Negli ultimi giorni, il confronto tra Pedro Sánchez e Donald Trump sulla guerra in Iran è stato molto acceso; Madrid ha compiuto una serie di mosse concrete e senza precedenti: prima il veto all’uso delle basi militari di Rota e Morón per le operazioni statunitensi contro Teheran, poi la chiusura dello spazio aereo agli aerei USA coinvolti nel conflitto, costringendo Washington a riorganizzare le rotte militari, una linea coerente con la posizione ufficiale del governo spagnolo, che ha definito la guerra illegale e ha escluso qualsiasi coinvolgimento diretto. Sul fronte politico, Sánchez ha resistito alle pressioni della Casa Bianca respingendo le minacce di ritorsioni commerciali lanciate da Trump e ribadendo che la Spagna non sarà complice del conflitto; parallelamente, ha lavorato in sede europea per consolidare una risposta comune e ha avviato misure interne per contenere l’impatto energetico della crisi, trasformando la linea anti-guerra in azione di governo. Dall’altra parte, Trump ha rilanciato, arrivando a minacciare lo stop agli scambi con Madrid e rivendicando la legittimità dell’operazione militare, mentre il conflitto continua ad incidere sugli equilibri globali; in questo quadro, quella di Sánchez non è solo una posizione politica, ma una sequenza di atti concreti che rompono con l’allineamento tradizionale agli Stati Uniti. Ma, alla fine, è davvero un ribelle?










