Con gli opinionisti da talk show à la Burioni, che di mestiere dispensano al volgo i luoghi comuni più triti e ritriti e pretendono vengano definiti verità scientifiche, pensavamo tutti di aver toccato il gradino più basso della civiltà occidentale. Poi però è arrivato il 2024 e abbiamo avuto la dimostrazione che all’Occidente in putrefazione non è rimasta sostanzialmente nessuna virtù se non la capacità di scavare all’infinito oltre al baratro. In questa nuova era di vero e proprio oscurantismo imperante, invece che approfittare della crisi delle élite per riappropriarci di quella gigantesca conquista universale dell’umanità che è il metodo scientifico e rimetterlo al servizio dei popoli, abbiamo avuto la geniale idea di sostituire il metodo scientifico in se con la dittatura postmoderna delle vaccate e delle opinioni infondate del primo stronzo che passa, basta che sia sufficientemente arrogante e sufficientemente allineato con gli interessi dei nuovi padroni del mondo. Come Ottolina Tv da un po’ di tempo a questa parte abbiamo provato a reagire a questa deriva demenziale mettendo insieme un nutrito gruppo di scienziati di varie discipline, super-fidati e nutriti da una genuina passione civile, per provare a ricominciare ad analizzare anche i processi scientifici e tecnologici dal punto di vista del 99% e prendere le distanze dal paradosso di un mondo del dissenso che sembra essersi completamente inchinato all’egemonia dei nuovi potenti della terra. Con questo video, scritto a più mani, cercheremo di fare un po’ il punto sui 5 eventi e processi tecnologici e scientifici che più hanno caratterizzato questo 2024 e che le scorie tossiche che inquinano il dibattito nell’impero in declino hanno impedito di analizzare in modo equilibrato e indipendente.
1 – La sconfitta nella lotta al cambiamento climatico
L’obiettivo di azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2050, sottoscritto nel 2015 a Parigi da quasi tutti i Paesi del mondo (India e Cina si riservavano di ritardare rispettivamente di 20 e 10 anni), si allontana sempre di più. Le emissioni di CO2 continuano ad aumentare e gli obiettivi intermedi, quelli che avrebbero dovuto accompagnarci gradualmente verso il traguardo del +1.5 °C rispetto al periodo pre-industriale per la fine del secolo, sono praticamente saltati e potrebbero riguadagnare una parvenza di realismo soltanto se decidessimo improvvisamente di trasportare noi stessi e le nostre merci in calesse, dimezzassimo la produzione industriale attuale e dicessimo definitivamente addio all’amata bistecca. Più passa il tempo e più i già eroici propositi originari devono essere ulteriormente rimodulati al rialzo per poter far tornare i conti; e più questi aggiustamenti tendono ad assomigliare alle bugie che raccontiamo ai malati terminali quando non riusciamo a guardarli dritti negli occhi come se li considerassimo ancora qui tra noi e non già in viaggio verso un’altra dimensione. Al di fuori dei comunicati ufficiali, tra gli esperti del settore le previsioni su base soggettiva per l’aumento di temperatura atteso per la fine del secolo sono nella quasi totalità superiori (o, al più, intorno) ai +2 °C, con la maggioranza che si aspetta un innalzamento vicino ai 2.5 °C. In sintesi, una catastrofe planetaria annunciata con mezzo secolo di anticipo.
Mentre l’anno più caldo che sia mai stato registrato – ultimo di una serie che procede in crescendo – volge al termine, Donald Trump viene eletto per la seconda volta presidente degli Stati Uniti. Come da copione, non perde occasione per farsi beffe dei soliti gretini e dichiarare ai quattro venti come il cambiamento climatico altro non sia che una bufala colossale. Se quando entrerà in carica i provvedimenti dovessero seguire i suoi pronunciamenti (così come pare scontato), le implicazioni sarebbero sicuramente notevoli non solo per i più che probabili tagli ai programmi federali per la ricerca, lo sviluppo e gli incentivi all’impiego di tecnologie verdi (mentre i singoli stati americani possono procedere, e presumibilmente procederanno, in ordine sparso), ma anche e soprattutto per la capacità degli USA di influenzare con i loro comportamenti e le loro politiche le decisioni di altri Paesi attraverso l’integrazione di produzioni o con accordi con l’Europa ed altri paesi dell’Occidente allargato, o attraverso la tendenza a generare comportamenti emulativi verso quello che è il Paese di riferimento dell’emisfero Occidentale; un Paese che, stando alle dichiarazioni di Trump, dovrebbe ritirarsi da tutti gli accordi e dalle partnership in atto che sono volte a contrastare il cambiamento climatico. Le già problematiche trattative internazionali per la condivisione di provvedimenti di accompagnamento alla riduzione delle emissioni di gas serra subirebbero inoltre un contraccolpo durissimo anche tra i contraenti restanti, quantomeno nel minare la credibilità degli impegni futuri. Del resto che l’aria fosse cambiata era stato preannunciato da Von der Leyen, che a causa delle nuove esigenze di sicurezza determinate dalla guerra in Ucraina e complice lo stato disastroso dell’industria europea certificato anche dal rapporto Draghi, appena fresca di rielezione aveva candidamente dichiarato che le priorità erano ormai altre: secondo San Mario Pio, infatti, gli “ambiziosi obiettivi climatici” dell’Ue richiedono “un piano coerente”, quindi occorre “coordinare le nostre politiche”; viceversa si rischia “che la decarbonizzazione sia contraria alla competitività e alla crescita”. Addio dunque al Green Deal europeo: si vede che finora avevano scherzato e che adesso la ricreazione è finita. Noi, anche se privi dell’imprimatur di San Mario Pio, che sarebbe finita non ne avevamo mai dubitato.
