11 ottobre 2023: lo stato dello Utah chiede di vietare TikTok in quanto “nuoce alla salute dei bambini”1; si sono rimbambiti? Probabile, ma sono in buona compagnia. Nello stato del Montana la prima piattaforma social che non arriva dalla Silicon Valley era già stata messa al bando nel maggio precedente, con una decisione che poi è stata sospesa da una corte federale, e anche in Arkansas e in Indiana il ban totale è stato evitato soltanto grazie all’intervento dei giudici.2

Il problema della dipendenza da social network dei più giovani si è imposto nel dibattito pubblico a partire in particolare dalla pandemia, ma per qualche strano motivo nessuno ha mai proposto la messa al bando di Facebook, di Instagram o di YouTube e lo strano motivo, molto banalmente, è che sui meccanismi perversi delle piattaforme digitali si può anche chiudere un occhio, basta che siano made in USA. Ma perché la guerra tra i grandi gruppi del capitalismo digitale ha assunto un ruolo così importante?A quanto pare, per capirlo, tocca studiare addirittura Hegel.
E’ quello che sostiene Giuseppe De Ruvo, giovane saggista appassionato di filosofia e di geopolitica, collaboratore di Geopop e autore di un testo decisamente ambizioso: “Da Hegel a TikTok. Metafisica e geopolitica del capitalismo digitale”. Se il nostro buon Friedrich Hegel fosse vivo, sarebbe sicuramente un nerd; con le sue teorizzazioni sulla centralità delle relazioni per definire la realtà non era andato molto lontano dal teorizzare il funzionamento del digitale, un mondo in cui per ogni utente ogni cosa appare immediata – dai contenuti scrollati o condivisi alle ricerche istantanee – mentre tutto finisce per rovesciarsi nell’esatto opposto: “Pensare nella vita online e considerare il singolo soggetto come una sostanza indipendente è una vuota astrazione” poiché, spiega De Ruvo “l’utente è costantemente mediato, da un lato (…) dai dati che ha lasciato come impronte digitali definendo la sua esperienza online (…), dall’altro egli è sempre mediato dalla relazione con l’altro utente (…) attraverso questo gioco di sguardi digitali.” (De Ruvo, p. 125)

Il mondo digitale appare immediato, ma è quanto di più mediato possa esserci: noi utenti viviamo esperienze mediate da algoritmi e matching statistici, costruendo la nostra identità attraverso piattaforme social su cui interagiamo, lasciando che definiscano il nostro profilo da utenti raccogliendo enormi quantità di dati. Non esiste esperienza immediata, essendo tutto – dagli acquisti che facciamo ai like che mettiamo – costantemente mediato, selezionato; non esiste esperienza assolutamente libera, dato che le opzioni di scelta sono il risultato di serie infinite di calcoli statistici studiati appositamente per “indovinare” ciò che potrebbe garbarci. Le riflessioni sulla mediatezza del digitale, però, non devono condurci a moti ribelli naif contro il dio algoritmo, come se gli algoritmi delle piattaforme social fossero qualcosa di esterno e onnipotente che determina le nostre vite: ciò che Hegel ci aiuta a capire è che l’attività degli algoritmi è, in parte, la nostra attività di utenti; che l’algoritmo non agisce né prima né dopo le nostre scelte online, ma insieme ad esse, in un’influenza reciproca. Pretendere di “sfuggire all’algoritmo” o “combattere l’algoritmo” nella vita online sarebbe come voler nuotare senza bagnarsi: inutile e stupido. Molto più interessante è capire come questa azione mediata e reciproca tra utenti e algoritmi costituisca una miniera d’oro pronta per essere sfruttata dal sistema economico dominante attraverso i suoi specifici rapporti di forza.
Per capire l’importanza del digitale per il capitalismo contemporaneo dobbiamo – secondo De Ruvo – servirci delle lenti del buon vecchio Marx: il succo è che il capitalismo digitale, attraverso le sue pratiche, cerca di mettere una pezza alle crisi cicliche del capitalismo industriale, in particolare alle crisi che scoppiano non tanto nel processo produttivo, quanto nel momento della circolazione della merce sul mercato. La circolazione dei beni prodotti, infatti, comporta due enormi rischi: il primo, ricorda De Ruvo, è che “Nel mettere una merce sul mercato nessuno può sapere come andrà a finire, perché questa dipendenza onnliaterale che è il capitalismo – come scrisse Marx – risulta fondata sull’inconoscibilità del processo.” (De Ruvo, p. 195)

