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Trump batte in ritirata contro la FED e bacia il culo a Xi Jinping

Trump torna indietro su FED e dazi alla Cina: ora gli USA hanno bisogno di trovare un accordo con Pechino, ma gli alleati si rivoltano sempre di più l’uno contro l’altro

OttolinaTV by OttolinaTV
24/04/2025
in Africa, Cina, Economia, Europa, I Pipponi del Marrucci, In evidenza, Medio Oriente, U.S.A.
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A me Trumpo mi comincia a fa un po’ tenerezza, eh? Ormai non passa giorno dove non si deve rimangiare le dichiarazioni del giorno prima, fischiettando: non è mica facile, eh? Voleva fa smette la guerra in Ucraina in 24 ore: Putin e i lettori di Kant lo rimbalzano e lo perculano da mesi. Voleva mettere fine alla globalizzazione: dopo nemmeno una settimana gli è toccato ritirare tutto, che il Tesoro stava per dichiarare il default. Voleva dare una lezione a quei comunisti senza fede dei cinesi: dopo neanche 10 giorni ha dovuto inserire una serie infinita di esenzioni sui prodotti elettronici che, altrimenti, negli USA si ritrovavano a comunicare coi piccioni viaggiatori. Voleva abbassare il costo del debito per Make America Great Again: si ritrova, per la prima volta nella storia del capitalismo, con una quantità enorme di soldi in fuga dai mercati azionari, ma che piuttosto che comprare debito USA, investono più volentieri nelle carte Pokemon. Finalmente voleva dare il ben servito a quella sanguisuga di Jerome Powell: oggi è costretto a dichiarare pubblicamente che non gli è mai nemmeno passato per l’anticamera del cervello. Ha corteggiato Elon Musk per mesi, definendolo il più grande genio rinascimentale del XXI secolo: oggi gli tocca leggere sui giornali che Elon Il Grande s’è già bell’e che rotto i coglioni e vuole tornare a fare l’amministratore di Tesla a tempo pieno, prima che l’azienda finisca in bancarotta. Nonostante sia un pacioccone amico di tutti, ha investito un miliardo per fare fuori, a suon di raid aerei, quei beduini degli Houthi che, però, l’hanno preso a ciaffate e continuano a fare il bello e il cattivo tempo sul mar Rosso; in Africa, Biden gli aveva lasciato un unico vero amico, il Kenya: oggi il Kenya dice che vuole aderire ai BRICS. Dimmi te se non è sfiga questa! Voleva andassero tutti in processione alla corte di Mar-a-Lago a baciargli il culo: gli toccherà andare a Pechino a baciare il culo a Xi. Gli unici che gli rimangono fedeli sono la nostra Georgie dai biondi capelli dorati e un po’ di comunisti per Trump, che sono diventati più scollegati dalla realtà di David Parenzo ai tempi di Draghi e rimabamBiden: mi sa che per invertire il declino degli USA è un po’ pochino…

In questi anni di continuo ed inesorabile declino, le classi dirigenti occidentali hanno raccattato una quantità di figure di merda senza precedenti, culminate con i capitomboli e gli amici immaginari di rimbamBiden, ma la corte dei miracolati di Mar-a-Lago e Re Donaldo rischiano di battere ogni record; d’altronde, quando prometti 3 o 4 rivoluzioni, tutte incompatibili tra loro, succede. L’episodio più eclatante è stata la shock therapy della guerra commerciale mondiale dichiarata unilateralmente nel Liberation Day e la rovinosa ritirata di pochi giorni dopo, dopo aver scatenato la più grande fuga di capitali dagli USA degli ultimi decenni, una ritirata che ha dato un attimo di respiro ai mercati finanziari USA sull’orlo del collasso. Un sollievo che, però, è durato poco: dopo l’inevitabile rimbalzo del 9 aprile, la fuga è ricominciata e, con lei, il crollo del dollaro e la crescita del rendimento dei titoli del Tesoro. Nella lista dei cattivi era rimasta allora solo la Cina, ma è comunque più di quanto l’economia USA si possa permettere al momento; ed ecco, così, che l’11 aprile si fa marcia indietro: metteremo in ginocchio la Cina, certo, ma intanto esentiamo tutti i prodotti elettronici che, da soli, pesano per circa un terzo delle importazioni e senza i quali gli USA tornano all’età della pietra domattina, al punto che non ci limitiamo a esentarli da oggi, ma retroattivamente, a partire dal 5 aprile. Però, mi raccomando, non chiamatele esenzioni: “Nessuno sta ottenendo un’esenzione” ha scritto Re Donaldo sul suo social che, giustamente (ricordiamo), si chiama Verità.

