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Tag: terrorismo

SAMIR AL QARYOUTI: perchè lo sterminio di Gaza sarebbe avvenuto anche senza l’attacco di Hamas

Ottoliner buongiorno e bentornati all’appuntamento con le interviste di OttolinaTv.

Oggi torniamo a parlare dell’operazione diluvio di Al Aqsa e lo facciamo con una tesi piuttosto radicale: anche senza l’attacco di Hamas, lo sterminio dei bambini arabi di Gaza sarebbe avvenuto comunque.

in foto: Samir Al Qaryouti

A sostenerlo non è ammiocuggino, ma Samir Al Qaryouti, giornalista di vecchio corso, e uno degli esponenti più autorevoli della comunità palestinese in Italia. Secondo Al Qaryouti infatti, mentre la fantomatica intelligence israeliana era in tutt’altre faccende affaccendata e s’è lasciata cogliere clamorosamente impreparata, nonostante le svariate segnalazioni provenienti in particolare dal regime collaborazionista di Al Sisi, quella di Hamas e della resistenza palestinese avrebbe funzionato benissimo.
Secondo Al Qaryouti, infatti, Hamas stava lavorando da tempo alla preparazione di un’operazione eclatante che sarebbe dovuta avvenire nell’arco di uno, due anni. Nel frattempo però, come confermerebbero alcuni documenti riservati israeliani dei quali la resistenza sarebbe entrata in possesso proprio durante il diluvio di Aqsa, sostiene sempre Al Qaryouti, anche il Governo Netanyahu stava preparando un’operazione in grande stile su Gaza, a prescindere dai fatti del 7 ottobre. approfittando magari di un casus belli qualsiasi. tanto il mainstream internazionale un modo per sostenere i crimini di israele alla fine lo trova sempre. Hamas però avrebbe scoperto questo disegno, e avrebbe deciso di anticipare l’azione, cogliendo così di sorpresa l’intelligence e l’esercito israeliano che erano si stati informati sui preparativi di Hamas, ma appunto si aspettavano che l’attacco sarebbe arrivato mesi e mesi dopo.

Ovviamente noi non abbiamo minimamente gli strumenti per confermare questa tesi e tutto sommato, le dietrologie ci appassiona fino a un certo punto. Il punto però è che i sostenitori del genocidio sin dall’inizio hanno cercato di imporre la narrazione gisutificazionista secondo la quale lo sterminio dei bambini arabi a Gaza non sarebbe altro che un inevitabile, per quanto drammatico, effetto collaterale dell’esercizio del sacrosanto diritto alla difesa e invece, come la giri la giri, altro non è che il tentativo disperato dell’ultima vera esperienza coloniale di rimandare il suo inesorabile appuntamento con la storia, sulla pelle di bambini e civili.

GAZA E IL TABU’ DEL 7 OTTOBRE – Perché la propaganda continua a mentire sull’attacco di Hamas

“Il massacro del 7 ottobre come la Shoah”: così titolava la sua ennesima, lunga sbrodolata inconcludente Fiamma Nirenstein qualche giorno fa su Il Giornale; “non ci sono eventi storici più comprovati della Shoah e della mostruosa strage del 7 ottobre scorso” scriveva nell’articolo. “Ambedue” continuava “sono stati programmati con passione distruttiva verso gli ebrei: uno a uno, bambini, genitori, nonni” anche se – concedeva – “con dimensioni diverse”. Meno male, dai… qualche differenzina ce la vede pure lei. E’ già qualcosa.
Imporre all’opinione pubblica una ricostruzione di quanto accaduto il 7 ottobre la più drammatica e inquietante possibile è una parte essenziale del meccanismo genocida messo in moto da Israele; per giustificare lo sterminio indiscriminato di migliaia di bambini indifesi e il perseguimento della soluzione finale attraverso la pulizia etnica, il mito fondativo deve essere solido, indiscutibile, sconvolgente. Ma siamo davvero proprio sicuri che c’abbiano detto tutta la verità, nient’altro che la verità?

