Re Donaldo ne ha combinata un’altra delle sue: “A due mesi dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump” scrive Bloomberg, “I pilastri dell’egemonia finanziaria americana, eretti nel corso di quasi un secolo, non sono mai apparsi così traballanti”. Dopo aver obbligato Re Donald a una rovinosa ritirata strategica dopo meno di una settimana di guerra commerciale a tutto campo, i sacerdoti della globalizzazione neoliberista continuano ad essere nel panico; nonostante la ritirata, infatti, i mercati continuano a punire tutto quello che è denominato in dollari, rafforzando l’ipotesi che il danno ormai non sia più reversibile: “Il danno alla reputazione dell’America causato da questa improvvisa svolta protezionista” avrebbe dichiarato il responsabile della strategia globale di JP Morgan a Bloomberg, “ha ridotto irreversibilmente il prezzo che le persone sono disposte a pagare per comprare asset statunitensi”. E la dichiarazione unilaterale di guerra commerciale mondiale era solo un primo passo. Ieri Trump ha rilanciato, con un vero e proprio sacrilegio nei confronti di ciò che vi è di più intoccabile nell’ordine super-imperialistico a guida USA: l’indipendenza della Banca Centrale Federale. “Quel perdente di Mister Troppo Tardi dovrebbe tagliare i tassi ADESSO”, ha scritto Trump sul social di sua proprietà riferendosi a Jerome Powell, dopo aver minacciato di volerlo licenziare; “Gli avvocati dubitano che abbia davvero il potere di licenziarlo” scrive Bloomberg, “ma il danno alla fiducia degli investitori nell’indipendenza della banca centrale potrebbe essere già stato fatto” e senza fiducia nell’indipendenza della banca centrale, il dollaro può dire per sempre ciao ciao al suo status di valuta di riserva globale.
Ma perché mai Trump sarebbe disposto a rinunciare all’elemento che più di ogni altro ha favorito il dominio delle oligarchie statunitensi su tutto il globo negli ultimi 50 anni? In una parola: per fare la guerra. Che culo, eh? Ma prima di addentrarci nei particolari, vi invito a mettere mi piace a questo video e a condividerlo in ogni modo possibile immaginabile per aiutarci a combattere (anche oggi) la nostra piccola guerra contro la dittatura degli algoritmi e la propaganda sia di analfoliberali che analfosovranisti e, se ancora non lo avete fatto, anche a iscrivervi a tutte le nostre pagine su tutte le piattaforme social e attivare tutte le notifiche: a voi costa meno tempo di quanto non impieghi Trump a trasformare i titoli di stato USA in spazzatura, ma per noi fa davvero la differenza e ci permette di continuare a seguire i soldi mentre attorno a noi tutto il mondo si fa infinocchiare dagli slogan e le finte ideologie.
Un piccolo riassunto delle puntate precedenti: il giorno prima dell’insediamento ufficiale di Donald Trump, il NASDAQ ha chiuso a 19.756 punti; ieri ha chiuso a 15.870. Sono quasi 4 mila punti in meno, poco meno del 20%: non siamo ancora all’esplosione della bolla delle dotcom o alla grande crisi finanziaria del 2008, ma siamo sulla strada giusta. Come ricordano i sempre impeccabili Pam e Russ Martens su Wall Street on Parade, nel caso della bolla delle dotcom il NASDAQ per tornare ai suoi massimi impiegò la bellezza di 15 anni , Microsoft 17; Cisco, dopo 25 anni, non ci è ancora riuscita. A favorire il tracollo, allora, fu il fatto che il NASDAQ era un mercato con pochissime regole, e anche quelle che c’erano venivano regolarmente aggirate: in soldoni, significa che i broker tiravano delle sòle incredibili agli investitori più sprovveduti; come ricordano i coniugi Martens “esortavano gli investitori ad acquistare, mentre tra loro definivano quegli stessi titoli azionari spazzatura”. La mega-truffa portò, nel 2003, a una decina di multe per un valore complessivo di 875 milioni di dollari: rispetto ai 4 mila miliardi che avevano fatto perdere ai risparmiatori, bruscolini. Nel 2006, poi, il NASDAQ si è trasformato definitivamente in una Borsa regolata a tutti gli effetti, ma la zona grigia non ha fatto che cambiare indirizzo.
