La chiamano Rail Baltica; doveva essere il gioiello ferroviario dei Baltici: Tallinn, Riga e Vilnius finalmente collegate alla rete europea ad alta velocità. Costo previsto nel 2017: 5,8 miliardi di euro; oggi, siamo arrivati a 23,8 miliardi, quasi quattro volte tanto. Per capirci: da trent’anni, in Italia, ci massacriamo sulla Torino-Lione anche per l’esplosione dei costi; secondo la Corte dei conti europea, la TAV è aumentata del 127% rispetto alle prime stime, la Rail Baltica di quasi il 300%. E mentre i miliardi pubblici continuano a fluire, i maxi-appalti finiscono ai grandi contractor europei: Eiffage, Budimex-Ferrovial, VINCI, Elecnor, Rizzani de Eccher. E nell’azionariato dei colossi quotati ricompaiono puntualmente i soliti giganti della finanza globale: BlackRock, Vanguard e compagnia. Intanto, nei Baltici emergono porte girevoli, conflitti d’interesse e politici nazionalisti riciclati nella macchina degli appalti; ma come si giustifica un pozzo senza fondo del genere? Facile: Putin! Rail Baltica nasce come progetto civile; oggi, viene sempre più presentata come infrastruttura indispensabile per spostare truppe e carri armati NATO e difendere l’Europa dall’ipotetica invasione russa, perché una ferrovia civile che costa quattro volte il previsto deve dimostrare di avere senso. Una ferrovia che deve “fermare Putin”, invece, può costare praticamente qualsiasi cifra.









