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Come Trump è arrivato alla più umiliante retromarcia di sempre

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (8/04/26)

OttolinaTV by OttolinaTV
08/04/2026
in Articoli, Medio Oriente, U.S.A.
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Il Marru

Rimettiamo intanto in fila i punti: lunedì, 14.06 ora italiana, il presidente degli Stati Uniti pubblica la cosa più simile a un discorso di Hitler probabilmente mai vista in Occidente dalla fine della seconda guerra mondiale.

“Stanotte un’intera civiltà morirà, e non sarà più possibile riportarla in vita. Non vorrei accadesse, ma probabilmente è esattamente quello che succederà. Tuttavia, ora che abbiamo ottenuto un cambio di regime totale e completo, che vede l’affermarsi di teste diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse potrebbe accadere qualcosa di rivoluzionario e meraviglioso. Chi lo sa? Lo scopriremo stanotte, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsioni, corruzione e morte, finalmente finiranno. Dio benedica il grande popolo dell’Iran”; iniziava, così, quello che doveva essere il “giorno in cui la minaccia di Trump all’Iran ha tenuto il mondo con il fiato sospeso”, per dirla col Wall Street Journal:

“Anche per un presidente che ha a lungo fatto ricorso a minacce massimaliste, il post di 85 parole è stato sorprendente” e ha dato il via “a un conto alla rovescia fino alla scadenza delle 20.00 fissata da Trump e a una frenetica speculazione globale su cosa l’uomo più potente del mondo fosse disposto a fare”; “Con il passare delle ore, tutti, da Papa Leone all’attore Ben Stiller, hanno chiesto a Trump di fare marcia indietro. I funzionari dell’amministrazione hanno ricevuto telefonate da dirigenti e alleati politici che cercavano di capire se la minaccia di Trump fosse un bluff o il preludio a un’escalation”: “I funzionari europei si sono riuniti in videoconferenza e si sono in gran parte convinti che Trump avrebbe fatto marcia indietro. A Wall Street, trader e dirigenti hanno trattato la giornata come tutte le altre scadenze di Trump passate: una tattica negoziale che sarebbe trascorsa senza catastrofi”. Un’ora dopo la pubblicazione del post, “il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Capo di Stato Maggiore congiunto, Generale Dan Caine, si sono collegati alla loro videoconferenza quotidiana e sicura con l’Ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti” e “hanno consultato le liste di obiettivi già esistenti, che erano state esaminate e vagliate dagli avvocati militari”: “Secondo quanto riferito dai funzionari, l’elenco degli obiettivi era di gran lunga inferiore alla minaccia di Trump secondo cui ogni centrale elettrica in Iran sarà fuori servizio, in fiamme, esploderà”; “Durante la notte, l’esercito statunitense ha bombardato più di 50 obiettivi sull’isola di Kharg, ma non ha colpito infrastrutture petrolifere, secondo quanto dichiarato dai funzionari statunitensi”. Un’altra ora e mezzo dopo, “Il conduttore di Fox News Bret Baier è apparso in onda con un messaggio del presidente. Ha detto che Trump gli aveva detto che succederà alle 20.00, aggiungendo: Se arriviamo a quel punto, ci sarà un attacco come non ne hanno mai visti”; poco dopo le 21 ora italiana (le 15.00 negli USA, quindi 5 ore dalla fine dell’ultimatum) “il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif ha chiesto pubblicamente a Trump di estendere l’ultimatum di due settimane e di sostenere un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, esortando a sua volta Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz per lo stesso periodo come gesto di buona volontà”. Nel frattempo, secondo quanto riportato da Axios, “Le forze statunitensi in Medio Oriente e i funzionari del Pentagono hanno trascorso quelle ultime ore a prepararsi per una massiccia campagna di bombardamenti contro le infrastrutture iraniane e a cercare di capire quale fosse la posizione di Trump”; Non avevamo idea di cosa sarebbe successo. Era una situazione folle, avrebbe ammesso un funzionario della Difesa: “Gli alleati nella regione”, continua Axios, “si stavano preparando a una rappresaglia iraniana di portata senza precedenti. All’interno dell’Iran, alcuni civili stavano fuggendo dalle proprie case nel tentativo di evitare il peggio degli attacchi”.

