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Il Governo frega 15 miliardi l’anno ai lavoratori per regalarli ai figli di papà

OttolinaTV by OttolinaTV
30/10/2025
in Economia, I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Italia
0

Ma te avevi realizzato che ogni anno i figli di papà ti fregano letteralmente 15 miliardi di euro? Proprio così, eh? Alla luce del sole, sfacciati! Sono i soldi che ogni anno lo Stato italiano perde da quando, nel 2000, il governo Amato ha ridotto in brandelli la tassa di successione e che vanno tutti interamente in tasca ai bamboccioni eredi del 2% più ricco della popolazione; un caso più unico che raro che ci ha trasformato nello zimbello del mondo sviluppato e che fa dell’Italia una repubblica fondata sui privilegi dei figli di papà che, senza lavorare nemmeno un quarto d’ora in vita loro, negli ultimi 20 anni hanno più che raddoppiato il loro patrimonio, mentre i 25 milioni di italiani meno facoltosi se lo sono visti ridurre di due terzi, danneggiando in modo irreversibile l’intera economia: negli anni ‘70 i patrimoni valevano meno di 2 volte e mezzo il PIL. Oggi valgono 7,5 volte: tutti i soldi che vengono sottratti ai consumi e all’economia reale per andare a gonfiare le bolle finanziarie, a partire da quella senza precedenti dei mercati azionari USA, che quando esploderà (e non c’è dubbio che esploderà), farà più danni di Hiroshima e Nagasaki.

Ma andiamo in ordine: come è ormai noto, a un certo punto – diciamo tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90 – un manipolo di oligarchi con passaporti diversi, ma il cuore e il portafoglio stabilmente tra Washington e Wall Street, ha deciso che fino ad allora l’Italia era stata troppo generosa con i suoi cittadini, e che era finita la pacchia. All’inizio potevano contare solo su un numero limitato di persone a libro paga nei posti strategici; poi, piano piano, grazie al controllo dei mezzi di produzione del consenso, sono riusciti a convincere un pezzo consistente di cittadini comuni, che si sono innamorati di quello slogan ripetuto ovunque, è finita la pacchia, senza capire che la pacchia che era finita era la loro: la crescita del potere d’acquisto, la pensione d’anzianità elargita prima di morire sul posto di lavoro, la sanità come servizio universale gratuito per tutti. Una volta mobilitati quelli direttamente a libro paga, e convinte a suon di propaganda le fasce più vulnerabili della popolazione, rimanevano però ancora da convincere le classi dirigenti, quelli, cioè, che avevano tutti gli strumenti per capire le dimensioni del suppostone che ci stavano rifilando – e, volendo, anche qualche strumento concreto per opporsi; il piano delle oligarchie, infatti, non era esattamente allettante.

Il punto è che se investi nell’economia reale, l’economia, nel suo complesso, cresce, ma il rischio è che proporzionalmente crescano più i salari dei profitti e, con loro, cambino anche i rapporti di forza: invece di diventare tu sempre più potente e tutti gli altri sempre più sottomessi, piano piano questi si montano la testa e va a finire che, magari, pensano di potersi governare da soli; pensano di poter diventare cittadini invece che sudditi (che ovvove!). E, allora, tocca fare un sacrificio: basta investimenti, basta crescita dell’economia reale; certo, in questo modo la torta non cresce più ed è un peccato. Però, tranquilli: la fetta che spetta ai più ricchi continuerà comunque a crescere a discapito di quella che tocca a tutti gli altri e, così, cambieranno di nuovo i rapporti di forza, invece che a vantaggio di lavoratori, persone comuni e, di conseguenza, anche delle classi dirigenti nazionali, a tutto vantaggio delle oligarchie transnazionali. Ma come faccio, allora, a convincere le classi dirigenti nazionali a martellarsi i coglioni? Ovviamente, con la forza, come accade con le varie guerre ibride: strategia della tensione, come quella mafiosa di inizi anni ‘90, guerre giudiziarie, come Tangentopoli, e via dicendo; ma anche con tanta, tanta corruzione, che si manifesta in tanti modi diversi.

