Euromissili, resistenza all’aggressione trumpiana, ascesa del partito più di destra e filo-americano d’Europa, rapporti con Mosca, Pechino e tutto il Sud globale: domani ci saranno le elezioni in Germania e saranno elezioni storiche, epocali, degne del periodo di transizione ad un nuovo ordine mondiale che stiamo attraversando. In questo video faremo il punto di tutto quello che c’è da sapere sui candidati, le forze in campo e, soprattutto, sulle condizioni strutturali in cui si trova la Germania che la rendono, come successo nel 900, Paese fondamentale per i nuovi equilibri globali, equilibri che si promettono, per le nostre ex ex ex prospere socialdemocrazie, tutto fuorché rassicuranti: mentre Trump e Putin a Riad, in stile conferenza di Yalta, stanno infatti in questi giorni dando forma al nuovo ordine mondiale e soprattutto alla nuova architettura di sicurezza e nuovi rapporti di forza europei, l’Europa é stata esclusa da ogni tavolo che conta e i principali Stati europei – e in, particolare, la Germania – si stanno rivelando al mondo per quello che sono e che tutte le persone non completamente obnubilate da dosi da cavallo di propaganda sostenevano da tempi, cioè, insieme al popolo ucraino, i grandi sconfitti della guerra per procura che gli Stati Uniti hanno combattuto contro la Russia in Ucraina.
Inutile quindi stupirsi: come sempre nella storia, dopo una guerra, al tavolo dei negoziati che contano non si ritrovano gli sconfitti, ma i vincitori; e gli Stati Uniti, pur clamorosamente sconfitti da Putin sul campo di battaglia, la guerra economica contro l’Europa e contro l’integrazione del continente euroasiatico non solo l’hanno vinta, ma proprio stravinta: in piena de-industrializzazione, con uno stato sociale ridotto al minimo, un prezzo dell’energia triplo rispetto a quello che pagavamo prima della guerra e una dipendenza energetica dal nostro padrone atlantico senza precedenti persino negli ultimi 80 anni di storia, siamo strutturalmente impotenti e incapaci di reagire al nostro carnefice. Trump ci mette i dazi? Bene: la Commissione europea e la Banca Centrale annunciano che compreremo ancora più gas e armi americane per evitare che l’imperatore si infuri troppo e sia il più magnanimo possibile. Trump ci esclude dalle trattative di pace e ci umilia pubblicamente? Bene: Starmer e Macron volano alla Casa Bianca per implorarlo di utilizzare un po’ più di bon ton e, magari, farci il piacere di accettare un piccolo contingente europeo nell’Ucraina post bellica; perché insomma, signor Donald, a noi va bene continuare a prenderlo nel culo sistematicamente come accade da 30 anni, ma non potresti infarcirlo dentro un po’ di retorica sulla democrazia e l’Occidente collettivo come faceva Biden, ad esempio? Che così, magari, ci salvi anche le poltrone? La vasellina è molto importante! Ecco: questo è il livello.
Ma il vero problema è che nonostante la prossima cacciata dell’attuale classe dirigente europea – che, ovviamente, noi non rimpiangeremo affatto in quanto primo colpevole del nostro suicidio consumatosi negli ultimi 30 anni -, la nuova Europa che ha in mente Trump non si preannuncia certo migliore di quella attuale, come sembrano invece credere tanti sciocchi filo-trumpiani italiani che pur di vedere con gioia cadere i vari Macron, Scholz, Von der Leyen e compagnia (gioia sana e condivisibile) rischiano però di scambiare Rrump per una sorta di salvatore dei popoli europei, che è un po’ come dire mi taglio il cazzo il cazzo per far dispetto alla moglie. La nuova Europa trumpiana pronta a nascere dalle ceneri non è, infatti, l’Europa finalmente democratica e libera come ha sostenuto quel cripto-fascista di Vance a Monaco, ma molto più un’Europa condannata all’insignificanza e alla povertà, con i capitali europei sempre più attratti da volare nelle bolle finanziare di Wall Street e la nostra industria che rischia di essere completamente smantellata e ricostruita al di là dell’atlantico. Adesso che gli stati Uniti hanno preso gli schiaffi dai cinesi sul piano economico e dai russi sul piano militare e hanno capito di non essere più in grado espandere l’impero e drenare risorse da nuovi mercati, nella testa di re Donald e della sua amministrazione di oligarchi l’Europa è una provincia da spolpare fino all’osso per ridurre il deficit americano e continuare a nutrire le sue finanziarie che, come cancri, si nutrono parassitando l’economia reale dei Paesi.