In questi giorni, però, Trump e i suoi hanno toccato nuove vette: lunedì Trump, sempre dal suo social, si è rivolto al presidente della FED definendolo il perdente Mister troppo tardi e intimandogli di tagliare i tassi di interesse “adesso”; lo scorso giovedì, in un altro post, aveva scritto che le dimissioni di Powell “non arriveranno mai abbastanza in fretta”. I mercati non hanno reagito esattamente nel migliore dei modi, innescando un altro black monday in miniatura dove, al crollo dei mercati azionari, si sono aggiunti – ancora una volta – il crollo del dollaro e l’impennata dei rendimenti dei titoli di Stato. Risultato? “No, non ho intenzione di licenziarlo” ha dichiarato Trump ieri; “non l’ho mai fatto”. Nell’arco di poche ore, i principali indici delle borse USA sono rimbalzati di oltre 2 punti e mezzo, il dollaro ha guadagnato lo 0,3%, i rendimenti dei titoli sono scesi di 4 punti base e l’oro ha perso due punti dopo aver sforato, per la prima volta nella storia, il tetto dei 3500 dollari l’oncia poche ore prima: “Gli investitori” commenta il Financial Times “devono aver pensato che la marcia indietro di Trump implica che nella sua cerchia ristretta ci sono persone che sanno il valore che i mercati attribuiscono al rispetto dell’indipendenza della FED”; “questo dimostra che attorno a questo presidente ci sono delle barriere di sicurezza” ha dichiarato l’amministratore delegato del colosso dei servizi finanziari SLC Management, Dec Mullarkey “e a me sembra che qui ci sia il tocco di Scott Bessent”. Lo stesso Bessent che, poche ore prima, aveva dato un altro segnale piuttosto incoraggiante ai mercati: la guerra commerciale con la Cina – avrebbe dichiarato durante un vertice a porte chiuse con alcuni investitori, organizzato da JP Morgan – non è sostenibile; secondo quanto riportato da Bloomberg, Bessent avrebbe affermato che “l’obiettivo degli Stati Uniti non è quello di disaccoppiarsi dalla Cina” e ha “espresso ottimismo sulla possibilità che le tensioni si attenuino nei prossimi mesi”. Poco dopo, mentre faceva pubblicamente retromarcia nel suo dissing con Powell, Trump dichiarava che i dazi sulla Cina al 145%, nonostante tutte le esenzioni, sono ancora troppo alti e che “scenderanno sostanzialmente”.

Probabilmente, Trump ha provato a fare il bullo con il Paese sbagliato: millantando tariffe stratosferiche e rigorosamente senza esenzioni, voleva costringere Xi a piegarsi e a chiamarlo supplicando. Non gli è andata esattamente benissimo: la telefonata che Trump attende ansioso da settimane non è mai arrivata e finché continua a fare il bullo, ha fatto sapere Xi, non arriverà mai. Meglio cambiare registro: sarò “molto buono con la Cina” ha dichiarato; “noi saremo molto gentili e loro saranno molto gentili. E vedremo cosa succederà”. Quanto è bello vedere i bulli presi a pizze che chinano la testa (e senza ricevere nulla in cambio)… “Trump è nel panico a causa del crollo dei mercati e dei rendimenti dei titoli del tesoro USA ancora molto elevati” ha affermato a Bloomberg la capo economista di Natixis Garcia Herrero: “ha bisogno di un accordo, e in fretta. E la Cina non ha bisogno di offrire in cambio niente di particolarmente significativo”. La prima occasione per raccogliere i frutti di questa repentina svolta moderata del bullo Trump potrebbe arrivare proprio nei prossimi giorni, quando a Washington si terranno le riunioni di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, lo stesso fondo che lunedì ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita USA per il 2025 di un bello 0,9% e al rialzo le possibilità di una vera e propria recessione già nei prossimi mesi: dal 27 al 40%; per l’occasione, Pechino ha inviato sotto casa di Re Donaldo il governatore della Banca Centrale, il suo vice e il ministro delle Finanze, “Un’opportunità per uno scambio di opinioni tra alti funzionari cinesi e americani” sottolinea Bloomberg “che potrebbe aprire le porte a veri e propri negoziati commerciali”.