 

Ma 3 ore e mezzo dopo, a meno di un’ora e mezza dalla scadenza dell’ultimatum, ecco il colpo di scena:

”Sulla base delle conversazioni avute con il Primo Ministro Shehbaz Sharif e il Maresciallo di Campo Asim Munir del Pakistan, e nelle quali mi è stato chiesto di sospendere l’invio di forze distruttive in Iran previsto per questa sera, e a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran acconsenta all’APERTURA COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA dello Stretto di Hormuz, acconsento a sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Il motivo di questa decisione è che abbiamo già raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari e siamo a buon punto con un accordo definitivo riguardante la PACE a lungo termine con l’Iran e la PACE in Medio Oriente. Abbiamo ricevuto una proposta in 10 punti dall’Iran e riteniamo che sia una base praticabile su cui negoziare. Un periodo di due settimane consentirà di finalizzare e portare a compimento l’accordo. E’ un onore vedere questo problema di lunga data vicino alla risoluzione”.

 

Secondo Trita Parsi, “La frase più importante nel post di Trump sul cessate il fuoco è che i negoziati successivi si baseranno sulla proposta iraniana in 10 punti, e non sui 15 punti di Trump”.

Girano online diverse versioni di questi fantomatici 10 punti, ma non sono in grado di stabilire la loro autenticità; secondo Parsi, comunque, “Gli aspetti chiave della proposta iraniana” sarebbero:
– Fine permanente delle ostilità: un accordo di pace duraturo anziché un cessate il fuoco temporaneo;
– Garanzie di sicurezza: assicurazioni che l’Iran non sarà attaccato di nuovo;
– Revoca delle sanzioni: rimozione completa di tutte le sanzioni statunitensi imposte all’Iran;
– Riapertura dello Stretto di Hormuz: l’Iran riaprirebbe la vitale rotta energetica, ma imporrebbe una tassa di 2 milioni di dollari per nave, da dividere con l’Oman;
– Sicurezza regionale: fine degli attacchi israeliani in Libano e di altri attacchi regionali;
– Finanziamento della ricostruzione: i proventi dello Stretto verrebbero utilizzati per la ricostruzione delle infrastrutture anziché per le riparazioni dirette. Sempre secondo Parsi, inoltre, “Quando Stati Uniti e Iran si incontreranno a Islamabad per negoziare un accordo finale basato sul piano iraniano in 10 punti, entrerà in gioco una nuova dinamica: la guerra fallita di Trump ha eliminato l’efficacia delle minacce militari americane nella diplomazia tra Stati Uniti e Iran”:

“Gli Stati Uniti possono ancora lanciare minacce”, continua ancora Parsi, “ma tutti sapranno che non hanno più molto peso. In sostanza, la guerra con l’Iran è stata tentata e ha fallito. Di conseguenza, i negoziati dovranno basarsi su compromessi autentici da entrambe le parti , piuttosto che sulla coercizione da una delle due”.

 

Secondo l’ex ambasciatore francese in Israele, Gérard Araud, Trump ha così ammesso “una grave sconfitta strategica contro l’Iran, che rimane padrone del campo di battaglia”:

Non tutti, però, sono così ottimisti sulla totale e irreversibile disfatta USA: secondo Glenn Diesen “Gli sforzi degli Stati Uniti per distruggere l’Iran non sono cambiati e non c’è alcuna possibilità che un accordo di pace venga rispettato. La diplomazia è sempre stata solo un inganno e questo darà agli Stati Uniti solo il tempo di riorganizzarsi e perseguire un altro approccio. Proprio come nella guerra della NATO contro la Russia, non c’è alcuna volontà di vivere in pace con una potenza rivale. Pertanto, non ci saranno mai soluzioni politiche che risolvano le cause profonde, ma solo cessate il fuoco temporanei per combattere da una posizione più favorevole. L’unico obiettivo è la pace egemonica: la sicurezza attraverso il dominio, sconfiggendo e distruggendo gli avversari”.