Ma veniamo alle elezioni tedesche: Trump, abbiamo detto, si sta muovendo per pensionare le attuali élites europee, rappresentanti della vecchia epoca ed evidentemente non congrue ai suoi nuovi piani e alla retorica e all’ideologia che dovrà giustificare e legittimare all’opinione pubblica tutti questi cambiamenti strutturali; per questo dovrà piazzare i suoi uomini fidati nelle cabine di regia europee. L’Italia della Meloni che, coerentemente ai suoi valori, sti sta comportando in stile Francia di Vichy, è sicuramente uno dei suoi campioni; ma anche Le Pen in Francia e, soprattutto, Alternative fur Deutschland in Germania si candidano, in cambio delle poltrone, a farsi da garanti degli interessi trumpiani in Europa: l’AfD è ormai vicina al 30 per cento e potrebbe far parte della nuova coalizione di governo in Germania. Insomma: le elezioni di domani sono fondamentali e potrebbero non andare esattamente benissimo, diciamo; l’unica cosa sicura è che noi ci metteremo comunque ogni giorno al lavoro per capire come resistere e, soprattutto, contrattaccare.
La Germania post riunificazione, soprattutto a partire dalle grandi riforme di Schroeder, che avevano lo scopo di aumentare la competitività delle aziende pur contenendo i costi e puntando tutto sull’esportazioni, portarono ad una stretta e proficua collaborazione con la Russia per avere energia a basso costo e con la Cina, la quale si apprestava (ed è poi diventata) l’unica vera superpotenza manifatturiera globale; dal punto di vista della struttura economica, potremmo quindi dire la Germania viveva già in un nuovo ordine multipolare. Peccato, però, che dal punto di vista politico e militare è sempre rimasta un protettorato statunitense, con il più alto contingente di soldati americani nel mondo (60 mila soldati circa) e una fortissima infiltrazione nell’intelligence e nell’industria mediatica e culturale; per questo motivo, in una fase in cui hanno cominciato a perdere il proprio vantaggio economico e militare con le altre super potenze, gli USA hanno deciso di agire e chiedere il conto alla Germania di questo suo atto di insubordinazione che, di fatto, avvantaggiava tutti tranne Washington. Come forse persino i lettori di Repubblica e del Foglio ormai avranno hanno capito, la guerra per procura in Ucraina aveva tra i suoi obiettivi principali proprio quello di spezzare questi legami della Germania con le potenze emergenti del nuovo ordine multipolare e mettere, così, fine all’inarrestabile integrazione del super-continente eurasiatico; inoltre, diventati sempre più difficili i rapporti con Russia e Cina, per la Germania come mercato di sbocco per le proprie merci rimanevano soltanto gli Stati Uniti, dove infatti, nell’arco di 10 anni, l’export è quasi raddoppiato e oggi, con oltre 170 miliardi di dollari (contro i 100 della Cina) è il maggior mercato extra-europeo. Non solo: incassando più di quello che spendeva per le sue assurde regole sul debito pubblico, tutti i soldi in più sono andati tutti da una parte sola. Ovviamente a Wall Street: 650 miliardi in soli 10 anni, stima Bloomberg.
Oggi, per la sua incapacità di difendere politicamente e in modo conseguente i propri interessi economici e geopolitici (il gas russo a buon mercato e l’interscambio con la Cina) prevenendo lo scoppio della guerra in Ucraina, o anche solo assumendo un importante ruolo di mediazione , il modello di sviluppo tedesco fatto di austerità ed export è arrivato al capolinea e la Germania si trova di fronte ad una scelta cruciale: continuare ad essere un Paese industriale o accettare di diventare un Paese dominato dalla finanza americana in quello che potremmo definire un moderno piano Morgenthau. Stiamo parlando del segretario al tesoro degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, Henry Morgenthau, che voleva una soluzione finale del problema tedesco impedendo definitivamente il riarmo della Germania mediante la sua trasformazione in un Paese agricolo: tutte le fabbriche tedesche sarebbero dovute essere smantellate e donate agli alleati e le miniere rese inagibili. In quell’occasione, si può dire furono i russi a salvare i tedeschi; per evitare il rischio che una popolazione portata alla fame (l’attuazione del piano avrebbe comportato la morte per fame di 25 milioni di persone) venisse sedotta dal comunismo e tutto il continente cadesse in mani sovietiche, gli anglosassoni decisero di cambiare strategia.
