oligarchie finanziarie che lo sostengono – a partire da Credit Agricole e, quindi, Amundi, che è il più grande fondo di gestione patrimoniale d’Europa e l’unico a fare capolino nella top 10 mondiale interamente occupata, appunto, dagli americani – è quella, appunto, di copiare il modello di finanziarizzazione USA e creare intorno ad Amundi un monopolio finanziario privato europeo in tutto e per tutto simile ai vari BlackRock, Vanguard o State Street che però, a differenza di Amundi, fondano il loro dominio sulla collaborazione con le istituzioni che gestiscono la valuta di riserva globale. Amundi si dovrebbe accontentare di lavorare in tandem con una Banca Centrale che non solo non emette una moneta che gode dell’esorbitante privilegio di essere la valuta di riserva globale, ma che non può nemmeno essere considerata una valuta sovrana a tutti gli effetti; questo, in soldoni, significa una cosa sola: Amundi, o chi per lei, non potranno mai essere la BlackRock o la Vanguard europei, ma soltanto un altro fondo, magari anche più intimamente legato ai risparmi e alle corporation europee, ma che – alla fine – non è altro che un pezzettino di un unico mercato finanziario dell’Occidente collettivo diretto da Washington e da Wall Street.
La ricetta Mitraglietta, quindi, strutturalmente non è minimamente in grado di garantire alla nuova Unione europea (sognata dal pimpantissimo Manuelino) maggiori margini di autonomia strategica nell’ambito dell’impero, anzi! Nel frattempo, però, per costruire questo polo finanziario che, più che alternativo, è aggiuntivo e perfettamente organico a quelli già esistenti, ecco che torna in auge l’austerity e, con lei, i tagli al welfare che costringeranno i lavoratori europei a destinare una quota sempre maggiore dei loro redditi a investimenti nei vari fondi integrativi per garantirsi quei diritti essenziali – dalla sanità alla pensione – che fino ad oggi, anche se sempre meno, erano considerati ancora in buona parte diritti universali essenziali. La Francia, quindi, e le altisonanti boutade del pimpantissimo Manuelino non ambiscono ad altro che a ritagliare per le oligarchie nazionali un posto, se non proprio al sole, almeno – diciamo – alla penombra, in questa nuova stagione dell’ormai trentennale rapina dall’altro contro il basso; ed in questo contesto, quindi, è del tutto comprensibile e razionale che il pimpantissimo Manuelino ponga il tema della concentrazione del potere politico in seno alle istituzioni antidemocratiche comunitarie, in modo da sopprimere sul nascere i già limitatissimi spazi di democrazia residui a livello di stati nazionali che, nonostante tutto, ancora a tratti permettono ai popoli – se non altro – di testimoniare la loro opposizione al partito unico della guerra e degli affari che la propaganda suprematista, finanziata dalle oligarchie, definisce fake news e disinformazione russa.
La buona notizia è che anche se – per ora – solo a livello molto superficiale e decisamente confuso, che questo meccanismo non stia più in piedi ormai lo cominciano a pensare in parecchi: lo stiamo toccando con mano anche noi in prima persona da quando abbiamo messo in piedi MULTIPOPOLARE e, in tutti i posti dove siamo andati, abbiamo riscontrato sistematicamente una consapevolezza e anche una combattività che va ben oltre ogni nostra aspettativa; e, da questo punto di vista, non possiamo che dare ragione al pimpantissimo Manuelino quando ricorda, appunto, che “Le cose possono accadere molto più rapidamente di quanto pensiamo, e possono portare a una morte più brutale di quanto immaginiamo”. Carissimo Manuelino, stai pur certo che faremo tutto quello che è in nostro potere affinché la tua profezia si avveri, a partire dalla costruzione di un vero e proprio media in grado di squarciare il velo di Maya della propaganda del partito unico della guerra e degli affari e che ci aiuti a vedere il mondo dal punto di vista degli interessi concreti del 99%. Per farlo, ovviamente, non possiamo sperare nel sostegno delle oligarchie che vogliamo abbattere e, quindi, dobbiamo contare su di te: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Enrico Letta

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
e le tue esigenze di alloggio compilando il form e, se vuoi aiutarci ulteriormente, partecipa come volontario.

Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

L’impero USA e la sua religione capitalista stanno per finire?

Il capitalismo non è solo un sistema di produzione sociale, ma è diventata una vera e propria religione che mira ad annientare qualunque altra visione del mondo e sistema politico per imporre le proprie logiche mercificanti ed oligarchiche in ogni angolo del pianeta. Il neoliberismo non è che il compimento assoluto di queste logiche in Occidente e solo dall’esterno, dal cosiddetto Sud globale, sembra oggi provenire una possibile salvezza. Di tutto questo abbiamo parlato con Alessandro Visalli.

Un manuale per rivoluzionari – ft. Alessandro Pascale

Alessandro Pascale presenta Comunismo o barbarie, il suo ultimo lavoro dedicato a Marx, la storia del socialismo reale e il totalitarismo liberale. Contro le oligarchie finanziarie e contro gli USA dobbiamo metterci in testa nuovo movimento politico rivoluzionario: dovrà fare i conti con tutta la storia del ‘900 e abbandonare ogni legame con l’attuale sinistra della ZTL. Sovranità, socialismo cinese e anti-imperialismo sono le parole d’ordine da cui ripartire.

Come la Russia di Putin ha vinto la guerra economica contro l’Occidente collettivo. Un’altra volta.

“L’economia russa ancora una volta sfida i profeti di sventura”: ad affermarlo non è qualche nostro compagno di qualche lista di proscrizione, ma nientepopodimeno che l’Economist, la testata controllata dalla più filoatlantista delle grandi famiglie del capitalismo italiano: gli Agnelli/Elkann; dopo aver clamorosamente smentito le previsioni sul crollo del suo PIL innumerevoli volte, gli ultimi cavalli di battaglia della propaganda analfoliberale e russofoba sono stati a lungo la fantomatica inarrestabile ascesa dell’inflazione e, di pari passo, l’ancor più inarrestabile declino del rublo. Lo spettro dell’iperinflazione incombe su Putin mentre l’economia russa crolla titolava, già nell’agosto scorso, il sempre attendibilissimo Telegraph; “Il rublo russo è destinato a scendere costantemente oltre quota 100 rispetto al dollaro nel 2024” rilanciava ancora, nel novembre scorso, Reuters e per mesi, sulle nostre bacheche, siamo stati bombardati da analfoliberali – che, rispetto ai giornalisti di Telegraph e Reuters, c’hanno pure l’aggravante di farlo a gratis per pura passione – che si postavano i grafici dell’andamento del rublo e dell’inflazione annunciando l’ennesimo imminente catastrofico crollo del sanguinario regime putiniano; ora l’Economist certifica che è andata un po’ diversamente: siamo ormai al terzo mese del 2024, ma invece che oltre 100 rubli per comprare un dollaro, ne bastano 90 (prima del conflitto ne servivano 75).

