Analfoliberali e sinistra ZTL sono letteralmente nel panico! Buongiorno ottoliner, ben ritrovati e benvenuti a questo nuovo appuntamento con la cronaca dallβimpero in declino. Se nelle ultime settimane vi siete divertiti ad osservare la quantitΓ di schiuma alla bocca che ha generato nei salotti buoni il trionfo di Donald Trump, aspettate di vedere le reazioni di fronte allβascesa a uno dei luoghi chiave della macchina del potere statunitense del nuovo nemico pubblico numero 1: si chiama Tulsi Gabbard e la settimana scorsa Γ¨ stata indicata da Trump come la sua scelta per ricoprire nientepopodimeno che il posto di direttrice della National Intelligence; vuol dire che, a meno di rivolte tra le fila repubblicane al Senato (che sarΓ chiamato a confermare la nomina subito dopo lβinsediamento definitivo di The Donald alla Casa Bianca), per almeno i prossimi 4 anni sarΓ a capo di tutte le 18 agenzie federali che costituiscono la gigantesca e potentissima macchina dellβintelligence USA: dalla CIA allβNSA, passando per lβFBI e la Drug Enforcement Administration, uno degli asset imperiali piΓΉ importanti in assoluto per continuare a garantire lβegemonia statunitense sul resto del pianeta e che, dal punto di vista dei pennivendoli della propaganda suprematista e dei loro datori di lavoro, non poteva finire in mani peggiori. Nonostante anche per i candidati agli altri posti cruciali della nuova amministrazione Trump (giustamente) non siano mancate le critiche, in tutti gli altri casi, infatti, comunque – stringi stringi – i punti in comune erano parecchi: Γ¨ vero che Marco Rubio e Mike Waltz – indicati, rispettivamente, per i posti chiave di Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale – per i canoni della propaganda analfoliberale si sono rivelati troppo timidi e titubanti nel sostegno incondizionato alla guerra per procura in Ucraina; perΓ², alla fine, hanno comunque un solido curriculum da neo-conservatori guerrafondai tutti dβun pezzo e si tratta, in soldoni, solo di piccole diatribe temporanee su quale sia la strategia piΓΉ giusta per garantire il perdurare del dominio USA sul pianeta per il prossimo futuro. Anche nel caso di Elon Musk, indubbiamente giΓ piΓΉ controverso, cβΓ¨ comunque la comune condivisione del mito del capitano di ventura che si fa da solo grazie alla sua inventiva e alla sua intraprendenza nella terra delle opportunitΓ . E comunque tutti, sebbene troppo accondiscendenti nei confronti del sanguinario dittatore plurimorto del Cremlino, in passato – dalla Siria al Venezuela – hanno sempre fedelmente supportato ogni tentativo di cambio di regime con ogni mezzo necessario da parte del Paese leader del mondo libero e democratico. E addirittura anche Robert Kennedy che, invece, aveva giΓ mostrato tutta la sua ambiguitΓ proprio criticando la politica USA sia in Siria che Venezuela: bisogna almeno dargli atto che comunque, nel 2016, alle primarie democratiche non fece mancare il suo importante sostegno a Hillary Clinton, che le permise di prevalere contro lβinfausta ipotesi di presentarsi alle elezioni con un leader populista come Bernie Sanders.

