Un semplice post su un blog ha fatto bruciare 200 miliardi di capitalizzazione nelle borse USA -l’equivalente dell’intero mercato azionario dell’Irlanda; cosa diceva di così sconvolgente? Siamo al 30 giugno del 2028: il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 10,2%, con gli ultimi dati che registrano un balzo di un ulteriore 0,3% nell’ultimo trimestre; di fronte a questi dati, l’SP500, il principale indice azionario USA, ha perso un ulteriore 2% in una sola sessione. Rispetto ai picchi dell’ottobre 2026, siamo ormai a un bel -38%: inizia così l’esercizio di stile della piccola società di analisi Citrini Research che, lunedì scorso, ha gettato di nuovo nel panico i mercati azionari USA; nell’arco di una seduta, la sola IBM ha bruciato la bellezza di oltre 30 miliardi. Un caso eclatante di isteria collettiva: come titola il Financial Times,Il clamore sul rapporto Citrini svela un mercato in cerca di una scusa per crollare; “La cosa più importante del post”, sottolinea l’articolo, “non è ciò che dice. Ma che il mercato azionario ha raggiunto il punto in cui un posto su un blog poco conosciuto causa movimenti significativi dei titoli. Il polverone di Citrini è un’ulteriore prova che ci troviamo in un mercato costoso che cerca una scusa per crollare, per ragioni che probabilmente vanno oltre la semplice intelligenza artificiale”.
Ma cosa dice questo benedetto post, esattamente? I ricercatori si sono proiettati in avanti di un paio di anni abbondanti e si sono immaginati cosa scriveranno su quello che è avvenuto nel frattempo: “La prima ondata di licenziamenti dovuti all’obsolescenza umana”, scrivono, “iniziò all’inizio del 2026 ed ebbe esattamente gli effetti previsti. I margini aumentarono, gli utili superarono le aspettative e le azioni salirono. E gli utili aziendali si trasformarono in ulteriori massicci investimenti in intelligenza artificiale”; “Il PIL nominale continuava a registrare una crescita sostenuta e la produttività continuava ad aumentare a tassi mai visti dopo gli anni ‘50”. Tutto merito degli “agenti di intelligenza artificiale” che “non dormono, non prendono giorni di malattia e non hanno bisogno di un’assicurazione sanitaria”; nel frattempo, inevitabilmente, “i colletti bianchi hanno perso il lavoro a favore delle macchine e sono stati costretti a ricoprire ruoli meno retribuiti”. Risultato: l’economia dei consumi entrava inevitabilmente in crisi; il PIL cresceva, ma era un PIL fantasma che non aveva niente a che fare con l’economia reale.
Tutto era iniziato verso la fine del 2025, l’inizio del balzo in avanti degli “strumenti di codifica agentica” – tradotto: software capaci di sviluppare e modificare codice in modo autonomo, senza dipendere da istruzioni dettagliate passo dopo passo; con l’aiuto dell’AI, uno sviluppatore competente poteva costruire in poche settimane un servizio online di livello medio – qualcosa che, fino a poco tempo prima, avrebbe richiesto un intero team e molto più tempo. L’affidabilità era ancora discutibile e la risoluzione di alcuni casi limite richiedeva ancora l’intervento umano, ma era comunque sufficiente affinché diverse aziende cominciassero a chiedersi se era ancora il caso di rinnovare il contratto da 500 mila dollari l’anno che avevano con un fornitore esterno, invece che provare a svilupparsi quello che gli serviva da soli. La botta non arrivò subito: i contratti per il 2026 erano stati firmati nel quarto trimestre del 2025, quando ancora i risultati tangibili non erano consolidati; ma quando, nell’estate del 2026, arrivò il momento della revisione di metà anno, era già cambiato tutto: i fornitori si presentarono alle trattative con l’idea di aumentare, come sempre, i prezzi del 5%, facendo leva sul fatto che senza di loro i team interni non si sapevano levare un dito dal culo. Ma ne uscirono con le ossa rotte: a levargli le dita dal culo ci avrebbe pensato l’intelligenza artificiale; se volevano tenere in piedi la collaborazione, dovevano concedere sconti nell’ordine del 30%. E non era tutto: grazie all’automazione del lavoro resa possibile dai loro servizi, le principali corporation erano erano arrivate a tagliare fino al 15% del personale e, per ognuno di quegli impiegati in meno, le società che vendevano automazione avevano una licenza in meno da vendere. Come hanno reagito le società che producono software a questo calo dei ricavi? Ovviamente, a loro volta, tagliando il personale e aumentando l’automazione.