Dopo tutto questo sciabolare di spade, la situazione si è conclusa semplicemente con una piccola svalutazione competitiva in perfetto stile italiano, almeno fino a quando la finalità era far crescere l’economia e non, esclusivamente, arricchire le banche e le oligarchie finanziarie; discorso simile anche per l’inflazione che, dal minimo del 3% nell’aprile del 2023, era cresciuta costantemente fino ad arrivare il picco del 7,5 nel novembre scorso e sembrava destinata a non fermarsi più, ma “Ancora una volta” sottolinea l’Economist “l’economia russa sembra aver smentito clamorosamente i pessimisti”: “I dati che saranno pubblicati il 13 marzo” e cioè oggi, scrive l’Economist, “ci si aspetta che dimostrino che i prezzi a febbraio sono saliti dello 0,6%, contro l’1,1% degli ultimi mesi dell’anno scorso”. “Molti previsori” ora, continua l’Economist, “prevedono che il tasso annuale scenderà presto al 4%, e anche le preoccupazioni delle famiglie sull’inflazione futura sono rientrate”. E graziarcazzo, aggiungerei: contro inflazione e svalutazione del rublo, infatti, la Banca Centrale era entrata a gamba tesa che più tesa non si può, innalzando i tassi di interesse fino al 16%.
Ma come, Marru, per amore di zio Vlad, dopo aver infamato per una vita i banchieri dell’austerity, ora ti metti a esaltarli? Non esattamente: il punto, molto banalmente, è che c’è inflazione e inflazione e quella russa, con quella che abbiamo vissuto noi, non c’azzecca proprio niente. Intendiamoci: anche da noi i banchieri centrali dicevano che bisognava alzare i tassi perché i salari stavano crescendo troppo; il problema è che, molto semplicemente, era una bugia e i nostri salari sono costantemente aumentati incredibilmente meno dell’inflazione arrivando, nell’arco di un anno, a fregarci sostanzialmente un intero stipendio. In Russia, invece, nell’autunno scorso l’aumento nominale dei salari – ricorda l’Economist – aveva raggiunto il 18% e, cioè, 10 punti in più dell’inflazione. Insomma: una volta tanto l’inflazione era trainata davvero dalla spinta dei salari e quindi, in quel caso, la risposta standard dell’aumento dei tassi di interesse non dico sia giusta, ma sicuramente è ragionevole; l’inflazione, infatti, in buona parte era dovuta al fatto che il maggiore potere d’acquisto dei lavoratori si era trasformato in maggiori consumi e, come spiega l’Economist, “La domanda di beni e servizi era cresciuta oltre la capacità dell’economia di fornirli, portando i venditori ad aumentare i prezzi”. “Tassi più alti” invece, continua l’Economist, “hanno incoraggiato i russi a mettere i soldi nei conti di risparmio invece di spenderli”.
Per capire invece se, oltre che ragionevole, la scelta di alzare i tassi sia stata anche giusta, va fatto un passettino oltre perché il punto, ovviamente, è se – oltre a contenere l’inflazione – l’aumento dei tassi innesca anche una recessione e, se innesca una recessione, chi la paga; e in Russia, molto semplicemente, la recessione non è arrivata, anzi! “La Russia” infatti, scrive l’Economist, “sembra avviata verso un atterraggio morbido, in cui l’inflazione rallenta senza deprimere l’economia. L’andamento dell’economia è ora in linea con il trend pre – invasione, e lo scorso anno il PIL è cresciuto in termini reali di oltre il 3%. La disoccupazione nel frattempo resta ai minimi storici. E non ci sono segni di difficoltà da parte delle aziende. Anzi: il tasso di chiusura delle imprese ha recentemente raggiunto il livello più basso degli ultimi otto anni” e siamo solo all’inizio: il Fondo Monetario Internazionale s’è dovuto adeguare all’evidenza e ha raddoppiato le previsioni di crescita per il 2024 al 2,6%; l’area euro e il Giappone, per intenderci, è previsto che cresceranno soltanto dello 0,9, l’Italia dello 0,7, la Gran Bretagna dello 0,6 e la Germania dello 0,5.
Ma come ha fatto il paese più sanzionato della storia dell’umanità a reggere botta? E cosa comporta la tenuta della Russia per le magnifiche sorti e progressive di quella che, come lamenta La Verità, nonostante tutte le evidenze i dittatori del politically correct ci continuano a vietare di dire che è una civiltà superiore? A suonare l’ennesimo campanello d’allarme, a fine febbraio, c’aveva pensato sempre l’Economist: Le sanzioni, titolava, non sono il modo per combattere Vladimir Putin. La prima enorme ondata di sanzioni aveva mostrato tutta la sua debolezza da tempo: subito dopo l’inizio della seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina “La serie di sanzioni rivolte a una delle più grandi economie del mondo” ricorda l’Economist “era stata salutata come senza precedenti; e all’Economist stesso avevamo ipotizzato che lo shock che ne sarebbe derivato avrebbe potuto portare a una crisi di liquidità insostenibile e addirittura a un cambio di regime”. “La realtà” ammette onestamente l’Economist “si è rivelata drasticamente diversa”; “L’economia russa si è rivelata enormemente più resiliente del previsto, e il tentativo di imporre sanzioni molto meno efficace di quanto si sperasse”; “Subito dopo l’inizio della guerra, il FMI prevedeva che il PIL russo si sarebbe ridotto di oltre un decimo tra il 2021 e il 2023. Nell’ottobre dello scorso anno ha calcolato che in realtà in quel periodo al contrario la produzione è addirittura aumentata”, ma ancora più significativamente, continua l’Economist “La guerra ha dimostrato quanto velocemente il commercio globale e i flussi finanziari trovino un percorso per aggirare le barriere poste sul loro cammino”.
