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La casa è un diritto: l’incredibile esempio della Vienna Rossa che sbugiarda i palazzinari

OttolinaTV by OttolinaTV
13/10/2025
in Europa, I Pipponi del Marrucci, In evidenza
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Scandalo in Austria! Oltre un secolo fa, gli amministratori socialdemocratici di Vienna una mattina si sono dimenticati di leggere l’editoriale di Carcarlo Cottarelli sul Corriere della Serva e le dichiarazioni di Sala sulle magnifiche sorti e progressive del modello Milano e, del tutto ignari, hanno fatto l’esatto opposto: hanno tassato tutti i beni di lusso e tutti i patrimoni dei proprietari immobiliari, hanno sequestrato i terreni e hanno dato il via al più ambizioso piano di edilizia pubblica mai vista in una capitale europea, arrivando a gestire direttamente oltre un terzo di tutti i terreni. In 10 anni hanno costruito 60 mila alloggi popolari dove si stava gobbissimi: giardini, parchi, asili, spazi comuni e tante, tantissime piccole attività commerciali, anche loro in affitto in fondi pubblici a due lire; alla fine del programma, invece che dare metà stipendio ai rentier per l’affitto, i lavoratori viennesi per la casa spendevano appena il 4% del loro salario e l’economia, invece che zoppicare, andava come un treno. E, il tutto, senza fare una lira di debito pubblico: i soldi arrivavano tutti dalle tasse su ricchi e benestanti; è il modello delle Gemeindebau, la prova provata che il socialismo è una forma di organizzazione sociale molto più evoluta ed efficiente delle puttanate agguanta-citrulli sulle virtù del mercato di ‘stacippa, un modello talmente forte che, dopo 80 anni passati tra dittatura nazifascista e deliri neoliberisti, ancora oggi Vienna, grazie a quell’eredità, è di gran lunga la capitale europea dove si vive meglio e, soprattutto, dove vivono meglio i lavoratori e le persone comuni. Basterebbe mandare a casa i Tajani, i Giorgetti e i Sala, e replicarlo; e tu, cosa ne pensi?

Ma andiamo per gradi: siamo alla fine della prima guerra mondiale; l’impero asburgico è crollato ed è stato smembrato e Vienna è sull’orlo del collasso. Nell’arco dei due decenni precedenti, la sua popolazione è quasi triplicata e, ora, si ritrova letteralmente invasa: profughi in arrivo da ogni parte dell’ex impero, ex soldati dell’imperiale e regio esercito rimasti a zonzo; tutti si accalcavano nelle periferie della capitale, trasformate in baraccopoli e focolai di tubercolosi e sifilide. Chi ha il culo di aver trovato una casa, si ritrova ammucchiato in quelle che definiscono Bassena: si chiamavano così perché, come ricorda lo stesso sito della municipalità di Vienna, erano composti da abitazioni “fatte da una sola stanza e una cucina, che riceveva luce e ventilazione solo dal corridoio, un unico rubinetto dell’acqua (chiamato Bassena, appunto) e un unico bagno per piano”. E il bello è che manco erano a buon mercato: come ha rivelato uno studio dell’MIT del 2022, ““circa il 25% dello stipendio di un inquilino veniva destinato all’affitto mensile”. Il governo aveva cercato di intervenire mettendo un tetto ai prezzi delle abitazioni, che non potevano superare quello registrato prima che iniziasse la guerra, ma il risultato fu semplicemente che i costruttori smisero di costruire alloggi economici e si concentrarono esclusivamente sul lusso: “Gli sviluppatori privati della capitale austriaca”, sottolinea in un lungo articolo addirittura Bloomberg, “erano diventati bravi a costruire eleganti residenze di lusso per i ricchi, e scadenti catapecchie per i poveracci”, ma non erano in grado di costruire case normali e dignitose “per consentire ai residenti medi di vivere in un comfort decente a un prezzo accessibile”. E fu allora che al ragionier Fantozzi venne un leggerissimo sospetto: “Ma non è che lasciare l’edilizia alla mano invisibile del mercato sia una cagata pazzesca”? Ed ecco, così, l’ideona, qualcosa di impensabile e che, sottolinea Bloomberg, ancora oggi “le città moderne sembrano non riuscire in nessun modo a emulare”: un massiccio programma di edilizia pubblica.