Non per Tulsi Gabbard: per lei tutte queste attenuanti non valgono. Nonostante abbia prestato servizio direttamente in Iraq, giΓ durante il suo primo mandato al Congresso aveva cominciato a opporsi esplicitamente alle interferenze USA sia in Yemen che in Siria; nel 2016, durante le primarie del partito democratico, fu talmente sconsiderata da abbandonare addirittura la carica di vice-presidente del Comitato Nazionale per appoggiare la candidatura di Sanders. Lβanno dopo, addirittura, sβΓ¨ permessa di mettere in dubbio la validitΓ del rapporto che, sulla base di informazioni fornite in gran parte da gruppi legati a vario titolo alla galassia di Al Qaeda, accusava Assad di aver utilizzato armi chimiche in Siria e poi, addirittura, ha appoggiato il sanguinario regime di Maduro fino a sostenere che il presidente del Venezuela lo dovrebbero scegliere i venezuelani (e non la CIA o lβUnione europea) al punto che, come sottolinea Il Foglio, βi suoi interventi pubblici vengono doppiati in russo e trasmessi dai canali televisivi di Mosca, tanto sono simili alla propaganda putinista e utili alla retorica del Cremlinoβ e tutto questo – follia delle follie – senza avere chissΓ che santi in paradiso. Perlomeno, Rubio e Waltz, per quanto oggi tentino di riciclarsi con un poβ di fuffa isolazionista, sono emanazione diretta dellβestablishment neo-conservatore: Rubio, nel 2012, era stato addirittura indicato come potenziale vicepresidente dal falco guerrafondaio neo-conservatore Mitt Romney che si opponeva a Obama in quanto troppo docile, pacioccoso e incapace di difendere lβeccezionalismo americano e il diritto divino accordato agli USA di dominare il resto del mondo. Elon Musk gode del sostegno incondizionato degli apparati statali e del gotha della finanza USA, che lβhanno reso lβuomo piΓΉ ricco del pianeta a suon di appalti pubblici multimiliardari, sussidi e acquisto in massa delle azioni delle sue aziende; la Gabbard, invece, balla sostanzialmente da sola, con lβaggravante che continua a ricevere parole di apprezzamento da altri nemici pubblici come lei: da Scott Ritter a Ray McGovern, passando per il whistleblower che ha dimostrato al mondo il ricorso sistematico alla tortura da parte degli USA John Kiriakou. Eppure, una volta perculata la propaganda analfoliberale, bisogna comunque riconoscere che la nostra Tulsi ha anche dei difetti (e anche parecchio grossini) e dei quali, probabilmente, non la sentirete mai essere accusata dai media mainstream e dai boccaloni liberi e democratici; ma prima di raccontarvi quali, vi invito a mettere mi piace a questo video per permetterci (anche oggi) di portare avanti la nostra piccola guerra quotidiana contro la dittatura degli algoritmi al servizio della campagna di diffamazione contro la Gabbard per ogni motivo possibile immaginabile (a parte quelli giusti) e, se ancora non lo avete fatto, anche di iscrivervi a tutte i nostri canali su tutte le piattaforme social, compresi quelli di Ottosofia e di Ottolina English, che sono gli altri due canali del nostro network: a voi costa meno tempo di quanto non impieghi un analfoliberale a spacciare come veritΓ rivelata informazioni che arrivano da qualche organizzazione terroristica salafita alleata del mondo libero e democratico, ma per noi fa davvero la differenza e ci permette di continuare a provare a fare le pulci anche ai nuovi potenti, ma, invece che dal punto di vista delle oligarchie e dellβestablishment, da quello degli interessi concreti del 99%.
Per capire cosβΓ¨ che fa sbroccare analfoliberali e sinistra ZTL della nomina della Gabbard a direttrice dellβintera, gigantesca comunitΓ dellβintelligence USA, basta prendere i due lunghi articoli pubblicati da due punti di riferimento del disagio cognitivo del progressismo bombarolo e del suprematismo occidentalista: Il Post e Cecilia Sala su Il Foglio. Quella della Gabbard, sottolinea Il Post, βΓ¨ una scelta controversa perchΓ© ha preso posizioni a favore del presidente russo Vladimir Putin eβ addirittura βdel dittatore siriano Bashar Al Assadβ: βIn politica esteraβ continua Il Post, Γ¨ – pensate un poβ – addirittura βunβisolazionistaβ e βil giorno dellβinvasione russa ha sostenuto che i responsabili di quello che stava accadendo fossero gli Stati Uniti perchΓ© non avevano preso in considerazione le legittime preoccupazioni della Russiaβ. Ma non solo: βTre giorni dopo lβinvasioneβ – figuratevi un poβ – βcon un video sui social chiese al presidente americano Joe Biden, a Putin e a Zelensky di incontrarsi per trovare un accordoβ; ma, dβaltronde, cβaveva giΓ abituato a ben di peggio. Figuratevi che βNel gennaio del 2017 incontrΓ² in segreto a Damasco il dittatore siriano Bashar Al Assadβ che βtorturava e faceva sparire in modo sistematico