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Liberate Marwan Barghouti: chi è il Mandela palestinese che metterà fine all’apartheid israeliano

OttolinaTV by OttolinaTV
21/10/2025
in I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Medio Oriente
0

E’ successo un’altra volta: alla tenera età di 66 anni – 30 abbondanti dei quali passati in carcere, una buona parte al buio in isolamento – Marwan Barghouti ha rischiato un’altra volta di morire per mano dei suoi aguzzini; l’episodio risalirebbe al 14 settembre scorso, ma è emerso soltanto pochi giorni fa, dopo che alcuni compagni di prigione sono stati rilasciati nell’ambito dello scambio di prigionieri tra resistenza palestinese e occupanti sionisti. ”Quello che sappiamo”, ha dichiarato il figlio Arab al Guardian, “è che mentre trasferivano mio padre, otto guardie dell’autorità carceraria lo hanno iniziato a picchiare, prendendolo a calci, buttandolo a terra, colpendolo con i pugni, e concentrandosi sulla testa e sul torace”; durante l’aggressione Barghouti avrebbe riportato la frattura di 4 costole e perso conoscenza e “per giorni” sarebbe riuscito a “malapena a camminare”. Secondo le testimonianze della famiglia, sarebbe il quarto episodio in due anni e, cioè, da quando, in seguito all’operazione Diluvio di Aqsa del 7 ottobre, dopo oltre 20 anni continuativi di detenzione, Barghouti è stato nuovamente messo in isolamento: “Il tempo libero è finito”, avrebbe dichiarato il simpatico ministro israeliano Ben Gvir commentando l’episodi; “i campi estivi sono finiti”. Pochi giorni prima era andato addirittura a trovarlo in carcere: voleva un trofeo da mostrare alla sua fanbase di suprematisti sociopatici. Le ultime immagini di Barghouti, fino ad allora, risalivano a una decina di anni fa: nel breve video della visita fatto circolare, si vede un uomo scarno, quasi irriconoscibile e costretto a sorbirsi senza reagire la filippica del suo carnefice; un’umiliazione pubblica per ostentare la debolezza e la sottomissione di quello che tutti indicano come in assoluto il più popolare tra i leader palestinesi ancora in vita.

Ma chi è Marwan Barghouti? E perché, nonostante sia rinchiuso da oltre 20 anni, è ancora così popolare? E perché, ancora oggi, fa così tanta paura ai terroristi sionisti? Barghouti nasce nel 1959 nel piccolo villaggio di Kobar, in Cisgiordania, a pochi chilometri dalla capitale Ramallah; cresce in una famiglia poverissima di 9 persone, tutte stipate in un minuscolo casolare di due stanze, in un territorio che allora era ancora amministrato dal Regno di Giordania. Nel 1967, in seguito alla Guerra dei sei giorni, Israele occupa la Cisgiordania; Marawn ha soli 8 anni e, per la prima volta, si trova di fronte alla ferocia dell’occupazione: “I suoi vicini vennero picchiati e arrestati per aver esposto bandiere palestinesi” riporta l’Economist, e “basi militari e insediamenti ebraici illegali spuntarono come funghi intorno al villaggio”. La famiglia Barghouti aveva un cane, a cui Marwan era molto legato, ma “i soldati israeliani lo uccisero a colpi d’arma da fuoco perché abbaiava”

Pochi anni dopo, ancora giovanissimo, il piccolo Barghouti comincia a militare tra le fila del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina che, rispetto ad altre organizzazioni, predilige la mobilitazione pacifica all’organizzazione militare, che, però, non dà grossi frutti e porta comunque guai; quando Barghouti viene arrestato per la prima volta, ha solo 15 anni: il reato? Una semplice, pacifica, manifestazione nel centro di Ramallah. Il giovane Barghouti, quindi, si avvicina sempre di più a Fatah, l’organizzazione paramilitare fondata nel 1959 da Yasser Arafat e che, di lì a breve, sarebbe diventata la principale forza dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e, dopo pochissimo (a malapena diciottenne), viene arrestato di nuovo; e, questa volta, va anche peggio: “Un interrogatore israeliano mi costrinse ad allargare le gambe mentre ero nudo, e poi mi colpì con forza i genitali”, ricordava in un articolo su New York Times lo stesso Barghouti qualche anno fa. “Svenni per il dolore, e la caduta mi lasciò una cicatrice indelebile sulla fronte”; quando mi ripresi l’interrogatore “mi prendeva in giro, dicendomi che non sarei più riuscito a procreare, e che tanto persone come me danno alla luce solo terroristi e assassini”.

