Poche opere, al giorno d’oggi, sono detestate, irrise o bullizzate come Il contratto sociale. Vergato nel 1762 dalla penna affilatissima di Jean Jacques Rousseau, Il contratto sociale è stato accusato praticamente di tutto: c’è chi vi trova un disegno di società utopica e surreale, dominata dalla democrazia diretta; chi ci vede un invito alla rivoluzione per instaurare un sistema comunista di abolizione della proprietà privata; c’è persino chi, animato da uno sghiribizzo orwelliano, vede nel contratto sociale un modello politico totalitario, in cui la maggioranza ha un potere assoluto e può arrivare a mettere a morte le minoranze a colpi di voti in assemblea. Tutte queste letture – manco a dirlo – sono false come una banconota da 7 euro; ma, allora, cosa c’è davvero nel contratto sociale? E’ davvero un’opera così controversa, distopica e fuori dalla realtà come molti la dipingono? In questo video, scritto da Michele Rossi e dal collettivo Ottosofia, vi racconteremo cosa dice davvero Il contratto sociale, spiegando la sua logica interna e mostrando perché, a quasi trecento anni di distanza, rimane un’opera fondamentale per riflettere sulla relazione tra potere politico e democrazia, tra giustizia sociale e tendenze distruttive dell’essere umano.
Come abbiamo visto in un precedente video, Rousseau non era un anti-sociale che predicava l’abbandono della civiltà per tornare nella giungla verso un mitico stato di natura, anzi: il buon selvaggio, più che un modello umano a cui tendere, è una metafora, uno schema per interpretare quanto la società e le sue contraddizioni allontanino l’Uomo da una sana relazione con gli altri, verso uno scenario sempre più ingiusto e diseguale. L’abbruttimento dell’individuo nella società civile è la vera molla che fa scattare la riflessione di Rousseau, segnata dal celebre incipit del contratto sociale: “L’uomo nasce libero, ma ovunque si trova in catene”. La scommessa del filosofo è presto detta: saremmo in grado di creare una società civile in cui l’esercizio del potere non sia dispotico né arbitrario, ma fondato sull’accordo comune? Uno Stato con l’obiettivo di sviluppare i sentimenti che rendono l’Uomo tale, come l’amor di sé (cioè la ricerca dell’utile individuale) e l’empatia (ossia il desiderio di giustizia sociale)? La posta in gioco è elevata e l’unico modo per vincere la scommessa è che la società si fondi su di un contratto sociale, cioè un patto collettivo in cui ciascun individuo rimette la propria volontà a quella di tutti gli altri; gli individui che si uniscono aderendo a questo speciale contratto, creano all’istante quel dispositivo razionale – noto come volontà generale – in base a una solenne dichiarazione: “Ciascuno di noi mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale, e noi, costituiti in corpo, riceviamo ogni membro quale parte indivisibile del tutto”.
Molte discussioni, a partire da questo punto, si concentrano sulla domanda: “Cosa diavolo è la volontà generale”? Per il momento, basta sapere che la volontà generale è un dispositivo razionale, una bussola che orienta le decisioni collettive, per stabilire regole e leggi: la volontà generale, in pratica, non è la semplice somma di tutte le volontà individuali, quanto il nucleo comune a tutte queste. Secondo Rousseau, infatti, l’interesse individuale di ciascuno è sempre composto di due parti: una, tipica dell’Uomo, che mira all’utilità esclusivamente personale e l’altra, caratteristica del Cittadino, che punta sempre all’utilità comune; in pratica, ogni cittadino – dal fabbro, all’ingegnere, allo scienziato – hanno per Rousseau un interesse comune a vivere in una società equa che riconosca a ciascuno la propria autonomia. La volontà generale, quindi, mette a fuoco proprio l’interesse comune da perseguire ogni volta che si prendono decisioni con ricadute su tutta la collettività. Rousseau è molto chiaro: “Ogni individuo può, come Uomo, avere una volontà particolare contraria o differente dalla volontà generale che ha come Cittadino. (…) il patto sociale (…) contiene esplicitamente questo impegno: chiunque rifiuterà di obbedire alla volontà generale vi sarà costretto da tutto il corpo, il che non significa altro che lo si forzerà ad essere libero”.