Ben diversa la situazione in Cina: dai dati del 2023 risulta che il 40% della crescita sia collegata agli investimenti in rinnovabili, per cui molto difficilmente da quelle parti si cambierà registro. A scanso di equivoci, Xi ha anche affermato che le politiche green sono considerate una priorità e che per i prossimi anni la linea non è in discussione, qualunque cosa possa succedere; c’è quindi da aspettarsi che proveranno ad approfittare del probabile cambio di direzione strategica (se non propriamente tattica) degli Stati Uniti per assumere l’iniziativa con i Paesi che dimostreranno di voler continuare a perseguire la transizione energetica. Oltre alle motivazioni politiche, i cinesi hanno dalla loro anche le condizioni oggettive che possono motivare realisticamente questo ruolo: il loro fabbisogno energetico continua infatti a crescere, alimentato da una domanda robusta che si appoggia anche alle rinnovabili il cui costo è ora in decisa diminuzione. Gli incentivi e le agevolazioni al green, che pure erano stati concessi a piene mani, possono essere drasticamente ridimensionati; detto ciò, se non si dovesse più riscontrare una domanda adeguata anche sui mercati occidentali, la produzione cinese di tecnologia green potrebbe non essere più sostenibile al ritmo attuale e già si cominciano a notare le prime avvisaglie di consolidamenti aziendali anche per rispondere adeguatamente ad una domanda internazionale in fase di possibile rallentamento dopo il relativo eccesso della produzione che era stata programmata per il mercato interno. E’ comunque realistico attendersi che la Cina, almeno per il momento e attraverso partnership con altri Paesi BRICS, possa adattare il proprio modello di sviluppo, mentre è l’Europa (se non tutto l’Occidente) che pare volersi autoescludere dai processi che potrebbero garantire quantità, diversificazione ed efficienza nell’approvvigionamento e nella produzione dell’energia – con la probabile conseguenza di dover subire un’ulteriore erosione di competitività della propria base industriale. Ad esempio, la domanda di energia necessaria a sostenere lo sviluppo e l’impiego capillare dell’intelligenza artificiale sta esplodendo, per non parlare poi dell’energia che potrebbe risultare necessaria per fare fronte alle bollenti stagioni estive che si vanno profilando, soprattutto in una prospettiva di breve-medio termine in cui l’Europa pretende di poter rinunciare ai fornitori di gas dalla Russia. Volgendo lo sguardo verso un orizzonte più lontano, le fonti energetiche di origine fossile risultano comunque in via di esaurimento (al ritmo attuale prima della fine del secolo), per cui – a parte continuare ad arricchire i soliti noti ed i loro discendenti per svariate generazioni – quello che sembra profilarsi almeno in buona parte dell’Occidente è un gigantesco buco nell’acqua che porterà comunque decrescita ed impoverimento, riuscendo solo a rinviare di qualche decennio il problema fondamentale delle fonti energetiche e della produzione di energia.
In compenso, nel frattempo saremo riusciti a finire di sputtanare il clima del pianeta per i prossimi millenni, ma questo (curiosamente) non pare essere in cima all’agenda dei più; conta piuttosto che Dio – il nostro, s’intende, quello della tradizione giudaico-cristiana – e la nostra fede in Lui siano portati in trionfo e celebrati ancora una volta: egli ci consegnò infatti la Terra, ci nominò signori incontrastati, ci permise di soggiogare la Natura e ci invitò a servircene secondo i nostri bisogni come cosa altra da noi. E noi, per Bacco o per Dindirindina, anche oggi più che mai e come sempre, noi non lo deluderemo! A chi invece è uso coltivare la consuetudine al pensiero razionale, la prospettiva di focalizzarsi sugli adattamenti possibili ai cambiamenti devastanti che ci aspettano appare in verità molto poco allettante e sostanzialmente velleitaria; pur tuttavia occorre considerare che c’è modo e modo di andarsene e se no
n si possiede fiducia incrollabile negli imperscrutabili disegni della Divina Provvidenza, né si vuole finire col lasciarsi scivolare nel pozzo senza fondo della disperazione, allora non c’è proprio nient’altro da fare. E chi proprio non ci capisce un tubo è Franco Prodi.