 

Sulla stessa lunghezza d’onda, come prevedibile, anche il buon Brian Berletic:

“Devo davvero spiegare alla gente che non c’è NESSUNA possibilità che gli Stati Uniti accettino mai la pace con l’Iran o che rispettino un qualsiasi accordo stipulato con loro?”, si chiede; “Gli Stati Uniti stanno conducendo una guerra contro l’Iran nell’ambito di una guerra più ampia contro il multipolarismo e in particolare contro la Cina”, sottolinea: “Si tratta di riarmare, riorganizzare e/o creare una plausibile negabilità in vista di un attacco israeliano contro l’Iran, pianificato, organizzato e sostenuto dagli Stati Uniti – possibilmente con armi nucleari”.

 

La variabile di Israele nel ruolo di poliziotto cattivo, che tanto piace agli inquinatori di pozzi MAGA, è sottolineata da molti: il capo della fazione più globalista del regime etno-fascista di Tel Aviv, Yair Lapid, ha colto l’occasione al balzo per spingere verso il regime change israeliano, nella speranza di poter continuare la politica genocidiaria senza l’ostacolo del brutto carattere di Bibi Netanyahu.

“Nella nostra intera storia non si è mai verificato un disastro politico di tale portata”, ha scritto su X: “Israele non era nemmeno presente al tavolo delle decisioni”; “L’esercito ha fatto tutto ciò che gli è stato chiesto, la popolazione ha dimostrato un’incredibile resilienza, ma Netanyahu ha fallito politicamente, ha fallito strategicamente e non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato. Ci vorranno anni per riparare i danni politici e strategici causati da Netanyahu a causa della sua arroganza, negligenza e mancanza di pianificazione strategica”.

 

Per continuare indisturbati a sterminare indiscriminatamente i bambini arabi, servono facce nuove: secondo Mustafa Barghouti, “Benjamin Netanyahu è il principale perdente del cessate il fuoco e sta cercando di sabotarlo intensificando gli attacchi militari contro il Libano”.

 

Anche se, bisogna ammettere, per il premio Ciarlatano 2026 Israele se la deve vedere con gli emiratini: secondo il consigliere diplomatico del presidente dell’UAE, Anwar Gargash, “Gli Emirati Arabi Uniti sono usciti vittoriosi da una guerra che avevamo sinceramente cercato di evitare, portando a termine una trionfale difesa nazionale che ha salvaguardato la sovranità e la dignità e protetto le nostre conquiste da una brutale aggressione”.

“Oggi”, continua Gargash, “siamo pronti ad affrontare un complesso scenario regionale con maggiori risorse, una comprensione più profonda e una capacità più solida di influenzare e plasmare il futuro. La nostra forza, la nostra resilienza e la nostra fermezza hanno rafforzato il modello di sviluppo degli Emirati Arabi Uniti”; chissà se continuerà a pensarla così quando dovrà sganciare 2 milioni ai nemici iraniani per ogni nave che passa da uno Stretto che, fino a ieri, era gratis e che credevano sarebbe stato sempre protetto dal loro alleato USraeliano. Middle East Spectator riporta che “A quanto pare, stando ad alcune fonti ben informate, solo circa 10-20 navi al giorno saranno autorizzate ad attraversare lo Stretto di Hormuz nelle prossime due settimane”.

 

Per chiudere, condivido l’analisi che fa sempre MES sull’ipotesi che le due settimane di cessate il fuoco servano a USA e Israele per riorganizzarsi:

1. Innanzitutto, è necessario comprendere che le scorte di intercettori sia in Israele che negli Stati del Golfo sono a livelli criticamente bassi. Anche se gli Stati Uniti volessero ricostituire tali scorte, queste sono talmente limitate che dovrebbero trasferire parte delle scorte attualmente dislocate in altri teatri operativi (Asia, Europa, Nord America). Israele avrebbe la priorità in questo senso; gli Stati del Golfo sarebbero probabilmente costretti a provvedere autonomamente. Anche se ciò avvenisse, le scorte statunitensi esistenti, in particolare quelle di intercettori THAAD, sono così limitate che sarebbe necessario un massiccio aumento della produzione, il che è praticamente impossibile ed estremamente costoso nel breve e medio termine.