Ehud Olmert

“Comunque vada, Hamas ha riportato una vittoria”: a dirlo non è qualche leader dell’asse della resistenza, ma nientepopodimeno che un ex premier israeliano di persona personalmente. Il riferimento, ovviamente, è all’esito della trattativa sullo scambio di prigionieri e a pronunciarsi è Ehud Olmert che così, a occhio, sa di cosa parla: sindaco di Gerusalemme durante la seconda intifada di inizi anni 2000 e a capo del governo durante l’operazione Piombo Fuso che, come oggi, si poneva l’obiettivo dichiarato di annichilire Hamas, di scambi di prigionieri se ne intende. Era stata proprio una faccenda di prigionieri, infatti, nel 2006 a dare il via all’operazione Piombo Fuso; ad essere rapito, in quel caso era stato, il giovane carrista franco – israeliano Shalit Gilad. Verrà rilasciato solo 5 anni dopo, in cambio della bellezza di 1.027 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane; per l’entità sionista, non esattamente un trionfo, diciamo. Ma cosa c’entra tutto questo con la ricostruzione dei fatti del 7 ottobre?
C’entra, c’entra. L’operazione diluvio di Al-Aqsa infatti, con ogni probabilità, aveva sostanzialmente due obiettivi: il primo, di carattere politico, consisteva nel riportare l’attenzione della comunità internazionale sulla questione nazionale palestinese che, fino ad allora, ci si illudeva fosse ormai sostanzialmente risolta con una vittoria schiacciante dell’occupazione israeliana; il secondo, di carattere strettamente militare, consisteva – appunto – nel fare incetta di prigionieri da barattare con la liberazione del maggior numero possibile di palestinesi detenuti, appunto, nelle carceri israeliane, a partire dai 700 minori e dagli oltre mille che non sono mai stati sottoposti a un processo e vivono nel limbo di quel crimine conclamato che è la detenzione amministrativa. Ed è proprio la dottrina elaborata dalle forze armate israeliane per impedire alle forze della resistenza di catturare prigionieri e ricattare Tel Aviv che sta alla base di tutto quello che ancora non torna nelle ricostruzioni ufficiali della propaganda giustificazionista del genocidio su quanto realmente avvenuto il 7 ottobre, un giallo in tre atti.
Il primo: siamo sul valico di Erez, che non è solo – semplicemente – la principale porta d’ingresso per il carcere a cielo aperto di Gaza, ma anche il principale avamposto militare e la sede dell’amministrazione civile del carceriere e il primo obiettivo del diluvio di Al-Aqsa. I militanti della resistenza attaccano le infrastrutture militari del varco a partire dalle prime ore dell’alba; poco dopo entrano in scena gli Apache delle forze armate israeliane, armati di missili Hellfire, che bombardano a tappeto. Bisogna imporre la ritirata alla resistenza e impedirle di fare prigionieri, a costo di causare vittime anche tra gli israeliani. Non è una scelta estemporanea: è una procedura formale adottata dalle forze armate israeliane sin dal lontano 1986. Si chiama Direttiva Annibale – dal nome del generale cartaginese che si avvelenò piuttosto che essere catturato dai romani – e che prevede che “Il rapimento deve essere fermato con ogni mezzo, anche a costo di colpire e danneggiare le nostre stesse forze” (Eyal Weizman, Goldsmith College di Londra), ed è la chiave di volta per provare a capire cos’è successo, da lì in poi, in quella drammatica giornata.
E siamo al secondo atto del nostro giallo: la location, a questo giro, è il kibbutz di Be’eri, ad appena 5 chilometri dal confine; con un bilancio di oltre 100 vittime, è il luogo di uno dei massacri che ha destato più indignazione in assoluto, ma su chi abbia ucciso chi ci sono più dubbi di quanto non si voglia far trapelare. Pochi giorni dopo gli avvenimenti, infatti, una delle pochissime sopravvissute, Yasmin Porat, aveva rilasciato un’intervista a una radio israeliana: dichiarava di essere stata rinchiusa in una stanza con altri 12 prigionieri, controllati a vista da una quarantina di membri della resistenza. “Ci hanno trattato molto umanamente” ha dichiarato; “eravamo spaventati a morte e hanno provato a tranquillizzarci. Il loro obiettivo era rapirci e portarci a Gaza, non ucciderci”. Esattamente quello che le forze armate israeliane avevano il mandato di evitare con ogni mezzo necessario, ed ecco così che, quando arrivano nel villaggio, inizia uno scontro violentissimo: uno dei rapitori prende Yasmin ed esce allo scoperto, usandola come scudo umano; la donna grida ai soldati israeliani di fermare il fuoco, senza risultati. Attorno a sé vede corpi di persone morte ovunque: “Erano stati uccisi dai terroristi?” chiede l’intervistatore: “No” risponde Yasmin “sono stati uccisi dal fuoco incrociato”. “Quindi potrebbero essere stati uccisi dalle nostre forze di sicurezza?” chiede l’intervistatore: “Senza dubbio” risponde Yasmin.