Si chiamano Dark Pool e sono, di fatto, borse valori non regolamentate che risiedono all’interno delle grandi banche, le stesse grandi banche che nel 2003 erano state multate per la grande truffa della bolla delle dotcom: JP Morgan, Goldman Sachs, Citigroup, Morgan Stanley, Merrill Lynch, il gotha di Wall Street al gran completo. Le Dark Pool servono, in particolare, a uno scopo molto preciso: permettere ai grandi investitori di comprare o di vendere grandi volumi di azioni in modo riservato, in modo da evitare di mandare al mercato un segnale preciso; esattamente quello che serve quando si hanno informazioni riservate. E il sospetto che in diversi, in queste settimane turbolente di dichiarazioni roboanti di guerra commerciale e di ritirate repentine, abbiano avuto informazioni riservate e le abbiano usate per fare una montagna di quattrini è piuttosto diffuso. Un caso piuttosto eclatante è quello di Nikesh Arora, l’amministratore delegato del colosso della cyber-security Palo Alto Networks: mentre gli analisti prevedevano utili in crescita e i broker invitavano a comprare, Arora procedeva spedito a vendere tutto il vendibile pochissime ore prima di vedere il titolo crollare di circa il 15% in seguito agli annunci del Liberation Day; idem per Mark Zuckerberg, che ha venduto oltre 1 milione di azioni di Meta quando il titolo viaggiava abbondantemente sopra i 600 dollari (ora è abbondantemente sotto i 500). Safra Catz, l’amministratrice di Oracle, ha incassato 705 milioni grazie alla vendita di 3,8 milioni di azioni poco prima che crollassero di circa il 30%.
Ma le operazioni poco trasparenti e le furbate sono solo la cima dell’iceberg: secondo il Wall Street Journal “la disfatta di Trump sta assumendo dimensioni storiche”; “Il Dow jones industrial average”, lo storico indice che mette insieme 30 tra i gruppi industriali più importanti degli Stati Uniti – da Apple a Coca-Cola, passando per Boeing e Goldman Sachs – “ha perso altri 1.000 punti lunedì e si avvia così a registrare la peggior performance di aprile dal 1932” mentre “la performance dello Standard & Poor 500, dal giorno dell’insediamento di Trump, è la peggiore di qualsiasi presidente di sempre”. Ma come abbiamo sottolineato millemila volte nelle settimane scorse, il punto più critico non è neanche il crollo dei mercati azionari, ma il fatto che per la prima volta, a differenza dello scoppio delle dotcom e della grande crisi del 2008, i capitali in fuga dal mare in tempesta delle borse valori non si stiano riversando in massa sui titoli del tesoro USA, che è esattamente quello che è successo anche ieri: mentre i principali indici USA registravano un altro -2.5%, i rendimenti dei titoli a 10 anni crescevano di altri 8 punti base, superando quota 4,41%; nel frattempo, il dollaro perdeva un altro punto percentuale e mezzo rispetto a un paniere di valute dei principali partner commerciali, toccando il minimo degli ultimi 3 anni.
A scatenare l’ennesima tempesta perfetta che, colpo dopo colpo, sta definitivamente distruggendo lo status del dollaro come valuta di riserva globale – e, con lui, la sostenibilità sia della gigantesca bolla speculativa sulla quale si regge l’intera economia USA, sia dell’enorme debito pubblico che continua a crescere per permettere all’1% più ricco di non pagare le tasse – l’ennesima dichiarazione di Re Donald attraverso la sua piattaforma social; questa volta l’obiettivo è, di nuovo, Jerome Powell, il numero uno della FED: “Con i costi energetici in calo, i prezzi dei beni alimentari sensibilmente ridotti come anche tutto il resto, non c’è praticamente più inflazione. Con questi costi che vanno così beatamente verso il basso, come avevo previsto avrebbero fatto, non ci sarà praticamente inflazione, ma può comunque esserci un rallentamento dell’economia, almeno che quel perdente di Mister Too Late” (il signor Troppo Tardi, come Trump ha ribattezzato Jerome Powell) “non abbassi i tassi di interesse ADESSO”. Quel perdente di Mister Too Late: quel bomberone di Re Donald ne spara un’altra delle sue e dà un’altra spintarella per accelerare il declino.
Il problema non è tanto di galateo; è sostanziale. L’indipendenza della Banca Centrale e la certezza che avrebbe continuato a perseguire il contenimento dell’inflazione, al di là degli obiettivi politici di un’amministrazione piuttosto che un’altra, sono componenti essenziali della fiducia che tutto il mondo ripone sul dollaro come valuta di riserva globale: con queste parole, Re Donald ribadisce ancora una volta che l’era del pilota automatico, che tanto rassicurava i cosiddetti mercati, è definitivamente tramontata; oggi la variabile indipendente, quella gerarchicamente superiore a tutto il resto, non è più la stabilità del dollaro e la fiducia dei mercati. La priorità si chiama Make America Great Again e la tenuta dell’amministrazione Trump: “Il presidente Trump” scrive il Wall Street Journal “sta facendo intendere che se la Banca Centrale non taglierà presto i tassi di interesse, darà la colpa alla FED per qualsiasi problema economico che deriva dalla sua guerra commerciale”, ma “in questo modo rischia di delegittimare un’istituzione storicamente indipendente, in modo da comprometterne l’efficacia”. “E’ un vero disastro” ha affermato Peter Conti-Brown, lo storico dell’Università della Pennsylvania ritenuto uno dei maggiori conoscitori della storia della Banca Federale al mondo: “l’integrità e la fiducia bipartisan sulla volontà della FED di agire in base a principi apolitici e tecnocratici sono ciò che le conferiscono la sua autorità e la sua efficacia” .