2 – Droni ed Intelligenza Artificiale
Non si può ancora dire che i droni abbiano già cambiato le sorti di un conflitto guerreggiato, ma di certo hanno cambiato il modo di combatterlo. Anche noi, che per nostra fortuna abbiamo di solito altro a cui pensare, siamo stati portati dagli eventi a doverne prendere atto: abbiamo potuto vedere le immagini dalla prospettiva del drone che punta un veicolo militare sul terreno per poi andare a colpirne la parte più sensibile o aspettare che un gruppo di soldati si raggruppi per deflagrare nel mucchio ed infliggere così più danno possibile; ci perseguiteranno per molto tempo le immagini degli ultimi istanti di vita di Yahya Sinwar, capo di Hamas, individuato a Rafah da un drone occhiuto penetrato in un edificio diroccato per scovare combattenti impegnati in uno scontro a fuoco. Drone, quindi, che rappresenta la fusione perfetta tra l’arma che colpisce e l’occhio artificiale che scruta, individua, riconosce e, a volte (ma questo ancora non lo ammette nessuno), decide di premere il grilletto in completa autonomia. Eh si, perché se di fusione tra sistemi d’arma e robotica si può finora parlare, in realtà il terzo elemento di questa convergenza di morte, il convitato di pietra, l’elefante nella stanza è l’intelligenza artificiale: croce e delizia dei governi di tutto il mondo per i ben noti motivi sbandierati ad ogni occasione, è anche in cima alla lista dei desideri tanto degli stati maggiori delle massime potenze militari del pianeta, che dell’ultimo gruppo di ribelli che combatte una guerra asimmetrica contro la potenza egemone di turno; gli uni e gli altri dovranno tenerne conto (poco ma sicuro). E se, per il momento, i sistemi d’arma letali autonomi non sono ancora stati sdoganati apertamente, l’impronta dell’intelligenza artificiale nei conflitti come quello ucraino è evidentissima: come spiegare altrimenti la sfilza di obiettivi russi che le forze ucraine sono riuscite a centrare con millimetrica precisione e perfetto tempismo nella sorpresa generale? Naturalmente, la raccolta, l’integrazione e l’analisi tempestiva dei dati di intelligence tramite IA, compresi quelli delle immagini satellitari, ha molto a che fare con questi successi; e visite in Ucraina come quella ormai famosa del 2022 di Alex Karp, il CEO di Palantir Technologies, azienda americana specializzata in data analytics, sono la punta dell’iceberg dei molteplici accordi tra il governo locale e miriadi di aziende occidentali. Tutti insieme hanno contribuito a trasformare il campo di battaglia in un laboratorio di sperimentazione di tecnologie e sistemi militari di ultima generazione in cui l’intelligenza artificiale gioca un ruolo fondamentale anche nelle applicazioni di logistica, nello sminamento o nella guida autonoma di droni e di autoveicoli. Gli esempi di applicazioni in realtà sarebbero dozzine, ma come non citare il software di riconoscimento facciale dell’azienda americana Clearview che secondo Time Magazine ha servito l’intelligence militare di Zelensky nell’identificare almeno 230000 tra i russi presenti in Ucraina e i loro collaboratori locali?
Quindi sì: il modo di fare la guerra è cambiato, ma il grosso del cambiamento è ancora da venire; ad oggi riusciamo solo ad intravvederlo. Da che mondo è mondo, gli eserciti più potenti si sono confrontati esibendo orgogliosamente l’imponenza dei propri armamenti ed il numero soverchiante dei loro soldati, ma durante la seconda metà del secolo scorso inizia una fase nuova in cui le maggiori potenze militari del pianeta, Stati Uniti in testa, scoprono che a contendersi la torta sono ormai rimasti in pochi (una specie di consolidamento) e, allora, hanno deciso che non fosse più il caso di andare in giro a sferrare pugni nel mucchio: tra pesi massimi ci si dovrebbe poter intendere. Meglio esercitare quella che si chiama deterrenza puntando sulla tecnologia più avanzata, che stava cominciando a fare passi da gigante ma che era appannaggio solo di quei pochi che se la potevano permettere, e dettare quindi la propria legge non più con legioni sterminate, ma brandendo sistemi d’arma potenti, costosi e sofisticati. Oggi però abbiamo incominciato a vedere che non è – o meglio, non potrà più – essere così: non sono solo i droni ucraini (ai quali si sono aggiunti poi quelli russi) a sparigliare le carte dell’esercito nemico; anche Hezbollah in Libano ha incominciato ad utilizzare droni carichi di esplosivo che vanno a schiantarsi contro gli obiettivi designati. Gli Houthi fanno altrettanto contro le navi da trasporto e la marina statunitense, come del resto hanno fatto gli ucraini via mare contro le navi russe che hanno dovuto sgomberare la base di Sebastopoli, e l’Iran lancia attacchi con nugoli di missili contro Israele; in genere, si tratta di sistemi relativamente poco costosi e spendibili, ma che possono provocare molti danni, mentre proteggersi da questi attacchi può essere difficile e decisamente molto più costoso di quanto non sia attaccare. Le tecnologie alla base dei droni originano dall’industria civile: sono quindi disponibili in quantità e non sono difficili da procurarsi; un’azione massiccia può saturare le difese del nemico, che risulta poi vulnerabile durante un successivo attacco con sistemi più sofisticati e potenti. Ma ciò che modificherà sostanzialmente questi scenari sarà appunto l’intelligenza artificiale, che renderà droni ed altri sistemi d’arma completamente autonomi ed estremamente precisi. Durante l’ultimo anno abbiamo assistito alle prove generali di sistemi e componenti tecnologici che una volta integrati dall’intelligenza artificiale potranno infatti trasformarsi in veri e propri eserciti con una massa critica in grado non solo di saturare, ma anche di eludere le difese del nemico con manovre diversive coordinate, per poi colpirlo in moto chirurgico e letale. Le armi più distruttive continueranno ad essere utilizzate per colpire obiettivi specifici, ma il paradigma che voleva l’attacco in massa disordinato e spendibile rispetto a quello più potente, sofisticato e mirato non esisterà più: tanto la massa d’attacco che la precisione potranno essere ottenute contemporaneamente e con una spesa relativamente bassa e tutto questo grazie all’intelligenza artificiale.