decine di migliaia di persone che non avevano fatto nullaβ, mentre lβeroica resistenza che, in buona parte, era giΓ confluita nellβISIS cercava di βcontestare il potere assoluto di Assadβ per imporre quello dello Stato Islamico; e al ritorno negli USA ebbe addirittura il coraggio di affermare che βa decidere sul suo futuroβ sarebbe dovuto essere βil popolo sirianoβ e βnon gli Stati Uniti o qualche altro Paese stranieroβ, quando tutti sanno benissimo che βlβostacolo maggiore allβautodeterminazione dei siriani Γ¨ proprio il regime di Assad e il Baathβ, mentre lβAl Qaeda siriana e le basi USA che armano e addestrano i terroristi sono avamposti della lotta di liberazione popolare. La passione per i regimi sanguinari della Gabbard Γ¨ tale che, addirittura, βQuando il regime di Assad usΓ² le armi chimiche contro i siriani, si disse scettica sulla reale responsabilitΓ del dittatore sirianoβ; come sottolinea anche Cecilia Sala sul Foglio, infatti, βNel 2012, quando Γ¨ iniziata la guerra in Siria, il presidente degli Stati Uniti era Barack Obama e aveva fissato una linea rossa: non permetteremo ad Assad di usare le armi chimiche contro il suo popolo. Poi Assad aveva usato le armi chimiche contro il suo popolo e non gli era successo nienteβ, che Γ¨ un esempio da manuale di come funziona la propaganda analfoliberale rivolta ai semi-colti delle ZTL alla disperata ricerca di fake news che confermino la loro superioritΓ morale nei confronti dei barbari che li assediano ai confini del mondo libero e democratico. Lβaffermazione secondo la quale sarebbe da considerarsi una veritΓ provata (senza bisogno di altre considerazioni) lβutilizzo di armi chimiche da parte del regime di Assad si basa infatti, come molti di voi sicuramente sanno giΓ benissimo, sui rapporti dellβOPCW, lβOrganizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche: peccato, perΓ², che dopo la pubblicazione, alcuni ispettori dellβorganizzazione – che, al contrario dei giornalisti del Post o del Foglio, hanno deciso di mettere a rischio la propria carriera e anche la propria incolumitΓ – dichiararono pubblicamente che le indagini erano state fatte a cazzo di cane; come poi confermarono numerosi cablo di Wikileaks e importanti inchieste giornalistiche indipendenti, soprattutto da parte della prestigiosa testata USA Greyzone, lβorganizzazione aveva basato il grosso delle sue osservazioni non da informazioni dirette, ma – banalmente – da quello che gli era stato riportato da gruppi dellβopposizione siriana legati alle cancellerie occidentali e anche al variegato mondo del terrorismo salafita. Insomma: come spesso accade, quello che nella propaganda guerrafond
aia e suprematista magicamente Γ¨ diventato un fatto appurato e inequivocabile – al punto che chiunque sostenga il contrario Γ¨ amico dei criminali di guerra e a libro paga della propaganda del Cremlino – Γ¨ leggermente piΓΉ controverso, se non addirittura una gigantesca puttanata tout court.
Nel mondo alla rovescia dei pennivendoli del Post e del Foglio, perΓ², il problema Γ¨ che la nomina della Gabbard βΓ¨ un segnale da parte di Trump e del suo staff che non potevano non sapere che ci sarebbero state polemiche. Il segnaleβ continua il Post βΓ¨ che allβamministrazione Trump non importa nulla di queste contestazioni. Simpatizzare con Putin e Assad non Γ¨ piΓΉ un problema per un funzionario di alto livello del governo degli Stati Uniti, anche se supervisiona il lavoro di tutte le agenzie di intelligenceβ; dβaltronde, conclude con un vero tocco di classe questo vero e proprio esempio da manuale della peggior propaganda neo-liberale, βLo stesso Trump Γ¨ accusato di essere controllato da Putin fin dalla prima campagna elettorale nel 2016β: la cosa divertente Γ¨ che la prima a utilizzare il rapporto per giustificare lβintervento militare USA in Siria Γ¨ stata, ovviamente, lβamministrazione Trump, col sostegno incondizionato di tutta la propaganda analfoliberale. Anzi: vista la facilitΓ con la quale lβimperialismo USA era riuscito a farsi dare dallβOPCW esattamente le risposte che voleva per giustificare i suoi piani imperiali (in barba a ogni standard di accuratezza e indipendenza), lβamministrazione Trump avviΓ² una lunga battaglia politica per fare in modo che venisse riconosciuto allβorganizzazione il potere non solo di confermare lβeventuale uso di armi chimiche, ma anche proprio di identificare gli autori. La Gabbard, allora, conduceva la sua battaglia in totale isolamento, col solo sostegno di altre due schegge impazzite del Congresso: il repubblicano libertario del Kentucky Thomas Messie e il rappresentante dellβala piΓΉ progressista dei democratici Ilhan Omar. E non Γ¨ stata certo lβunica volta dove la Gabbard sβΓ¨ scagliata contro la politica