Max Blumenthal

Ma è solo la punta dell’iceberg: come riporta un giornalista del media israeliano i24 “Case piccole e pittoresche sono state bombardate o distrutte” e “prati ben tenuti sono stati divelti dalle tracce di un veicolo blindato, forse un carro armato”. Ancora, dopo 11 giorni dall’attacco, in mezzo alle macerie di una casa sono stati ritrovati i corpi di una madre e di suo figlio e – sostiene Max Blumethal in un lungo articolo pubblicato su GrayZone – “Gran parte dei bombardamenti a Be’eri sono stati effettuati da equipaggi di carri armati israeliani”. Tuval Escapa è uno dei responsabili della squadra incaricata di garantire la sicurezza del kibbutz Be’eri; durante l’attacco, avrebbe improvvisato una specie di linea diretta per coordinare i residenti del kibbutz e l’esercito israeliano, ma non è andata come sperava: “I comandanti sul campo hanno preso decisioni difficili, incluso bombardare le case dei loro occupanti per eliminare i terroristi insieme agli ostaggi”, e a effettuare i bombardamenti non sarebbero stati solo i carri armati.
E qui siamo al terzo atto del giallo: la location, questa volta, è l’ormai tristemente arcinoto festival di musica elettronica Nova, a pochi chilometri dal kibbutz; secondo Blumenthal, è qui che gli Apache delle forze armate israeliane armati di missili Hellfire avrebbero concentrato la loro potenza di fuoco nel tentativo di impedire alle auto dei membri della resistenza – che, con ogni probabilità, stavano trasportando anche prigionieri da portare a Gaza – di portare a termine la loro missione e che, sottolinea la stessa stampa israeliana, è molto probabile non fosse stata poi neanche più di tanto programmata: “Tra i funzionari della sicurezza” riporta infatti Haaretz “in molti sostengono che i terroristi che hanno compiuto il massacro del 7 ottobre non sapevano in anticipo del festival”. Blumethal riporta un’intervista a un pilota di uno di questi elicotteri Apache presenti nell’area, rilasciata al notiziario israeliano Mako: il pilota avrebbe ammesso di non avere la minima idea di quali fossero i veicoli che potevano trasportare prigionieri israeliani, ma di aver comunque ricevuto l’ordine di aprire il fuoco lo stesso. Blumenthal riporta anche un articolo del quotidiano israeliano Yeditoh Aharanoth dove si sottolineava come “i piloti si sono resi conto che c’era un’enorme difficoltà nel distinguere all’interno degli avamposti e degli insediamenti occupati chi era un terrorista e chi era un soldato o un civile”, “E così” commenta Blumenthal “senza alcuna intelligenza o capacità di distinguere tra palestinesi e israeliani, i piloti hanno scatenato una furia di colpi di cannoni e missili sulle aree israeliane sottostanti”. “Le forze di sicurezza israeliane” continua Blumethal “hanno anche aperto il fuoco su israeliani in fuga che hanno scambiato per uomini armati di Hamas. Una residente di Ashkelon di nome Danielle Rachiel ha descritto di essere stata quasi uccisa dopo essere fuggita dal festival musicale Nova: “Quando abbiamo raggiunto la rotonda, abbiamo visto le forze di sicurezza israeliane!” Rachel ha ricordato; “Abbiamo tenuto la testa bassa [perché] sapevamo automaticamente che avrebbero sospettato di noi, a bordo di una piccola macchina scassata… dalla stessa direzione da cui provenivano i terroristi. Le nostre forze allora hanno iniziato a spararci, mandando in frantumi i finestrini”.
Per quanto fondate principalmente su articoli apparsi sui media israeliani, Haaretz ha subito etichettato le ricostruzioni di Blumenthal come “tesi cospirazioniste”, che è l’etichetta che ormai si affibbia con una certa facilità a qualsiasi cosa metta in questione la narrazione dominante, fino a quando però – pochi giorni dopo – Haaretz stesso non ha dato la notizia di un rapporto della polizia che confermerebbe che i partecipanti al festival sono stati uccisi – almeno in parte – proprio dall’esercito israeliano: “Secondo una fonte della polizia” scrive Haaretz “un elicottero da combattimento dell’IDF avrebbe sparato ai terroristi e apparentemente avrebbe colpito anche alcuni dei ragazzi che stavano partecipando al festival”; “Quello che abbiamo visto qui era una Direttiva Annibale di massa” avrebbe dichiarato il pilota di uno degli elicotteri Apache ad Haaretz. Il punto, però, è che a questo giro la Direttiva Annibale avrebbe ampliato a dismisura il numero di vittime tra la popolazione civile israeliana, ma senza ottenere grossi risultati: la resistenza palestinese è rientrata a Gaza col più grande bottino di prigionieri della storia del conflitto, e così oggi si ritrova in mano una potente arma di ricatto. “Questa tregua permetterà ad Hamas di riorganizzarsi” ammette Olmert nell’intervista al Fatto Quotidiano, ma “è un rischio che dobbiamo correre per forza”.