Oggi, il piano di Trump sembra essere quello di rifinanziare il debito pubblico americano attraverso i dazi 1) direttamente, grazie agli introiti dei dazi e 2) indirettamente, tramite l’utilizzo dei dazi come minaccia per costringere le banche centrali a comprare titoli di stato USA anche se abbassano i tassi. Sul piano dei gestori patrimoniali e dei fondi finanziari, c’è oggi parecchia attenzione sui titoli europei perché la bolla USA comincia ad essere percepita come pericolosa anche da loro (soprattutto i big tech legati all’AI dopo DeepSeek) e i titoli europei, invece, sono fortemente deprezzati. A preoccuparci è che uomini della finanza americana sono oggi direttamente i leader dei partiti tedeschi che si candidano a governare: il leader della CDU (che guida i sondaggi con il 34% e diventerà, al 99%, il prossimo cancelliere) è infatti Friedrich Merz che, prima di fare il politico, ha lavorato anni per BlackRock; per l’esattezza, presidente del Consiglio di Sorveglianza di BlackRock Germania, posizione dalla quale ha supervisionato le operazioni tedesche del colosso statunitense fornendo consulenza strategica e garantendo la conformità alle normative locali. Anche Alice Weidel, leader di AFD, ha lavorato per Goldman Sachs, ma su questo torneremo più avanti.
A rendere ancora più instabile la pericolosa la situazione, c’è la questione dei missili a medio raggio che gli USA si sono impegnati a dispiegare in Germania entro il 2026 e che al momento, nonostante l’apparente sintonia di Trump con Putin, non risulta nessuno abbia messo in discussione. Era il 10 luglio del 2024: a Washington era in corso il vertice NATO che celebrava il settantacinquesimo anniversario dell’alleanza atlantica e, senza un minimo preavviso e senza nessunissima traccia di un qualche dibattito, Washington e Berlino decidevano di dispiegare in Germania i famosi euromissili che avevano portato sull’orlo della guerra nucleare già mezzo secolo fa; in particolare SM-6, Tomahawk e armi ipersoniche in fase di sviluppo, che avranno un raggio d’azione più lungo rispetto ai missili attuali. I missili che si prevede di dispiegare in Germania sarebbero potenzialmente in grado di colpire 7 delle 11 divisioni di missili balistici intercontinentali nucleari e 8 dei 12 sistemi radar di allerta precoce russi. Insomma: la stessa identica minaccia esistenziale che ha spinto la Federazione russa a dare un svolta alla guerra civile Ucraina nel febbraio del 2022. In questa situazione, la scorsa primavera il governo Scholz decide di andare al voto prima che gli ammortizzatori sociali lasciassero il posto ai licenziamenti rendendo palpabile la crisi; e per le nuove elezioni viene alla fine fissata dal Bundestag la data di domani.
Ora, in un contesto come quello appena descritto, la cosa forse più sconfortante in assoluto per chi ha seguito giornalmente e da vicino la campagna elettorale è stata vedere quali temi politici abbiano monopolizzato il dibattito pubblico: non economia, pace, politiche industriali, rapporti internazionali e salari, ma, in pieno stile neoliberista, quasi esclusivamente immigrazione e diritti civili. Insomma: la solita nauseante distrazione di massa. Parlare di migrazione e identità sessuali sembra infatti far scattare riflessi pavloviani negli elettori occidentali del 21esimo secolo, di cui i media e la classe dirigente si approfittano per non avere rotture di palle sulle questioni veramente decisive. AfD ha, di fatto, costruito la propria fortuna elettorale proprio sulla base di questa manipolazione: partito da sempre ultraliberista in economia e, adesso, super filo-trumpiano, è cresciuta vertiginosamente nei sondaggi battendo tutti i tasti della sicurezza e dell’ordine, con una forte agitazione rivolta contro i migranti e gli stranieri, in particolare contro i rifugiati richiedenti asilo o protezione umanitaria.
Altro elemento che caratterizza AfD è la propaganda contro l’Islam e per la difesa di ciò che sarebbe autenticamente tedesco, nonché la solita retorica contro il multiculturalismo e perché la cultura tedesca sia formalmente riconosciuta come la Leitkultur (cultura guida) della società. Il 22 gennaio un giovane afghano richiedente asilo uccide a coltellate un bambino di due anni ed un jogger in un parco di Aschaffenburg: apriti cielo! L’attentato di Aschaffenburg non solo viene strumentalizzato come arma di distrazione di massa da tutti i partiti in corsa, ma è servito anche a sdoganare una prassi italiana che molti (noi per primi) avremmo ritenuto impossibile applicare in Germania: la politica dei due forni. Lo scorso 29 gennaio, Friedrich Merz ha presentato una richiesta di calendarizzazione urgente della proposta di legge Zustrombegrenzungsgesetz (legge per il contenimento dell’afflusso [di migranti]) che sapeva sarebbe stata votata da AfD; per evitare l’accusa da parte degli altri partiti di rompere il famoso cordone sanitario nei confronti dell’ultradestra, ha subito chiarito che non avrebbe mai dialogato con loro né su questo né su altri temi, ma non poteva impedire a chi, nel suo partito, riteneva giusto il suo disegno di legge di votare a favore. Milioni di tedeschi si sono allora riversati per protestare con AfD; Merz dichiara che non farà mai accordi con loro, ma è chiaro che si prospetta anche in Germania una possibile doppia maggioranza: come coalizione ufficiale, la vecchia Grosse Koalition tra la SPD di Scholz e la CDU CSU di Merz, ma anche una maggioranza di riserva BlackRock – Goldman Sachs dei democristiani con AfD e FPD sui temi della sicurezza e dell’economia – dalle privatizzazioni ai tagli allo stato sociale.
