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Trump sta pensando di ritirarsi prima di riprendersi Hormuz?

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (31/03/26)

OttolinaTV by OttolinaTV
31/03/2026
in Articoli, Medio Oriente, U.S.A.
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Il Marru

Un’altra gigantesca petroliera è stata colpita al largo di Dubai:

Come riporta Reuters, stanotte “L’Iran ha attaccato e incendiato una petroliera a pieno carico al largo di Dubai”; “L’attacco alla Al-Salmi, battente bandiera kuwaitiana, è l’ultimo di una serie di assalti a navi mercantili perpetrati con missili o droni aerei e marittimi carichi di esplosivo nel Golfo e nello Stretto di Hormuz”.

 

Nel frattempo, come riporta il Wall Street Journal, Trump avrebbe detto “ai suoi collaboratori di essere disposto a porre fine alla guerra senza riaprire Hormuz” (  )

“Il presidente Trump ha detto ai suoi collaboratori di essere disposto a porre fine alla campagna militare statunitense contro l’Iran anche se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere in gran parte chiuso”, “ il che probabilmente rafforzerebbe il controllo di Teheran sulla via navigabile e rimanderebbe a un secondo momento la complessa operazione per la sua riapertura”; “Nei giorni scorsi, Trump e i suoi collaboratori hanno valutato che una missione per forzare l’apertura dello Stretto avrebbe prolungato il conflitto oltre la sua previsione di quattro-sei settimane”: “Ha quindi deciso che gli Stati Uniti dovrebbero perseguire i loro obiettivi principali, ovvero indebolire la marina iraniana e i suoi arsenali missilistici, e porre fine alle ostilità in corso, esercitando al contempo pressioni diplomatiche su Teheran affinché riprenda il libero flusso commerciale”. “In caso di fallimento, Washington avrebbe sollecitato gli alleati in Europa e nel Golfo a prendere l’iniziativa per la riapertura dello Stretto, hanno affermato i funzionari”; ed ecco che c’è chi si prepara a scavalcare da destra Re Donaldo: “Suzanne Maloney, esperta di Iran e vicepresidente della Brookings Institution di Washington, ha definito incredibilmente irresponsabile la decisione di porre fine alle operazioni militari prima dell’apertura dello Stretto. Gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la guerra insieme e non possono sottrarsi alle conseguenze, ha affermato Maloney”. “La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato ai giornalisti che gli Stati Uniti stavano lavorando per ripristinare le normali operazioni nello Stretto, ma non ha incluso questo obiettivo tra i principali traguardi militari, che comprendono il colpire la marina iraniana, i missili, l’industria della difesa e la capacità di sviluppo di un’arma nucleare”: “Nonostante le sue minacce di riaprire il canale, Trump e il suo team affermano che lo stretto è molto più importante per i paesi europei, mediorientali e asiatici che per gli Stati Uniti, insistendo sul fatto che non sia vitale per il fabbisogno energetico americano”. Il Segretario di Stato Marco Rubio, parlando lunedì ad Al Jazeera, ha affermato che l’attuale campagna per il raggiungimento degli obiettivi militari statunitensi si concluderà entro poche settimane; insomma: sembra crescere la voglia di sbolognare il Medio Oriente a qualche proxy, un po’ in stile Ucraina. Questo mese, ricorda Reuters, “Quasi 40 Paesi, tra cui il Regno Unito, la Francia e il Canada, si sono impegnati a contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto”; ora, si tratta di capire quali siano le condizioni minime affinché gli USA possano cominciare a pensare a un graduale disimpegno per permettere a Trump di presentarsi a Pechino con una forza negoziale dignitosa.

 

Secondo quanto riportato all’alba dal Wall Street Journal, gli Stati Uniti avrebbero sganciato bombe anti-bunker su un deposito di munizioni nella periferia di Isfahan:

Trump ha subito pubblicato il video sul suo profilo Truth; secondo un funzionario interpellato dal Journal, sarebbero state utilizzate “un elevato numero di bombe perforanti da 2.000 libbre”: questo attacco potrebbe segnalare un aumento significativo della capacità di passare da attacchi stand-off (con missili lanciati da lontano) a una campagna di attacchi più diretta (bombe sganciate da velivoli che si avvicinano al bersaglio), resi possibili dall’indebolimento delle difese contraeree iraniane, che diminuiscono il fattore di rischio di queste operazioni.

 

Mentre si intensificano in quantità e qualità gli attacchi aerei, ci si prepara per impossessarsi di alcuni snodi strategici per il controllo dello Stretto:

Come riporta Reuters, Migliaia di paracadutisti dell’esercito americano arrivano in Medio Oriente mentre l’escalation si intensifica: “Migliaia di soldati dell’82ª Divisione Aviotrasportata dell’esercito statunitense hanno iniziato ad arrivare in Medio Oriente”; “Le discussioni interne all’amministrazione Trump hanno incluso anche la possibilità di schierare truppe statunitensi in Iran per garantire il passaggio sicuro delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz. Sebbene tale missione verrebbe realizzata principalmente tramite forze aeree e navali, potrebbe anche comportare il dispiegamento di truppe statunitensi lungo le coste iraniane”.