Passò i successivi 4 anni e mezzo in carcere che, però, non passarono invano: durante la detenzione, ottiene un diploma di scuola superiore e, soprattutto, impara a parlare fluentemente l’ebraico; lo userà per farsi una cultura su come le milizie ebraiche erano riuscite a dare vita allo Stato di Israele facendo esplodere bombe in cinema e hotel durante il dominio inglese, riunendo le singole milizie in un unico esercito e agendo spietatamente per perseguire i loro obiettivi. Altro che manifestazioni pacifiche… Uscito dal carcere, cerca di capire come mettere in pratica gli insegnamenti, ma gli va male: prima viene arrestato per altri 6 mesi e poi, quando la situazione generale si sta surriscaldando oltre il livello di guardia, nel 1987 viene esiliato in Giordania; pochi mesi dopo, un camion dell’IDF si scontrerà contro due furgoni che che trasportavano operai palestinesi verso il campo profughi di Jabalya, uccidendone 4 all’istante: nell’arco di poche ore scoppiava la prima Intifada.

Nonostante l’esilio, Barghouti riuscì comunque a trovare il modo di dare il suo contributo: girava come una trottola alla ricerca di fondi per finanziare la rivolta; 6 anni dopo, Arafat e Rabin, con la firma degli accordi di Oslo, mettevano fine ufficialmente alla rivolta e avviavano il processo di pace. Barghouti poteva finalmente tornare sulla sua terra e, per la prima volta, poteva organizzare manifestazioni e proteste pacifiche senza rischiare di andare in prigione; sorprendentemente, ne approfittò per costruire relazioni di fiducia e di rispetto con la controparte israeliana – o, almeno, così pensava: “Era una persona con cui potevamo collaborare nell’era della pace” avrebbe affermato Abu Farah, nome di battaglia di un importante comandante dello Shin Bet, l’intelligence interna israeliana, “Non ha mai detto di no a incontrare un israeliano”. Dubbiose sugli esiti del negoziato, dopo Oslo, alcune fazioni di matrice islamica intensificarono le azioni violente; Barghouti, che ancora credeva al processo di pace, condannava apertamente la deriva terroristica ed era aperto alla collaborazione con la controparte israeliana:
“La nostra preoccupazione principale era come trattare insieme i terroristi” ha affermato sempre Abu Farah a proposito dei suoi numerosi incontri con Barghouti.

Ma la politica delle porte aperte e del dialogo non dette grandi frutti: mentre Barghouti provava a collaborare per limitare e arginare le azioni violente, lo Stato di Israele violava sistematicamente gli accordi; nel giro di pochi anni, gli insediamenti illegali in Cisgiordania e Gaza aumentarono più di quanto non avessero fatto nei 30 anni precedenti. I territori occupati si popolavano di fanatici ebrei armati fino ai denti, dediti a ogni forma di provocazione e, invece di perseguirli, l’unico obiettivo delle forze regolari era proteggerli, a prescindere; e, per proteggerli, occupare altro territorio, e così via, in una spirale perversa infinita che, pezzo dopo pezzo, cancellava dalla cartina geografica ogni base concreta per la tanto decantata soluzione dei due Stati. Barghouti, che nel frattempo era stato eletto nel primo parlamento palestinese ed era stato nominato segretario generale di Fatah in Cisgiordania, si spese per anni per cercare di spiegare che tradendo gli accordi di Oslo, i moderati come lui sarebbero stati necessariamente emarginati e la resistenza palestinese avrebbe necessariamente di nuovo abbracciato la strada della lotta armata e del terrorismo.


La pentola a pressione stava di nuovo per esplodere; per evitarlo, nel 2000 arriva il summit di Camp David: un fiasco clamoroso. Israele aveva scelto una volta per sempre la strada della violenza e del sopruso, solo che ancora si vergognava ad ammetterlo pubblicamente. Due mesi dopo, il 28 settembre 2000, Ariel Sharon, allora leader del Likud, mette in scena la provocazione definitiva: scortato di tutto punto, decide di fare una visitina al Monte del tempio di Gerusalemme, sede di una delle moschee più sacre di tutto l’Islam; ad aspettarlo, un nutrito gruppo di manifestanti che lanciano oggetti di ogni genere contro la scorta di Sharon. Tra loro c’è anche Barghouti: la seconda Intifada era iniziata. La rivolta si diffuse come un incendio in gran parte dei territori abitati dai palestinesi; all’inizio in modo pacifico, e poi, quando l’IDF cominciò a rispondere prima con i proiettili di gomma, poi con quelli veri e, alla fine, con gli elicotteri Apache, il tutto degenerò rapidamente: l’ala militare di Fatah, la Brigata dei Martiri di Al Aqsa, intensificò gli attacchi contro i soldati presenti nei territori occupati. Lo Shin Bet attribuiva allo stesso Barghouti il grosso delle responsabilità e provò a intervenire a modo suo: un carro armato aprì il fuoco contro il veicolo dove stava viaggiando Marwan. La guardia del corpo morì all’istante; lui si salvò, ma solo per poco.