2. Se, come affermato, gli Stati Uniti volessero rifornire le scorte israeliane di intercettori, avrebbero già potuto farlo durante la guerra; la logistica non è il problema, il cessate il fuoco non fa alcuna differenza. Le basi aeree militari in Israele sono già operative e gli aerei cargo statunitensi fanno la spola senza interruzioni, anche durante gli intensi bombardamenti provenienti dall’Iran. Pertanto, l’argomentazione secondo cui un cessate il fuoco aiuterebbe Israele a riarmarsi è falsa. Potrebbero riarmarsi ora se volessero, ma non hanno il materiale necessario.

3. In effetti, durante un cessate il fuoco temporaneo, se la situazione fosse gestita correttamente, l’Iran avrebbe un vantaggio militare in termini di ricostruzione. Una pausa di due settimane nei combattimenti permetterebbe all’Iran di bonificare gli accessi alle sue basi missilistiche balistiche, rimettendone in funzione diverse, comprese quelle nelle regioni occidentali del Paese e, al contempo, consentirebbe il trasferimento e la dispersione clandestina di droni e missili in zone più remote e difficili da monitorare, da utilizzare in un’ulteriore escalation. Ad esempio, i droni provenienti dai magazzini potrebbero essere ulteriormente dispersi in corridoi di lancio decentralizzati tra montagne e valli, quasi impossibili da individuare, consentendo operazioni prolungate per mesi. In breve, ciò significa che l’Iran potrebbe decidere di riprendere la guerra dopo due settimane e lanciare ondate di missili e droni molto più ampie e coordinate contro il nemico.

4. Durante la tregua nei combattimenti, quando si svolgeranno i negoziati, la posizione dell’Iran in questi colloqui sarà notevolmente rafforzata rispetto ai precedenti round. La minaccia di un intervento militare è una carta già giocata e gli Stati Uniti hanno molta meno influenza sulla situazione rispetto a prima della guerra, poiché l’intervento militare è stato tentato senza successo. L’Iran, d’altro canto, ha dimostrato di poter paralizzare l’approvvigionamento petrolifero mondiale bloccando lo Stretto di Hormuz, e questa è una carta molto più potente da giocare.

5. Una pausa di due settimane nei combattimenti permetterebbe ai comandanti e ai responsabili delle decisioni iraniani di riorganizzarsi e ricalibrare i propri piani. Inoltre, se le condizioni di sicurezza lo consentiranno e se verranno adottate le massime misure di sicurezza, si potrebbe assistere alla prima apparizione televisiva della nuova Guida Suprema, il che infonderebbe fiducia a livello nazionale e legittimerebbe la continuità della leadership della Repubblica Islamica.

6. Nell’arco di queste due settimane, la pressione interna sul presidente Trump affinché rinunci a un’ulteriore escalation contro l’Iran continuerebbe ad aumentare, e la pressione per una soluzione diplomatica crescerebbe significativamente rispetto a qualsiasi momento del passato.

7. Tenendo conto di tutti i punti sopracitati, il cessate il fuoco può funzionare a vantaggio dell’Iran solo se la leadership affronta i colloqui con piena consapevolezza dei piani ingannevoli del nemico e della probabilità di un tradimento; deve nutrire una totale sfiducia negli americani, il che è appropriato considerando che entrambe le precedenti volte in cui l’Iran ha negoziato è stato attaccato. Non dovrebbero esserci riunioni di alti comandanti, i leader dovrebbero evitare di spostarsi e di diventare bersaglio di attentati e, in generale, non devono comportarsi in modo ingenuo.

Tags: Benjamin netanhyaudonald trumpEmirati Arabi Unitila newsletter di ottolinaOmanottoparlantepakistanstretto di Hormuztassa per il passaggiotregua di due settimane
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