 

Secondo Associated Press, i Paesi del Golfo, in privato, “chiedono di continuare a combattere fino alla sconfitta definitiva dell’Iran”:

“Gli alleati del Golfo degli Stati Uniti, guidati da sauditi ed emiratini, stanno esortando il presidente Donald Trump a proseguire la guerra contro l’Iran, sostenendo che Teheran non è stata sufficientemente indebolita dalla campagna di bombardamenti guidata dagli Stati Uniti”; “Dopo le lamentele private all’inizio della guerra, dovute alla mancanza di un preavviso adeguato sull’attacco israelo-americano e al fatto che gli Stati Uniti avessero ignorato i loro avvertimenti sulle devastanti conseguenze che la guerra avrebbe avuto per l’intera regione, alcuni degli alleati regionali stanno ora sostenendo di fronte alla Casa Bianca che questo momento offre un’opportunità storica per indebolire definitivamente il regime clericale di Teheran”: “Secondo quanto riferito da alcuni funzionari che non erano autorizzati a parlare pubblicamente e hanno chiesto di rimanere anonimi, in conversazioni private funzionari di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein avrebbero espresso la volontà di non porre fine all’operazione militare finché non si verificheranno cambiamenti significativi nella leadership iraniana o un drastico cambiamento nel comportamento dell’Iran”. “Secondo quanto riferito da un diplomatico, l’Arabia Saudita ha sostenuto di fronte agli Stati Uniti che porre fine alla guerra ora non porterebbe a un buon accordo, ovvero a un accordo che garantisca la sicurezza dei Paesi arabi confinanti con l’Iran”; “Secondo i sauditi, un eventuale accordo di pace deve neutralizzare il programma nucleare iraniano, distruggere le sue capacità missilistiche balistiche, porre fine al sostegno di Teheran ai gruppi per procura e garantire che lo Stretto di Hormuz non possa essere bloccato efficacemente dalla Repubblica islamica in futuro, come è accaduto durante il conflitto”. ”Un regime iraniano che lancia missili balistici contro le abitazioni, strumentalizza il commercio globale e sostiene gruppi armati non è più accettabile nel panorama regionale”, ha scritto Noura Al Kaabi, ministro di Stato presso il Ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, in un articolo pubblicato lunedì dal quotidiano in lingua inglese The National, legato al governo; ha aggiunto: ”Vogliamo la garanzia che questo non accada mai più”.

 

Intanto, per Israele, il sud del Libano si sta trasformando in un nuovo Vietnam:

“L’incidente si è verificato lunedì intorno alle 18.30 durante un incontro a distanza ravvicinata con i terroristi nel settore occidentale del Libano meridionale, nell’ambito delle operazioni contro Hezbollah”, titola Ynet News; secondo un reportage dell’inviato sul fronte di Al Mayadeen, “Le forze di occupazione israeliane (IOF) che avanzavano lungo l’asse Aitaroun-Ainata nel Libano meridionale sono state oggetto di attacchi diretti e prolungati con missili guidati e ordigni esplosivi, che hanno provocato vittime accertate e confusione sul terreno”. “Il Libano meridionale è stato teatro di una delle operazioni di resistenza più intense contro le forze di occupazione israeliane nella storia recente”: “Sono cadute in imboscate pianificate nei minimi dettagli dai combattenti della resistenza islamica”, “i carri armati israeliani che avanzavano sulla strada Aitaroun-Ainata sono stati presi di mira con missili guidati e ordigni esplosivi, causando numerose vittime tra ufficiali e soldati”: “Le forze di occupazione non dimenticheranno questo giorno difficile ad Ainata, dove hanno osato calpestare il suo territorio e hanno ricevuto una dura lezione”.

 

Intanto, si moltiplicano gli impatti su suolo israeliano di missili iraniani:

Sempre Ynet News riportava, stamattina, che dall’alba si erano già registrati 3 ondate di attacchi: “Un fuoco di sbarramento missilistico iraniano ha innescato sirene di raid aerei in tutto il centro di Israele per la terza volta da mattina martedì, rimandando i residenti nei rifugi dopo una breve pausa”; “La salva precedente includeva un missile che trasportava una testata di munizioni a grappolo, con siti di impatto segnalati a Bnei Brak e Tel Aviv, mentre i filmati di Petah Tikva e della vicina Givat Shmuel mostravano auto che bruciavano su una strada della città dopo essere state colpite”. Su X è diventato virale un video che riprende un missile iraniano che schiva ripetutamente le difese israeliane: “Cosa diavolo si sono inventati gli ingegneri iraniani?”, si chiede in un post.

 

Nel frattempo, la Knesset approva la legge fascistissima sulla pena di morte per la resistenza palestinese:

“La legge stabilisce due percorsi distinti per la pena di morte, basati sull’identità nazionale. La legge prevede la pena di morte come condanna predefinita per i palestinesi residenti nella Cisgiordania occupata e processati da tribunali militari”: ”Questa legge istituzionalizza l’uccisione a sangue freddo, autorizzata dallo Stato, di individui che non rappresentano alcuna minaccia”, ha dichiarato in un comunicato Suhad Bishara, direttore legale di Adalah, un centro legale gestito da palestinesi; ”Per sua stessa natura, questa legislazione prende di mira esclusivamente i palestinesi, violando il principio fondamentale di uguaglianza e il divieto di discriminazione razziale”, ha aggiunto Bishara.
La legge si applicherebbe solo agli israeliani condannati per omicidio i cui attacchi miravano a ”porre fine all’esistenza di Israele”, il che significa che infliggerebbe la pena di morte ai palestinesi, ma non agli israeliani ebrei che hanno commesso crimini simili, affermano i critici; il disegno di legge originale prevedeva la pena di morte per i cittadini non israeliani condannati dai tribunali militari della Cisgiordania per atti terroristici mortali, mentre la legislazione rivista include l’opzione dell’ergastolo: nei tribunali civili israeliani, la nuova legge prevede l’ergastolo o la pena di morte per chiunque venga condannato per ”aver causato deliberatamente la morte di una persona con l’intento di porre fine all’esistenza di Israele”.

Tags: crisi internazionaledonald trumpgeopoliticaguerra iran-usa-israelehezbollahla newsletter di ottolinaottoparlantepena di mortepetrolierepetroliostretto di Hormuz
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