E’ un caso da manuale di come si diventa facilmente vittime della propria stessa propaganda: da anni ci prendiamo pesci in faccia perché sosteniamo che il mondo è già multipolare e che continuare a ragionare come se fossimo ancora nel mondo unipolare a trazione USA, per quanto sia ancora ampiamente la principale potenza esistente, sia ormai sostanzialmente irrealistico e velleitario; la propaganda suprematista del partito unico della guerra e degli affari continua a spacciare fake news e ad arrampicarsi sugli specchi per contestare questo semplice assunto e alla fine, a forza di ripeterselo tra di loro, va a finire che ci credono e ci fanno credere anche un pezzo consistente di classe dirigente, che fa scelte che non stanno né in cielo, né in terra. “L’Occidente” sottolinea l’Economist “aggiunge instancabilmente aziende e individui russi alle sue blacklist. Ma gran parte della popolazione mondiale vive in paesi che molto semplicemente le sanzioni occidentali non ha nessuna intenzione di applicarle, e c’è poco che possa impedire a nuove aziende di nascere e fare affari lì”; ed ecco così che se “anche le esportazioni dall’UE verso la Russia sono crollate, luoghi come Armenia, Kazakistan e Kirghizistan hanno iniziato a importare di più dall’Europa e sono misteriosamente diventati importanti fornitori di beni critici per la Russia” e questo, diciamo, è il primo episodio della saga e il finale, ormai, l’hanno dovuto accettare anche i propagandisti più spregiudicati, da Maurizio sambuca Molinari a Federico bretella Rampini.
Il secondo episodio della saga, allora, si apre con i guardiani della galassia analfoliberale che tentano di rilanciare: sono le cosiddette sanzioni secondarie, l’arma di distruzione di massa dell’imperialismo finanziario USA attraverso le quali l’impero in declino cerca, da sempre, di imporre ai paesi più recalcitranti di allinearsi alla sua agenda geopolitica; con le sanzioni secondarie, infatti, gli USA non si limitano a perseguire direttamente il paese sanzionato, ma anche tutte le terze parti che continuano a intrattenerci rapporti violando la volontà del wannabe padrone del globo, uno strumento molto potente ed efficace che sta comportando un cambio di atteggiamento in diversi paesi, dall’Uzbekistan alla Turchia, passando anche per la Cina. “Ma anche queste pongono un altro problema” scrive l’Economist, perché “sebbene siano potenti, hanno effetti collaterali proibitivi”; l’efficacia delle sanzioni secondarie, infatti, si basa fondamentalmente su un elemento: il ruolo del dollaro come valuta di riserva globale e come valuta preferita per il commercio internazionale. Ogni istituto che opera con i dollari, infatti, deve avere un conto in una banca americana e con le sanzioni secondarie, se svolgono un qualsiasi ruolo in uno scambio commerciale sottoposto a sanzioni USA, questo conto – e quello che c’è sopra – possono essere bloccati: ed ecco così che, lo scorso febbraio, alcune delle principali banche turche e tre banche cinesi hanno annunciato ufficialmente ai propri clienti l’interruzione di ogni rapporto con Mosca; secondo alcuni scettici si tratta, più che altro, di operazioni di public relation. Come scrive il sempre ottimo Conor Gallagher su Naked Capitalism, ad esempio, “Già a settembre il presidente del Kazakistan aveva rassicurato il cancelliere tedesco che il suo paese avrebbe attuato le sanzioni contro la Russia. Il giorno successivo, ha dichiarato che avrebbe sviluppato le relazioni commerciali con la Russia”.
Il punto è che ricostruire l’intera filiera delle transazioni commerciali, infatti, è più facile da dire che da fare; d’altronde, sono 30 anni che gli USA, per primi, incentivano il sistema finanziario globale a diventare sempre più opaco in modo da favorire la fuga dei capitali verso i paradisi fiscali e, infine, verso le bolle speculative a stelle e strisce, e quella stessa opacità, ora, gli si ritorce contro: “Funzionari europei” riporta l’Economist “affermano che spesso sono necessari 30 passaggi lungo la catena finanziaria per risalire al proprietario di un conto bancario estero, dieci volte di più rispetto anche soltanto a dieci anni fa”. “Molti governi di paesi terzi” continua l’Economist “hanno un atteggiamento da laissez-faire nei confronti della violazione delle sanzioni, o addirittura la approvano tacitamente. L’Indonesia e gli Emirati Arabi Uniti sono nella lista grigia della Financial Action Task Force, un regolatore internazionale, in parte perché sono accusati di essere a conoscenza del cattivo comportamento delle banche locali. Alla domanda se gli Emirati Arabi Uniti ritengono che alcune delle sue 500 nuove aziende potrebbero eludere le sanzioni, un funzionario europeo alza le spalle: Lo sanno, eccome se lo sanno. Semplicemente, non gli importa”; in un mondo che, ormai, va ben oltre il giardino ordinato delle ex potenze coloniali e dove i 120 membri del movimenti dei paesi non allineati ormai pesano per il 38% del PIL globale, rispetto al 15% di 30 anni fa, le sanzioni occidentali, decreta l’Economist, “hanno costi sempre maggiori e benefici sempre inferiori”.
Ma ammesso e non concesso che, al di là degli slogan, le sanzioni secondarie siano davvero ancora implementabili, c’è un altro effetto collaterale che spinge a una certa cautela, perché se il nocciolo di tutto è il fatto che si usano i dollari per gli scambi commerciali, una soluzione possibile – appunto – è, molto semplicemente, smetterla di usare il dollaro. C’è già chi si è portato un bel pezzo avanti: lo scorso marzo, la Cina annunciava che – passando dai 434 miliardi di dollari di febbraio ai 549 miliardi di marzo – per la prima volta in tutta la storia gli scambi commerciali internazionali della Cina in yuan avevano superato quelli in dollari; una parte sempre più consistente riguarda, appunto, gli scambi commerciali con la Russia che, dopo la fuga delle aziende occidentali – per fare un esempio – è diventata il più grande importatore di auto cinesi al mondo: oltre 325 mila unità solo nel 2023, per un valore di oltre 4,5 miliardi di dollari – +543% in un anno.