Ma a noi, al 99% che assiste sbigottito, talvolta morbosamente incuriosito, ma soprattutto inorridito, cosa rimane da dire? Intanto dovremmo prendere finalmente atto che questa benedetta intelligenza artificiale calcola rapidamente ed arriva a valutazioni che possono prendere la forma di una decisione, ma non ci racconta com’è che arriva alle sue conclusioni: non ce lo racconta perché non lo può fare, perché noi l’abbiamo concepita e costruita senza consentirglielo; la sua forza è proprio nel prescindere da algoritmi che seguano logiche discernibili ed esplicitabili che implicherebbero un indebolimento della narrazione necessario affinché anche noi umani, esseri limitati, potessimo comprendere. Lei, invece, l’intelligenza artificiale, impara per conto proprio dai dati con cui è stata istruita e basa la sua comprensione del mondo a partire da inferenze statistiche che strutturano e consolidano percorsi cognitivi suoi propri che servono ad ottimizzare un obiettivo meglio di come potremmo farlo noi, ma che di conseguenza rimangono inaccessibili ed inesplicabili per gli umani. Lo chiamano deep learning, ma qui di profondo c’è soprattutto l’imperscrutabilità e l’indicibilità. Non va bene! Dai nostri governanti dobbiamo pretendere un cambio di strategia! Forse questo non ci salverà, ma più saremo ad avere le idee chiare e più potremo sperare.
3 – La guerra dei semiconduttori
La guerra ingaggiata dagli USA per la supremazia sul pianeta ha un unico grande avversario: la Cina; ed è una guerra a tutto campo che si combatte anche e soprattutto sul versante tecnologico, in particolare su quello sull’Intelligenza artificiale. Paradigma contemporaneo, motore di innovazione, efficienza, competitività e potenza militare, il suo dominio passa attraverso la disponibilità di dati, algoritmi e capacità di calcolo ed è al momento solo su quest’ultima che gli Stati Uniti possono sperare di contrastare il dragone. L’obiettivo statunitense è quello di rallentare la progressione cinese inibendone la capacità di addestrare modelli di IA sempre più comprensivi che necessitano di piattaforme di calcolo potentissime e super specializzate prodotte da aziende statunitensi come Nvidia, la quale produce le GPU (graphic processing unit) che rappresentano appunto lo strumento di elezione per il training delle applicazioni di IA più avanzata. L’amministrazione Biden ha inoltre indotto aziende come la taiwanese TSMC e la sudcoreana Samsung a non produrre più chip di ultima generazione per il mercato cinese e. come se questo non bastasse, si vorrebbe perfino impedire alla Cina di poter arrivare un giorno a sviluppare le piattaforme necessarie con aziende locali vietando l’export delle attrezzature necessarie per la fabbricazione dei chip più avanzati. Emblematiche le pressioni statunitensi che hanno portato al divieto dell’export degli strumenti necessari per la litografia a elettroni prodotti dall’azienda olandese ASML, che è al momento l’unica via di accesso diretto per la fabbricazione di chip funzionalmente equivalenti a corrispettivi con elementi di dimensione caratteristica di pochissimi nanometri, cioè per la fabbricazione dell’unità elettronica di base per lo sviluppo dei microprocessori e delle unità di calcolo che rappresentano l’attuale stato dell’arte. A partire dal 2022 gli USA hanno cominciato ad introdurre restrizioni sempre più pesanti sull’export verso la Cina, ma le misure più dirompenti e radicali sono state introdotte di recente; due mesi fa, infatti, l’amministrazione Biden ha annunciato provvedimenti ed iniziative talmente pregiudizievoli da motivare affermazioni come quella di Chris Miller, professore della Tufts University e autore del recente libro Chip War: The Fight for the World’s Most Critical Technology, secondo il quale il nuovo blocco delle esportazioni è una misura che non si vedeva dai tempi della guerra fredda: “La logica è quella di mettere i bastoni tra le ruote” commenta. Oppure “Gli Stati Uniti stanno dicendo alla Cina: La tecnologia Ai è il futuro; noi e i nostri alleati stiamo andando in quella direzione, ma voi non potete venire” a detta di Gregory Allen, direttore del progetto sulla governance dell’AI presso il Center for strategic and international studies, un think tank di Washington.