Ovviamente, come sempre, tecnocrazia non è altro che la parolina magica per coprire le finalità prettamente politiche che la FED ha sempre perseguito; il punto, però, è che quelle finalità politiche coincidevano con gli interessi a breve dei monopoli finanziari: compito della FED era garantire che al centro del mondo ci sarebbero sempre stati esattamente quegli interessi e nessuna turbolenza politica avrebbe fatto deviare dal percorso. Ora, molto semplicemente, la priorità politica è cambiata e la FED si deve adeguare: con un incomprensibile atto di fede, gli utili idioti del trumpismo si sono convinti che questa nuova priorità politica sia ricostruire la classe media statunitense, fornendole lavori stabili e sicuri nel settore manifatturiero; cioè, un governo di multimiliardari che si sono arricchiti con la speculazione finanziaria più spregiudicata – dal braccio destro di Soros Scott Bessent al re delle cripto Howard Lutnick – sarebbe stato folgorato sulla vai del sovranismo democratico e popolare e sarebbe pronta a inserire dosi da cavallo di socialismo reale nel turbocapitalismo finanziario statunitense. Non so perché, ma rimango leggermente scettico…
A spiegare, ancora una volta, perché la reindustrializzazione degli USA è una leggenda metropolitana per allocchi, ci ha pensato il nostro immancabile Michael Hudson: in un recente lungo articolo, pubblicato da Geopolitical Economy Report, Hudson torna su un suo vecchio cavallo di battaglia. Per chi ci segue, la tesi è già abbondantemente nota: chi, in passato, ha compiuto un rapido e massiccio processo di industrializzazione è sempre ricorso a politiche protezionistiche e, in questo, Trump sta provando a fare il suo; il problema, però, è che negli altri casi le entrate fiscali dovute ai dazi venivano investite dallo Stato per creare infrastrutture materiali e immateriali e per gestire i monopoli naturali, abbattendo al massimo i costi e rendendo, così, l’insieme dell’economia enormemente più produttivo. Insomma: le entrate delle tariffe erano una sorta di piccola accumulazione primitiva da reinvestire per introdurre dosi da cavallo di pianificazione socialista in grado di accelerare il processo di industrializzazione. Trump, invece, vorrebbe fare le nozze con i fichi secchi: invece che nazionalizzare, vuole privatizzare di più e invece che tagliare la rendita dei parassiti, la vuole far crescere ancora. Insomma: la solita vecchia austerity che avvantaggia i ricchi, ma deprime l’economia in generale con un’aggravante, perché almeno i signori dell’austerity puntano a tenere sotto controllo deficit e debito pubblico; Trump, invece lo fa crescere, ma solo per regalare all’1% sconti fiscali da nababbi. Una miscela esplosiva che è difficile dire esattamente a cosa porterà, ma di sicuro non alla rinascita degli USA potenza industriale.
Ma se la reindustrializzazione è palesemente una chimera, qual è la finalità politica in nome della quale Trump sta concretamente distruggendo lo status del dollaro? A chiarirlo dalle pagine di Foreign Affairs ci pensa l’ex direttore dell’unità per l’Innovazione della Difesa del dipartimento della Difesa USA, Michael Brown; distorcendo la realtà, Brown sottolinea come l’Impero USA sia sotto attacco su tre fronti distinti contemporaneamente: “La Russia, che minaccia i membri della NATO nell’Europa orientale”, l’Iran, che “ha accelerato il suo programma nucleare” e, soprattutto, la Cina, che sta “ammassando truppe nella provincia del Fujian e si sta davvero preparando alla guerra”. Di fronte a questa triplice minaccia, è sì vero che “l’esercito statunitense continua ad essere probabilmente il più potente del mondo”, ma purtroppo “non è pronto per un conflitto del genere”: avrà anche “armi sofisticate” e “soldati che non sono secondi a nessuno”, ma ha anche “scarse munizioni”, “navi e aerei più vecchi di quelli della Cina” e, soprattutto, “una base industriale che non ha la capacità di rigenerare queste risorse”. “La fornitura statunitense di missili di precisione, per esempio, durerebbe non più di poche settimane e richiederebbe anni per essere sostituita”; secondo Brown, l’esercito americano “soffre di carenze di munizioni in quasi tutte le categorie di armi”: “manca di missili a corto e medio raggio” e per un conflitto nel Pacifico “non dispone di sufficienti missili di precisione a lungo raggio”. “Secondo le esercitazioni di guerra condotte dal Center for Strategic and International studies, gli Stati Uniti potrebbero utilizzare 5.000 missili di precisione a lungo raggio a settimana, esaurendoli nell’arco di 3 o, al massimo, 4 settimane” e per iniziare a rifornirne di nuovi, impiegherebbe come minimo 2 anni.
