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Il petrolio fisico raggiunge il massimo degli ultimi 18 anni. La recessione è inevitabile?

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (3/04/26)

OttolinaTV by OttolinaTV
03/04/2026
in Articoli, Asia, Cina, Economia, Europa, Medio Oriente, U.S.A.
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Il Marru

Trump è andato a letto con un po’ di acidità di stomaco ieri sera:

Non ha tutti i torti: in effetti, il più grande e potente esercito del mondo (di gran lunga! come dice lui), “non ha ancora iniziato a distruggere ciò che resta dell’Iran”; ma più che dei ponti e delle centrali elettriche, forse, si dovrebbero preoccupare di qualcos’altro.

Secondo quanto riportato in esclusiva da CNN, alcune fonti sosterrebbero che “L’intelligence statunitense ritiene che l’Iran mantenga una significativa capacità di lancio di missili” – e quando dicono significativa, intendono parecchio significativa, molto più significativa di ogni stima fatta in passato, anche la più pessimista: “Secondo recenti valutazioni dell’intelligence statunitense”, riporta infatti CNN, “circa la metà dei lanciamissili iraniani è ancora intatta e migliaia di droni d’attacco a senso unico rimangono nell’arsenale iraniano”. ”Sono ancora pronti a scatenare il caos più totale in tutta la regione”, avrebbe affermato una delle fonti: “Migliaia di droni iraniani sono ancora in servizio, circa il 50% delle capacità di droni del Paese” e “un’ampia percentuale dei missili da crociera iraniani per la difesa costiera è rimasta intatta”; “Questi missili rappresentano una capacità fondamentale che consente all’Iran di minacciare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz”. Secondo fonti militari israeliane, il numero totale di lanciatori iraniani operativi sarebbe inferiore, attestandosi intorno al 20-25%. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato che ”Fonti anonime desiderano ardentemente attaccare il presidente Trump e sminuire l’incredibile lavoro svolto dalle Forze Armate degli Stati Uniti nel raggiungimento degli obiettivi dell’Operazione Epic Fury”; “Israele”, però, sottolinea l’articolo, “non include nel conteggio dei lanciatori sopravvissuti quelli sepolti o resi inaccessibili in grotte e tunnel”: “La capacità di operare sottoterra è una delle ragioni principali per cui i lanciatori non hanno subito ulteriori danni”, continua l’articolo. “L’Iran ha a lungo nascosto i suoi lanciatori in estese reti di tunnel e grotte, preparandosi da decenni a conflitti di questo tipo, il che li rende particolarmente difficili da colpire”; “Gli Stati Uniti e Israele hanno preso sempre più di mira gli ingressi dei tunnel che conducono a tali infrastrutture sotterranee e le attrezzature utilizzate per tentare di riacquisirne l’accesso, come bulldozer e altri macchinari pesanti”.

 