estera della prima amministrazione Trump: la Gabbard ha criticato aspramente il ritiro dal trattato nucleare con lβIran e lβassassinio del generale Qasem Soleimani, si Γ¨ opposta con forza al sostegno degli Stati Uniti alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita nella guerra in Yemen e, in generale, alla passione di Trump per casa Saud – che la Gabbard ha definito esplicitamente lo Stato terrorista numero uno al mondo – che, tutto sommato, seppur con accenti diversi, erano anche le posizioni piΓΉ o meno ufficiali del partito democratico (dove allora militava). SenonchΓ© quando, nel 2021, Biden Γ¨ salito alla Casa Bianca, le posizioni piano piano – te guarda a volte il caso – sono cambiate radicalmente; ed ecco cosΓ¬ che nel 2022 la Gabbard decide di lasciare definitivamente quella che per oltre 20 anni era stata la sua casa: il partito democratico. βNon posso piΓΉ rimanere in un Partito Democratico che ormai Γ¨ sotto il controllo completo di una cabala elitaria di guerrafondai guidati da un’astuzia codarda, lavorando attivamente per minare le nostre libertΓ donate da Dio e garantite dalla Costituzioneβ comunicΓ² sul suo profilo Twitter allora. Due anni dopo, ecco che il suo vecchio nemico Trump la sceglie per uno degli incarichi piΓΉ prestigiosi e delicati possibili immaginabili: comβΓ¨ possibile?
I piΓΉ ottimisti la vedono come una prova che, a questo giro, βTrumpβ come scrive John Kiriakou βsembra essere serio nel suo desiderio di cambiare la politica estera e di intelligence del Paeseβ; Scott Ritter addirittura sostiene che βLa decisiva vittoria elettorale di Trump gli ha dato il mandato di attuare cambiamenti rivoluzionari nel modo in cui l’America Γ¨ governata e interagisce con il mondo. Per avere successo in questa rivoluzioneβ continua Ritter βTrump ha bisogno di altri rivoluzionari. E Tulsi Gabbard Γ¨ una di queste rivoluzionarie. E la sua scelta di essere la portavoce di Trump, vista da questa prospettiva, Γ¨ stata un colpo di genioβ: Ritter sottolinea come Trump stesso, nella sua intervista pre-elettorale con Joe Rogan, abbia ammesso che quando vinse nel 2016 non era pronto per governare e βdipendeva dal sostegno di persone la cui lealtΓ era rivolta all’establishment, non al presidenteβ, in particolare proprio nel complicato mondo dellβintelligence, che Γ¨ quello che dovrebbe dare al presidente le informazioni e le analisi giuste sulla base delle quali prendere le decisioni e invece, in soldoni – sostiene Ritter – gli dicevano una marea di cazzate per obbligarlo a perseguire una linea politica giΓ decisa altrove. La scelta della Gabbard sarebbe quindi la scelta di una persona che ha dimostrato la sua indipendenza e la volontΓ di prendere decisioni pragmatiche sulla base di valutazioni realistiche di cosa succede; un aspetto piuttosto centrale: come sottolinea Ritter stesso, infatti, al centro della dottrina di politica estera di Trump cβΓ¨ lβidea della βpace attraverso la forzaβ βcheβ, ammette Ritter, βimplica una certa aggressivitΓ riguardo alla postura globale dell’Americaβ. Ma il mondo reale che si trova ad affrontare questa nuova amministrazione Trump Γ¨ un mondo che, negli ultimi anni Γ¨ profondamente cambiato e dove i rapporti di forza si sono drasticamente spostati in favore di una fine delle ambizioni egemoniche USA e verso un nuovo ordine multipolare; e quindi un mondo dove βAnche se Trump volesse portare il suo Paese in guerra, l’esercito molto probabilmente non sarebbe all’altezza del compitoβ. In soldoni, se non cβΓ¨ nessun motivo di credere che Trump sia piΓΉ pacifico e meno aggressivo di altri presidenti, anzi, la speranza consiste nella possibilitΓ che almeno sia piΓΉ realistico e prenda le sue decisioni sulla base di unβanalisi realistica dei reali rapporti di forza, senza avventurismi dettati dal fervore ideologico o dallβinteresse di una ristrettissima oligarchia che riesce a imporsi attraverso i mille rivoli della complessa macchina amministrativa USA; e, da questo punto di vista, avere a capo di tutta la comunitΓ dellβintelligence una persona che spesso ha avuto posizioni anche molto diverse, ma che ha dimostrato coraggio, indipendenza e la volontΓ di affrontare le questioni in modo pragmatico, potrebbe rivelarsi vitale. Sia Ritter, che Kiriakou, che McGovern – che, ricordiamo, ha lavorato come analista della CIA per 27 anni ed Γ¨ stato il responsabile dei briefing mattutini durante tutta lβamministrazione Reagan – temperano un poβ il loro entusiasmo per questa scelta proprio col fatto che lβidea di rivoluzionare una struttura cosΓ¬ mastodontica e in balia di interessi consolidati potentissimi potrebbe rivelarsi una chimera; io, perΓ², nel mio piccolissimissimo, sottolineerei anche unβaltra chiave di lettura.