Ehud Barak

Attenzione, però, a non cedere ai sentimentalismi: posizioni come queste non rappresentano, come si sente spesso sostenere, una fazione più moderata e dialogante all’interno dell’establishment israeliano. Per entrambi, il fine rimane esattamente lo stesso: la distruzione di una prospettiva nazionale per il popolo palestinese che presuppone l’annichilimento della resistenza, che oggi è guidata da Hamas, che quindi va annientata. Whatever it takes. Il più grande rimpianto di Olmert, infatti, è ai tempi di Piombo Fuso aver fatto solo un decimo dei morti fatti in questo ultimo mese e mezzo, e di aver lasciato il lavoro a metà: “In quel frangente” riflette nostalgico Olmert “non avevo più la forza di proseguire fino all’annichilimento di Hamas”, ma “se potessi tornare indietro, farei l’opposto: terrei duro”. Ma contro chi? Chi è che lo spinse a demordere? Olmert è chiaro: furono “l’allora ministro della Difesa Ehud Barak e il capo di stato maggiore Gabi Ashkenazi”. Ci risiamo: i vertici militari che spingono alla prudenza e alla mediazione la politica sono di animo gentile? Macché: semplicemente, a differenza di Olmert, sanno di cosa parlano. Il punto infatti è che, allora come oggi, dal punto di vista militare gli obiettivi che rimpiange Olmert e che oggi rivendica Netanyahu – molto semplicemente – non sono raggiungibili.
Un film che abbiamo, in qualche modo, visto in Ucraina: la politica si nutre di pensiero magico, spera di ottenere risultati militari oggettivamente non raggiungibili, li persegue per un po’ di tempo sulla pelle dei soldati ucraini come dei bambini palestinesi e alla fine, quando il fallimento diventa palese anche ai lettori de la Repubblichina o del Giornale, ecco che arriva l’editoriale di turno che ribalta la realtà e dipinge la sconfitta come una vittoria. Gli innumerevoli motivi per i quali l’annichilimento di Hamas è una chimera li ricorda magistralmente, in un lungo articolo di ieri su Foreign Affairs, Audrey Kurth Cronin, direttrice del prestigioso Carnegie Mellon Institute for Strategy and Technology: “Il vantaggio asimmetrico di Hamas” si intitola. “Gli Stati e gli eserciti tradizionali” ricorda la Cronin “hanno sempre penato parecchio nel tentativo di sconfiggere i gruppi terroristici, ma la guerra tra Israele e Hamas dimostra perché oggi è diventato quasi impossibile”; “molti progressi tecnologici” ricostruisce la Cronin “hanno portato benefici sproporzionati ai gruppi terroristici” tanto che la Cronin attribuisce la nascita stessa del terrorismo proprio a una novità tecnologica: la dinamite.
Era il 1867; fino ad allora “i proiettili che usano polvere da sparo, come le granate, erano delicati e pesanti. La dinamite invece si nasconde facilmente sotto i vestiti e può essere accesa rapidamente e lanciata agilmente contro un bersaglio. Il risultato fu un’ondata di azioni terroristiche portate avanti da piccoli gruppi e da singoli individui, compreso l’assassinio con la dinamite nel 1881 dello zar russo Alessandro II”. La seconda tappa di questa avvincente cronistoria delle azioni terroristiche arriva nel 1947 con l’introduzione dell’AK-47, che “cambiò di nuovo l’equazione a favore degli attori non statali”; “Le statistiche parlano chiaro” sottolinea la Cronin: “tra il 1775 e il 1945 gli insorti hanno vinto contro gli eserciti statali circa il 25% delle volte. Dal 1945 questa cifra è balzata a circa il 40%. E gran parte di questo cambiamento può essere attribuito all’introduzione e alla diffusione globale dell’AK-47”.
Ora le rivoluzioni tecnologiche che rendono Hamas un nemico sostanzialmente impossibile da debellare sono parecchie: razzi Qassam auto – costruiti che, dai 15 chilometri di gittata che avevano nel 2005, ora ne hanno 250, i droni suicidi Zouari che evitano le difese aeree israeliane, i piccoli droni commerciali che trasportano granate o mitragliatrici da azionare a distanza, ma ancora la comunicazione social, che sta permettendo ad Hamas di contrastare efficacemente la propaganda sionista. E poi i tunnel, i benedetti tunnel di cui parliamo dall’inizio e che – anche se presi dall’entusiasmo verso la propaganda israeliana ogni tanto facciamo il tentativo di rimuovere – in realtà stanno sempre lì, e Israele non sa minimamente cosa farci. Ma a parte la tecnologia, sottolinea la Cronin, “Il più importante vantaggio asimmetrico di Hamas è di carattere strategico: lo sfruttamento della risposta di Israele al suo attacco. Poiché l’obiettivo dell’attacco di Hamas” continua la Cronin “era quello di provocare una reazione eccessiva e controproducente da parte di Israele, la risposta violenta dell’IDF ha infiammato l’opinione pubblica nella regione contro Israele esattamente come Hamas voleva”; “In parole povere” continua la Cronin “Israele ha abboccato rispondendo all’attacco di Hamas con la repressione violenta, un metodo di antiterrorismo popolare ma raramente efficace che funziona meglio quando i membri dei gruppi terroristici possono essere distinti e separati dalla popolazione civile: un compito impossibile a Gaza”.

Ebrahim Raisi

“Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi” ha ribadito ieri il presidente iraniano Ebrahim Raisi: “Ciò che ha fatto il regime sionista dimostra che è diventato disperato di fronte alla resistenza palestinese. Ma l’uccisione di donne e bambini non si traduce in vittoria” e, anzi “ha creato un’atmosfera senza precedenti di odio anti – sionista in tutto il mondo”. Pure in Vaticano: “Questa non è guerra” ha affermato papa Bergoglio, “è terrorismo”. Insomma, per dirla con la Cronin “Israele ha pochi modi per eliminare i vantaggi asimmetrici di Hamas. Il Paese non può invertire il cambiamento tecnologico o eliminare completamente la simpatia che attira la resistenza palestinese”. Per indebolire Hamas, l’unica arma a disposizione di Israele è la moderazione: “Dato che Hamas ha progettato il suo attacco per alimentare una reazione eccessiva da parte di Israele” conclude la Cronin “la cosa migliore che Israele può fare ora è rifiutarsi di fare il gioco di Hamas”.
Insomma: nel mondo suprematista c’è un gran dibattere sulle strategie più giuste per continuare il business as usual del colonialismo e dell’occupazione illegittima fondata sull’apartheid; abbiamo bisogno come il pane di un vero e proprio nuovo media che affermi ogni giorno che dopo il 7 ottobre non ci potrà mai più essere business as usual e che l’unico modo per sconfiggere la resistenza è eliminare la ferocia imperialista alla quale sta resistendo. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Fiamma Nirenstein