In ogni caso, la vera sconfitta da questa egemonia mediatico-politica che tende a spoliticizzare le cose veramente importanti e politicizzare temi secondari – o, comunque, totalmente indifferenti agli interessi economici e politici delle élites – è stato l’unico vero partito di sinistra in Germania: il BSW di Sahra Wagenknecht che, dopo aver insistito per l’inserimento di dichiarazioni contro la guerra nei preamboli degli accordi di coalizione in Turingia e Brandeburgo, è diventata una paria e viene quasi ignorata dai media; il suo partito che, in maniera pragmatica e per nulla ideologica, riprende temi classici della sinistra – come la giustizia sociale e la pace – e li unisce a temi lasciati nelle mani della destra – come l’interesse nazionale ed europeo – viene visto come estremamente pericoloso dal mainstream e dalle potenze che controllano l’Europa. La proposta della Wagenknecht consiste, infatti, nel dare una risposta coerente su questi due assi strategici fondamentali: ripristinare rapporti di cooperazione con le potenze emergenti del nuovo ordine multipolare per tornare ad essere competitivi; e questa competitività, invece che metterla a disposizione esclusivamente della borghesia conservatrice tedesca per fare profitti da investire poi nei mercati finanziari statunitensi, metterla a disposizione di una domanda interna rafforzata da un intervento pubblico sostanzioso. I sondaggi la danno in forte calo, ma l’attendibilità dei sondaggi sui partiti politici scomodi l’abbiamo vista tutti in questi anni; in ogni caso, chi rincorre la propaganda della sinistra ZTL e mette sullo stesso piano AfD e il partito della Wagenknecht si merita davvero una rubrica tutta sua sul Domani o sull’Internazionale.
Chiudiamo con un ultimo paragone storico: Welcome back Weimar potremmo titolarlo. Umiliare di nuovo la Germania con spese di guerra insostenibili facendo crescere nel frattempo la destra più reazionaria in chiave anti nemico principale del momento: sovietici allora, Cina oggi, ci ricorda infatti molto da vicino le dinamiche della celebre repubblica di Weimar nata dopo la prima guerra mondiale. A causa dei soffocanti debiti di guerra, l’establishment centrista e liberale brancolava nel buio; e in piena crisi economica e minacciata dai uno dei più organizzati partiti socialisti d’Europa lasciò il posto ad Hitler, che smantellò ogni forma di democrazia formale e sostanziale. È vero: oggi, se anche se l’AfD prendesse il potere con il 40% dei voti, guiderebbe comunque uno Stato occupato e parte di un impero e il massimo che potrebbero fare è essere fedeli esecutori piani americani, non certo non rendere sovrana e aggressiva la Germania nella speranza di un nuovo impero tedesco; in ogni caso, una qualche svolta autoritaria potrebbe essere comunque necessaria, in quanto l’unica cosa certa è che nella nuova Europa trumpiana le classi lavoratrici e produttrici staranno sempre peggio e, nonostante anni di lobotomizzazione neoliberista, potrebbero prima o poi addirittura incazzarsi. Da qui la necessità di restringere gli spazi di agibilità politica per uccidere sul nascere la possibilità che si crei un partito veramente popolare e organizzato come i partiti socialisti del secolo scorso.
Esattamente quello che ci manca e ci rende succubi e spettatori passivi di quanto sta avvenendo: un partito di massa organizzato e veramente popolare che riprenda le battaglie per la libertà e la democrazia sostanziale e dia forma e direzione politica a tutto il disagio e lo sfruttamento che stiamo subendo e a cui stiamo per andare incontro. Il primo passo fondamentale è, però, costruire un media che dia veramente voce agli interessi del 99% cominciando a riportare nel dibattito pubblico le questioni che contano veramente e, così, risvegliandoci tutti da questo stato di anestesia e immobilismo politico. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è JD Vance.
















Trump è da TSO.
Putin è da processo di Norimberga.
Questa è l ‘unica soluzione per migliorare il Mondo e ripartire su nuove basi.
**CONTAGIO DEMOCRATICO** diventerà la risposta: **IDEE-PROPOSTE-SOLUZIONI**.