Secondo un articolo de Il Sole 24 Ore basato sullβottavo rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, il 31,8% dei lavoratori dipendenti ha provato sensazioni di esaurimento, di estraneitΓ o, comunque, sentimenti negativi nei confronti del proprio lavoro, manifestando forme di burnout; e, ancora, questo stato psicologico coinvolge il 47,7% dei giovani, il 28,2% degli adulti e il 23,0% dei dipendenti piΓΉ anziani. Inoltre, il 73,0% dei lavoratori ha vissuto situazioni di stress o ansia legate al lavoro; il 76,8% non sempre Γ¨ riuscito a trovare un equilibrio tra vita privata e lavoro; il 75,9% si sente spesso sopraffatto dalle responsabilitΓ quotidiane; il 73,9% sente di avere troppa pressione addosso quando lavora. Il benessere, di cui tanto si vantano le societΓ occidentali, sembra non trovare riscontro di fronte allβepidemia di depressione e ansia che ci affligge ormai da anni e la sindrome da burnout, quella condizione di esaurimento psico-fisico causato da un eccesso di stress, Γ¨ diventata la logica conseguenza di un sistema che sfrutta la nostra libertΓ trasformando la vita in una performance continua, persino nel tempo libero; io la ho avuta qualche mese fa, ad esempio e – come vi potete immaginare – uscirne Γ¨ tutto fuorchΓ© facile, non Γ¨ sicuramente facile. Ma quale Γ¨ la causa profonda di questa sindrome?
Lβuomo occidentale contemporaneo, riflette il filosofo coreano Byung Chul Han in molti dei suoi testi, Γ¨ come se non fosse piΓΉ controllato da forze esterne, ma da un meccanismo di auto-sfruttamento, una sorta di interiorizzazione del potere e della volontΓ degli sfruttatori che ci porta a voler ottimizzare ogni singolo aspetto della nostra esistenza, da quella lavorativa a quella relazionale; ma questa ottimizzazione costante e performance continua e senza fine non puΓ² far altro che condurci al collasso, generando burnout, depressione e alienazione. Lungi dallβessere un problema privato e personale, quindi, lβesaurimento a cui siamo un po’ tutti sottoposti Γ¨ un problema strutturale, sistemico: le logiche di questo capitalismo ci stritolano, ci fanno ammalare e poi pretendono di curarci a suon di psicofarmaci, per poi ributtarci nella mischia per mantenerci produttivi. In questa puntata curata da Davide Fiolo e frutto del lavoro collettivo di Ottosofia, vedremo come decenni di neoliberismo non hanno solo causato una catastrofe economica, politica e sociale, ma anche eroso profondamente la nostra psiche individuale mercificando ogni aspetto dellβesistenza e quindi – severo ma giusto – rendendoci sostanzialmente infelici. Ma non solo: vedremo come lβindividuo medio occidentale βimprenditore di se stesso, iper-competitivo fino allβassuefazione e schiavo del mercato” sia diventato al contempo perfettamente impotente nei confronti di questi stessi meccanismi di potere in quanto disabituato alla lotta politica e incapace di pensarsi parte di una collettivitΓ di sfruttati che avrebbero un interesse comune a cambiare le cose.
Recuperare la nostra serenitΓ e salute mentale Γ¨ quindi un tassello essenziale per liberarci dal dominio che subiamo quotidianamente per mano di un sistema che ci rende sempre piΓΉ tristi e deboli, giorno dopo giorno; e se vuoi che continuiamo a raccontarti la condizione esistenziale in cui tutti (volenti o nolenti) noi uomini alienati del XXI secolo stiamo vivendo, allora iscriviti al nostro canale e aiutaci a sopravvivere.