A differenza di certe letture che vedono Rousseau come fautore della dittatura totalitaria della maggioranza, è evidente che il punto è un altro, cioè che la condizione della libertà del cittadino, per Rousseau, è la libertà degli altri cittadini, espressa attraverso un patto costitutivo che, anche implicitamente, viene assunto e sottoscritto all’unanimità dai partecipanti: obbedendo alla volontà generale, ciascun consociato obbedisce innanzitutto a se stesso, in quanto cittadino. La costrizione del singolo al rispetto della collettività non è quindi subordinata all’uso della forza e della sanzione da parte del potere sovrano, ma intrinseca al patto sociale originario: “Gli impegni che ci legano al corpo sociale sono obbligatori soltanto in quanto sono reciproci e la loro natura è tale che, assolvendoli, non si può operare per gli altri senza operare anche per se stessi”; così, la sottomissione del singolo al patto sociale è motivata dall’ottenere “la libertà civile e la proprietà di tutto ciò che possiede”. Quando ciascun cittadino, in base al contratto sociale, partecipa al potere legislativo, agisce ovviamente seguendo il proprio interesse, ma essendo egli posto in condizioni di uguaglianza rispetto a tutti gli altri cittadini – anche qualora dovesse trovarsi in minoranza – avrebbe la garanzia che la legge approvata contro il suo parere segue la volontà generale e, quindi, l’utilità comune (che, in quanto comune, è anche la volontà dei cittadini contrari alla sua approvazione). Scrive infatti Rousseau, in uno dei passaggi più importanti dell’opera: “C’è spesso molta differenza tra la volontà di tutti e la volontà generale: questa mira unicamente all’interesse comune, l’altra all’interesse privato e non è che una somma di volontà particolari; ma se si toglie da queste stesse volontà il più e il meno che si eliminano reciprocamente, resta, come somma delle differenze, la volontà generale”.
La volontà generale sta al corpo collettivo dei cittadini come la volontà individuale sta al singolo: la volontà generale guida quindi verso l’utile per l’intero corpo sociale; perciò può portare solo a leggi generali, che interessano la società nel suo complesso. Sciogliamo qui un altro nodo controverso, smontando l’idea che la volontà generale possa portare a discriminazioni e censure verso le minoranze: la volontà generale è, appunto, generale e, se seguita correttamente, non potrà mai schiacciare i singoli alla dittatura della maggioranza. Per fare un esempio, è impossibile che la volontà generale possa togliere le terre a una parte dei cittadini, mentre può prevedere l’esproprio di terre a tutti i cittadini, per poi promuoverne un’equa re-distribuzione. Questo esempio ci serve anche per smontare l’accusa di comunismo rivolta a Rousseau e ai suoi scritti: quello che il pensatore ginevrino intende affermare, infatti, non è tanto l’irrazionalità della proprietà privata, quanto della proprietà privata non fondata sulla volontà generale e, quindi, non subordinata al benessere collettivo. Stesso discorso per l’uguaglianza dei cittadini: molti leggono nel contratto sociale l’utopistica affermazione di una società omogenea in cui le particolarità di ciascuno (intese come differenze di interessi, competenze, percorsi artistici e scientifici) scompaiono nell’intero della volontà generale, ma le cose non stanno così: come si diceva, la volontà generale è uno schema interpretativo della realtà, un modello decisionale che guida all’approvazione di leggi giuste, ma non corrisponde all’effettiva assemblea legislativa.
Una cosa è la volontà generale, altro il modo in cui i cittadini, riuniti in assemblea, interpretano tale volontà: mentre la volontà generale è, per definizione matematica, infallibile, i parlamenti e le assemblee popolari possono sempre commettere errori. Per dirla con Rousseau, “La volontà generale è sempre retta e tende sempre all’utilità pubblica; ma non ne deriva che le deliberazioni del popolo abbiano sempre la stessa rettitudine. Si vuole sempre il proprio bene, ma non sempre lo si scorge”. È proprio per arginare gli errori delle maggioranze che, peraltro, lo schema razionale della volontà generale offre dei suggerimenti pratici sulla conduzione e l’organizzazione delle assemblee cittadine. Tra questi suggerimenti troviamo, per esempio, concentrare una maggiore quota di potere nelle decisioni delle realtà locali, in cui tutti i cittadini possano effettivamente partecipare direttamente ai processi legislativi; nel caso in cui questo non fosse possibile e si dovesse optare per un regime di rappresentanza parlamentare, aggiunge Rousseau, dovrebbe essere previsto uno stringente vincolo di mandato: ciascun rappresentante dovrebbe essere revocabile a piacimento da coloro che l’hanno eletto. È chiaro che, per il filosofo ginevrino, la divisione in partiti o corporazioni rende instabile il corpo sociale, minandone la coesione; la risposta nel contratto sociale, però, non è quella – spesso diffusa dai critici liberali – di sopprimere i partiti, anzi: tutto l’opposto. L’essenziale non è impedire la presenza di corpi intermedi, ma sottoporli al rigido controllo della collettività, moltiplicandoli invece di spazzarli via: “Se ci sono delle società parziali, bisogna moltiplicarne il numero ed evitare in anticipo la disuguaglianza tra di esse”.