Ma baciare il culo a Xi, per Trump potrebbe non essere sufficiente, anzi: come scrive su South China Morning Post il professore di economia e finanza dell’università di Hong Kong Chen Zhiwu, “In realtà, più parla così, più dimostra quanto siano ansiosi gli Stati Uniti. Trump e la sua squadra sono sotto pressione, mentre la Cina non mostra alcun segno di impazienza” ; “Credo che la Cina si limiterà a tenere sott’occhio la situazione e miri a temporeggiare un po’. Più Trump mostra tutta la sua ansia, più fa capire alla Cina che non c’è nessun bisogno di farsi prendere dal panico o di affrettarsi”. Ricorda un po’ la situazione che si era andata a determinare con le mega-sanzioni USA contro la Russia dopo l’inizio dell’operazione militare speciale: Putin ne avrebbe, ovviamente, fatto volentieri a meno, esattamente come Xi, ma il danno che si stava auto-infliggendo il cosiddetto Occidente collettivo era decisamente superiore e, alla fine, Mosca aveva tutte le carte per trasformare il tutto in un’opportunità. In quel caso, si trattava di obbligare gli oligarchi a tagliare il cordone ombelicale con l’economia occidentale e a concentrarsi sullo sviluppo dell’industria autoctona e ai rapporti commerciali con i Paesi che si erano dimostrati più affidabili, a partire dalla Cina; a questo giro, si tratta di approfittarne per portare a termine definitivamente il passaggio da un’economia trainata dalle esportazioni a un’economia trainata dai consumi interni.

A mettere ansia a Trump, invece, oltre alla reazione dei mercati e al colpo mortale inflitto allo status del dollaro come valuta di riserva globale, c’è anche molto altro: Musk torna a concentrarsi su Tesla dopo il peggior trimestre degli ultimi anni titola Bloomberg. Di fronte agli investitori incazzati come bisce per il crollo degli utili di Tesla, Elon The Great – come lo aveva soprannominato Trump quando ancora la retorica trionfalistica di Make America Great Again non era stata asfaltata dagli eventi – avrebbe promesso di ritirarsi in modo significativo dai suoi incarichi nel governo federale per prestare maggiore attenzione alle sorti dell’azienda. La guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump ha danneggiato Tesla da diversi punti di vista: dal punto di vista produttivo, Tesla dipende interamente dai produttori cinesi di batterie, che rappresentano l’85% del mercato mondiale e, per tutto il resto, dipende dai fornitori messicani e canadesi; da quello finanziario, era uno dei titoli che beneficiava di più della bolla speculativa di Wall Street che le misure di Trump hanno sgonfiato; dal punto di vista del marketing, l’esposizione politica di Musk ha scatenato una campagna di boicottaggio globale che ha fatto crollare le vendite. E gli investitori non hanno dubbi: per ridurre la perdita di quattrini, più Musk si allontana dall’amministrazione Trump e meglio è. Le dichiarazioni di Musk hanno fatto crescere il titolo di 7 punti alla riapertura dei mercati, ma Elon The Great potrebbe essere soltanto una delle tante crepe che si stanno aprendo tra i membri della cerchia ristretta di Re Donald.

Mentre le controversie si accumulano, gli alleati di Trump si rivoltano sempre di più l’uno contro l’altro: il titolo è dell’Associated Press, che contro l’amministrazione Trump ha indetto una vera e propria crociata (e quindi è da prendere con le pinze), ma i casi, ormai, sono sempre più numerosi. Quello più eclatante riguarda Peter Big Jim Hegseth che, dopo aver raccattato una figura di merda ciclopica per aver condiviso informazioni ultra-riservate in una chat dove erano presenti persone estranee all’amministrazione (compresi alcuni giornalisti), si è vendicato facendo fuori mezzo vertice del Pentagono: dal capo gabinetto del vice segretario alla difesa Colin Carroll al vice capo gabinetto Darin Selnick, per finire col consigliere senior Dan Caldwell e il portavoce John Ullyot. Al di là del gossip, delle figure di merda e del wishful thinking della propaganda liberale, le tensioni che stanno emergendo hanno radici piuttosto profonde; Trump, alla fine, è riuscito a farsi accettare dall’establishment repubblicano sulla base di una priorità condivisa: continuare a togliere i soldi ai lavoratori per riempire le tasche dell’1% più ricco. Visto che il dollaro e gli asset denominati in dollari non godono più della fama che negli ultimi 50 anni ha permesso agli USA di far pagare i loro stravizi al resto del pianeta, Trump voleva continuare a farli pagare attraverso i dazi, ma i mercati hanno fatto sapere chiaramente cosa pensano di dazi troppo alti.