Conor Gallagher

L’altro grande partner commerciale della Russia è l’India: come ricorda sempre Gallagher su Naked Capitalism “Nei primi otto mesi dell’anno fiscale 2023/24 terminato a marzo, le esportazioni totali dell’India verso la Russia sono aumentate del 46,2%. Le importazioni del 54,8%”. Alla base di tutto ci sono le esportazioni di petrolio russo in India che vengono pagate, in buona parte, in rupie; siccome la rupia non è una valuta convertibile, i russi si sono ritrovati con montagne di rupie che non sapevano come usare: la soluzione? Importare più merci dall’India e pagarle con le rupie accumulate; già a fine 2022, così, la Russia ha condiviso con l’India un elenco di centinaia di articoli che desiderava importare, tra cui – elenca Gallagher – “pistoni, paraurti, cuscinetti e materiali di saldatura”. Gli indiani hanno colto la palla al balzo ed ecco così che, riporta Gallagher “Le esportazioni indiane di articoli tecnici verso la Russia sono cresciute dell’88% a dicembre, mentre nel periodo aprile – dicembre sono aumentate del 130%”; ora Russia e India stanno trattando per cominciare a usare, in parte delle transazioni, direttamente lo yuan. Insomma, le sanzioni secondarie stanno incredibilmente accelerando quello che è, in assoluto, il più grande degli incubi USA: la nascita di un sistema di scambi commerciali parallelo che non si fondi sul dollaro.
Ma la spinta definitiva verso la fine del dominio del dollaro e per la costruzione di un nuovo ordine monetario multilaterale non è l’unico risultato controproducente per l’agenda ideologica, ancor più che economica e militare, del neoliberismo made in USA; la guerra delle sanzioni, infatti, ha evidenziato anche un altro aspetto fondamentale: il socialismo e la pianificazione economica guidata dallo Stato funzionano, parecchio. E’ la conclusione alla quale arriva Martin Sandbu del Financial Times in un lungo e, a tratti, delirante articolo: Ci sono lezioni dalla crescita del PIL russo si intitola, ma non quelle che pensa Putin; “E’ un errore” scrive Sandbu, compiendo un’acrobazia logica veramente encomiabile, “derivare dalla crescita del PIL russo l’idea che le sanzioni abbiano fallito. Il ragionamento contro – fattuale corretto da fare sarebbe immaginare quanto male si sarebbe comportata l’economia russa in queste circostanze se fosse rimasta nella sua configurazione passata. In tal caso le conseguenze delle sanzioni sul PIL sarebbero state senz’altro maggiori”; e invece – te guarda alle volte il caso – la Russia, invece che lasciarsi asfaltare per tenere fede ai feticci ideologici del neoliberismo, una volta sotto attacco ha reagito trasformandosi radicalmente: “Mosca” scrive Sandbu “sta sfruttando una possibilità che le democrazie di mercato liberali ignorano: se si ignorano le ortodossie della politica economica, è possibile mobilitare risorse per obiettivi politici e, nel processo, spremere più attività reale da un’economia”. Quindi, in soldoni, le sanzioni avrebbero funzionato se la religione neoliberista avesse un qualche fondamento razionale, ma essendo una gigantesca puttanata creata ad arte solo per giustificare la gigantesca rapina effettuata dalle oligarchie nei confronti di chi lavora, purtroppo erano destinate al fallimento, soprattutto se – dall’altra parte – c’è una sorta di moderno principe machiavellico che, al contrario di quello che sborbotta confusa la sinistra delle ZTL (ormai completamente incapace di ragionare in termini di struttura economica) sarà cinico e feroce quanto vi pare, ma da quando è salito al potere ha avuto come suo obiettivo principale proprio quello di ridimensionare le oligarchie e accentrare il potere per modernizzare il paese e ridare alla Russia il ruolo che le spetta nella storia, un obiettivo che, come abbiamo sottolineato a suo tempo in questo video dal titolo “Il new deal di Putin”, non era riuscito a perseguire fino ad oggi e che è tornato ad essere alla sua portata proprio grazie all’entrata in vigore delle sanzioni. E’ abbastanza paradossale che tocchi a lui il compito di ricordarci una cosa che un tempo, quando da noi c’era la democrazia moderna – prima della controrivoluzione liberista e l’era della dittatura delle oligarchie finanziarie – davamo per scontata, e cioè che, come sottolinea lo stesso Sandbu, “mobilitare e destinare ingenti risorse a investimenti proficui è perfettamente fattibile”; ovviamente, sottolinea Sandbu, Putin è cattivo, mentre noi occidentali che – per Sandbu come per La Verità – siamo una civiltà superiore, invece siamo buoni e quindi, mentre lui pensa alla guerra, noi potremmo pensare a fini più nobili: dalla transizione ecologica alla lotta alle disuguaglianze. Ma, a parte questi distinguo, dovremmo comunque prendere coscienza della “sua capacità di raggiungere obiettivi economici indirizzati politicamente” perché “Come disse Keynes” conclude Sandbu “tutto ciò che possiamo effettivamente fare, possiamo permettercelo”; d’altronde era un limite di Keynes: non possiamo certo pretendere che non sia un limite di uno dei più importanti commentatori economici del Financial Times. Quello che a Sandbu – come a Keynes – sembra mancare, infatti, è un’idea realistica di chi detiene il potere per farci cosa, come se fossimo tutti riuniti democraticamente in un bel simposio dove vince chi ha l’idea migliore e non esistono i rapporti di forza; l’idea tutto sommato semplice e decisamente condivisibile che esprime Sandbu non fa più parte del dibattito pubblico perché le oligarchie, a partire da quelle che finanziano il suo giornale, ci hanno fatto la guerra e l’hanno vinta, e ci hanno imposto la loro religione alla quale, come tutti i sacerdoti che si rispettano, sono i primi a non credere, ma alla quale hanno costretto a credere tutti quelli che ne subiscono le conseguenze sulla loro pelle.
Per sperare di tornare ad imporla, bisogna mettere in conto un’altra guerra contro le oligarchie, e come vincerla: fa un po’ ridere che chi non ha idea non solo di come combattere questa guerra, ma della necessità stessa di combatterla, descriva con tono paternalistico chi – per sua stessa ammissione – la sta vincendo; noi un’ideina di cosa serve per combattere le oligarchie, in questi due anni, ce la siamo fatta e siamo convinti che, prima di tutto, serva un vero e proprio media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Victoria Nuland

Ecco come Le OLIGARCHIE neoliberali SOFFOCANO le PROTESTE in ITALIA ft. Filippo Barbera

Con una retorica finto – buonista e finto – pacifista negli ultimi decenni in Italia la mobilitazione popolare e la partecipazione di massa alla politica è praticamente morta a colpi di neoliberismo e attacchi alle democrazia. Ogni conflittualità dal basso verso l’alto è stata demonizzata e soffocata sul nascere. Filippo Barbera, uno dei più importanti sociologi contemporanei, ci spiega come uscire da questa situazione suicida.

BEN NORTON: ecco perché dobbiamo NAZIONALIZZARE le PIATTAFORME digitali

Fermi tutti! Fermi tutti che qui c’abbiamo un altro bel carico da 11: dopo l’intervista a Michael Hudson, rilanciamo con un altro mostro sacro della guerra culturale contro l’imperialismo neoliberista; per la prima volta in assoluto dell’internetsfera italoparlante – almeno che io sappia – Ottolina Tv è orgogliosa di presentarvi un piccolo estratto della lunga intervista che abbiamo registrato ieri con il mitico Ben Norton, il caporedattore di Geopolitical Economy Review, in assoluto tra i nostri canali Youtube preferiti e continua fonte di ispirazione.