JIHAD E IMPERIALISMO – Come USA e Israele hanno imparato ad amare l’ISIS

“La guerra all’Isis è una necessità per tutti i Paesi civili, non solo di questo o di quello Stato, perché è uno scontro tra la nostra civiltà da una parte e chi invece come l’Isis rappresenta l’odio, la superstizione, il terrorismo”. Siamo nel novembre del 2015; pochi giorni prima Parigi era precipitata nel panico a causa di una serie di attentanti portati a termine da un commando di una decina tra uomini e donne che causeranno oltre 400 feriti e ben 130 vittime, a partire dalle 90 rimaste uccise nel solo agguato presso il teatro del Bataclan, e a catechizzare le folle era nientepopodimeno che Silvio Berlusconi, che ammoniva: “Non è una singola nazione ad essere minacciata, ma tutto il mondo civile” e lanciava un appello accorato: “Mi auguro che il sangue che è stato versato a Parigi serva non solo ad Hollande, ma a tutti i leader europei per capire la necessità di estirpare il male alla radice”.
“Non è una guerra all’Islam” scandiva Barack Obama solo un anno prima, dalla tribuna del Palazzo di Vetro dell’ONU, ma “non si può negoziare con il male”. Quello dell’ex presidente statunitense era un vero e proprio allarme: “Sono 15.000 i jihadisti stranieri da oltre 80 Paesi andati in Siria negli ultimi anni. E’ la vendetta per l’aggressione francese al Califfato”. Ciò che accomuna queste dichiarazioni è considerare l’Isis, o più in generale il fondamentalismo islamico, come un prodotto della perversione di qualche debosciato che vuole abbattere la democrazia occidentale. L’Isis, Al Qaida e il vasto mondo del jihadismo sarebbero un frutto andato a male dell’Islam, fuoriuscito dai binari rassicuranti delle libertà individuali del Nord globale.