L’esempio dello Stinger è eclatante: gli USA ne hanno forniti all’Ucraina oltre 1.000, ma Raytheon non era più in grado di produrne; ha dovuto ri-assumere vecchi ingegneri in pensione e ricostruire la catena di fornitura da zero. Risultato: a 3 anni di distanza è in grado di produrne appena 60 al mese. La distanza dalla Cina raggiunge il paradosso nel settore navale: la cantieristica cinese è in grado di sfornare imbarcazioni per 26 milioni di tonnellate l’anno; gli USA per 70.000, meno di quanto servirebbe per sfornare una sola portaerei di classe Ford che, da sola, ne pesa 100 mila; i recenti sforzi volti ad ampliare alcune linee di produzione e a riavviare quelle vecchie, sottolinea Brown, “non sono sufficienti a compensare oltre tre decenni di compiacimento e atrofia” e, soprattutto, di soldi facili per i pochi monopolisti. “Alla fine della guerra fredda” ricorda Brown, “i principali fornitori della difesa erano più di 50; oggi, il 70% della spesa finisce in tasca a 5 fornitori, con Lockheed Martin, da sola, che intasca oltre il 40” e “quasi due terzi dei principali programmi di difesa hanno un solo offerente”. Il processo di riduzione a un piccolo oligopolio ha comportato un aumento spropositato dei prezzi, mentre, nel frattempo, gli investimenti per migliorare la produzione e in ricerca e sviluppo sono precipitati; “Per affrontare questo fallimento” sottolinea Brown, “Washington deve agire ora” e deve farlo intraprendendo con urgenza ben 6 iniziative: “Modernizzare le scorte esistenti, ampliare la capacità di difesa, espandere le scorte e la capacità produttiva di munizioni, aumentare la concorrenza e ridurre la vulnerabilità dei fornitori, cambiare il modo in cui il Pentagono opera e aumentare i finanziamenti”. E deve fare tutte queste cose insieme, perché “un approccio frammentario non sarà sufficiente”.
Altro che Make America Great Again, quindi: qui si tratta, nientepopodimeno, che trasformare l’intera economia del centro imperiale da cuore indiscusso della speculazione finanziaria (con tutto quello che comporta) a una vera e propria economia di guerra. E non solo quella statunitense: anche i vassalli devono essere costretti a fare altrettanto per permettere “alle forze armate statunitensi di acquistare equipaggiamenti e forniture dagli alleati più facilmente”. Ma, in realtà, non si tratta solo di poter comprare più armi da alleati che hanno abbracciato le magnifiche sorti e progressive dell’economia di guerra, come si appresta a fare la Germania; si tratta, più in generale, di aumentare la collaborazione per integrare le filiere produttive ed emanciparsi, così, dai fornitori cinesi, dai quali gli USA continuano a dipendere sostanzialmente per tutto. Altro che isolazionismo, quindi: l’agenda Trump è la risposta più lineare e prevedibile possibile alla fine dell’egemonia dell’impero fondata sul soft power e sul dollaro, il ritorno a una pura logica di guerra per provare a resistere manu militari all’ascesa del nuovo ordine multipolare che la vecchia ipocrisia globalista e liberaloide non è riuscita a contenere. Le scampagnate della nostra Georgie e i piani di riarmo europei certificano che nelle classi dirigenti dei vassalli degli USA non c’è traccia degli anticorpi necessari per rifiutare questa deriva e che, quindi, se non vogliamo morire in trincea li dobbiamo mandare tutti a casa e sostituirli con una vera e propria costituente contro il sistema guerra. Per farlo, serve una mobilitazione popolare senza precedenti e per scatenarla, prima, e accompagnarla, poi, serve un vero e proprio media che, invece che alla propaganda di analfosovranisti e analfoliberali, dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce è Antonio Tajani