I cinesi, generalmente molto misurati, in quest’ultima occasione hanno deciso di rispondere in grande stile ed hanno vietato l’esportazione di antimonio, germanio e gallio negli Stati Uniti, un provvedimento che completa il quadro delle restrizioni all’export (in quel caso verso tutto il resto del mondo) che erano state promulgate in precedenza; anche l’export verso gli USA di materiali super duri come la grafite sarà ulteriormente ristretto per prevenirne l’utilizzo a fini militari. E’ da notare che la Cina controlla, in sostanza, l’estrazione di queste materie prime a livello planetario: il gallio ed il germanio sono ingredienti fondamentali per il drogaggio e quindi la fabbricazione dei semi-conduttori, ed il germanio è utilizzato anche nelle tecnologie per l’infrarosso (come ad esempio per la visione notturna), nelle fibre ottiche e nelle celle solari; l’antimonio è utilizzato nell’industria militare, specialmente nella fabbricazione di proiettili, mentre la grafite è il componente principale per volume nella fabbricazione di batterie per veicoli elettrici. Come se non bastasse, nulla impedisce che la Cina possa in futuro estendere simili restrizioni anche all’export di altri metalli, come il nickel ed il cobalto, a proposito dei quali, nel corso dei prossimi anni, i cinesi si avviano a diventare i player di riferimento attraverso il controllo della produzione in Paesi come l’Indonesia e la Repubblica Democratica del Congo: il nickel è fondamentale per la produzione di batterie per autoveicoli elettrici ed il cobalto è pervasivo in innumerevoli contesti industriali. Insomma: la situazione è piuttosto seria; si tratta di una guerra commerciale dalle conseguenze incalcolabili e a meno di non aver già programmato di dichiarare guerra militare alla Cina durante i prossimi mesi, anche dal punto di vista statunitense converrebbe chiedersi se da questa escalation si possa veramente trarre un vantaggio. A noi sembra lecito dubitarne: si profila uno scontro che potrebbe portare ad un disaccoppiamento dello sviluppo delle tecnologie di calcolo lungo binari paralleli, quando invece un approccio integrato comune risulterebbe molto più efficiente, soprattutto in una fase in cui le risorse computazionali necessarie allo sviluppo dell’IA crescono a dismisura e l’approccio attuale risulta palesemente inadeguato, per non parlare delle enormi quantità di energia che saranno necessarie per poter scalare questo tipo di tecnologia, o anche solo implementare soluzioni capillari con i sistemi attuali. Sembra evidente che sarebbe invece opportuno sperimentare strade alternative, come ad esempio i chip fotonici, ovvero chip in cui non sono gli elettroni che si muovono nel silicio, ma onde elettromagnetiche che vengono convogliate e modulate in un cristallo finemente strutturato mediante le nanotecnologie: almeno per alcune applicazioni specializzate, come il training di determinati modelli di AI, queste piattaforme di calcolo possono risultare molto più efficienti di quelli tradizionali; la Cina, facendo di necessità virtù, vi sta infatti lavorando alacremente con risultati incoraggianti. Per quanto riguarda la litografia più spinta, dedicata ai chip tradizionali, ha invece messo in campo possibili soluzioni che sono in fase di studio e che potrebbero nei prossimi anni rappresentare alternative percorribili rispetto allo standard attuale della litografia a elettroni di ASML. Occorre anche notare che la legge di Moore, che ha accompagnato per decenni la miniaturizzazione e, quindi, l’avanzamento dell’industria elettronica, non è più un riferimento attendibile per prevedere il ritmo dei progressi futuri, in quanto le dimensioni strutturali dei chip hanno già quasi raggiunto quelli che sono i limiti fisici della tecnologia basata sui transistor tradizionali: è pertanto ragionevole prevedere che la Cina avrà modo di recuperare il gap tecnologico con l’Occidente allargato perché è tutta l’industria dei chip ad essere alle prese con un collo di bottiglia.
