Il Brasile ha tutto, tranne il diritto di decidere come usarlo? Una rimonta elettorale clamorosa – oltre 64 milioni di voti – il bolsonarismo sconfitto contro gran parte delle aspettative, ma a Lula sono bastate poche ore per scoprire che la vittoria nelle urne è soltanto l’inizio della partita; lunedì 26 ottobre i mercati brasiliani sono precipitati: azioni vendute in massa, Real sotto pressione, tassi d’interesse impazziti e il Tesoro costretto a intervenire per stabilizzare il mercato del debito. Ma perché una delle principali economie del pianeta, con quasi 400 miliardi di dollari di riserve internazionali, può essere messa così rapidamente sotto pressione? E, soprattutto, com’è possibile che un Paese capace di produrre petrolio, alimenti, materie prime e grandi ricchezze industriali debba continuare a subordinare le proprie ambizioni di sviluppo alle esigenze della finanza? Per capirlo bisogna tornare indietro di almeno trent’anni: è quello che facciamo oggi con Roberto Lampa, professore all’Università di Macerata e, a nostro giudizio, una delle voci più importanti dell’economia dello sviluppo in Italia. Con lui ricostruiamo la grande scommessa di Lula: usare il credito pubblico e la politica industriale per redistribuire ricchezza mantenendo, però, gli equilibri macroeconomici richiesti dai mercati internazionali; una scommessa che, per qualche anno, ha funzionato anche grazie al boom delle materie prime alimentato dalla crescita cinese, ma che ha lasciato irrisolte contraddizioni enormi. Il potere delle banche, quello dei grandi proprietari terrieri, la progressiva perdita di peso dell’industria, la dipendenza dal dollaro e le occasioni mancate dell’integrazione latinoamericana, fino alla domanda decisiva: i BRICS e le nuove forme di cooperazione monetaria possono offrire al Brasile gli strumenti per cambiare davvero strada? Perché il problema non è soltanto difendere Lula dagli attacchi dei mercati; è capire fino a che punto Lula stesso sia disposto – e, soprattutto, sia in grado – di mettere in discussione il modello economico che lo rende vulnerabile.