A noi di Ottosofia – amanti della storia e della filosofia – questa ricostruzione non convince molto, ma quando una ricostruzione è problematica occorre trovare la domanda giusta per offrire una lettura alternativa. E’ tempo di chiedersi: “Come si è affermato il jihadismo e che funzione gioca nel grande scacchiere mondiale?” Per abbozzare una prima risposta ci è venuto in aiuto questo testo di Maurizio Brignoli: “Jihad e Imperialismo. Dalle origini dell’islamismo ad Al Qaida e Isis”. La premessa dell’autore è chiara: “Non è la religione la questione principale da prendere in esame per spiegare le cause del fenomeno Isis, Al Qaida, ecc., bensì l’imperialismo nella sua dimensione economica, politica, militare e ideologica”. Per comprendere le principali organizzazioni jihadiste, secondo Brignoli, sarebbe necessario inserire questi fenomeni “all’interno del grande scontro inter – imperialista in atto per il controllo delle fonti energetiche, dei corridoi commerciali e delle aree valutarie” che è proprio quello che cercheremo di fare brevemente in questo video. La chiamano galassia islamista, mettendo tutto nello stesso calderone; eppure, sottolinea Maurizio Brignoli in Jihad e Imperialismo, “non si tratta di qualcosa di omogeneo”. Tutt’altro; secondo Brignoli le famiglie del jihadismo, spesso e volentieri in aperto conflitto tra loro, sono per lo meno 5: al primo posto ci sono quelli che Brignoli definisce i tradizionalisti, e cioè quelli che, fra il XIX e il XX secolo, hanno utilizzato la religione per combattere il colonialismo; poi ci sono quelli che definisce i reazionari, e cioè i sauditi, trasformati in una specie di “papi” dell’Islam con l’aiuto degli Stati Uniti; la terza forma è la galassia dei Fratelli musulmani che, a sua volta, è composta da una miriade di sottogruppi; poi ci sono gli islamo-nazionalisti che, dagli Hizballah libanesi al palestinese Hamas, sono impegnati in una lotta di liberazione nazionale; e infine i jihadisti veri e propri, che hanno preso le distanze dai Fratelli musulmani per dedicarsi interamente alla lotta armata.
Per capire davvero questo complesso universo – suggerisce Brignoli – più che intrafunarsi in mille diatribe di carattere etnico e religioso sarebbe necessario osservarli attraverso la lente del concetto di imperialismo così come sviluppato da Lenin, e cioè “una fase di sviluppo del modo di produzione capitalistico” – riassume Brignoli – “caratterizzata da una concentrazione monopolistica della produzione e del capitale, dalla nascita del “capitale finanziario”, dall’esportazione di capitale e dalla spartizione del mondo fra le diverse imprese monopolistiche e le grandi potenze imperialistiche”. In questa prospettiva lo jihadismo contemporaneo deve essere riletto nella logica di imposizione degli USA del proprio dominio imperialista, che ha conosciuto una nuova configurazione all’indomani dell’implosione dell’Unione Sovietica. Come troviamo scritto nella National Security Strategy USA del 1991, infatti, “Un nuovo ordine mondiale non è un fatto acquisito, ma un’aspirazione e un’opportunità. Abbiamo a portata di mano una possibilità straordinaria, costruire un nuovo sistema internazionale in accordo con i nostri valori e ideali. Gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza realmente globali in ogni dimensione. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana (…)”. A partire, appunto, dal Medio Oriente: “Nel Medio Oriente e nell’Asia sud-occidentale” continua il documento “il nostro obiettivo generale è quello di rimanere la potenza esterna predominante nella regione e preservare l’accesso statunitense e occidentale al petrolio della regione. Per sostenere le vitali relazioni politiche ed economiche che abbiamo lungo tutto l’arco del Pacifico, dobbiamo mantenere nella regione il nostro status di potenza militare di prima grandezza”. Ecco così – in tutto il suo splendore – il mantra dell’eccezionalità USA, poliziotto del mondo per preservare l’accesso del Nord globale al petrolio della regione, ma soprattutto per controllare l’accesso del più temuto tra i potenziali competitor: la Cina, che è diventata ancora più minacciosa da quando ha deciso di ampliare la sua sfera di influenza con le Nuove Vie della Seta – attraverso le quali non ambisce solo a spingere sull’acceleratore dell’integrazione economica e regionale dell’area a partire da un’ondata massiccia di infrastrutture fisiche, ma anche a sfruttare questa integrazione per portare avanti un’agenda di emancipazione dalla dittatura del dollaro. “Nella realizzazione delle Vie della Seta” sottolinea infatti Brignoli “si sta potenziando anche la forza della moneta cinese, difatti diversi dei numerosi accordi bilaterali siglati dai cinesi con i paesi interessati prevedono l’utilizzo dello yuan quale valuta per i pagamenti (…)”. “Circa il 90% del commercio mondiale di prodotti petroliferi coinvolge il dollaro” ricorda il Global Times che, però, sottolinea come la situazione stia “gradualmente cambiando” a partire dagli “sforzi della Russia per spezzare il dominio del dollaro come valuta principale nel commercio mondiale di prodotti petroliferi. La fine del dominio del dollaro nel commercio di energia” conclude il Global Times “è una buona scelta per opporsi alle azioni unilaterali degli Stati Uniti”. Per gli Stati Uniti si tratta di una linea rossa, dal momento che – sottolinea Brignoli – “l’enorme duplice debito statunitense commerciale e di bilancio non sarebbe più sostenibile se il dollaro cessasse di essere la moneta dominante negli scambi delle principali materie prime e valuta di riserva mondiale, dal momento che gli USA non riuscirebbero più a vendere un sufficiente numero di buoni del tesoro per finanziare il loro debito”.
Per ostacolare l’integrazione economica dell’area e la spinta alla dedollarizzazione – che comporterebbe una crisi dell’egemonia degli USA – ecco allora che va consolidato il ruolo del paese come poliziotto del mondo e, per farlo, è necessario tessere una fitta rete di alleanze con i partner regionali, a partire dallo stato di Israele. Non è un caso che il progetto di dominio imperialistico a stelle e strisce si unisce – continua Brignoli – con il “piano Yinon” del 1982, che prevedeva di ridisegnare le frontiere arabe in stati più piccoli, deboli e quindi incapaci di opporsi alle mire espansionistiche sioniste. “Quello che gli israeliani stanno pianificando non è un mondo arabo” scriveva l’antropologo palestinese Khalil Nakhleh “ma un mondo di Stati arabi frammentato e pronto a soccombere all’egemonia israeliana”, ed è proprio sempre con l’obiettivo delle frammentazione che entra in ballo la love story tra gli USA e il jihadismo a partire dalla Siria, dove “lo scontro inter – imperialistico” ricostruisce Brignoli “era inizialmente articolato lungo questi due fronti: Usa – Ue – Turchia – Arabia Saudita – Eau – Qatar – Israele, che hanno usato come truppe di terra Isis, al-Nusra e diverse fazioni curde, contro Russia – Iran – Siria – Hizballah, secondo fronte strettamente alleato della Cina”. Altro che lotta all’ISIS: Brignoli, a riguardo, riporta le dichiarazioni di Efraim Inbar – il direttore del Begin – Sadat Center for strategic studies (Besa) di Tel Aviv durante gli ultimi mesi dell’amministrazione Obama – che ricordava come “l’Isis non ha mai sparato un colpo contro Israele” e quindi, suggeriva, “deve essere al massimo indebolito, ma non distrutto. Sradicare lo Stato Islamico sarebbe un errore strategico. Prolungandogli la vita piuttosto, probabilmente ci si assicura la morte di estremisti islamici per opera di altri “cattivi ragazzi” in Medio Oriente, e probabilmente continueremo a risparmiarci diversi attacchi terroristici in Occidente”. Nell’ottica di conservazione del dominio USA e dei suoi alleati, il permanere dell’Isis ha uno scopo strategico; d’altronde, puntualizzava Inbar, “la stabilità non è un valore in sé e per sé. È auspicabile solo se serve ai nostri interessi. E la sconfitta dell’Isis incoraggerebbe l’egemonia iraniana nella regione”. Ecco perché, nonostante la guerra mondiale per procura in Siria sia stata sostanzialmente l’ennesimo gigantesco fallimento del Nord Globale, la destabilizzazione continua “come sembrerebbe dimostrato dalle operazioni di esfiltrazione effettuate per salvare i comandanti dell’Isis a Raqqa e Deir el-Zor”. “Tramontato il progetto obama – clintoniano di creare un Sunnistan che interrompesse la Via della Seta e spazzasse via la mezzaluna sciita alleata di Mosca” riflette Brignoli “i combattenti dell’Isis potranno essere impiegati proprio contro la suddetta mezzaluna con operazioni di guerriglia anziché con la creazione di una forma pseudo – statale.

