Negli Stati Uniti tira una brutta aria, bruttissima: il Washington Post racconta che, mentre i sondaggi annunciano guai seri per Trump alle elezioni di metà mandato, Elon Musk si prepara alla guerra contro i Democratici; questi ultimi promettono di usare i poteri del Congresso per indagare sul suo impero economico e sui disastri del DOGE. E l’uomo più ricco del pianeta risponde promettendo vendetta: andrà a cercare chi tira davvero le fila e gliela farà pagare. Nel frattempo, Hillary Clinton torna alla carica: Trump sarebbe il solito burattino di Putin, intenzionato a spartirsi il mondo con Mosca e Pechino. Insomma: mentre l’America si avvicina al voto del 3 novembre, lo scontro tra le diverse fazioni del potere statunitense si fa sempre più feroce. Ma prima delle midterm ci sono altri due appuntamenti che potrebbero cambiare gli equilibri internazionali: domenica si vota in Brasile, dove Lula presenta il ballottaggio contro Flávio Bolsonaro come un referendum sulla sovranità nazionale; il Brasile continuerà a rivendicare la propria autonomia oppure tornerà a gravitare nell’orbita di Washington? Martedì si vota in Israele, dove Netanyahu si gioca la sopravvivenza politica, mentre Trump lo sostiene apertamente e la prospettiva di una nuova offensiva contro l’Iran rimane sul tavolo; e, intanto, Ucraina, Iran e Yemen continuano a bruciare, ma le grandi decisioni strategiche sembrano sospese, in attesa di capire come andranno le urne. Persino sui mercati si moltiplicano i segnali di nervosismo: ieri è stato il giovedì nero dei titoli legati all’intelligenza artificiale, con il NASDAQ in picchiata e una poderosa fuga verso i Treasury americani; sembra la quiete prima della tempesta. Al Forum Valdai Putin aveva avvertito: le contraddizioni interne dei Paesi occidentali rischiano di trasformarsi in instabilità esportata nel resto del mondo; e se la prossima fase della crisi dell’ordine internazionale partisse proprio da una resa dei conti all’interno del sistema di potere americano?