Ben Norton

Con Ben abbiamo provato ad approfondire alcuni degli spunti principali che erano già emersi nell’intervista a Michael Hudson: in una parola, il superimperialismo delle oligarchie finanziarie USA e il suo lungo, tortuoso, contraddittorio, ma inesorabile declino. Come ci ripete da anni Emiliano Brancaccio – alla faccia delle leggende metropolitane sull’azionariato diffuso e vaccate simili – l’80% dei titoli azionari del pianeta sono detenuti dal 2% degli investitori – della serie quando parliamo del 99 contro l’1%, pecchiamo di ottimismo. E questo è il primo tassellino; ma l’edificio dell’imperialismo oligarchico di tassellini ce n’ha anche altri: un altro, fondamentale, è che questi titoli azionari, fondamentalmente, stanno tutti negli USA. La capitalizzazione complessiva di Piazza Affari, la borsa italiana, pesa per meno del 30% del PIL italiano; Francoforte per meno del 50% del PIL tedesco; Wall Street, invece, quasi il doppio del PIL USA: oltre 50 mila miliardi, quanto le borse di tutto il resto del pianeta messe assieme. Ma non è ancora finita, perché uno potrebbe anche dire eh, vabbeh, è regolato meglio, è più efficiente, si quotano tutti lì che, per carità, è anche vero, senonché questa retorica meritocratica da bambacioni analfoliberali fa a cazzotti con un altro dato abbastanza impressionante: a Wall Street, infatti, in tutto sono quotate 2800 aziende – meno di 6 volte quelle quotate a Francoforte o a Piazza Affari – mentre il rapporto tra la capitalizzazione complessiva di Piazza Affari e quella di Wall Street è 1 a 100; significa che, in media, un’azienda quotata a Wall Street ha 30 volte i capitali di una quotata a Piazza Affari. Ma c’è un altro dato impressionante, perché i primi 7 titoli per capitalizzazione a Wall Street, da soli, pesano poco meno di un terzo di tutto il mercato; i primi 7 titoli in Italia pesano per meno – assai meno – di un decimo del totale e per arrivare a un terzo della capitalizzazione totale devi mettere assieme oltre 50 aziende quotate, il 10% del totale. Non so se è chiaro questo dato: per arrivare a un terzo della capitalizzazione della borsa italiana, devi sommare la capitalizzazione di 50 aziende su 430 totali; negli USA basta sommarne 7 su 2800 totali. Queste 7 aziende da sole capitalizzano, appunto, qualcosa come 15 mila miliardi: 30 volte tutta Piazza Affari, ma anche 7 volte tutta Francoforte e 5 volte tutta Parigi, alla faccia della democrazia e della classe media.
L’intero capitalismo globale, in soldoni, ruota attorno alle azioni di 7 aziende; ma cosa faranno mai di così prezioso queste 7 aziende? Hanno il monopolio dell’era digitale e del capitalismo delle piattaforme: Alphabet, Meta, Amazon, Microsoft: come dice Norton, forniscono servizi pubblici essenziali, come l’elettricità e l’acqua. Quando il capitalismo industriale puntava alla crescita della produttività, questi monopoli naturali venivano nazionalizzati; la logica ce l’ha spiegata perfettamente Michael Hudson: l’obiettivo era abbassare i costi della produzione e mettere l’intera economia in condizione di funzionare nel modo più efficiente possibile riducendo al minimo i costi, e quindi impedendo alle oligarchie di fregarsi una rendita garantita sulla pelle di tutto il resto della società. Al netto di tutte le contraddizioni, potremmo dire bei tempi; ora, invece, l’intero capitalismo globale si fonda – appunto – sulla speculazione che viene fatta sui pezzi di carta abbinati a questa estrazione di una rendita gigantesca. Varoufakis lo chiama tecnofeudalesimo ed è quel sistema che, dice Varoufakis, ha ucciso il capitalismo e che, rispetto al feudalesimo original, c’ha pure un’aggravante in più perché, almeno all’epoca, ognuno faceva il feudatario a casa sua. C’era già un po’ più di pluralismo, diciamo; adesso i feudatari impongono la loro dittatura sull’intero pianeta. Non era mai successo prima: anche quando si era affermato il capitalismo – prima che arrivasse la democrazia moderna e i monopoli naturali venissero nazionalizzati – i monopoli capitalistici privati si appropriavano con la violenza di una rendita, ma solo a casa loro. Ognuno a casina sua. Ora ci sono i monopolisti privati che si appropriano di un monopolio naturale su tutto il pianeta, o almeno in quella parte di pianeta che ha deciso di rinunciare alla sua sovranità: ed è proprio qui che inizia il bello.

V’è venuta la voglia di sentirla tutta, eh? Apposta facciamo così: abbiamo imparato dai padroni del tecnofeudalesimo coi quali siamo in combutta; per vedere l’intervista integrale, infatti, non dovete fare altro che visitate il nostro canale Youtube in inglese. Ne vale la pena. Ben Norton ci ha aiutato, infatti, a tradurre questa analisi in qualcosa di estremamente concreto: ci ha raccontato di come in Cina quest’appropriazione privata dei monopoli naturali viene contrastata ogni giorno dal Partito Comunista al governo e di come questo renda l’intero sistema enormemente più efficiente. Liberata dalle rendite degli oligarchi, la Cina – infatti – è diventata l’unica vera superpotenza manifatturiera del pianeta, in grado di generare più ricchezza di sostanzialmente tutto il resto del mondo messo assieme, e ci ha anche raccontato di come, ispirandosi ai successi cinesi, sia piuttosto chiaro quello che anche noi in Occidente potremmo e dovremmo fare per rompere questo girone infernale: nazionalizzare le piattaforme e mettere fine al tecnofeudalesimo, una parola d’ordine concreta che, per essere portata avanti in modo efficace, ha bisogno di una battaglia culturale a tutto tondo. Per portarla avanti, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che non abbocchi alle vaccate della propaganda delle oligarchie e che metta al centro gli interessi concreti del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Jeff Bezos

CONTADINI contro OLIGARCHIE – Se “col TRATTORE in Tangenziale, andiamo a…” occupare BLACKROCK

