La pace è diventata un reato? Bloccare un convoglio militare, occupare una strada, scrivere “Life, not war” su una ciminiera della Leonardo, opporsi al trasporto di armi destinate ai fronti di guerra: in un Paese che ripudia la guerra nella sua Costituzione, sempre più persone vengono denunciate, processate e criminalizzate per aver provato a fermarne la macchina. Ma la guerra oggi non passa soltanto dalle trincee; passa dai porti, dalle ferrovie, dalle fabbriche, dalle università, dalle scuole, passa dai luoghi di lavoro. E, allora, una domanda diventa inevitabile: esiste ancora il diritto di dire “io non ci sto”? A Fest8lina ne abbiamo parlato con José Nivoi, portuale del CALP di Genova, tra i protagonisti delle mobilitazioni contro il traffico di armi e promotore di una proposta di legge per estendere l’obiezione di coscienza ai lavoratori coinvolti, direttamente o indirettamente, nella filiera bellica; un confronto che parte dalla repressione dei movimenti per la pace, attraversa il ruolo dei porti italiani nella logistica della guerra, racconta il ricatto occupazionale che lega sempre più territori all’industria militare e rilancia una domanda destinata a diventare centrale nei prossimi anni: chi ha il diritto di rifiutarsi di collaborare con la guerra? Perché se oggi la guerra coinvolge tutta la società, forse anche la pace non può più essere soltanto uno slogan.