La SocietΓ della Stanchezza
Byung-Chul Han Γ¨ un filosofo coreano tra i piΓΉ influenti nel campo della critica della societΓ neoliberale; le sue opere hanno avuto un impatto significativo sul modo in cui comprendiamo le dinamiche moderne di prestazione e salute mentale dellβindividuo nel sistema economico e culturale neoliberale. Tra i suoi testi piΓΉ importanti si trovano La societΓ della stanchezza, Psicopolitica, La societΓ della trasparenza e La societΓ senza dolore, nei quali esplora come il sistema neoliberale conduca lβindividuo ad auto-sfruttarsi fino al burnout e alla depressione attraverso una logica di prestazione costante: viviamo, infatti, in unβepoca in cui lβindividuo Γ¨ costantemente spinto a migliorarsi, a performare, a essere piΓΉ produttivo. Byung-Chul Han descrive questa condizione come il passaggio da una societΓ disciplinare, fondata sullβadesione a norme stabilite da unβautoritΓ – famigliare, scolastica o religiosa che sia (tipica della modernitΓ industriale, basata sul comando e sullβobbedienza) – a una societΓ della prestazione, in cui il soggetto non Γ¨ piΓΉ costretto da un potere esterno, ma si auto-sfrutta, volontariamente: βLa societΓ della prestazione non Γ¨ piΓΉ quella della disciplina, ma una societΓ dellβauto-sfruttamento. Il soggetto di prestazione Γ¨ contemporaneamente vittima e carnefice. Lβefficienza del sistema aumenta perchΓ© la repressione viene sostituita dallβautosfruttamento, che Γ¨ molto piΓΉ efficace della coercizione esternaβ.
Lβhomo laborans di oggi Γ¨ convinto di essere libero, ma, in realtΓ , Γ¨ piΓΉ vincolato che mai a una logica di incessante miglioramento; si tratta di un passaggio sottile, ma radicale: mentre la societΓ della disciplina si basava su proibizioni e obblighi imposti dallβesterno (βtu deviβ), la societΓ della prestazione si fonda su un imperativo apparentemente positivo e motivante (βtu puoiβ). Detto in altri termini, un tempo le tecniche di controllo come la sorveglianza o le punizioni fisiche e psicologiche erano chiare e visibili, mentre nella societΓ della prestazione non esistono piΓΉ forze coercitive esplicite, perchΓ© il potere si Γ¨ fatto invisibile e il controllo diventa interno alla psiche dellβindividuo stesso, che Γ¨ come se si controllasse da solo: la libertΓ , insomma, diventa un vincolo soffocante.
Β
Lβuomo imprenditore di sΓ©
Nella societΓ della prestazione, lβindividuo Γ¨ spinto a considerarsi come libero imprenditore di sΓ© stesso. Che culo! Ogni aspetto della vita diventa unβopportunitΓ di miglioramento e investimento: la carriera, la salute, le relazioni sociali e perfino il tempo libero. Il modello economico neoliberale ha trasformato il soggetto in unβunitΓ di capitale umano, in un progetto da ottimizzare costantemente: βIl soggetto imprenditore di sΓ© si percepisce come un progetto in perenne ristrutturazione. La vita stessa diventa un processo di ottimizzazione, un insieme di prestazioni da massimizzare. Non esiste piΓΉ una separazione tra lavoro e tempo libero: tutto Γ¨ lavoro, tutto Γ¨ produttivitΓ β. In questa logica, lβindividuo Γ¨ spinto a superare costantemente i propri limiti eliminando ogni forma di passivitΓ e inattivitΓ : avete presente quei reel assurdi in cui questi ricconi fanno finta di svegliarsi alle 4 di mattina, si infilano la faccia nel ghiaccio, vanno a correre e poi cominciano a lavorare (a non si sa bene cosa) cercando di farti sentire uno sfigato se godi il tempo libero o hai qualche interesse culturale? Il riposo viene infatti visto come una perdita di tempo, lβozio Γ¨ considerato una colpa; anche le attivitΓ che un tempo erano fonte di piacere – come la lettura, lo sport o i viaggi – diventano strumenti di auto-miglioramento e branding personale. Essere imprenditori di sΓ© nel totalitarismo neoliberale vuol quindi dire non fermarsi mai, essere riassorbiti completamente dalla logica del mercato in ogni aspetto della vita: ecco perchΓ© anche le relazioni sociali, le scelte alimentari, la cura del corpo e lβeducazione devono essere un investimento che lβindividuo deve ottimizzare. Ma questo paradigma porta con sΓ© un problema enorme: se lβindividuo Γ¨ responsabile in tutto e per tutto del proprio successo, lo Γ¨ anche del proprio fallimento: il risultato Γ¨ unβesplosione di ansia, insicurezza e senso di inadeguatezza.