La rivolta sacrosanta dei trattori ha preso di mira numerosi obiettivi: ha preso di mira i governi nazionali che vogliono scaricare almeno una parte della crisi economica che hanno contribuito a causare con le loro stesse mani su pezzi di mondo produttivo già stremato; ha preso di mira le istituzioni europee che vogliono scaricare i costi della transizione ecologica sulle ultime ruote del carro mentre si prodigano per garantire che la stessa transizione, per le oligarchie, sia solo un’altra succulenta occasione di sommare nuove fonti di rendita a quelle vecchie e, almeno nel caso italiano, ha preso di mira pure le associazioni di categoria che, in questo gioco dello scaricabarile dall’alto verso il basso invece di difendere la parte più debole, si occupano spesso di proteggere esclusivamente i soggetti più forti. Al netto delle contraddizioni, sono tutti obiettivi non solo legittimi, ma doverosi e che, però, rischiano di spostare i riflettori da quello che probabilmente dovrebbe essere il principale degli obiettivi: similmente a qualsiasi altro settore produttivo che, al netto delle contraddizioni, crea comunque una qualche forma di valore e di ricchezza tangibile, anche per i produttori agricoli – infatti – il nemico pubblico numero 1 non sono altro che le solite oligarchie finanziarie che, invece, di valore non ne creano nessuno e si appropriano senza limiti di tutta la ricchezza prodotta da tutti gli altri. Al netto delle gerarchie interne ai produttori – che non vanno mai dimenticate perché, per quanto sotto attacco del grande capitale, un imprenditore agricolo che ha anche solo una decina di dipendenti non è certo la stessa cosa del bracciante agricolo stagionale che lavora per lui in condizioni di semischiavitù – tutte le componenti del mondo produttivo, infatti, hanno nei grandi monopoli finanziari un nemico comune; i grandi monopoli finanziari, infatti, estraggono sotto forma di rendita il grosso della ricchezza prodotta a tutti i livelli: a monte perché sono i principali azionisti del monopolio degli input produttivi fondamentali – dalle sementi ai prodotti chimici – e, a valle, attraverso la dittatura della grande distribuzione organizzata.
Ma non solo: i grandi monopoli finanziari, infatti, estraggono ricchezza attraverso il controllo dell’input produttivo più importante di tutti e, cioè, il credito e, da un po’ di tempo a questa parte, anche da tutti quegli strumenti derivati che erano nati per permettere ai produttori di assicurarsi dalle conseguenze di un cattivo raccolto e che, invece, oggi sono diventati pure loro sempre di più strumento della speculazione più spregiudicata; metti insieme tutti questi passaggi ed ecco che al mondo produttivo vero e proprio non rimangono che le briciole e, appunto, non è altro che l’ennesimo esempio del furto sistematico di ricchezza operato dalle oligarchie dei rentier nei confronti dell’economia reale. E, come in tutti gli altri casi, le istituzioni che operano sempre più da semplice comitato d’affari in difesa degli interessi più inconfessabili delle oligarchie non fanno che assecondare, se non addirittura accelerare, questo vero e proprio furto e pretendono pure di ammantarlo di buoni propositi, tra una tinteggiata di verde qua e là. Ora, ovviamente anche la ripartizione delle poche briciole che rimangono ai produttori è tutt’altro che egualitaria e anche tra le loro fila si combatte quotidianamente una guerra feroce che però, appunto, ha tutte le caratteristiche di una guerra tra poveri, anche se non tutti poveri allo stesso modo; mette quindi enormemente tristezza vedere come una parte consistente di sinistra non trovi di meglio che guardare il dito dello scontro interno ai produttori, indugiando autocompiaciuta nella produzione in serie delle solite etichette di buzzurri complottisti negazionisti fascistoidi, e trascuri completamente la luna del furto sistematico operato dalle oligarchie col supporto della politica e dei governi.

Alessandro Volpi

A costo di risultare pedanti, quindi, con il buon vecchio Alessandro Volpi abbiamo deciso di provare a uscire da questa asfissiante guerra tra opposte strumentalizzazioni e abbiamo provato a rimettere in fila i punti fondamentali di questo processo di spoliazione generalizzata da parte delle oligarchie finanziarie e, per farlo, siamo partiti da qualcosa di apparentemente distante dal mondo agricolo. Perché l’apparenza, molto spesso, inganna. Non so se è chiara la morale della favola: tutto, e dico letteralmente tutto, è minuziosamente programmato per estrarre denaro dall’economia reale e utilizzarlo per sostenere la bolla speculativa dei titoli azionari. E’ quello, sostanzialmente, l’unico vero grande prodotto del capitalismo avanzato dell’Occidente collettivo; millenni di duro lavoro e di evoluzione tecnologica e scientifica per incentrare l’intera economia sul valore immaginario di qualche pezzo di carta, ed è proprio da questo punto di vista che si riesce a capire il ruolo fondamentale dei supermegafondi: avere abbastanza liquidità per sostenere all’infinito l’aumento virtuale di valore di questi pezzi di carta, sottraendo risorse all’economia reale. Per farlo, ai megafondi vengono affidati tutti i nostri risparmi; il risparmio gestito in Europa, che è ancora un mercato minuscolo rispetto a quello USA, ha superato la soglia psicologica dei mille miliardi di euro, in gran parte gestiti da fondi USA: BlackRock, Vanguard, seguiti da JP Morgan e Fidelity che, però, hanno tra i maggiori azionisti di nuovo BlackRock e Vanguard. Se la cantano e se la suonano.
Ma cosa c’entra questa digressione con la questione agricola? Purtroppo c’entra, eccome, perché nella top 6 dei fondi, accanto al monopolio USA, c’è anche un operatore europeo: si chiama Amundi e indovinate un po’? E’ di proprietà di Credit Agricole, e sapete per cosa era nata Credit Agricole? Per dare ai contadini il credito necessario per portare avanti la loro attività produttiva: insomma, doveva rastrellare un po’ di risparmi improduttivi per dare ossigeno alla produzione e permettere agli agricoltori di fare investimenti e svilupparsi; in soldoni, esattamente il contrario di quello che accade oggi. Sono queste le grandi innovazioni che, ancora oggi, ci fanno essere orgogliosi di vivere nel nostro giardino ordinato e ci convincono a tenere lontana con ogni mezzo necessario la giungla selvaggia che ci circonda: trasformare un’assicurazione per gli agricoltori in oggetto di speculazione cosicché gli oligarchi ci guadagnano i miliardi e i contadini che si devono assicurare non se lo possono più permettere, ma se poi si incazzano…. “reazionari”, “fascisti”. Anche guardandola dal punto di vista dei nostri campi e dei nostri orti, quello che abbiamo di fronte – come dice Hudson – è davvero uno scontro di civiltà, altro che la fuffa islamofoba di Huntington: da una parte procedere verso il ritorno al feudalesimo e alla dittatura degli oligarchi, dall’altra asfaltare coi trattori le oligarchie parassitarie e tornare alla traiettoria avviata con le rivoluzioni borghesi e poi bruscamente abbandonata dagli ex rivoluzionari stessi non appena hanno capito che, per continuare su quella strada, a rinunciare a qualche privilegio sarebbe toccato pure a loro. Contro ogni forma di privilegio, per un’informazione a immagine e somiglianza degli interessi concreti del 99%, abbiamo bisogno di un vero e proprio nuovo media, indipendente, ma di parte, rigoroso, ma nazionalpopolare. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal

E chi non aderisce è Johnny il contrario del giornalismo Riotta

SINNER l’ANTI-ITALIANO: se un EVASORE TOTALE viene spacciato per Eroe della Patria