Emblematico è il caso dei chiplet, una soluzione per costruire sistemi di calcolo altamente modulari che prevede lo sviluppo di microsistemi specializzati per funzioni specifiche, come lo storage o il data processing: questi moduli vengono poi opportunamente connessi con un packaging avanzato in un sistema che viene così a sostituire il chip tradizionale, dove tutte le varie funzionalità sono invece costruite e connesse su un supporto di silicio; si tratta di soluzioni particolarmente adatte a superare le attuali limitazioni tecnologiche – ad esempio per aumentare la velocità di calcolo – che sono già state utilizzate con successo da aziende come AMD ed Intel. Ma è noto che alcune aziende cinesi hanno sviluppato soluzioni di packaging molto efficienti che gli potrebbero permettere di utilizzare questi dispositivi anche per ovviare alle limitazioni derivanti dall’impossibilità di importare i chip più avanzati: il governo cinese ha infatti gi
à avviato un massiccio programma di finanziamenti mirato tanto alla ricerca e allo sviluppo delle chiplet che alla costruzione di megastrutture per la loro fabbricazione. E’ ancora presto per poter trarre conclusioni su quello che, a nostro avviso, appare comunque come l’ennesimo futile tentativo di imbrigliare il colosso cinese; si possono però già incominciare a valutare le prime conseguenze concrete di questa strategia e sebbene le aziende cinesi di high tech stiano indubbiamente soffrendo a causa del boicottaggio americano, i risultati per l’Occidente allargato non sono sempre confortanti. Molto semplicemente in termini economici, perché escludendo la Cina dalla lista dei clienti per i loro prodotti più avanzati e redditizi, aziende come Nvidia ed ASML sono costrette a rinunciare ad una frazione importante del loro fatturato; e meno introiti significano anche minore disponibilità di risorse per la ricerca e lo sviluppo, senza contare che tanto l’industria che la ricerca di punta negli USA si appoggiano in buona parte sulla forza lavoro altamente qualificata e motivata proveniente dall’Asia. Soprattutto nelle università sono i cinesi quelli di gran lunga più rappresentati: non ci vuole molto ad immaginare che parecchi tra questi studenti avanzati e ricercatori troveranno più opportuno rivolgersi a qualcun altro e, sicuramente, riceveranno un’accoglienza ed un trattamento migliore nella madre patria.
Ma guardando appena oltre l’orizzonte più vicino, i guai potenzialmente peggiori sono ancora da venire: innanzitutto, quello che fino ad un decennio fa si poteva interpretare come nient’altro che un approccio commerciale aggressivo da parte della Cina si è adesso trasformato in un radicale rivolgimento verso l’interno; se all’inizio di questa guerra tecnologica le aziende cinesi avevano centellinato le attrezzature occidentali accumulate in tempi migliori, più recentemente, quando anche il supporto tecnico delle aziende fornitrici straniere è venuto a mancare, quelle locali hanno dovuto imparare a provvedere per le necessarie operazioni di manutenzione, fino a cominciare a sviluppare soluzioni alternative che in alcuni segmenti possono già fare concorrenza alle soluzioni occidentali. Ma, soprattutto, si è ormai affermato il principio che la completa rimozione della tecnologia americana dalle catene di produzione corrisponda a necessità strategica; di conseguenza, si assiste ad uno sviluppo tecnologico di tipo nazionalista che prevede sempre più massicci investimenti in ricerca e sviluppo in settori tecnologici in cui tradizionalmente la Cina non era neppure rappresentata e questo tanto nella madre patria che all’estero: nel Sud-Est asiatico, in alcuni Paesi europei ed in America Latina mentre, al contempo, viene sviluppato un ecosistema interno costituito da aziende e fornitori locali che hanno cominciato a produrre tecnologia e ad offrire servizi, da quelli più basilari a quelli incrementalmente più avanzati, un processo che in passato ha permesso alla Cina di ripercorrere e rivedere al meglio le catene produttive degli autoveicoli elettrici fino al punto di diventare leader incontrastati. Oggi si potrebbe dire che aziende come Huawei abbiano tutte le possibilità – e sicuramente le intenzioni – di seguire le orme dei loro illustri predecessori.
4 – Tecnologie Spaziali
Il 2024 sarà ricordato anche per i progressi nello sviluppo delle tecnologie utilizzate per i lanci e per il controllo delle operazioni nello Spazio. Due sono i risultati più memorabili, uno appannaggio degli Stati Uniti e l’altro della Cina. L’azienda SpaceX di Elon Musk fa la storia con il test numero 5 di Starship, che ha dimostrato la realizzabilità di un sistema di trasporto pesante riutilizzabile; la riutilizzabilità non è una novità assoluta per l’azienda di Musk che, già con l’attuale vettore in attività (il Falcon 9) è stata in grado di rivoluzionare il mercato dei lanciatori verso l’orbita bassa abbattendo i costi di lancio e spazzando via letteralmente la concorrenza: accorpando tre di questi vettori (come quando ha lanciato la Tesla verso Marte) è anche riuscito a quasi triplicare la capacità di lancio del Falcon da 23 a 55 tonnellate in orbita bassa. Ma è con Starship che Musk vuole fare il salto di qualità definitivo, ed è tutta una questione di dimensioni: già, perché Starship è, prima di tutto, molto più grande del suo predecessore (quasi il doppio in altezza e quasi il triplo in larghezza) e non è possibile far atterrare il suo booster come quello del Falcon, in quanto le sollecitazioni sulla struttura indotte dall’urto con il terreno sarebbero troppo forti per un oggetto così grande (70 metri in altezza per 10 di larghezza); dunque la grande scommessa di SpaceX è stata quella di afferrarlo al volo con due grandi braccia meccaniche. Una sfida ingegneristica enorme, sia per la realizzazione del razzo che di tutte le infrastrutture di terra coinvolte: il risultato è un inedito assoluto per i viaggi spaziali perché ora Starship è, sulla carta, in grado di trasportare più di 100 tonnellate in orbita bassa ad ogni singolo lancio e Musk promette di aumentare ulteriormente la capacità di carico. In precedenza, una capacità simile si era vista solo con le missioni Apollo, che avevano impiegato il famoso razzo Saturn V dove, però, il sistema era tutto a fondo perduto e non si riutilizzava nulla. Le conseguenze sono enormi e non riguardano solo lo spazio: poter disporre di una capacità di carico così elevata ad un costo relativamente basso rende possibile pianificare missioni spaziali ritenute quasi irrealizzabili perché troppo ambiziose; ad esempio, una base lunare, per altro già presente nei programmi della NASA, diventa ora obiettivo più agevolmente realizzabile, aprendo anche alla possibilità di uno sfruttamento minerario diretto del nostro satellite. Per non parlare del sogno di portare l’uomo su Marte o anche, più semplicemente, di effettuare viaggi intercontinentali in non più di 30/40 minuti; certo queste applicazioni non sembrano particolarmente redditizie al momento. Guardando all’attuale mercato, c’è chi dubita che il sistema Starship possa ritagliarsene una fetta importante in ambito civile, perché i lanciatori presenti soddisfano già egregiamente la domanda sia in termini di frequenza dei lanci che per capacità di carico, ma è nel prossimo decennio, con la necessità di trasportare attrezzature verso la Luna per impiantarvi una base permanente, che SpaceX e la NASA trarranno il maggiore vantaggio da Starship. E in prospettiva futura, se e quando l’eventuale sfruttamento minerario della Luna entrerà a regime.