Ayman al-Zawahiri

L’Isis” conclude “non potrà certo più puntare all’edificazione di un’entità statuale, che costituiva la più significativa novità nel panorama jihadista, ma dovrà riconvertirsi in attore permanente di destabilizzazione, come nella migliore tradizione delle strategie imperialistiche, con un modello decentralizzato basato su un rapporto più stretto con le popolazioni locali sul modello evolutivo dell’ultima Al Qaida di al-Zawahiri”.
Un Isis de – statalizzato e pienamente addomesticato, quindi, mantenuto in vita al solo scopo di mantenere il controllo dell’area mediorientale, tassello fondamentale per gli USA che funziona anche grazie al supporto di Israele e attraverso l’indebolimento delle realtà arabe. Per capire quale terrorismo – nello specifico – verrà sponsorizzato dal Nord globale nel prossimo futuro a difesa del suo giardino ordinato e contro le minacce della giungla selvaggia che ci circonda, l’appuntamento è per stasera mercoledì 22 novembre con la nuova puntata di Ottosofia, il format di divulgazione storica e filosofica di Ottolina Tv in collaborazione con Gazzetta Filosofica; ospite d’onore, per l’appunto, Maurizio Brignoli.
Mentre la propaganda suprematista cerca di utilizzare la carta del terrorismo per giustificare la guerra di Israele contro i bambini arabi, per provare a capire qualcosa del mondo che ci circonda noi abbiamo sempre più bisogno di un vero e proprio nuovo media che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Magdi Allam

L’ALTRO GENICIDIO DEL MEDIORIENTE: perché l’Occidente nasconde il massacro dei curdi

Decine di migliaia di civili uccisi, centinaia di villaggi distrutti, milioni tra donne e bambini costretti a lasciare per sempre le proprie case. No, non parliamo del trattamento di Israele verso i palestinesi, ma del genocidio curdo che l’esercito turco, che è il secondo più grande della Nato, sta eseguendo in Mesopotamia.

Paolo Negro

I curdi, da 9 anni, stanno respingendo l’avanzata dell’ISIS e – quindi – stanno salvando l’Occidente da un’ondata di terrorismo senza precedenti: in cambio subiscono ancora oggi un massacro da parte del regime di Erdogan che sabota le infrastrutture civili, occupa illegalmente una parte della Siria per facilitare i corridoi dei terroristi dell’ISIS e che, negli ultimi mesi, sta commettendo omicidi quotidiani approfittando dell’attenzione mediatica su Gaza ed Ucraina. Io sono Paolo Negro, studio politica internazionale all’Accademia della modernità democratica e in questo video vi parlerò di questo genocidio e del motivo per cui se noi occidentali continueremo ad ignorarlo e ad accettare le politiche criminali dei nostri governi, saremo i primi a rimetterci la pelle.
Settembre 2014: l’ISIS assedia la città di Kobane a nord della Siria, al confine con la Turchia, all’interno dell’Amministrazione Autonoma che dal 2011 prende il nome di Rojava. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, oltre 400.000 persone sono costrette a lasciare le proprie case. La resistenza dei curdi è messa a durissima prova perché la superiorità militare dell’ISIS, apparentemente, è schiacciante; tutto merito del petrolio. E della Turchia. Come scriveva Martin Chulov sul Guardian, infatti, “Il commercio di petrolio tra i jihadisti e i turchi è stato ritenuto come prova di un’alleanza tra i due. I ricavi giornalieri tra 1 e 4 milioni di dollari affluiti nelle casse dell’ISIS per almeno sei mesi dalla fine del 2013 hanno contribuito a trasformare una forza ambiziosa con mezzi limitati in una potenza inarrestabile”. “Ci sono centinaia di unità flash e documenti sequestrati ed i collegamenti tra Turchia e ISIS sono innegabili” avrebbe poi dichiarato un alto funzionario occidentale all’Observer.