Ma in Italia, in particolare, ce n’è stato uno che è stato proprio eclatante, sfacciato, da non crederci: è la riforma della tassa di successione, un vero e proprio film dell’orrore che grida vendetta. Che ereditare grandi patrimoni sia il modo più semplice e lineare per perpetuare e aumentare le diseguaglianze sociali è un fatto piuttosto intuitivo – e, infatti, nell’epoca moderna sono sempre state tassate; in Italia il problema è stato affrontato subito pochi mesi dopo la nascita dello Stato nazionale: era il 1862 e, nonostante l’Italia fosse ancora una monarchia, la tassa introdotta era già sensibilmente più severa di quella attuale, in particolare per quanto riguarda la franchigia – e, cioè, la cifra al di sotto della quale non c’è nessuna tassa, che oggi in Italia è di 1 milione di euro, mentre allora era appena di 500 lire, l’equivalente di circa 20 mila euro attuali. La tassa, però, anche allora (come oggi) era solo proporzionale, troppo iniqua; ed ecco, così, che appena 4 anni dopo, nel 1866, il legislatore decide di rivederla e introduce il principio cardine di ogni fiscalità minimamente democratica: la progressività, cioè quel principio basilare che prevede che più sei ricco più paghi, non solo in termini assoluti, com’è ovvio, ma anche proprio in termini percentuali. Durante il fascismo, poi, la tassa viene inasprita ulteriormente, introducendo un’aliquota massima per le successioni in linea diretta del 15%, contro il 4 attuale; ma per arrivare a un sistema veramente moderno e redistributivo bisognerà aspettare il 1972, quando l’aliquota massima viene stabilita al 27%.

Fino al 2000: al governo, per la seconda volta, c’era lui, il dottor sottile, al secolo Giuliano Amato, che molto sottilmente, meno di dieci anni prima (durante il suo primo mandato), aveva varato una manovra che è passata alla storia come la più grande mazzata di sempre contro il cittadino medio italiano, ma che, a questo giro, era in vena di regali; peccato fossero destinati esclusivamente ai più benestanti – e, cioè, a lui e ai suoi colleghi. Con un tratto di penna viene aumentata a dismisura la soglia sotto la quale non si paga niente e poi vengono cancellate tutte le aliquote progressive; ne rimane una sola: un misero 4%, che è sostanzialmente la legge che abbiamo ancora oggi. E’ probabilmente la tassa di successione più iniqua del mondo cosiddetto sviluppato, una vera e propria rapina dei ricchi contro i poveri: un esempio limite? Prendete il figlio di un umile membro qualsiasi della casta: eredita una casa dal valore catastale di 1 milione di euro; d’altronde, come ebbe a insegnarci a suo tempo l’editorialista Massimo Sorgi, “Diciamo che 1 milione di euro è il valore di un appartamento famigliare […] come quelli in cui tutti abbiamo vissuto con i nostri figli finché sono stati con noi, no?“. In realtà, però, a poter vantare un patrimonio superiore al milione sono solo circa 2 italiani e mezzo ogni 100: evidentemente, quando Sorgi dice tutti, sottintende tutti i membri della casta, gli unici interlocutori che ritiene degni di considerazione. Ma non è tutto, perché quel milione non si riferisce al valore di mercato dell’immobile ereditato, ma, appunto, a quello catastale – che, in particolare nei centri storici delle grandi città, è circa un quinto del valore di mercato; il giovane rampollo della casta, quindi, ha ricevuto in eredità un patrimonio da 5 milioni, che in Italia hanno soltanto 3 persone ogni mille, e che come tassa di successione in Italia versano zero, niente.