In passato, su Ottolina, abbiamo parlato della campagna di USraele per disseminare di mine anticarro le aree nelle vicinanze degli accessi ai depositi e alle strutture protettive sotterranee: ieri, il portavoce del quartier generale di Khatam al-Anbia, Ebrahim Zolfaghari, rivolgendosi agli americani ha affermato che “Le vostre informazioni sulle nostre capacità militari e armamenti sono incomplete. Non sapete nulla delle nostre ampie e strategiche capacità. Non aspettatevi di essere riusciti a distruggere i centri di produzione dei nostri missili strategici, dei droni d’attacco a lungo raggio, dei moderni sistemi di difesa aerea, dei mezzi di guerra elettronica e delle attrezzature speciali. Gli obiettivi che voi, a quanto sembra, avete colpito, sono insignificanti. La nostra produzione militare strategica viene effettuata in luoghi di cui voi non avete alcuna idea e ai quali non potrete mai arrivare”. Al netto del tono propagandistico delle dichiarazioni, la questione sembra piuttosto chiara: limitandosi alla sola campagna aerea, USraele, nella migliore delle ipotesi, non sembra comunque essere in grado di danneggiare il comparto militare-industriale iraniano in misura da impedirgli di risorgere non appena l’operazione militare, sotto la pressione dei mercati internazionali, non dovesse venire sospesa: l’idea potrebbe essere di dare un ultima botta massiccia a tutto quello che è raggiungibile e, poi, continuare con attacchi sporadici mirati che impediscano, o rendano estremamente difficile, rendere di nuovo logisticamente agibili depositi e impianti sotterranei e, quindi, tornare a dispiegare i lanciatori che minacciano lo Stato etno-fascista di Tel Aviv; il problema è che, in assenza di garanzie che USA e Israele non tornino a colpire (qualsiasi cosa questo possa concretamente significare), gli iraniani non sembrano avere nessuna intenzione di accettare questo nuovo equilibrio, e, per USraele, imporlo con la forza sembra essere estremamente complicato perché per tenere sotto scacco lo stretto, tutto sommato, agli iraniani basta poco, probabilmente anche solo la capacità di continuare a operare in continuità con i droni che, appunto, continuano ad avere in quantità smodata. E, con ogni probabilità, riuscire a ridurre la resistenza iraniana al solo utilizzo dei droni, al momento, continua ad essere una chimera: “L’Iran è riuscito a spostare le piattaforme mobili”, sottolinea la CNN, “rendendo difficile rintracciare i lanciatori, in modo simile alle difficoltà incontrate dagli Stati Uniti con gli Houthi in Yemen”; “Le capacità missilistiche costiere potrebbero essere in gran parte ancora intatte”, anche perché “non sono state al centro della campagna militare statunitense, che ha invece concentrato la propria potenza di fuoco su ciò che può essere lanciato contro gli alleati nella regione”, e, nel frattempo, “è probabile che tali capacità si siano spostate sottoterra, rendendole difficili da individuare”. E non è solo questione di missili: “Sebbene la Marina iraniana sia stata in gran parte distrutta”, sottolinea la CNN, “le forze navali separate appartenenti al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche conservano ancora circa la metà delle sue capacità”; un’altra fonte avrebbe dichiarato che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche possiede ancora “Centinaia, se non migliaia, di piccole imbarcazioni e navi di superficie senza equipaggio”. Insomma: risolvere il problema semplicemente prolungando un po’ l’operazione Epic Fury non sembra molto realistico. Un tentativo potrebbe consistere, appunto, in una campagna di bombardamenti indiscriminata molto più violenta di quella avvenuta in questo primo mese di operazione: per compierla, si dovrebbe passare ad attacchi diretti con bombe a gravitazione e Bunker Buster di varia natura, anche perché i missili a media gittata per le operazioni stand-off (cioè, mantenendo i velivoli a distanza di sicurezza), cominciano a scarseggiare; questo ovviamente, però, comporta un’assunzione di rischi molto maggiore, soprattutto visto che, proprio come confermerebbe anche l’articolo della CNN, gli iraniani continuano a disporre di una quantità cospicua di piattaforme di lancio mobili. Quali reali danni una campagna del genere possa, però, infliggere ai depositi e alle strutture meglio protette, è piuttosto incerto, e USraele potrebbe dover ripiegare, allora, su una campagna di terrore indiscriminata per provare a ottenere col puro terrore quello che non è riuscita a ottenere in termini di risultati militari mirati; un’opzione del genere, però, avrebbe un costo politico enorme, non tanto nei confronti degli amici del mondo libero e democratico, che abbiamo visto a Gaza essere in grado di tollerare ogni forma di sterminio incondizionato, ma quanto nel resto del mondo, in particolare di quello musulmano, a partire da Paesi come l’Indonesia e la Malesia, per fare un esempio.

 

Per provare a cambiare in modo sostanziale i rapporti di forza sul terreno, l’inizio di un’operazione di terra sembra abbastanza inevitabile, ma, anche in questo caso, un successo chiaro è piuttosto complicato, anche senza tenere in conto i costi; chissà se è proprio l’idea di procedere verso un’operazione di terra – che, comunque, non risolverebbe i problemi principali – che ha creato le condizioni per il defenestramento del Generale più alto in grado dell’esercito:

Come riporta Axios, “Il Segretario alla Difesa (in realtà, alla Guerra) Pete Hegseth ha chiesto al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Randy George, e ad altri due alti ufficiali militari di lasciare i loro incarichi”: “George è il generale di più alto grado dell’esercito”; “l’allora presidente Biden nominò George nel 2023 per quel ruolo, che in genere ha una durata di quattro anni”. “George è l’ultimo di una serie di Generali e Ammiragli rimossi da Hegseth nel corso dell’ultimo anno”; “Il generale Christopher LaNeve, un tempo assistente di Hegseth, ricoprirà la carica di Capo di Stato Maggiore dell’esercito ad interim”.

 

Intanto ad Hormuz qualcosa si muove:

“Giovedì pomeriggio la CMA CGM Kribi è salpata dalle acque al largo di Dubai in direzione dell’Iran”, si legge su Bloomberg, “segnalando che il suo armatore era francese, secondo i dati di tracciamento navale. Ha navigato vicino alla costa iraniana, attraversando un canale tra le isole di Qeshm e Larak, trasmettendo apertamente il suo percorso. Venerdì mattina, ha segnalato di trovarsi al largo di Muscat, oltre lo stretto”.