Oltre all’incentivo alla democrazia diretta e alla proliferazione dei partiti, c’è un altro rimedio che può servire da guida agli organi parlamentari, utilizzato ancora oggi in molte democrazie liberali: è la necessità di diverse maggioranze per approvare leggi via via più fondamentali per il funzionamento dello Stato; Rousseau, per dire, rifiuta la possibilità che una legge possa essere approvata con una maggioranza relativa, stabilendo come requisito minimo quella assoluta: 50% + 1 degli aventi diritto, senza cui nessuno stravolgimento dello Stato sarebbe possibile. Nonostante questi accorgimenti, Rousseau mantiene un pessimismo di fondo sulla riuscita di un tale sistema politico, visto che la disuguaglianza tenderà sempre a riemergere con il rischio che la volontà generale non venga rispettata, subordinando l’interesse collettivo a interessi particolari; quando ciò si verifica, emerge sempre un governo dispotico e illegittimo, cioè un esecutivo che non rispetta la volontà generale e l’interesse comune: “Ogni legge che il Popolo non ha ratificato direttamente è nulla: non è affatto una legge. Il popolo inglese pensa di essere libero, ma s’inganna parecchio, poiché non lo è che durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti esso è schiavo, è niente”. Insomma: al diavolo le elezioni periodiche e tutte le ritualità dei liberali; al vincolo esterno fondato su bilanci, debiti e sudditanza politica, Rousseau sostituisce un vincolo interno allo Stato sociale, cioè il fermo rispetto delle decisioni democratiche, un vincolo che, a ben vedere, rende anche le Costituzioni dei vuoti orpelli. Essendo la volontà generale sempre in funzione, eventuali leggi discriminatorie possono sempre essere riviste e corrette alla luce della tutela dell’interesse collettivo: così come le scelte del singolo individuo possono mutare nel tempo, anche radicalmente, così nulla esclude che, in accordo con la volontà generale, le scelte politiche della collettività possano sempre cambiare. Ma questo significa che la dialettica tra maggioranza e minoranza assembleare è molto più fluida di quello che appare: l’impianto legislativo di Rousseau assomiglia a una rivoluzione permanente, essendo sempre aperto a cambiamenti. Come osserva ironicamente Rousseau, “Un popolo è sempre padrone di cambiare le proprie leggi, anche le migliori; infatti, se vuole farsi del male, chi ha diritto di impedirglielo”?
È forse per incanalare al meglio le decisioni assembleari che il filosofo ginevrino introduce un nuovo protagonista nel punto forse più delicato di tutto il saggio: si tratta della funzione di governo, impersonata da quello che Rousseau chiama il Legislatore, il quale ha il compito di guidare l’assemblea cittadina nell’approvazione di determinate leggi. Dal punto di vista della volontà generale, come abbiamo visto, tutte le leggi che soddisfino l’utilità comune sono equivalenti e nessuna ha precedenza sulle altre; tale precedenza dipende dal contesto sociale di riferimento: occorre qualcuno che sia abbastanza abile ed esperto da interpretarlo, ovvero un Legislatore straniero – o, comunque, estraneo alle beghe politiche di uno Stato – che possa governare seguendo la volontà generale. Ovviamente, il Legislatore non ha alcuna autonomia decisionale rispetto a quanto approvato dall’assemblea cittadina: qualora questa decidesse, per esempio, di revocarlo o di non seguire le sue indicazioni, non c’è assolutamente nulla che il Legislatore possa fare se non sottomettersi al volere assembleare. Nessun ruolo politico, per quanto importante, sfugge quindi alla necessità di un appoggio concreto e democratico dei cittadini: vale per il Legislatore, come detto, ma anche per i giudici. Per Rousseau, l’attività dei giudici nei processi è inversamente proporzionale alla salute di uno Stato, nella misura in cui tanto più si promuovono leggi giuste, tanto meno vi sarà la tendenza a infrangerle. Oltre a questo, possiamo citare come rivoluzionaria e degna di nota la posizione di Rousseau rispetto alla riabilitazione del condannato, oltre all’avversione – se non razionale, viscerale – per la pena di morte; nelle parole del filosofo: “Non vi sono mai cattivi che non si possano render buoni a qualcosa. Non si ha diritto di far morire neanche per dare l’esempio, se non colui che non si può conservare senza pericolo… ma io sento che il mio cuore protesta e trattiene la penna”.
In conclusione, possiamo ribadire che Il pensiero alla base del contratto sociale è un pensiero combattente, di protesta e accusa contro ogni potere dispotico, un progetto ancora oggi dimenticato, messo da parte o volutamente frainteso, che si rivela incredibilmente fecondo, con una serie di considerazioni utili allo sviluppo della filosofia successiva e alle questioni più attuali. Il contratto sociale raccoglie la sfida dei pensatori illuministi di quel periodo: da un lato un illuminismo riformista e sostanzialmente conservatore, che punta alla salvaguardia di uno spazio di manovra dell’individuo tra le pieghe di uno stato autoritario e monarchico; dall’altro, la via di Rousseau, l’afflato illuministico a una ridefinizione radicale della sovranità, privilegiando l’espressione democratica di una volontà collettiva contrapposta a quella dispotica del monarca. Nel contratto sociale non c’è nulla di autoritario, totalitario o distopico, ma piuttosto l’ancoraggio della legittimità del potere politico all’espressione della volontà generale e, quindi, alla stella polare dell’utilità comune; un ideale pratico e politico, più che filosofico, che può costituire ancora oggi una bussola essenziale per guidare le scelte dei governi verso gli interessi della maggioranza e fuori dalle secche degli interessi privati.
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E chi non aderisce è Luigi XVI















