Il Mossad ha assassinato anche Kennedy? A porsi la domanda, dalle pagine di Electronic Intifada, è il giornalista d’inchiesta Jim DeBrosse: Israele ha fatto parte della cospirazione per uccidere JFK, titola; come ricorda DeBrosse, sul caso Kennedy non c’è niente di sicuro, a parte il fatto che la verità ufficiale, quella descritta nel famigerato Rapporto Warren, non sia altro che “un tentativo fallito di insabbiamento”, ma chi dovesse coprire esattamente, è leggermente più complicato. A JFK i nemici non mancavano: la criminalità organizzata, i servizi più o meno deviati, i terroristi cubani anticastristi, addirittura “l’esercito clandestino francese noto come OAS”, l’Organisation de l’Armée Secrète. Ma c’è un altro nemico che è sotto gli occhi di tutti, ma che, per qualche ragione, è rimasto fuori dai riflettori: Israele. Come ricorda DeBrosse, “E’ difficile oggi immaginare un presidente americano che abbia osato opporsi alle ambizioni colonialiste e militari di Israele”; eppure, nei primi anni ‘60, Kennedy, in ordine, tentò di:
1- bloccare lo sviluppo del nucleare israeliano
2 – stabilire relazioni più equilibrate tra Stati Uniti e paesi arabi
3 – far tornare alcuni rifugiati palestinesi
e 4: – “chiedere che i lobbisti filo-israeliani negli Stati Uniti si registrassero come agenti stranieri”.
Ciononostante, “Per paura di essere emarginati e, naturalmente, etichettati come antisemiti”, “la stragrande maggioranza dei ricercatori indipendenti che riconoscono il Rapporto Warren come un tentativo fallito di insabbiamento non hanno esplorato il collegamento con Israele”, fino ad oggi.
Andiamo per gradi: questo signore si chiama Reuben Efron; lituano e sionista convinto, aveva perso la madre nell’Olocausto. Emigrato negli USA, era diventato tenente colonnello dell’esercito americano, per poi emigrare nuovamente a Gerusalemme, e – secondo un documento pubblicato soltanto nel 2023 – a partire da diversi anni prima dall’assassinio di JFK, aveva il compito di controllare la posta privata del presunto sicario, Lee Harvey Oswald; a coordinare l’operazione, il capo dell’antiterrorismo della CIA, James Jesus Angleton, che DeBrosse definisce “il collegamento tra la CIA e il Mossad”. Altri documenti, de-secretati soltanto nel 2025, dimostrerebbero che Angleton si serviva di agenti del Mossad per spiare Cuba dopo il fiasco della Baia dei Porci e, secondo innumerevoli testimonianze, Angleton giocò un ruolo di primissimo piano nell’assistere Israele nello sviluppo dell’atomica (e nel nasconderlo a JFK).
Quest’altro galantuomo, invece, si chiama Jean Souetre: suprematista bianco, ha partecipato a ogni genere di porcata coloniale possibile immaginabile, dall’Algeria, al Katanga; in particolare, tra le file dell’OAS, l’organizzazione terroristica clandestina francese di estrema destra nata nel ‘61 per difendere la presenza francese in Algeria a tutti i costi, compresi numerosi tentativi di assassinare lo stesso De Gaulle. Nel famoso libro Spies Against Armageddon, i due celebri giornalisti d’inchiesta Dan Raviv e Yossi Melman descrivono i complessi rapporti tra OAS e Mossad: le due organizzazioni erano legate, in particolare, dall’odio comune nei confronti dell’Egitto di Nasser – che era, allo stesso tempo, il nemico numero 1 del progetto coloniale sionista e il principale finanziatore dell’FLN, il movimento indipendentista algerino; nell’ambito di questo matrimonio di interessi, il Mossad, secondo i due autori, fornì all’OAS passaporti falsi, denaro e addestramento in campi segreti in Europa, fino al tentativo (poi naufragato) di assoldare un sicario dell’OAS per assassinare Pierre Poppé, l’ingegnere francese a capo del programma missilistico egiziano. Secondo documenti della CIA de-secretati, Jean Soutre – guarda te, a volte, il destino – si trovava a Dallas proprio il giorno dell’attentato a Kennedy, e poche ore prima, incredibile ma vero, si trovava a Fort Worth, sempre in Texas, dove Kennedy aveva fatto tappa prima di prendere un aereo per Dallas e aveva pronunciato di fronte al Texas Hotel quello che sarebbe stato il suo ultimo intervento in pubblico; 48 ore dopo sarà espulso dagli USA, nessuno sa per quale motivo.
Lui, invece, è il celebre Meyer Lansky, il leggendario capo indiscusso della potentissima mafia ebraica e la musa ispiratrice anche del nostro Lucky Luciano: “Mi ha insegnato tutto”, avrebbe dichiarato; “anche come vestire”. La mafia ebraica svolse un ruolo di primissimo piano nel fornire armi ai terroristi sionisti ai tempi della prima Nakba: a quei tempi, strano ma vero, negli USA era vietato esportare armi nella Palestina occupata e, così, ci dovette pensare la mafia, che controllava i porti; secondo DeBrosse, Lansky era legato “a due gangster strettamente coinvolti nel complotto per l’assassinio di JFK”. Il primo è Eugene Hale Brading: secondo lo storico americano David Kaiser, era un partner in affari di Lansky; era arrivato in Texas la mattina stessa dell’attentato, insieme a un noto avvocato dell’organizzazione di Lansky, e si trovava in un edificio a due isolati dal luogo da cui partirono i colpi. Venne fermato dalla polizia di Dallas perché, ricorda DeBrosse, “aveva un comportamento sospetto”, ma poco dopo venne rilasciato. Quattro anni dopo, a Los Angeles veniva assassinato Bobby Kennedy: oltre che il fratello di John Fitzgerald, era stato anche il suo procuratore generale; aveva appena vinto le primarie in California e si apprestava a conquistare la Casa Bianca per portare avanti il programma del fratello e, anche a quel giro, coincidenza delle coincidenze, Brading si trovava a poche centinaia di metri dal luogo dell’attentato. Anche in quel caso, venne fermato a interrogato e, poco dopo, rilasciato.
