La nuova Genius Act di Trump segna una svolta: le stablecoin – valute digitali ancorate 1:1 al dollaro statunitense o ai titoli del Tesoro – stanno ora ricevendo una regolamentazione formale: ma cosa sta succedendo davvero dietro le quinte? Lo abbiamo chiesto all’economista marxista Michael Roberts. Non la solita cripto: a differenza del Bitcoin (un asset speculativo), le stablecoin funzionano come mezzo di pagamento, non come riserva di valore; sono dollari digitali stabili, spendibili e sempre più strategici. Chi le usa? Chi sposta denaro sotto traccia (trasferimenti illeciti o politicamente sensibili); le grandi piattaforme tech (Amazon, Meta) che costruiscono valute interne; capitali esteri che cercano di aggirare i controlli nazionali ancorandosi al dollaro.
Chi ci guadagna? Le piattaforme statunitensi e i colossi dei pagamenti, come Visa, che ora appoggiano le stablecoin come strumenti per mantenere il flusso di capitali verso asset in dollari; gli emittenti, che incassano gli interessi sui titoli del Tesoro a garanzia delle coin senza pagare nulla agli utenti: è come una banca… ma senza regolamentazione. Un nuovo ordine monetario? Potrebbe trattarsi di un compromesso fragile: Big Tech, Wall Street e la Fed hanno trovato un terreno comune, per ora: con le stablecoin che aumentano la domanda di dollari e di debito USA, la Fed potrebbe vederle come un modo per prolungare il privilegio esorbitante del dollaro.
Ma i rischi restano: Roberts avverte che anche monopoli come Visa devono muoversi con cautela: la nuova tecnologia può rimescolare gli imperi esistenti e, soprattutto, permettere ad attori privati di creare moneta privata potrebbe rivelarsi un attacco alla sovranità monetaria dello Stato; il compromesso raggiunto oggi per difendere il dollaro potrebbe gettare le basi per la sua caduta, in futuro.