“Lavoro, famiglia e la rimonta da Slam”; Jannik Sinner, “l’arcitaliano che vorremmo essere”: nei giornali dei fintosovranisti, lunedì – la prima volta di un italiano agli Open di Australia – veniva salutata, comprensibilmente, con incontenibile entusiasmo. Ora, a noi il tennis piace, piace vedere il tricolore in cima al podio e piace pure Sinner, ma cosa intendono esattamente quando parlano dell’arcitaliano che vorremmo essere? Intendiamoci: sul che vorremmo essere magari ci può anche stare, ma siamo proprio sicuri che si parli esattamente di un arcitaliano? Jannick Sinner infatti, come d’altronde anche l’allenatore e 4 componenti su 5 del team che ci ha regalato di nuovo, dopo decenni, la Coppa Davis, in realtà sono italiani un po’ a modo loro: hanno tutti la residenza a Montecarlo, dove pagano le tasse (o meglio, dove non le pagano); il principato di Monaco, infatti, è un gigantesco paradiso fiscale e per l’Italia è un problema enorme. Ogni anno ci finiscono una quantità spropositata di quattrini che a noi che non ambiamo a essere arcitaliani, ma ci accontentiamo di essere italiani semplici, servirebbero come il pane per finanziare i servizi essenziali che hanno permesso anche ai nostri campioni di diventare quello che sono (dalla scuola alla sanità, a tutto quello che fa del nostro paese – ancora per poco – un paese moderno e sviluppato), ma anche per rilanciare la nostra moribonda economia. Siamo proprio sicuri che il modello del perfetto patriota sia qualcuno che prende dalla nostra comunità tutto quello che gli serve e poi, quando gli va bene, ci fa ciao ciao con la manina e non restituisce niente? Con patrioti così – e con chi li eleva a role model di cui vantarsi e da ostentare – non è che rischiamo di darci una martellata nei coglioni?

Jannik Sinner

Il patriottismo italiano ai tempi del governo dei fintosovranisti al servizio di Washington e delle oligarchie finanziarie sembra un po’ strambo: i personaggi dello sport si fottono beatamente i soldi che dovrebbero servire per garantire i servizi essenziali a chi ha più bisogno e per far ripartire l’economia anche per tutti gli altri e, ciononostante, diventano eroi della patria; come si dice in questi casi, la mia idea di patria evidentemente è differente. Il caso di Montecarlo è un caso scuola di come funziona il grande furto di ricchezza delle oligarchie e dei super – ricchi a danno dei loro – a quanto pare – tanto odiati compatrioti e riguarda, in particolare, proprio l’Italia; in appena due chilometri quadrati, infatti, a Montecarlo si concentrano circa 38 mila abitanti, 19 mila per chilometro quadrato: la più grande concentrazione di popolazione al mondo e senza che ci siano i megagrattacieli di Dubai o di Abu Dhabi. Tutti fitti fitti come formichine; insomma, un vero posto di merda. Eppure, come riporta Idealista, è proprio qui che ci sono i monolocali più cari del mondo: 51 mila euro al metro quadrato, contro gli oltre 43 mila del centro di Hong Kong; un gap che aumenta se, invece che i soli monolocali del centro, ci si allarga anche alle altre aree e alle altre tipologie di abitazione. A Montecarlo, infatti, il prezzo al metro quadro medio continua ad essere di oltre 44 mila euro, mentre a Hong Kong scende a poco più di 16 mila: 44 mila euro al metro quadro, 4 milioni e mezzo per un umile appartamento di 100 metri quadrati. Perché?
Semplice: nel principato di Monaco le tasse sul reddito e sulle plusvalenze non sono semplicemente scandalosamente basse; proprio non ci sono del tutto, come non ci sono tasse sul patrimonio, sull’eredità e manco l’IMU, e per acquisire il diritto di non pagare le tasse a Montecarlo ti devi comprare per forza quattro mura. Ecco così che decine di migliaia di ultra – ricchi di tutto il pianeta fanno a gara per spartirsi i mattoni che si accumulano uno sopra l’altro in questi orrendi 2 chilometri quadrati di territorio; i 39 mila abitanti di Montecarlo, infatti, si dividono in poco meno di 140 nazionalità di provenienza diverse : solo nel 2022 – riporta l’ufficio di statistica monegasco – sono state effettuate transazioni immobiliari per 3,54 miliardi, oltre 90 mila euro pro capite. In Italia, giusto per avere un parametro di confronto, il valore delle transazioni immobiliari in un anno equivale a meno di 2000 euro pro capite. Tutti soldi che non solo vengono sottratti al fisco, ma anche all’economia reale.
E’ un esempio paradigmatico di bolla speculativa che si sostiene grazie alla fuga dei capitali e all’elusione fiscale internazionale: te sei azionista di un’azienda che opera in un paese X, ma hai la residenza fiscale a Montecarlo; quando arrivano i dividendi, invece di reinvestirli li porti nel principato di Monaco e ci compri uno di questi appartamenti: un quadrilocale standard da 123 metri quadrati per 5,4 milioni, oppure un modesto bilocale da 70 metri quadrati per appena 4,9 milioni o, se ti è andata particolarmente di lusso quell’anno, magari anche un bel duplex da oltre 400 metri quadrati per la modica cifra di 22,9 milioni. Ovviamente quei soldi non creano nessuna forma di ricchezza reale e, a parte quell’1% scarso che va a chi la casa l’ha costruita davvero, non aiutano nessuna forza produttiva a svilupparsi, e però te sei tranquillo che il tuo patrimonio è al sicuro, completamente detassato e che si rivaluterà continuamente grazie ai tuoi amici che sono al governo nel tuo paese di provenienza, che ti garantiscono che la fila di super – ricchi che fanno a pugni per comprarsi le quattro mura necessarie per farli diventare parte di questo sogno distopico ci sarà sempre e che nessuno farà mai niente per mettere fine a questa rapina . E, anzi, eleggeranno a eroe della patria dell’anno chi ci partecipa, che, va ricordato, sarà pure il primo italiano a vincere gli Open d’Australia, ma in questo giochino a chi frega più soldi all’Italia e agli italiani arriva esimo. Dopo i meno di 9 mila abitanti autoctoni e i poco meno di 10 mila cittadini francesi, a guidare la classifica dei residenti monegaschi per paese di provenienza – e di gran lunga – infatti, c’è proprio l’Italia: oltre 8000, seguiti a gran distanza dai meno di 3000 cittadini britannici e dai poco più di mille svizzeri e belgi. Gli statunitensi, invece, sono proprio pochini: meno di 400; strano eh? Beh, mica tanto: insieme ai francesi, infatti, gli statunitensi sono gli unici che non hanno diritto all’esenzione totale dalle tasse sui redditi e sulle plusvalenze; chiamali scemi… I governi USA hanno steso tappeti rossi in casa ai loro super – ricchi creandosi anche paradisi fiscali interni; ma i capitali non li fanno fuggire a caso. Loro sono quelli che i capitali li fregano agli altri, non certo quelli che se li fanno fregare.