Braccato da tutta l’intelligence israeliana, il 15 aprile del 2002 Barghouti viene finalmente stanato in un rifugio di Fatah nella periferia di Ramallah: viene immediatamente portato nello stesso centro di detenzione dove era stato malmenato appena diciottenne. A questo giro, però, le cose sono diverse: Barghouti non è più il signor nessuno di 25 anni prima; è un uomo politico di primo piano, con solide relazioni ai piani alti e che, fino a prova contraria, non ha commesso nessun reato. Barghouti chiede di poter parlare direttamente con Avi Ditcher, l’allora capo dello Shin Bet, che conosceva personalmente; non aveva capito quanto era cambiata l’aria: gli manderanno uno sbarbatello assetato di sangue che guiderà gli interrogatori per 4 interminabili mesi durante i quali Barghouti verrà incatenato giornate intere a una sedia e torturato a dovere. D’altronde, era accusato di ben 37 attentati, accuse che lasciarono di stucco lo stesso ufficiale dello Shin Bet che aveva coordinato il suo arresto; si chiamava Ben Yitzhak e, con tono un po’ sprezzante, dichiarava: “Non l’ho mai visto come un grande combattente”, “è sempre stato solo in politica”. Ed è solo per responsabilità politiche che, dopo altri due anni di isolamento in una cella poco più grande di una cabina fotografica, Barghouti verrà condannato in via definitiva a 5 ergastoli più altri 40 anni; secondo Yitzhak, era una vera e propria vendetta. Gli israeliani, sosteneva, si sentivano personalmente traditi: “Si sedeva a parlare con noi, e invece era un complice”, avrebbe affermato. Speravano così di aver messo fine all’ascesa politica di un temibile avversario; stavano contribuendo alla creazione di un mito immortale.

Nel frattempo, Yasser Arafat viene a mancare e a succedergli è una vera e propria sciagura: Abu Mazen, il prototipo per eccellenza del peggior amministratore coloniale possibile immaginabile; nel mezzo della catastrofe, Abu Mazen si concentra tutto a farsi costruire una cittadella dorata per il suo clan a Ramallah e anche a fornirsi di un jet privato che, però, deve tenere ad Amman perché in tutta la Cisgiordania non c’è manco una pista adeguata. E, ovviamente, quando poi – dopo 10 anni di attese e rinvii – i palestinesi hanno la possibilità di tornare a votare, Abu Mazen viene asfaltato dall’opposizione di Hamas: l’ombra della guerra civile incombe. Nel frattempo, Barghouti è stato trasferito nel carcere di Hadarim, dove vive gomito a gomito con la creme creme dei prigionieri politici palestinesi, compreso Sinwar, il leggendario leader di Hamas; insieme, elaboreranno un programma per riconciliare le due fazioni: è il famoso Documento dei Prigionieri, pubblicato nel maggio del 2006. Nel documento, Barghouti aveva ottenuto da quei terroristi cattivoni di Hamas di accettare che le azioni della resistenza dovevano limitarsi ai territori occupati – riconoscendo de facto la legittimità di Israele ad esistere – e anche a delineare i tratti di una costituzione palestinese di carattere democratico, con pari diritti per tutti.

Abu Mazen è costretto a far finta di accogliere il documento con entusiasmo e si dichiara favorevole a un governo di unità nazionale; ma, come ricorda l’Economist, alla fine “Gli oppositori della collaborazione con Hamas hanno avuto la meglio”: “Gli USA hanno aiutato un signore della guerra di Fatah a Gaza a creare nuovi battaglioni dell’Autorità Nazionale Palestinese progettati per schiacciare gli islamisti. Hamas ha contrattaccato, e le forze di Abbas sono dovute fuggire. Il governo di unità nazionale era crollato”. Da allora, l’occupazione coloniale e i suoi alleati (più o meno) espliciti hanno un unico obiettivo: rinchiuderlo in soffitta, farlo dimenticare e, con lui, la possibilità di una nuova unità del popolo palestinese; dopo 20 anni, hanno ottenuto esattamente il contrario. Nonostante nessuno abbia più avuto l’occasione di sapere cosa gli frulla in testa, la figura di Barghouti continua a rappresentare l’impossibilità di derubricare con la forza la questione nazionale palestinese dalla storia, esattamente come Nelson Mandela: uscì di carcere nel 1990, alla tenera età di 71 anni (dopo 27 anni di reclusione)
e la campagna per la sua liberazione divenne la spallata definitiva che mise fine a quasi 50 anni di apartheid.

Barghouti, di anni in carcere ne ha passati 23, ed ha 66 anni: abbiamo 4 anni di tempo per fare della sua liberazione la battaglia definitiva che metterà fine all’apartheid sionista. Tutto sommato, fanno bene a continuare a temerlo: dimostriamogli che avevano ragione.

Tags: apartheidi pipponi del Marrucciil pippone del marruisraeleMarwan Barghoutipalestina
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