La libertΓ promossa dal neoliberismo Γ¨ quindi una gabbia, perchΓ© questo processo di prestazione non avrΓ mai fine: ed ecco arrivare il burnout. Han sostiene che la societΓ della prestazione generi un nuovo tipo di patologia: il burnout. Si tratta di una sindrome legata allβiperattivitΓ e alla continua illusione di nuove opportunitΓ e richieste: βNon viviamo piΓΉ in unβepoca della proibizione, ma dellβeccesso di possibilitΓ . Questo provoca una fatica immane, perchΓ© il soggetto si sente costantemente inadeguato rispetto alle infinite opportunitΓ che dovrebbe sfruttareβ. Il burnout Γ¨ il risultato di unβauto-imposizione: lβindividuo non riesce piΓΉ a fermarsi, a rilassarsi, a prendersi del tempo per sΓ©; Γ¨ come in uno stato di perenne allarme, sempre connesso, sempre produttivo, sempre in corsa. Anche in questo caso, non si tratta di un sovraccarico di lavoro imposto da una figura autoritaria, ma dal senso di inadeguatezza che nasce dal non riuscire a rispondere a tutte le possibilitΓ e richieste che il mondo finge di offrire; non essendoci mai fine allβansia di prestazione, ottimizzazione e successo, il risultato Γ¨ una stanchezza fisica e psicologica che non ha tregua.
La depressione, secondo Han, Γ¨ (non a caso) lβaltra faccia della societΓ della prestazione, ciΓ² che sopraggiunge alla fine della folle corsa; il soggetto, non riuscendo a reggere il ritmo imposto, collassa, si chiude in sΓ© stesso, si sente inutile, perde il senso di ogni cosa: βIl depresso Γ¨ colui che ha esaurito il proprio potenziale di prestazione, che si Γ¨ logorato nel tentativo di rispondere alle richieste del sistemaβ. In un certo senso, la depressione Γ¨ il fallimento definitivo dellβimperativo neoliberale del βtu puoiβ che il soggetto sente dentro di se: quando lβindividuo si rende conto di non poter piΓΉ sostenere il ritmo, si abbandona allβapatia e alla perdita di significato, si disconnette da sΓ© stesso; in altre parole, potremmo dire che la depressione Γ¨ il riflesso della mancanza di senso che il neoliberismo produce. Se non si riesce piΓΉ ad essere produttivi, se non si riesce piΓΉ ad ottimizzare la propria vita, allora non si ha piΓΉ valore.