Partiamo da un dato: come sottolinea il South China Morning Post – che, bene ricordarlo, nonostante sia il principale giornale di Hong Kong Γ¨ molto critico con Pechino e molto vicino allβestablishment liberale occidenta
le – βPochi giorni dopo che la vittoria elettorale di Donald Trump aveva scatenato ondate di preoccupazione in Europa e Asia, il principale diplomatico indiano sembrava deridere la risposta, esprimendo fiducia nella sua capacitΓ di gestire l’approccio del presidente eletto degli Stati Uniti alle relazioni estereβ; βIl ministro degli Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankarβ continua lβarticolo βha affermato che molti Paesi potrebbero essere nervosi, ma che l’India non Γ¨ tra questiβ. Ora, una cosa importante da sapere della biografia della Gabbard Γ¨ che Γ¨ unβinduista praticante, la prima della storia USA a essere stata eletta al congresso nel 2012 e che ha coltivato rapporti di primissimo livello sia con la diaspora indiana che con New Delhi, a partire proprio da Modi in persona: quando nel 2014 Modi visitΓ² Washington, i due ebbero il loro primo colloquio, a conclusione del quale la Gabbard gli regalΓ² la sua copia personale del Bhagavad Gita; lβanno dopo, ricorda sempre il South China Morning Post, βun funzionario di alto rango del Bharatiya Janata Party, il partito nazionalista indΓΉ del presidente, partecipΓ² al suo matrimonio e portΓ² un messaggio e un regalo da parte di Modi. Anche lβallora ambasciatore indiano, Tanranjit Sandhu, partecipΓ² al matrimonioβ. Fede hindu, Bagavad Gita e Bharatiya Janata Party riconducono tutti a una galassia precisa, per quanto ampia e variegata e, cioΓ¨, quella dellβHindutva, lβideologia che enfatizza lβidentitΓ culturale e religiosa indΓΉ e che costituisce il nucleo ideologico del sistema di potere di Modi, contrapposto al secolarismo del Partito del Congresso legato alle figure di Nehru e alla dinastia Gandhi; un riferimento che Γ¨ diventato sempre piΓΉ egemone anche nella gigantesca e sempre piΓΉ influente diaspora indiana, che Γ¨ uno degli asset politici che piΓΉ ha segnato lβascesa della Gabbard: nel 2019 la testata indipendente USA The Intercept pubblicava una lunga inchiesta sugli oltre 100 donatori della campagna della Gabbard collegati alla variegata galassia del nazionalismo induista (del quale il Bharatiya Janata Party di Modi Γ¨ il principale braccio politico) e la sua nomina, la scorsa settimana, in India Γ¨ stata salutata come lβinizio di una nuova luna di miele tra Washington e Delhi. In questo lungo servizio dellβimportante testata indiana India Today, si ricorda – con tanto di sottofondo epico – quando la Gabbard, nel 2016, si oppose alla vendita di otto F-16 al Pakistan o quando, nel 2021, presentΓ² una risoluzione al Congresso per sollecitare la protezione della minoranza hindu del Bangladesh in seguito, in particolare, agli attacchi contro templi, case e persone che ebbe luogo quell’anno durante il festival di Durga puja. Un poβ meno attenta, invece, quando si tratta di condannare i numerosi atti di violenza nei confronti della minoranza musulmana in India, nonostante – a differenza del Bangladesh – lβIndia sia stata dichiarata ufficialmente alla commissione statunitense sulla libertΓ religiosa internazionale βPaese di particolare preoccupazioneβ e nonostante in India la discriminazione sia formalmente legge da quando, nel dicembre 2019, Γ¨ stato approvato il Citizenship Amendment Act che (come un Israele qualunque) offre diritti di cittadinanza diversi in base al credo religioso: tutte cose che in questi anni di amministrazione Biden hanno rappresentato un ostacolo nella creazione di un clima di piena fiducia tra i due Paesi, anche se gli USA erano alla disperata ricerca di unβalternativa asiatica alla fabbrica del mondo cinese.