E il settore del software era solo l’inizio; nei cinquant’anni precedenti, l’economia statunitense aveva costruito un gigantesco sistema di rendita basato su alcuni comportamenti tipici: abbonamenti e membership che si rinnovano passivamente nonostante mesi di inutilizzo e prezzi di lancio che raddoppiano furtivamente dopo il periodo di prova. Gli agenti di intelligenza artificiale hanno rotto questi schemi: gli esseri umani non hanno né il tempo, né la voglia, di confrontare i prezzi tra cinque piattaforme concorrenti prima di acquistare una scatola di cialde di caffè; gli agenti, sì. Rinnovo dell’assicurazione, consulenza finanziaria, dichiarazioni dei redditi: tutte le categorie dove il servizio, sostanzialmente, consiste nell’occuparsi di qualcosa che il consumatore trova troppo noioso, sono state rapidamente rivoluzionate, perché per gli agenti non c’è mai niente di troppo noioso. Le app di consegna a domicilio sono state la vittima successiva: grazie agli agenti di intelligenza artificiale, un umile sviluppatore con un po’ di competenza riusciva ormai a mettere online un competitor che, però, garantiva ai rider di tenere per se il grosso della commissione; i lavoratori autonomi erano magicamente in grado di confrontare le richieste di lavoro in arrivo contemporaneamente da 20-30 piattaforme alla volta. I margini delle corporation della gig economy si sono ridotti in men che non si dica quasi a zero e chi aveva messo in piedi strutture costose è crollato; vabbeh, poco male: almeno i salari che non vanno più in tasca ai colletti bianchi licenziati, vanno in quelle dei rider… Col cazzo: i colletti bianchi licenziati sono diventati nuovi rider, proprio mentre il calo dei consumi riduceva la domanda. Risultato: salari ridotti pure lì. Ciononostante, il mercato pensava ancora che si trattava di crisi settoriali, ma i colletti bianchi rappresentano il 50% dell’occupazione USA e il 75% dei consumi; le aziende e i posti di lavoro che l’intelligenza artificiale stava divorando non erano tangenziali all’economia statunitense: erano l’economia statunitense.
Anche in passato le innovazioni tecnologiche, quando si sono affermate, hanno distrutto posti di lavoro; contemporaneamente, però, ne hanno creati di nuovi, e anche l’intelligenza artificiale ha creato nuovi posti di lavoro: ricercatori specializzati in sicurezza dell’intelligenza artificiale, tecnici delle infrastrutture… Il problema è che per ogni nuovo ruolo creato dall’intelligenza artificiale, ce ne sono decine che vengono resi obsoleti; il problema con l’AI è che è in grado di fare anche buona parte dei nuovi lavori che potenzialmente può creare. In una normale recessione, di solito, intervengono alcuni automatismi che, a un certo punto, invertono la direzione di marcia; esempio: l’eccesso dello stock di immobili disponibili porta a un rallentamento dell’attività edilizia. Un rallentamento dell’attività edilizia, però, porta a una riduzione dei tassi di interesse, e una riduzione dei tassi di interesse porta alla ripartenza dell’attività edilizia: il meccanismo ciclico contiene in sé i semi della ripresa. Con l’intelligenza artificiale, un po’ meno: l’intelligenza artificiale diventa rapidamente più performante ed economica; le aziende, allora, licenziano dei lavoratori. Nell’immediato, risparmiano e impiegano quel risparmio per investire in altra intelligenza artificiale, che comporta il licenziamento di altri lavoratori; questi lavoratori licenziati hanno meno soldi da spendere, e i consumi crollano. Le aziende che vendono prodotti di consumo, allora, vedono crollare i fatturati e, per risparmiare, aumentano gli investimenti in AI per sostituire un po’ di personale con qualche macchina; e, così, ci sono ancora meno lavoratori che consumano. E, quindi, per provare a difendere i margini, ancora più investimenti per sostituire uomini con macchine, e così via; non è un ciclo: è una spirale inarrestabile e perversa. Come sottolinea il Financial Times, il rapporto fa acqua da tutte le parti e, alla fine, non fa altro che replicare il più tradizionale degli schemi narrativi della letteratura di fantascienza: le macchine che si ribellano contro i loro creatori. E, come riporta Bloomberg, il primo a rimanere scioccato per le reazioni a questo esercizio di stile un po’ sconclusionato è stato proprio chi il post l’ha scritto: “Se avessi pensato che le azioni si sarebbero mosse in questo modo, non avrei reso gratuito il post”, avrebbe dichiarato.
Eppure, anche queste minimizzazioni, a ben vedere, non sono poi così convincenti: se i nervi sono a fior di pelle e ogni folata di vento fa sobbalzare tutti, un motivo c’è ed è che la gigantesca bolla dell’intelligenza artificiale e gli investimenti spropositati messi sul tavolo dalle mega-corporation – che sono, sostanzialmente, l’unica cosa che ha tenuto in piedi il PIL USA nell’ultimo anno – per risultare sostenibili nel medio-lungo periodo hanno bisogno proprio di una rivoluzione della portata descritta dal post di Citrini. e, quindi, delle due l’una: Citrini ha esagerato, la rivoluzione è contenuta e, quindi, la bolla è destinata a esplodere sotto il peso dei debiti; oppure Citrini non ha esagerato poi così tanto e, allora, a esplodere sarà l’economia reale. Una via di mezzo che prevede una rivoluzione sufficientemente grande da non far scoppiare la bolla, ma, allo stesso tempo, abbastanza piccola da non mettere in ginocchio l’economia reale, sinceramente non riesco proprio a immaginarla; e, probabilmente, non sono il solo: “La mia ansia è alta”, ha ammesso il CEO di JP Morgan Jamie Dimon. A scatenarla è la crisi che, nelle ultime settimane, sta travolgendo proprio il settore del software e, a cascata, quello del private equity, che sulle società di software hanno puntato circa un terzo dei loro investimenti complessivi: Private Equity e software, titolava ieri il Sole; mix esplosivo a Wall Street.