L’altro gangster coinvolto in qualche misura nell’attentato a JFK e legato a Lansky è lui: Jack Ruby. Negli anni precedenti, aveva scalato le gerarchie della mafia di Dallas; nelle settimane precedenti all’attentato, aveva telefonato più volte a Lewis McWillie, già direttore del casinò di Lansky all’Avana prima della rivoluzione castrista, e poche ore prima dell’attentato aveva parlato al telefono con Al Gruber che, sottolinea DeBrosse, era “uno scagnozzo di Mickey Cohen, l’uomo di Lansky per la costa occidentale”.
Poco dopo che la polizia trasse in arresto il presunto attentatore, Lee Harvey Oswald, prima che potesse ancora testimoniare, Jack Ruby gli sparò e lo uccise: “Sono solo un capro espiatorio” aveva dichiarato Oswald poco prima. Nel 1994, l’avvocato difensore di Ruby, William Kunstler, pubblica un’autobiografia dove scrive che il suo cliente “gli aveva ripetuto più volte di aver ucciso Oswald affinché non incriminassero gli ebrei”. Dopo l’attentato a Kennedy, il presidente Lyndon Johnson, “incrollabile simpatizzante sionista”, scrive DeBrosse, “invertì la rotta in Medio Oriente e stabilì il sostegno incondizionato a Israele che persiste ancora oggi; Johnson”, continua DeBrosse, “guardò dall’altra parte mentre Israele sviluppava il suo arsenale nucleare segreto e riceveva le prime spedizioni di armi offensive statunitensi”.
Anche la questione del diritto al ritorno passò definitivamente nel dimenticatoio: il giorno prima dell’attentato, ricorda DeBrosse, “sul New York Times apparvero due articoli che descrivevano dettagliatamente gli sforzi degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite per consentire ai rifugiati palestinesi di tornare nell’attuale Israele”; “una risoluzione degli Stati Uniti che chiede sforzi continui per risolvere la difficile situazione dei rifugiati arabi palestinesi”, riporta il primo articolo, “è stata approvata stasera, con 83 voti favorevoli, e uno solo contrario: quello d’Israele”. La posizione degli Stati Uniti fa infuriare Israele, titola l’altro. Nel 1962, il Dipartimento di giustizia, allora guidato da Bob Kennedy, sostenne che l’antenato dell’attuale AIPAC, l’American Zionist Council, fosse finanziato direttamente dall’Agenzia ebraica per Israele e ordinò che venisse registrato come agente straniero; nel ‘66, Johnson ritirò silenziosamente l’ordine.
Tra le tante strade che collegano l’attentato a JFK al sionismo, ce n’è anche una che passa dall’Italia: è quella che passa dal famigerato Centro Mondiale Commerciale e dalla sua “casa madre”, la Permindex del sionista Bernard Bloomfield, e che vedeva tra gli elementi di spicco del suo consiglio d’amministrazione nientepopodimeno che Gershon Peres, il fratello dell’ex presidente israeliano Shimon, al centro del programma nucleare segreto di Israele; una centrale di primissimo piano di tutta la grande strategia della tensione dell’epoca d’oro della guerra fredda che teneva insieme fascisti, sionisti e traffichini di ogni genere (in descrizione troverete i link alla lunga serie di articoli di Michele Metta pubblicati negli ultimi anni sull’Antidiplomatico.
Venire a capo di questa matassa è decisamente al di là delle nostre capacità e, forse, non è neanche indispensabile. Il dato politico mi sembra piuttosto semplice: il sionismo, e lo stato criminale e terrorista di Israele, rappresentano da decenni il laboratorio per eccellenza della grande restaurazione delle forze reazionarie dopo la vittoria della grande alleanza antifascista nella seconda guerra mondiale, e l’esistenza di un etno-Stato coloniale nelle terre di Palestina è incompatibile con un ordine internazionale genuinamente democratico; ovviamente, al contrario degli influencer filo-sionisti, nessuno ci darà 7 mila euro per questo video. L’unico modo per sostenere l’informazione indipendente sei tu: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Liliana Segre
















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Terribilmente plausibile visto come i sionisti da prima della costituzione dello Stato tra trattassero ogni regola con la supponenza di essere dio
Tutto presumibilmente vero. Purtroppo non lasceranno mai che venga dimostrato. Noi però sappiamo e più gente sa, più sarà difficile continuare a contrabbandare le sporche menzogne di sempre
Tutto presumibilmente vero. Purtroppo non lasceranno mai che venga dimostrato. Noi però sappiamo e più gente sa, più sarà difficile continuare a contrabbandare le sporche menzogne di sempre