Il fatto Γ¨ che se passi 30 anni a giustificare ogni sorta di guerra di aggressione e di tentativo di regime change con la retorica dei diritti umani, poi va a finire che anche tra i tuoi qualcuno cognitivamente un poβ piΓΉ fragile finisce col crederci davvero; e cosΓ¬ ti ritrovi pezzi di macchina statale che vanno per conto loro col pilota automatico contro i tuoi stessi obiettivi strategici, comβΓ¨ stata lβintricata vicenda del celebre leader separatista sikh indo-americano Gurpatwant Singh Pannun. Prima, nel settembre scorso, aveva presentato una causa civile presso un tribunale di New York accusando nientepopodimeno che lβultra-influente Consigliere per la Sicurezza Nazionale indiano Ajit Doval (di persona personalmente), insieme ad altri funzionari indiani, di aver addirittura orchestrato un complotto per assassinarl; il tribunale, allora, ha emesso una citazione che invocava la presenza di Doval per rispondere alle accuse. La settimana dopo, Modi era atteso a New York per lβassemblea generale delle Nazioni Unite e, prima di andare a New York, era stato invitato a partecipare a un incontro del QUAD, il forum quadrilaterale sulla sicurezza che vede, oltre a USA e India, la partecipazione di Australia e Giappone: ad accompagnarlo, ovviamente, ci sarebbe dovuto essere proprio Doval, che nel ricavare uno spazio per lβIndia allβinterno di questi rapporti multilaterali ha giocato da sempre un ruolo di primissimo piano e che, perΓ², Γ¨ stato costretto a rinunciare; poi, il mese scorso, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha desecretato un atto d’accusa contro un misterioso ex ufficiale dei servizi indiani di nome Vikash Yadav, che veniva accusato di aver ordito un intricato complotto per assassinare Pannum sul suolo americano. Yadav Γ¨ stato ufficialmente accusato di cospirazione per omicidio su commissione, Γ¨ stato emesso un mandato di arresto e, al momento, risulta latitante; Yadav avrebbe assoldato un certo Nikhil Gupta che, a sua volta, era incaricato di trovare qualcuno che potesse portare a termine materialmente lβoperazione: peccato che lβuomo che aveva individuato per compiere lβassassinio, in realtΓ fosse un agente sotto copertura della US Drug Enforcement Administration. Nikhil Gupta Γ¨ stato arrestato in Repubblica Ceca e poi estradato negli USA, dove Γ¨ in attesa di giudizio. Proprio mentre i servizi indiani architettavano questo omicidio extragiudiziale sul territorio statunitense, in Canada veniva assassinato un altro leader separatista sikh: Γ¨ lβormai celebre caso di Hardeep Singh Nijjar; Delhi, da anni, cercava di convincere il Canada che si trattasse della vera mente dietro il KFT, il Khalistan Tiger Force, unβorganizzazione militante nazionalista sikh tollerata in Occidente, ma considerata terroristica da Delhi. Era ricercato ai sensi dellβIndiaβs Terrorist Act per diversi casi, tra cui un attentato nel 2007 in un cinema del Punjab (dove sono rimaste uccise sei persone e ferite altre 40) e l’assassinio, nel 2009, del politico indiano sikh Rulda Singh; per il governo di Ottawa, invece, si trattava semplicemente di un punto di riferimento della comunitΓ e di un militante politico che non era mai stato coinvolto direttamente in atti di violenza, fino a quando Γ¨ stato trucidato da numerosi colpi di arma da fuoco mentre era in macchina nei paraggi di un tempio sikh nei sobborghi di Vancouver da due sicari incappucciati: nonostante le indagini siano ancora in corso, il premier Trudeau ha sin da subito parlato di accuse credibili relative al coinvolgimento diretto del governo indiano. Delhi invece continua a definire queste accuse assurde e prive di fondamento al punto che, in ottobre, il governo di Ottawa ha espulso sei diplomatici indiani accusandoli di interferenze nelle indagini, e l’India ha immediatamente risposto facendo altrettanto; nel frattempo, la
tensione allβinterno della diaspora indiana – che Γ¨, in assoluto, la piΓΉ importante ed influente del Paese – tra induisti e sikh ha raggiunto livelli di guardia. GiΓ nel 2023 si sono verificati numerosi attacchi a templi induisti: il 3 novembre scorso, alcuni funzionari consolari indiani in visita al tempio hindu Sabha Mandir di Brampton, nellβOntario, sono stati accolti da una manifestazione del gruppo Sikhs for Justice, quello di Nijjar e Pannun, in prima fila nellβorganizzazione del referendum per chiedere lβindipendenza del Khalistan; la manifestazione Γ¨ degenerata in una mega-rissa che si Γ¨ protratta nei giorni successivi e si Γ¨ estesa ad altri 4 luoghi in giro per il Paese, con tanto di sacerdote hindu (ripreso dalle telecamere) che fomenta la folla al grido di uccidiamoli tutti, un altro attivista induista che invoca al megafono lβintervento delle forze armate indiane per radere al suolo i luoghi di culto sikh e un assembramento disperso dopo che sono stati avvistati manifestanti hindu con armi da fuoco.