Valentino Rossi’s “Ciao poverih”

Ora, i nostri 8 mila connazionali che con i loro magheggi fiscali hanno dichiarato guerra all’economia del nostro paese, diciamo che in media hanno un modesto appartamento da un centinaio di metri quadrati per uno anche se non ci stanno mai: come avviene nella stragrande maggioranza dei casi,100 metri per questi parassiti sono un misero pied-à-terre. Ecco: fanno 800 mila metri quadrati di bolla speculativa edilizia a 50 mila euro al metro quadrato, e cioè 40 miliardi sottratti all’economia reale del nostro paese, perché fare soldi investendoli nell’economia reale comunque è troppo più faticoso e rischioso che non depositarli in una bolla speculativa in un paradiso fiscale. E 40 miliardi sono tantini, eh? Sono oltre 30 volte i soldi che servono per salvare l’ILVA, ma soprattutto sono circa 4 volte il totale degli investimenti esteri diretti che l’Italia riceve in media in un anno; non so se è chiaro: con la scusa di attrarre più investimenti, nell’arco di 30 anni abbiamo completamente azzerato i diritti dei lavoratori italiani e poi scopriamo che attiriamo in tutto una quantità di investimenti che è un quinto dei quattrini che i nostri super – ricchi hanno fregato all’economia italiana per comprarsi casa in quel cesso di posto che è Montecarlo, e il bello è che questa è solo la punta dell’iceberg. La bolla speculativa immobiliare dei paradisi fiscali, infatti, è una parte infinitesimale del gigantesco schema Ponzi in cui è stata trasformata dalla controrivoluzione neoliberista l’intera economia dell’Occidente collettivo; il grosso della ciccia, infatti, è dall’altra parte dell’oceano, a Wall Street: è il sistema che Daniela Gabor ha ribattezzato il Wall Street consensus, il vero nodo – insieme alla proiezione militare – del superimperialismo dominato da Washington e che gode di una vasta rete di alleanze.
Alessandro Volpi, in particolare, a questo giro si è concentrato su un asse: quello che lega a Washington la Norvegia. La Norvegia infatti, mentre fa la ramanzina al resto del mondo sulla transizione ecologica, fonda la sua potenza economica nazionale su un gigantesco fondo che si occupa di investire gli enormi profitti che arrivano dalle care vecchie fonti fossili e che sono aumentati a dismisura da quando l’Unione Europea ha deciso di uccidere l’economia dei paesi che vi aderiscono per far finta di fare un dispetto a Putin mentre, in realtà, facevano solo un regalo a Zio Biden: una quantità spropositata di quattrini che – come i quattrini degli italiani che finiscono nelle case di Montecarlo – non contribuiscono in nessun modo allo sviluppo economico del vecchio continente, ma solo ed esclusivamente ad alimentare le bolle speculative dei mercati finanziari, in particolare quelli USA, rimandando così il crollo definitivo dello schema Ponzi dell’economia Occidentale mentre, allo stesso tempo, contribuiscono a scavare il baratro in cui precipiteremo quando inevitabilmente, a un certo punto, la everything bubble – la bolla di tutto – scoppierà. Quindi, in soldoni, le cause profonde che hanno scatenato la grande depressione del ‘29 (che è stata la seconda grande depressione del capitalismo globale) sono le stesse identiche che hanno causato la terza grande depressione – come la chiamano Vijay Prashad e i ricercatori della Tricontinental – che è quella che stiamo vivendo noi in diretta da una quindicina di anni abbondanti. Nel ‘29, però, ancora non esisteva il Wall Street consensus e, cioè, questa gigantesca concentrazione monopolistica dei capitali finanziari privati che è quella che tiene insieme, in una strategia unica coordinata, i mega – fondi come BlackRock, Vanguard, State Street e altri fondi enormi – ma in termini assoluti comunque secondari – come, appunto, quello sovrano della Norvegia che campa di sfruttamento delle fonti fossili: in quel caso, allora, a salvare il capitalismo dal suo suicidio ci dovette pensare Roosevelt con il suo New Deal che le oligarchie furono costrette ad accettare perché, altrimenti, sarebbe saltato definitivamente per aria tutto, ma che non digerirono mai fino in fondo. Con il New Deal, infatti, per salvare il sistema, una fetta enorme di potere politico che – in soldoni – è il potere di decidere dove vanno i soldi per fare cosa, passò dai grandi gruppi capitalistici privati allo stato; da allora le oligarchie hanno imparato la lezione e, a partire dagli anni ‘70 – gli anni, cioè, dello scoppio della grande controrivoluzione neoliberista inaugurata ufficialmente dall’avvio della lotta contro la democrazia moderna in Occidente da parte della Commissione Trilaterale – hanno pianificato in ogni minimo dettaglio la costruzione del più grande monopolio finanziario privato della storia del capitalismo globale, trasferendo di nuovo il potere politico di decidere dove vanno i soldi per fare cosa in mano alle oligarchie che, bisogna ammetterlo, fino ad oggi hanno fatto un ottimo lavoro: a oltre 15 anni dallo scoppio di quella che chiamano la crisi finanziaria ma che in realtà, appunto, è la terza grande depressione della storia del capitalismo globale, il monopolio finanziario privato è riuscito a garantire profitti e dividendi stellari alle oligarchie senza che fosse necessario rimettere in moto l’economia reale e, quindi, senza che il potere dovesse essere di nuovo trasferito – almeno in parte – agli stati come ai tempi del New Deal al punto che oggi, anche quando si parla di finanziamenti pubblici – come nel caso della transizione ecologica o dei giganteschi incentivi pubblici messi in campo dall’amministrazione Biden nel tentativo di Make america great again come Trump e più di Trump – i quattrini vanno tutti, senza esclusione, a finire nei bilanci dei gruppi privati. Come dire… chapeau.

Sergio Marchionne

Scemi noi, il 99%, che – come per le case degli evasori di Montecarlo – continuiamo a occuparci a dividerci sulle fregnacce mentre questi ci fregano da sotto il naso tutta la ricchezza che produciamo con il nostro sudore. Sarà perché sono un po’ vagabondo, ma io sinceramente mi sarei anche abbondantemente rotto i coglioni di lavorare per pagare i duplex da 22 milioni a Montecarlo a qualcuno che non ha mai lavorato mezz’ora in vita sua. Ottolina Tv l’abbiamo fondata per questo: per convincervi che è arrivata l’ora di riprenderci i nostri soldi. Che dici? Ci dai una mano? Aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Jannik Sinner

No dai, scherzo, che poi sembra che ce l’abbiamo con lui. Invece a me Sinner mi gasa anche, ci mancherebbe! Rifamo:

E chi non aderisce è Valentino Rossi

Ah no? Manco lui. Va beh.

E chi non aderisce, allora, è Sergio Marchionne
(eh si, anche lui c’aveva la residenza a Montecarlo: grande patriota pure lui?)

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