Nel frattempo, nel 1922, Vienna diventa una provincia federale: significa che sul fisco decide lei. E decide una cosa precisa: i soldi li deve cacciare chi ne ha di più, a partire dai grandi proprietari immobiliari, che vengono spennati bene bene. Ma non solo; da lì in poi, le tasse sui beni di lusso spuntano come funghi: cavalli, grandi automobili, alberghi, abitazioni private – non c’era bene di lusso in città che non venisse pesantemente tassato. E con questo tesoretto, l’anno dopo, nel 1923, il Consiglio Comunale di Vienna adotta un primo ambiziosissimo programma di edilizia pubblica, che prevede la realizzazione di oltre 25 mila alloggi nell’arco di 5 anni; nascono così i Gemeindebau, che letteralmente significa, molto semplicemente, “case comunali”, ma che in realtà significa molto molto di più: come ricorda Bloomberg, si tratta di “nuove abitazioni in quantità e qualità mai viste prima, e raramente viste in seguito” e decisamente a buon mercato. Nell’arco di una decina di anni, mentre i lavoratori viennesi vedevano migliorare a dismisura i loro standard abitativi, il peso del costo dell’affitto sul totale dei loro redditi è sceso da quasi il 30 al 4%.

Paradossalmente, ad aiutare l’amministrazione nella sua missione civilizzatrice ci s’era messa anche la crisi immobiliare: aver messo un tetto agli affitti aveva disincentivato i costruttori privati a costruire. Per i nostri teorici della bolla speculativa milanese, una vera e propria catastrofe – che, in realtà, se non si ha come unico obiettivo l’arricchimento di pochi, alla fine del giro s’è rivelata una manna: con il calo della domanda di terreni da parte dei costruttori privati, il prezzo dei terreni, infatti, era precipitato, e il Comune ha potuto fare incetta a prezzi d’occasione e iniziare un ciclo virtuoso che fa piangere Carcarlo Cottarelli, ma godere la gente comune. Perché, a quel punto, la competizione dell’edilizia pubblica disincentiva ancora di più i costruttori privati: i valori dei terreni diminuiscono ulteriormente; il Comune, con gli stessi soldi, ne compra ancora di più e costruisce ancora più case da affittare a prezzi calmierati che fanno diminuire ancora di più il valore dei terreni, e così via. Come racconta la professoressa di Harvard Eve Blau nel suo straordinario The Architecture of Red Vienna, nel 1931 l’amministrazione era arrivata ad essere proprietaria di oltre un terzo del territorio cittadino, un colossale trasferimento di ricchezza dall’alto verso il basso che avrebbe portato il nostro Sala al suicidio; e indovinate un po’ il bello qual è? Al contrario delle previsioni dei nostri paladini degli interessi delle oligarchie, l’economia nel suo complesso ne ha beneficiato, e parecchio. Te guarda, a volte, il caso: se levi i soldi di tasca a quelli che accumulano i capitali e li metti nelle tasche di chi spende tutto quello che ha, l’economia funziona meglio; chi l’avrebbe mai detto, eh… 

Perché il giochino funzionasse al meglio, l’amministrazione non si è limitata però a fornire alloggi a prezzi più che ragionevoli ai suoi cittadini comuni: ha approfittato del colossale piano per l’edilizia pubblica per costruire un modello economico urbano a 360 gradi; le Gemeindebau, infatti, sono colossali complessi residenziali che replicano in piccolo, al loro interno e nelle immediate vicinanze, tutte le funzioni vitali di una città. I complessi hanno infatti al loro interno ampi spazi condivisi sia al chiuso, ma soprattutto all’aperto: giardini e parchi gioco a dimensione di bambino, che rappresentano il fulcro della vita sociale; si chiamano Hof (cortili) e danno il nome a tutti i principali complessi, come il primo Gemeindebau della Vienna Rossa. E’ il Metzleinstaler Hof: è stato costruito in due fasi, tra il 1920 e il 1924, e (non a caso) si trova lungo quella che viene chiamata la circonvallazione del proletariato. Ma, soprattutto, il più emblematico di tutti, che non poteva che essere dedicato a lui: è il Karl Marx Hof. Con i suoi 1100 metri di lunghezza, è ancora oggi considerato il più lungo singolo edificio al mondo: vanta quasi 1400 appartamenti, che ospitano in tutto circa 5 mila inquilini; ma, soprattutto, il complesso si sviluppa su quasi 160 mila metri quadrati, soltanto il 18,5% dei quali venne edificato, lasciando il resto a parchi giochi e giardini. E negli spazi adibiti a fondo commerciale del pian terreno, c’è una quantità spropositata di servizi e attività di ogni genere: lavanderie, asili, studentati, strutture mediche e odontoiatriche, attività commerciali di ogni genere, un ufficio postale e anche una bellissima biblioteca.