Un bene viene quindi prodotto in grosse quantità e poco tempo, ma non vi è certezza assoluta che sarà venduto in un tempo abbastanza breve da garantire profitto al capitalista. Ricorda De Ruvo che il capitale “per compiere le sue rotazioni, necessita non solo del lavoro vivo che crea valore, ma anche che la merce venga effettivamente venduta, così che il valore di scambio possa essere reinvestito nella produzione.” (De Ruvo, p. 196)
La “pezza” del capitalismo digitale è quindi ridurre al minimo il tempo che passa tra la produzione di un bene e la sua realizzazione sul mercato come merce, e solo con lo sviluppo della sfera digitale e l’algoritmizzazione di dati, profili e preferenze lo scambio tra merci e denaro può realizzarsi a velocità sempre più vertiginosa; per farsi un’idea, basta pensare all’enorme crescita di profitti che negli ultimi anni ha gonfiato le tasche di Bezos con Amazon: un immenso mercato virtuale in cui il tempo di circolazione delle merci – il tempo in cui gli articoli stazionano nel magazzino digitale prima di essere acquistati – tende allo zero. Le tecnologie impiegate nella sfera digitale, dalla profilazione alla statistica, vengono sempre più potenziate proprio per ridurre a zero il tempo e i costi di circolazione delle merci; ovviamente, come sottolinea De Ruvo, la pezza virtuale non è proprio adattissima a coprire il buco produttivo reale. Per sviluppare le tecnologie necessarie ad aumentare lo scambio virtuale, infatti, servono terre rare, infrastrutture, componenti meccaniche ed elettroniche e, per ottenerle, il capitalista digitale non può che ricorrere alla vecchia ricetta del capitalista “classico”: sfruttamento del lavoro vivo in cambio di maggiore produttività e plusvalore.
Siamo quasi alla fine della nostra indagine; se finora abbiamo ricostruito l’essenza mediata del digitale e la sua importanza per il capitalismo, ora dobbiamo definire un ultimo concetto che inquadra il capitalismo digitale nel contesto storico neoliberale odierno: la sorveglianza. Da un lato, come abbiamo ormai capito, la tendenza economico-sociale a una sorveglianza e un controllo dei dati sempre più stringente riposa su motivazioni di mercato; dall’altro, però, è condivisa da un soggetto decisivo nell’ambito politico: lo stato sovrano. Con lo sviluppo storico degli stati a partire dal XVII secolo, il ruolo dell’apparato di sorveglianza e polizia diviene sempre più centrale e con esso la sua funzione di controllo verso i cittadini. Riprendendo le lezioni di Foucault sulla biopolitica, De Ruvo ricostruisce i passaggi che hanno portato l’evoluzione dell’assetto politico liberale nel corso degli ultimi secoli: all’inizio, con il liberalismo classico del Sei-Settecento, “abbiamo già uno Stato forte, centralizzato, in fase di burocratizzazione e legittimo, e si tratta di innestare in esso l’economia politica (…) diminuendo la presa dello Stato sui settori economici necessari.” (De Ruvo, p. 305)
E’ la strategia del laissez-faire, l’idea che la libera concorrenza possa funzionare alla grande dando ossigeno e prosperità agli stati. Dopo la Seconda guerra mondiale, però, l’approccio liberale opta per un’altra politica: se il mercato e la concorrenza non possono garantire da soli la prosperità allo Stato, allora deve essere lo Stato stesso a farsi carico e garante del funzionamento del mercato. Nelle parole di Foucault: “si avrà un’economia di mercato senza laissez-faire, vale a dire una politica attiva senza dirigismo. Il neoliberalismo non si porrà, dunque, sotto il segno del laissez-faire, bensì sotto il segno di una vigilanza, di un’attività e di un intervento permanente.” (Foucault, Nascita della Biopolitica)

La distanza dal liberalismo classico non potrebbe essere più abissale, dato che ora si pretende un sempre maggiore protagonismo dello Stato nel creare le condizioni economiche di funzionamento del mercato e questo, in un contesto economico dominato dal capitalismo digitale, significa maggiore interventismo nei meccanismi digitali di raccolta e profilazione di informazioni degli utenti. Eccoci quindi arrivati al punto di contatto tra politica ed economia, tra Stato e Mercato: se la sorveglianza si concretizza nell’era digitale attraverso le piattaforme social e i loro algoritmi, ecco che il controllo di questi ultimi diventa essenziale sia per scopi economici che politici, soprattutto dopo il casino dei primi anni Duemila. La Cina ha deciso di non limitarsi ad essere “la fabbrica del mondo” e di investire massicciamente sulle tecnologie digitali, portando un certo stringimento di chiappe negli USA reso palese dalla National Security Strategy del 2018: “Cina e Russia sono una sfida al potere, all’influenza e agli interessi dell’America, cercano di erodere la prosperità e la sicurezza dell’America.” (National Security Strategy 2018)
Nel mondo del capitalismo digitale, l’elemento della sorveglianza si situa perciò all’incrocio tra interessi di sicurezza nazionale e di prosperità economica, con una chiave importante che De Ruvo non manca di cogliere: “L’economia della sorveglianza (…) produce problemi di sicurezza nazionale, ma la sicurezza nazionale è un concetto che porta (…) a disinteressarsi delle conseguenze economiche, perché se in gioco è la sicurezza nazionale, allora sarà la geopolitica (…) a determinare l’azione e la legittimità dello Stato” (De Ruvo, p. 315)
Lo scenario è quindi rovesciato rispetto a quanto ci aspetteremmo: non è tanto il mercato digitale a dominare le dinamiche politiche, quanto gli interessi strategici e di sicurezza nazionale degli stati sovrani a condizionare le scelte economiche. “Gli imperi americano e cinese – scrive De Ruvo – si cibano di gloria, di geopolitica e di strategia, non certo di economicismo. Se il mercato minaccia il loro limes, semplicemente, lo abbattono.” (De Ruvo, p. 317)
La battaglia legale ed etica degli USA contro TikTok non si limita a questi ambiti, ma si rivela una spia importante del conflitto geopolitico globale, rispetto al quale anche noi saremo presto chiamati a prendere posizione.
2 https://www.ilsole24ore.com/art/legge-usa-bandire-tik-tok-spia-americani-AEYcP6OC