In Francia, Spagna, Germania o nel Regno Unito, invece, siccome sono dittature del proletariato, al posto del valore catastale viene calcolato il valore di mercato, e su un’eredità da 5 milioni si pagano, rispettivamente, 750 mila euro in Spagna, 875 mila euro in Germania, 1,8 milioni nel Regno Unito e, addirittura, oltre 2 milioni in Francia; e non è finita qui, perché l’ereditiero della famiglia di cortigiani, insieme all’immobile, con ogni probabilità erediterà anche un bel tesoretto di titoli di Stato – in media, circa il 20% del valore del patrimonio immobiliare, un bel milioncino, che in Spagna, in Francia e in Germania è tassato come tutto il resto. In Italia, invece, è esente; risultato: il rampollo dell’aristocrazia italiana paga sempre zero, il corrispettivo spagnolo e tedesco un po’ più di un milione e quello francese quasi 2 milioni e mezzo. E, alla fine, si vede: lo Stato italiano, nel 2024, dalla tassa di successione ha incassato in tutto 1 miliardo, il Regno Unito 7, la Germania 10 e la Francia oltre 18 miliardi, più della ridicola manovra di bilancio appena approvata dal governo Meloni, un gigantesco regalo che ogni anno i sudditi italiani fanno ai membri della loro casta per permettergli di collaborare alla devastazione dell’economia italiana in nome degli interessi dei padroni del mondo, restando felici.

I risultati sono imbarazzanti: come ricorda Salvatore Morelli del Forum Disuguaglianze e Diversità, “Dalla metà degli anni ‘90 ad oggi, il patrimonio medio dei 50.000 italiani più ricchi è più che raddoppiato, passando da 7,5 a 16 milioni di euro. Nello stesso periodo, il patrimonio dei 25 milioni di italiani più poveri è diminuito di 3 volte, raggiungendo una media di appena 7.000 euro”; una “dinamica di concentrazione della ricchezza”, sottolinea Morelli, che “non ha pari in nessun altro Paese avanzato di cui disponiamo di stime comparabili”. E che, appunto, dipende in buona parte dalle eredità: ogni anno il valore dei patrimoni ereditati in Italia supera i 200 miliardi di euro, oltre il 15% del reddito nazionale; fino agli anni ‘90 era la metà. E tutto questo non è solo un intollerabile schiaffo alla miseria, ma anche un danno economico di proporzioni bibliche da tutti i punti di vista – prima di tutto, ovviamente, per le casse dello Stato: per arrivare a guadagnare 6 milioni di euro, infatti, servono 5 lavoratori che lavorano ininterrottamente per 40 anni, durante i quali, tra contributi e tasse, verseranno oltre 3 milioni di euro contro gli zero del figlio di papà – che nel frattempo, dai salotti televisivi degli amici del papi, gli ricorderà quanto è improduttivo lamentarsi sempre e quanto sia importante invece avere il mindset giusto.

Anche l’economia nel suo insieme ne esce con le ossa rotte: a differenza di quei 5 lavoratori che avranno speso tutto quello che gli è passato per le tasche, infatti, il figlio di papà i soldi sottratti al fisco li avrà usati in parte per gonfiare ulteriormente la bolla immobiliare e rendere, così, sempre più difficile per le persone comuni permettersi una casa dignitosa dove vivere, e, in parte, per gonfiare la bolla dei titoli azionari USA, che rappresentano l’architrave dell’arroganza imperiale di Washington; per quanto ancora saremo disposti a farci fregare in modo così plateale (e anche controproducente) 15 miliardi l’anno dai figli di papà? E per quanto ancora continueremo a tollerare il circo mediatico dei Marcelli Sorgi che cercano di giustificare in ogni modo questa rapina con argomenti degni di un bimbo di terza elementare non particolarmente brillante? Per rimettere le cose al loro posto, ci servirebbe come il pane un vero e proprio media che invece che coprire i rapinatori, si occupi di denunciare e di spiegare la rapina; aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Marcello Sorgi

Tags: danno economicoè finita la pacchiafurtogiuliano amatoi pipponi del Marrucciil pippone del marruitaliamarcello sorgirapinastatotassa di successione
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