 

Poco prima, sempre Bloomberg aveva pubblicato questa analisi:

“L’attenzione anglo-francese si concentra sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, non con la forza, ma attraverso coalizioni e diplomazia”: “Macron ha incontrato questa settimana la Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi, una persona che condivide la sua visione e desidera ardentemente siglare un cessate il fuoco e una de-escalation in una regione da cui il Giappone ricava quasi tutto il suo petrolio greggio”; “Il presidente francese ha respinto le richieste di inviare cannoniere come irrealistiche, ma Tokyo e Parigi si sono mostrate aperte a un maggiore coinvolgimento della Marina dopo il cessate il fuoco”. “Nel frattempo, giovedì la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha ospitato una teleconferenza con i suoi omologhi di circa 40 Paesi per ripristinare la navigazione attraverso lo Stretto”: “Si tratta di un’inversione di ruoli a 70 anni dalla crisi di Suez, quando il Regno Unito e la Francia si unirono a Israele in un’offensiva sconsiderata e sfortunata per strappare il Canale al controllo egiziano”; “Allora, erano gli Stati Uniti a cercare di impedire che la regione venisse devastata, mentre l’Unione Sovietica e le Nazioni Unite premevano per la fine della guerra”. “La domanda ora è cosa potrebbe ottenere la potenziale coalizione di Paesi che ha preso parte a quella telefonata di Londra. Il vero successo si otterrebbe trovando una via d’uscita per Trump che non implichi un’escalation”. Prima della notizia della nave container francese, era uscito l’ultimo rapporto di Windward sull’andamento dei traffici attraverso Hormuz: “Il 1° aprile i transiti sono aumentati per il terzo giorno consecutivo, raggiungendo quota 16, rispetto agli 11 del 31 marzo. Un numero crescente di Paesi sta negoziando con l’Iran per consentire il transito delle navi, il che suggerisce che il ritmo dei transiti potrebbe aumentare nei prossimi giorni”, ma “il 62% dei transiti è stato costituito da navi soggette a sanzioni occidentali”.

 

Intanto, finalmente, si comincia a capire che le conseguenze della (parziale) chiusura di Hormuz stanno avendo, e avranno nei prossimi mesi/anni, conseguenze concrete molto, ma molto superiori rispetto a quanto indicato dal prezzo dei future sul Brent:

Il grafico che vedete rappresenta l’andamento del cosiddetto Dated Crude Brent: non è un prodotto finanziario, o una previsione dei mercati su come si muoveranno i prezzi nel prossimo futuro; è la stima del prezzo al quale viene scambiato il petrolio del Mare del Nord. Prima del’inizio di Epic Fury, il prezzo era sostanzialmente allineato a quello dei future; poi, entrambi hanno iniziato a salire, ma i future si sono arrestati poco sopra i 100 dollari al barile, rimanendo al di sotto dei picchi raggiunti nel 2022. Il Dated, invece, ha continuato a crescere a dismisura superando, ieri, i 140 dollari al barile, un prezzo che non si registrava dal 2008: in soldoni, significa che i mercati sono ottimisti sul futuro, ma il petrolio che serve adesso non c’è e (ma questa è una mia speculazione) l’ottimismo dei mercati per il futuro, più che ottimismo, potrebbe essere la consapevolezza che è in arrivo una recessione globale da far tremare i polsi.

 

E la prospettiva di una crisi strutturale e prolungata si fa sentire anche nei mercati finanziari USA, dove torna a tremare il comparto del Private Credit:

Due fondi di Blue Owl Capital hanno ricevuto richieste di rimborso dei capitali record: un fondo, specializzato nel credito privato, ha ricevuto richieste per il 22% del capitale, un altro, focalizzato sul settore tecnologico, addirittura del 41; non è la prima fuga agli sportelli a travolgere Blue Owl, in una delle fasi più critiche di sempre per tutto il settore. Per capire l’entità di questa nuova ondata, bisogna ricordare che i fondi aperti, di solito, hanno una clausola che gli permette di rifiutare rimborsi superiori al 5% del capitale investiti: è un tetto previsto per situazioni eccezionali perché, solitamente, non ci si arriva neanche vicini, ed è così eccezionale che le rarissime volte in cui viene superato, di solito, si decide di chiudere un occhio perché rifiutare i rimborsi sarebbe un segno di debolezza che, ovviamente, rischierebbe di gettare nel panico gli investitori, tant’è che quando, a gennaio, un altro fondo specializzato in tecnologia di Blue Owl aveva ricevuto richieste di rimborsi per il 15% del capitale, era stato acconsentito. Le società di credito privato sono diventate tra i maggiori finanziatori di aziende con rating creditizio scadente, molte delle quali si sono indebitate per finanziare acquisizioni da parte di fondi di private equity: se i rimborsi rimangono troppo elevati per troppo tempo, i fondi corrono il rischio di dover vendere prestiti in perdita per rimborsare i clienti.

Tags: crisi petroliferadepositi sotterraneidonald trumpdroni e missiligeopoliticaguerra iran-usa-israelela newsletter di ottolinamercati finanziarioperazioni militariottoparlanteprivate creditstretto di Hormuz
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