E le tensioni non riguardano soltanto il Canada: nel marzo 2023, diversi attacchi contro templi induisti da parte di manifestanti sikh si sono registrati in diverse cittΓ statunitensi, da Chicago a San Francisco, fino a New York; e anche in Australia, altro Paese dellβanglosfera con una diaspora indiana decisamente consistente e influente, si sono verificati numerosi atti di vandalismo contro templi hindu e diversi incidenti che hanno causato numerosi feriti; in molti casi si trattava di reazioni a notizie relative al sostegno che il governo indiano darebbe ai leader induisti locali per individuare e perseguitare membri della comunitΓ sikh in prima linea nella causa indipendentista, un sostegno che il vice ministro degli esteri canadese David Morrison ha attribuito, in una dichiarazione esplosiva al Washington Post, direttamente al potentissimo ministro degli interni indiano Amit Shah, considerato lβuomo piΓΉ potente della politica indiana, secondo soltanto a Modi. Secondo le dichiarazioni della Royal Canadian Mounted Police, Shah e il governo indiano si sarebbero avvalsi della collaborazione con la rete criminale internazionale che fa capo a Lawrence Bishnoi, il leggendario gangster originario del Punjab a capo di un vero e proprio impero che continua a gestire dal carcere Bharatpur e che, oltre al traffico di droga e allβestorsione, sarebbe specializzato in omicidi su commissione grazie a una rete globale di oltre 700 sicari sparsi tra India, Nord America e Medio Oriente. Pochi giorni dopo, la diatriba Γ¨ sbarcata anche in Australia dove il ministro degli esteri australiano Penny Wong ha approfittato della visita a Canberra del potente ministro degli esteri indiano Jaishankar per rilanciare le accuse; Canada e Australia fanno entrambi parte dei Five Eyes, lβalleanza delle intelligence che coinvolge i 5 piΓΉ stretti alleati anglofoni degli USA e che, secondo il Washington Post, avrebbero prodotto rapporti che definiscono βl’India come un Paese che interferisce attivamente nella politica straniera, cercando di influenzare le elezioni e lavorando attraverso i funzionari indiani in Canada per fare leva sulla grande comunitΓ della diaspora per modellare i risultati politici a suo favoreβ: ricorda molto da vicino lβescalation di accuse e tensioni che hanno minato i rapporti tra il blocco guidato dagli USA e lβArabia Saudita attorno alla vicenda dellβomicidio del dissidente saudita (nonchΓ© collaboratore proprio del Washington Post) Jamal Kashoggi, strangolato e poi fatto a pezzi con una sega chirurgica allβinterno del consolato di Riyadh a Istanbul. In entrambi i casi, lβimportanza strategica dei rapporti con i Paesi va ovviamente ben oltre questi episodi, ma la necessitΓ da parte dellβamministrazione Biden di rispondere in qualche modo alle accuse mosse dai sostenitori dei diritti umani e dello stato di diritto che si annidano tra le fila dellβinternazionale liberale, hanno minato la fiducia degli interlocutori nella capacitΓ di Washington di difendere interessi che ritengono vitali, una fiducia che Γ¨ venuta meno proprio nel momento in cui sarebbe servita di piΓΉ: lβIndia come lβArabia Saudita, infatti – comβΓ¨ noto – di seguire Washington nella guerra totale per logorare la Federazione Russa proprio non ne vogliono sapere e, anzi, per Mosca hanno rappresentato (insieme alla Cina) la principale via di fuga dalle conseguenze delle sanzioni dellβOccidente collettivo. La vittoria di Trump e, nel caso dellβIndia, la nomina di Tulsi Gabbard sembrano due elementi in grado di rilanciare le relazioni in grande stile: la famosa βpace attraverso la forzaβ che ispira tutta la politica estera di Trump significherΓ , molto probabilmente, anche un ritorno alla cara, vecchia realpolitik kissingeriana con la messa al bando definitiva della retorica universalista liberale, che potrebbe restituire agli alleati la fiducia su una Washington di nuovo pronta a ingoiare ogni razza di rospo senza tentennamenti pur di garantire gli interessi strategici degli alleati; il tutto dentro una nuova cornice dove si torna a concentrarsi sulle relazioni bilaterali e lβadesione alla guerra delle sanzioni contro la Russia non viene piΓΉ considerata una discriminante. E in questo nuovo modello di relazioni internazionali, mettere a capo dellβintera intelligence una praticante induista potrebbe rappresentare la ciliegina sulla torta.