Ed ecco, allora, che nella parte più anti-establishment dell’entourage di Trump comincia a farsi strada un piano B che a noi piace assai, ma ai vecchi repubblicani meno: La cerchia ristretta di Trump – titola il Washington Post – valuta la possibilità di aumentare le tasse sui milionari. Il più accanito tra i sostenitori di questa ipotesi, che va in direzione contraria agli annunci iniziali di Trump, è sempre il solito vecchio Steve Bannon che però, a questo giro, sembra riscuotere una certa attenzione, anche perché, nel frattempo, negli USA è iniziata una grande mobilitazione popolare da parte della sinistra dem, guidata da Bernie Sanders e la Ocasio Cortez, che sta puntando tutto sull’identificazione dell’amministrazione Trump come governo dei ricchi per i ricchi: aumentare le tasse per redditi superiori al milione di dollari, oltre a portare nelle casse dello stato fino a 400 miliardi nei prossimi 10 anni, “sventrerebbe il tour contro l’oligarchia della Ocasio e di Bernie” ha dichiarato Bannon; “Politicamente, è un game, set, match: è una scelta ovvia. Che distruggerebbe i democratici”, ma prima di distruggere i democratici, potrebbe distruggere i repubblicani. Come riporta il Washington Post, “ I consiglieri esterni di Trump, Newt Gingrich, Steve Moore e Larry Kudlow, si sono schierati fermamente contro, sostenendo che il piano mina la promessa del presidente di tagliare le tasse e scoraggerà la crescita economica. Anche il Presidente della Camera Mike Johnson (Louisiana) e i senatori repubblicani Dave McCormick (Pennsylvania) e Ted Cruz (Texas), tra gli altri repubblicani del Congresso, hanno chiarito di non gradire l’idea di aumentare le tasse e che si aspettano che non venga incorporata in una nuova legislazione”.

Ma le tensioni interne non sono le sole a complicare i piani (già piuttosto confusi) di Re Donaldo: La guerra di Trump contro gli Houthi non porta a nulla, titola Foreign Policy; nonostante il miliardo di dollari speso ad oggi dall’amministrazione Trump per segare le gambe alla resistenza di Ansar Allah, “l’operazione” – si legge nell’articolo – “non è riuscita finora a raggiungere nessuno dei due obiettivi dichiarati: rispristinare la libertà di navigazione nel mar Rosso e ristabilire la deterrenza”. L’unico risultato ottenuto, sottolinea l’articolo, è stato consumare una gran quantità di missili di precisione che “secondo molti esperti di difesa” – scrive Foreign Policy – “sarebbe meglio conservare in caso di un futuro conflitto con la Cina”.

Incapace di far valere il suo peso di superpotenza talassocratica nel mar Rosso, gli USA rischiano di perdere anche ogni appeal nei confronti del continente africano: tra i pochi paesi africani che sembravano guardare ancora con maggior simpatia a Occidente c’è di sicuro il Kenya che, nel maggio 2024, Biden aveva annunciato essere in procinto di diventare il primo Paese dell’Africa subsahariana a ricevere lo status di “principale alleato non NATO”; i dati recenti, però, dimostrano che nel primo trimestre del 2025 il Kenya ha aumentato l’interscambio commerciale con la Cina di circa il 12% e ora “stiamo valutando l’adesione ai BRICS”, ha dichiarato il presidente William Ruto mentre annunciava il viaggio in Cina iniziato ieri . A parte la nostra Georgie dai biondi capelli dorati e un pezzo di mondo del dissenso che, inspiegabilmente, nonostante le evidenze continua a bersi le stronzate della propaganda MAGA, Trump sembra perseguire con inedita efficacia il piano geniale avviato dal suo predecessore: invece di isolare i sanguinari regimi totalitari che assediano il giardino ordinato, trasformare l’Occidente collettivo nel paria del XXI secolo. Daje, Donald: continua così! Fino a che continuerai a fare per accelerare il declino, saremo sempre dalla tua parte!

Per approfittare fino in fondo del rigore a porta vuota offerto da Donaldo e compagnia cantante, però, ci serve un vero e proprio media che, invece che alle puttanate delle propagande analfoliberale e analfosovranista, dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Adolfo Urso

Tags: dazidonald trumpelon muskfedil pippone del marruccijerome powellTesla
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