L’individualismo è ormai alla fine, ma forse non è una bella notizia: il capitalismo, come ogni sistema economico-politico, ha sempre avuto bisogno di una narrazione di supporto; fin dai suoi albori, con la privatizzazione delle Enclosures in Inghilterra, ha sempre trovato efficace supporto nell’individualismo liberale classico di Locke, Hobbes o Smith. Uno schema filosofico che ha sempre posto al centro il singolo come persona astratta, ma sempre bisognosa di continue mediazioni col mondo materiale e sociale: Robinson Crusoe ha potuto appagare ogni desiderio, plasmando un’isola a sua immagine, avendo sempre ben chiare le priorità, i bisogni, la necessità di confrontarsi con altri esseri umani (seppur schiavi); con le continue crisi e trasformazioni del capitalismo novecentesco, però, la filosofia individualista classica entra in crisi, perde il suo mordente e la sua desiderabilità presso l’individuo contemporaneo. L’individualismo si tramuta così in singolarismo, nuova forma antropologica che investe e modifica profondamente le dimensioni individuali del desiderio, del riconoscimento sociale e della partecipazione politica aprendo nuove prospettive, spesso (ma non solo) inquietanti. Ne abbiamo discusso con Dimitri D’Andrea, professore ordinario di Filosofia politica presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Firenze.