Β
La Violenza del Neoliberismo
Non solo, perchΓ© uno degli aspetti piΓΉ subdoli della societΓ della prestazione Γ¨ che essa rende il soggetto responsabile della propria sofferenza; non cβΓ¨ piΓΉ un nemico esterno contro cui ribellarsi: il padrone non Γ¨ piΓΉ visibile, perchΓ© si Γ¨ interiorizzato. βIl soggetto di prestazione si crede libero, ma Γ¨ schiavo di sΓ© stesso. Si sente in colpa se fallisce, perchΓ© pensa che sia solo responsabilitΓ sua. Non si rende conto che la violenza non Γ¨ piΓΉ diretta, ma sistemica, invisibileβ e, non essendoci nemici interni, il soggetto neoliberale si scaglia contro se stesso sentendosi continuamente un fallito. Ma come uscire, quindi, da questo circolo vizioso? Han suggerisce diverse vie di fuga da questa spirale di prestazione e ansia: la prima di queste Γ¨ il recupero del tempo; la lentezza, lβinattivitΓ e la riflessione contemplativa sono fondamentali per liberarsi dal diktat della prestazione. Occorre imparare di nuovo a non fare, a sottrarsi alla dittatura della produttivitΓ , a godere del tempo senza finalizzarlo a uno scopo preciso: βAbbiamo dimenticato lβarte del riposo, della noia, della lentezza. Ma senza di esse, la vita diventa unβinfinita catena di prestazioni, senza senso e senza fineβ. Solo recuperando un rapporto piΓΉ autentico con il tempo e con sΓ© stessi Γ¨ possibile spezzare il circolo vizioso dellβauto-sfruttamento neoliberale e ritrovare una forma di libertΓ piΓΉ profonda e autentica: contro la coercizione della produttivitΓ , il fare nulla diventa una forma di resistenza.
Un altro aspetto fondamentale Γ¨ il recupero della comunitΓ e della relazione autentica, dal momento che la societΓ contemporanea ha distrutto lβalteritΓ trasformando il mondo in uno specchio in cui le persone cercano solo conferme di se stesse: lβindividualismo neoliberista ha isolato gli individui facendoli credere autosufficienti, ma privandoli di ogni legame profondo. Uscire da questa alienazione, per Han, significa riscoprire lβimportanza dellβaltro, dellβincontro autentico e della cura reciproca: βLβincontro con lβaltro rappresenta il risveglio dalla prigione dellβio autosufficiente, un richiamo alla nostra essenza comunitaria e alla capacitΓ di superare la mera performance individualeβ. SΓ¬, grazie Han per queste preziose ricette un po’ da Novella 2000, ma la veritΓ Γ¨ che Γ¨ il sistema ad essere marcio e non certo le nostre abitudini, che sono solo un riflesso delle sue strutture profonde. E quindi Γ¨ questo che va cambiato! Si cambia cosΓ¬ e puoi cominciare a farlo insieme a noi.
















https://www.youtube.com/watch?v=4aCEN4y6TS0
Come Γ¨ rincuorante sapere di non essere l’unico che ama “lavorare con lentezza”.
Vorrei aggiungere una considerazione personale di chi lavora nel privato: all’autocontrollo dettato dal “tu puoi” interiorizzato esiste anche una forma di controllo reciproca tra lavoratori e al contempo della salvaguardia degli interessi padronali, ovvero i corsi di “Comunicazione assertiva” (che disertΓ² e invito a disertare) che insegnano come gestire/disinnescare bombe comunicative con persone (il padrone li chiama “clienti”) in Burnout al fine di moderarlo, gestirlo e non perderlo.
Quindi lo sforzo Γ¨ triplice:
1) “tu puoi” gestire le tue performance personali
2) “tu devi” gestire i burnout altui per…
3) non perdere il cliente e far fatturare al padrone
Un abbraccio a tutti, vi voglio bene β
Sempre bravo e con gran mestiere, chiusura ineccepibile.
Ho visto e ascoltato tanti servizi e vere e proprie lezioni qui su ottolina, moltissime sono interessantissime ed utilissime a leggere meglio lo stato delle cose. Alcuni servizi sono vere e proprie spinte, movimenti di vitale importanza: questo lo Γ¨, complimenti, anzi grazie.
Altro che TINA, we can TIFA: there is fight alternative.
CompaΓ±eros, hasta a la lucha βπ»π
Ho visto e ascoltato tanti servizi e vere e proprie lezioni qui su ottolina, moltissime sono interessantissime ed utilissime a leggere meglio lo stato delle cose. Alcuni servizi sono vere e proprie spinte, movimenti di vitale importanza: questo lo Γ¨, complimenti, anzi grazie.
Altro che TINA, we can TIFA: there is fight alternative.
CompaΓ±eros, hasta a la lucha βπ»π
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