Ma a parte il sogno di esplorare e colonizzare Marte, sono probabilmente le applicazioni militari – in particolare quelle futuribili – le più allettanti per l’imprenditore sudafricano: ad esempio, con Starship sarà possibile portare in orbita apparati molto più grandi e pesanti di quelli attuali, aumentando notevolmente la sensibilità dei sistemi di sorveglianza; ovviamente sarebbe anche molto più semplice poter dispiegare nuove e più potenti armi strategiche ideate per stazionare nello spazio ed attivarsi in caso di… necessità. Oppure, invece di inviare un singolo dispositivo molto pesante, si possono inviare un grande numero di dispositivi più piccoli contemporaneamente, ad esempio per dispiegare velocemente un’ intera costellazione di satelliti in tempi relativamente brevi; e per quanto riguarda il trasporto umano, invece, c’è la concreta possibilità di poter disporre di una squadra di intervento rapido in qualsiasi zona del mondo in meno di un’ora. Questo è solo un breve elenco di quello che potrebbe essere realizzato e, naturalmente, il sistema Starship è in fase di test e ci sono ancora molte sfide tecnologiche da affrontare, ma è indubbio che la direzione è già segnata e questo è dimostrato dall’interesse di tutte le agenzie spaziali nel realizzare (ed anche rapidamente) sistemi di lancio riutilizzabili come quelli di SpaceX.
Ma il 2024 è anche l’anno del sorpasso della Cina, almeno per quanto riguarda la nuova corsa alla Luna: con l’allunaggio della sonda Chang’e-6, la Cina si è infatti confermata l’unica potenza in grado di eseguire un atterraggio morbido sul lato oscuro del pallido satellite naturale della Terra: quello dello scorso giugno è stato il secondo allunaggio della storia sul far side of the moon; il primo, nel 2019, era stato quello della missione Chang’e 4. L’ultima missione lunare dell’Agenzia Spaziale Cinese è andata ancora oltre, eseguendo con successo la prima raccolta di campioni della storia da questo territorio ancora inesplorato; i preziosi campioni – quasi due chili di regolite – sono già pronti per essere analizzati e presto, seguendo la consolidata prassi cinese, saranno disponibili agli scienziati di tutto il mondo: quello che si cercherà di appurare è innanzitutto la presenza di ghiaccio d’acqua. Il Polo Sud lunare è infatti locazione privilegiata, in quanto presenta zone illuminate dal sole e, quindi, adatte ad un insediamento umano, ma tuttavia adiacenti ad un cratere sufficientemente profondo ed in ombra permanente che potrebbe conservare acqua e minerali utilizzabili. A rendere possibili queste imprese storiche è un satellite chiamato Queqiao-2, che servendo da ponte radio ha permesso le comunicazioni tra la Terra e il lato oscuro della Luna, altrimenti irraggiungibile; Queqiao-2 si trova sull’orbita lunare dal marzo del 2024 e assisterà anche le prossime missioni cinesi sulla Luna, Chang’e-7 e Chang’e-8: la prima è prevista per il 2026 e ha lo scopo di esplorare il lato oscuro della luna alla ricerca di risorse. La seconda, programmata per il 2028, avrà il compito di verificare la possibilità di sfruttare queste risorse in situ per la costruzione di strutture lunari come quelle che costituiranno l’International Lunar Research Station (ILRS), la base scientifica guidata da russi e cinesi nata come alternativa ai programmi di esplorazione statunitensi. Nel frattempo la NASA, che (almeno sulla carta) sarebbe il competitor dell’Agenzia Spaziale Cinese nella nuova corsa alla Luna, ha annunciato ulteriori ritardi per il programma Artemis: se il megarazzo di Elon Musk sarà pronto, ha detto l’ormai ex amministratore della NASA Bill Nelson, “pianifichiamo di lanciare Artemis III a metà del 2027”. Il primo allunaggio con equipaggio umano dai tempi delle missioni Apollo, inizialmente programmato per il 2025, è ancora piuttosto lontano. L’agenda dei cinesi è molto più cauta rispetto a quella degli americani: la prima missione con equipaggio umano è prevista per il 2029-30; i cinesi, però, tendono a rispettare le scadenze e questo spaventa molto l’amministrazione USA: “Non ci accontenteremo mai di un secondo posto” ha scritto Jared Isaacman, il nuovo amministratore della NASA, accettando la nomina di Trump. Chissà che forse, alla fine, non debbano farsene una ragione…