Proviamo a capirci qualcosa; i fondi di private equity sono i fondi che investono in aziende non quotate in borsa: acquisiscono una quota del capitale (spesso la maggioranza), ristrutturano e, dopo in media 5 anni, rivendono a un altro fondo o portano l’azienda in borsa – un mercato enorme che negli USA ha raggiunto il valore di oltre 4 mila miliardi. Poi ci sono, invece, i fondi di private credit, che finanziano le imprese come se fossero banche, e, sottolinea il Sole, negli USA “questi due mondi si sono intrecciati tra loro, creando un legame che potrebbe diventare un boomerang”; il problema riguarda le società che sono state acquisite da fondi di private equity e, allo stesso tempo, si sono fatte finanziare dai fondi di private credit: negli anni passati, prima che i tassi tornassero a crescere, i fondi di private credit si sono fatti la guerra e, pur di conquistare quote di mercato, hanno offerto alle aziende tassi e condizioni ultra-favorevoli. Le aziende di proprietà dei fondi di private equity ne hanno approfittato e si sono indebitate fino al collo; una buona fetta di queste società sono, appunto, nel settore del software: le hanno pagate un sacco (fino a 20 volte gli utili), si sono caricate di debiti e ora, a causa del terrore per le conseguenze dell’implementazione dell’AI, valgono un terzo di quanto le hanno pagate. E, per rifinanziare i loro debiti, devono spendere una marea di soldi perché, nel frattempo, i tassi sono schizzati alle stelle: come riporta sempre il Sole, “L’indice Bloomberg mostra che nell’arco di una settimana i debiti che le aziende rischiano di non essere in grado di ripagare sono passati dall’8,5 a poco meno del 9%”.
E, poi, è arrivata la goccia che rischia di far traboccare il vaso: si chiama Blue Owl Capital; è un fondo di private credit che, negli ultimi anni, ha fatto il botto ed è arrivato a oltre 200 miliardi di patrimonio in gestione. A differenza di altri fondi però, è un fondo aperto: significa che i tuoi soldi non sono vincolati e li puoi ritirare – o, almeno, potevi. Vista l’aria che tira, infatti, a chiedere di ritirare i loro risparmi, ultimamente, sono stati in parecchi; troppi. E Blue Owl non ha sentito seghe: come si dice in gergo, ha chiuso i riscatti – tradotto: i tuoi soldi non sono più tuoi e non li puoi più ritirare, se non come e quando dice Blue Owl. Secondo un sondaggio di Bank of America, il 43% dei gestori di fondi interrogati sono convinti che a scatenare il prossimo tsunami saranno proprio questo tipo di società: vedremo; nel frattempo, per capire quanto ci sia di ciccia in questi fantomatici aumenti di produttività nel settore IT dovuti all’intelligenza artificiale, lo siamo andati a chiedere a chi ci lavora tutti i giorni. Fortunatamente, ce l’avevamo in casa: è il nostro Riccardo Muzzi, mematore ottolino della primissima ora, ma (soprattutto) software engeneer coi controcazzi e super-esperto di intelligenza artificiale generativa e agentica.
Quello che c’è di sicuro è che di sicuro non c’è niente e, nel frattempo, chi può approfitta del caos per provare a fare un po’ di quattrini a ufo; il principale responsabile del famigerato rapporto Citrini si chiama Alap Shah ed è responsabile degli investimenti di una certa Lotus Technology Management – che, secondo Market Watch, da un lato ha scommesso sulla crescita dei titoli legati alla produzione di hardware per l’intelligenza artificiale e, dall’altro, sul crollo di quegli stessi titoli che il rapporto Citrini ha contribuito a far crollare: chiamalo scemo… Gli scemi, semmai, siamo noi che non abbiamo interessi a speculare sui titoli, ma per informarci pendiamo dalle labbra di chi, invece che informarci, prova a manipolarci per fare ancora più soldi. Per avere l’informazione che serve a noi, a chi campa del suo lavoro, ce la dobbiamo fare da soli in modo autorevole, professionale e totalmente indipendente, tutte cose che costano. Aiutaci a sostenerle: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Vincenzo Schettini











Questa puntata é veramente grande. Bravi
Ma nicchia una ceppa. I “traduttori” o meglio localizzatori, contando tutti quelli che operano nei servzi linguistici sono qualche decina di migliaia solo in Italia. E non esistono solo i “licenziamenti”, quando dimezzi le entrate a migliaia di freelance che restano aggrappati al mestiere con le unghie e con i denti facendo prezzi da fame, tipo Raider per capirci, equivale al licenziamento della metà dal punto di vista dell’economia reale.