Per Make America Great Again il rapporto con lβIndia Γ¨ forse, in assoluto, uno dei pilastri piΓΉ importanti; la politica dei dazi annunciata da Trump, infatti, promette di scatenare una nuova spirale inflattiva negli USA: gli USA, infatti, sarebbero costretti a sostituire gradualmente merci a basso costo importate con altre ad alto costo prodotte negli USA. Questa inflazione, inoltre, giustificherebbe da parte della Banca Centrale la continuazione di una politica degli alti tassi che, da un lato, rafforzerebbe ulteriormente il dollaro rendendo i prodotti made in USA non competitivi sui mercati internazionali (e, quindi, penalizzando lβexport) e, dallβaltro, renderebbe piΓΉ costosi gli investimenti produttivi a lungo termine necessari – appunto – per riportare parte della produzione industriale (soprattutto quella a maggior contenuto tecnologico) negli Stati Uniti; questa contraddizione, checchΓ© ne dica la retorica trumpiana, in larga parte non Γ¨ risolvibile, ma sicuramente trovare un alleato fedele che almeno si possa sostituire agli attuali principali partner commerciali che Trump vuole punire – a partire dalla Cina – perlomeno per tutti i prodotti di largo consumo a basso valore aggiunto, sarebbe giΓ un passo avanti e lβIndia, da questo punto di vista, rappresenta sicuramente il piΓΉ promettente dei partner possibili. Da tanti punti di vista ricorda da vicino la Cina dei primi anni β80: con la piΓΉ ampia popolazione del pianeta (e in continua crescita), la manodopera Γ¨ garantita (e anche un lungo periodo di salari bassi); nonostante sia un Paese enormemente piΓΉ stratificato e complesso della Cina post-maoista, con innumerevoli centri di potere in lotta tra loro, Modi e la sua agenda – che sembra un poβ quella di un novello Pinochet asiatico – sembrano non temere rivali e lβideologia dellβHindutva, il nazionalismo induista fortemente ancorato a una religiositΓ che in India permea tutte le cose, sembra un collante piuttosto solido e potente. A questo giro, inoltre, grazie allβesperienza passata ci sarebbero gli strumenti per evitare gran parte degli errori commessi con la Cina nellβera della globalizzazione neoliberista: invece che permettere un massiccio trasferimento di competenze, gli USA potrebbero accordare investimenti produttivi in India solo a condizione che il
Insomma: facendo tesoro dellβesperienza, gli USA potrebbero tentare di fare quello che non sono riusciti a fare con la Cina e, cioΓ¨, esternalizzare una parte consistente della produzione, ma mantenendo una rigida gerarchia di carattere neo-coloniale; si tratta di un piano di dimensioni colossali e ricco di incognite e di ostacoli, ma Γ¨ probabilmente lβunico che, potenzialmente, possa rappresentare una via dβuscita dall’impasse in cui si sono ficcati. La nomina di Tulsi Gabbard in una posizione cosΓ¬ centrale, che ha destato sorpresa un poβ ovunque, potrebbe testimoniare il fatto che a Washington ne sono pienamente consapevoli. Quello che sappiamo Γ¨ che, esattamente come Γ¨ successo negli ultimi 40 anni, per provare a orientarsi allβinterno di questi cambiamenti epocali, la propaganda gossippara dei media mainstream non Γ¨ di nessun aiuto: se vogliamo provare a capirci qualcosa ci serve un vero e proprio media tutto nostro – indipendente, ma di parte – e che provi a guardare il mondo dal punto di vista degli interessi del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce Γ¨ Justin Trudeau