5 – Nuovo farmaco per prevenire l’infezione da HIV
Dopo decenni di ricerche e progressi (anche considerevoli) nel trattamento dell’AIDS (Acquired Immunodeficiency Syndrome) il virus dell’HIV continua a mietere vittime e soprattutto ad infettare ogni anno più di un milione di persone in tutto il mondo. Purtroppo, nonostante gli sforzi profusi dai ricercatori, il vaccino per questa terribile infezione non è ancora stato messo a punto. E, tuttavia, quest’anno è possibile celebrare quello che a tutti gli effetti si presenta come un risultato notevolissimo: un preparato iniettabile in grado di offrire protezione da contagio da HIV per sei mesi. Nel giugno scorso sono infatti stati resi noti i risultati di uno studio condotto su adolescenti e giovani donne ugandesi e sudafricane cisgender tra i 16 ed i 25 anni (cis-sessuali in italiano, vale a dire persone la cui identità di genere corrisponde al sesso biologico assegnato alla nascita): su più di 2000 soggetti che avevano ricevuto due iniezioni all’anno mantenendo un regime di rapporti sessuali regolari con uomini non si è riscontrato alcun caso di infezione. Il preparato, Lenacapavir, è stato messo a punto dall’azienda farmaceutica americana Gilead e si configura come farmaco per la profilassi pre-esposizione a HIV, (PrEP, dall’inglese pre-exposure profylaxis). Esistono anche altri farmaci che sono utilizzabili con questa identica funzione, ma prevedono tuttavia un’assunzione giornaliera per via orale: due di questi farmaci (Descovy e Truvada) sono stati utilizzati nello studio clinico africano suddivisi in due rispettivi gruppi di controllo per un totale di altri 3000 soggetti oltre ai 2000 trattati con Lenacapavir; nonostante anche nei gruppi di controllo si siano ottenuti ottimi risultati, sono stati riportati anche alcuni casi di infezione (39 e 16), il che non fa che confermare l’efficacia quasi incredibile dell’azione preventiva del Lenacapavir. Conviene inoltre notare che nonostante i preparati PrEP già in commercio abbiano praticamente azzerato la diffusione dell’HIV in alcuni ambiti (come le comunità gay di San Francisco, Sidney o Amsterdam), l’assunzione giornaliera di un farmaco non rappresenta sempre una soluzione ottimale o addirittura percorribile in altri contesti, come quelli di molti Paesi africani o asiatici: “Lenacapavir due volte all’anno per la PrEP, se approvato, potrebbe fornire una nuova scelta fondamentale per la prevenzione dell’HIV che si adatta alla vita di molte persone” ha commentato Linda-Gail Bekker, direttore del Desmond Tutu Hiv Center dell’Università di Città del Capo ed ex presidente della International Aids Society; “Mentre sappiamo che le tradizionali opzioni di prevenzione dell’HIV sono altamente efficaci se assunte come prescritto, Lenacapavir due volte l’anno per la PrEP potrebbe aiutare ad affrontare lo stigma e la discriminazione che alcune persone potrebbero dover affrontare quando assumono pillole orali, oltre ad aiutare potenzialmente ad aumentare l’aderenza alla PrEP dato il suo programma di dosaggio due volte all’anno”.
Lenacapavir è un farmaco già utilizzato in combinazione con altri antiretrovirali per il trattamento di individui con infezione da HIV-1 multifarmaco resistente, per i quali non è possibile instaurare un regime antivirale soppressivo alternativo, ma non era mai stato sperimentato prima come PrEP; inoltre gli eccezionali risultati riportati lo scorso giugno sono stati confermati da un ulteriore studio clinico indipendente condotto dai medici della Emory University che hanno pubblicato recentemente i loro risultati sul New England Journal of Medicine. Ma c’è di più: l’azione del Lenacapavir è mirata ad irrigidire la proteina capside dell’HIV; in questo modo il farmaco blocca le fasi chiave della replicazione virale. Quest’azione di contrasto, un tempo ritenuta impraticabile, è stata ottenuta dopo una ricerca specifica sulla proteina capside che ha dato risultati sorprendenti; esiste quindi la possibilità concreta (ed inaspettata) di utilizzare gli stessi principi su altri tipi di infezioni virali caratterizzati da analoghe modalità di replicazione.
Attendiamo speranzosi. Evviva la scienza! E chi non capisce una fava sono i bigotti, i terrapiattisti ed i negazionisti di ogni colore e latitudine.