Oltre a pensare all’edilizia residenziale, infatti, l’amministrazione socialdemocratica ha voluto pensare anche al commercio: i fondi vengono affittati a prezzi calmierati alle attività commerciali di vicinanza in base a una precisa pianificazione, che rende i blocchi sostanzialmente autosufficienti; bar, ristoranti, parrucchieri, farmacie, oltre ovviamente ai servizi pubblici essenziali – scuole dell’infanzia, presidi sanitari. Grazie alla grossa mole di fondi commerciali dati in affitto a prezzi calmierati, inoltre, l’amministrazione è in grado di tenere bassi i canoni richiesti anche dai proprietari privati, rendendo economicamente sostenibili le piccole attività commerciali che tengono vivi i quartieri e danno lavoro a un sacco di gente; il tutto, coi soldi delle tasse dei ricchi e dei grandi proprietari: tutti i nuovi investimenti, infatti, vennero effettuati senza mai ricorrere all’indebitamento, ma esclusivamente introducendo nuove tasse sui più benestanti, un risultato che l’amministrazione socialdemocratica ostentava in ogni modo possibile. Arrivarono, addirittura, a pubblicare e distribuire in tutta la città un rapporto su tutte le istituzioni sociali che erano state interamente finanziate grazie alle tasse imposte alla famiglia Rothschild: grazie a questo modello, il tasso di disoccupazione a Vienna scese e rimase stabilmente al di sotto di quello del resto dell’Austria e della Germania, e le casse della municipalità, intanto, beneficiavano della drastica riduzione delle malattie e del tasso di criminalità.

Insomma: con la sua politica edilizia all’avanguardia, la classe dirigente della Vienna Rossa non si è limitata a costruire case, ma ha utilizzato l’architettura e la pianificazione urbana per introdurre elementi concreti di socialismo all’interno di uno stato capitalista; come scrive la professoressa Blau, i Gemeindebauten non erano semplici alloggi, ma un vero e proprio “apparato contro-egemonico”, una rete di istituzioni e spazi paralleli e separati da quelli della società dei consumi e della speculazione, fino a quando non arrivò l’ondata di violenza nazifascista che travolse anche l’Austria. E, non a caso, proprio il Karl Marx Hof fu uno dei bastioni della resistenza; è proprio qui che avvenne l’episodio più eroico dell’insurrezione popolare contro l’ascesa dei servi del Fuhrer, che cooptò anche una parte rilevante della classe dirigente socialdemocratica che, fino ad allora, aveva contribuito alla costruzione del mito della Vienna Rossa: è la famosa Guerra Civile Austriaca, culminata nel febbraio del 1934 in un’aggressione militare a tutto campo, con tanto di artiglieria pesante, contro i lavoratori che si erano barricati proprio dentro il Karl Marx Hof. La disfatta fu totale, ma solo temporanea: quello che era stato seminato in quei decenni, era pronto a risorgere. Ed ecco, così, che ancora oggi, proprio grazie all’eredità di quella illuminante politica urbanistica ed edilizia, Vienna continua a rappresentare la capitale europea in assoluto più accogliente e vivibile per le classi lavoratrici; fatto più unico che raro, ancora oggi a Vienna il 62% della popolazione, inclusa gran parte della classe media, vive in alloggi popolari e, come sottolinea anche l’Economist, “Vienna rimane la capitale più vivibile al mondo”. “Un’utopia per gli affittuari”, come scrive il New York Times, che ricostruisce la storia di Eva, un’insegnante nata e cresciuta in un Gemeindebau: “Nel corso degli ultimi 44 anni, mentre continuava a insegnare inglese dalla quinta all’ottava elementare, l’affitto di Eva è quasi quintuplicato, da 55 a 270 euro, ma il suo stipendio è aumentato di oltre 20 volte”; “Quando è andata in pensione nel 2007, l’affitto rappresentava solo l’8% del suo reddito”. Fatte le proporzioni, è come se a Roma o a Milano un affitto costasse meno di 150 euro.

E tu, cosa ne pensi? Sei proprio proprio sicuro che il modello della Vienna Rossa sia troppo bolscevico e leda i tuoi diritti e le tue libertà fondamentali e, tutto sommato, sei contento di mettere il 60% del tuo salario nelle tasche dei Caltagirone o dei Catella? Se a Vienna, un secolo fa, hanno portato a termine un colossale trasferimento di ricchezza dall’alto verso il basso, quello che succede oggi in tutto il mondo libero e democratico è esattamente il processo inverso, con la complicità di tutte le fazioni del partito unico della guerra e degli affari. Per mandarli #tuttiacasa, tra le tante cose, serve un vero e proprio media che invece che raccontarti che sì, vabbeh, dispiace, ma “there is no alternative”, racconta che, invece, l’alternativa c’è, eccome, ed è l’unica speranza che abbiamo di non finire tutti con le pezze al culo. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Franco Caltagirone

Tags: edilizia popolareGemeindebaui pipponi del Marrucciil pippone del marruproprietari immobiliaritassazione dei ricchiviennavienna rossa
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