Martin Chulov

“La maggior parte dei combattenti che si sono uniti a noi all’inizio della guerra” avrebbe poi confessato un comandante dell’ISIS al Washington Post “sono arrivati attraverso la Turchia, e così hanno fatto le nostre attrezzature e forniture”. Il 19 gennaio del 2014, ad Adana, tre camion vengono fermati per un’ispezione di routine: “Quando sono stati fermati”, scrive il giornalista turco Burak Bekdil del think tank Middle East Forum, “gli agenti dell’intelligence turca hanno cercato di impedire agli ispettori di guardare all’interno delle casse”. Fortunatamente il tentativo non va in porto: le guardie non si lasciano intimidire e quello che si ritrovano di fronte è un vero e proprio arsenale di “razzi, armi e munizioni” destinati “all’ISIS e ad altri gruppi in Siria”. Secondo la ricostruzione di Bekdil il camion era stato caricato ad Ankara; i conducenti, poi, lo avrebbero portato fino al confine, dove alla guida sarebbe subentrato direttamente un agente dell’intelligence turca e, secondo Bekdil, “questo è accaduto molte altre volte”. Il 21 ottobre Bekdil è deceduto in seguito a un incidente stradale; negli ultimi articoli aveva aspramente criticato le posizioni di Erdogan nei confronti del genocidio israeliano a Gaza. Nel sanguinario e incandescente scacchiere del vicino Oriente, ognuno sceglie quali vittime omettere dal bilancio; fatto sta che, due mesi dopo il sequestro del carico, una registrazione audio ha offerto una lettura realistica della politica siriana del regime turco. I pezzi da novanta di Ankara, infatti, avrebbero affermato apertamente che un attacco alla Siria per la Turchia rappresenterebbe un’opportunità succulenta: “Un’operazione sotto falsa bandiera”, avrebbe affermato Il capo dello spionaggio Hakan Fidan, “sarebbe molto facile”. D’altronde, avrebbe sottolineato, avevano già inviato con successo duemila camion in Siria. “I comandanti dell’ISIS ci hanno detto di non temere nulla perché c’era piena collaborazione con i turchi”; a parlare dalle colonne di Newsweek, a questo giro, sarebbe nientepopodimeno che un tecnico delle comunicazioni dell’ISIS, dopo essere fuggito dallo stato islamico. “L’ISIS” continua “ha visto l’esercito turco come suo alleato, soprattutto nell’attacco contro i curdi in Siria. I curdi erano il nemico comune sia per l’ISIS che per la Turchia. Inoltre solo attraverso la Turchia l’ISIS è in grado di schierare i jihadisti contro le città curde a nord della Siria”.
Ma perché il secondo esercito della NATO ha bisogno anche dei terroristi dell’ISIS per sterminare i civili curdi? La risposta sta in quell’incredibile esperimento sociale che caratterizza il Rojava da qualche anno e che si chiama confederalismo democratico, un assetto istituzionale e politico che permette a Curdi, Arabi, Assiri, Caldei, Turcomanni, Armeni e Ceceni di vivere per la prima volta in pace nelle regioni di Afrin, Euphrates, Jazira, Raqqa, Tabqa, Manbij e Deir ez-Zor dopo secoli di conflitti religiosi ed ideologici. Non è un’utopia, non è una formuletta teorica valida solo nelle pagine di qualche accademico, ma è una realtà quotidiana che permette alla popolazione non solo di sopravvivere in condizioni disperate di guerra ma anche di sviluppare questo modello come paradigma per tutto il vicino Oriente e potenzialmente per il mondo intero. Fedeli nei secoli alla politica “divide et impera“, le potenze imperialiste sanno che pace ed autodeterminazione dei popoli nel vicino Oriente sarebbero catastrofiche per i loro interessi economici; il regime turco, in particolare, è impaurito dal confederalismo democratico perché sa che l ́unico modo per chiudere per sempre la questione nazionale curda in Turchia è quello di compiere prima lo sterminio dei curdi in Siria. Ma anche gli imperialismi occidentali, abituati a decidere arbitrariamente il destino del vicino Oriente, non vedono di buon occhio la rivoluzione del Rojava.

David Fromkin

Dalla fine della prima guerra mondiale, infatti, le potenze vincitrici hanno continuato a banchettare sui resti extra-anatolici del defunto impero ottomano, stipulando accordi diplomatici che hanno causato l’inizio di conflitti che perdurano da oltre 100 anni. “A peace to end all peace” è un saggio di David Fromkin del 1989 che spiega come tutte gli accordi stipulati con l’obiettivo di pacificare il vicino Oriente non fecero altro che inasprire ancora di più le tensioni tra i diversi popoli. Gli Alleati disegnarono i confini con la squadra ed il compasso senza tenere minimamente conto delle decine di etnie che popolavano quelle terre, ma considerando unicamente i rapporti di forza scaturiti dal primo conflitto mondiale: figure geometriche che potremmo definire ad minchiam, come dimostra lo storico James Barr nel saggio “A line in the sand” del 2011. Tra le due guerre, furono soprattutto Francia e Inghilterra a scegliere politiche e governi del vicino Oriente, mentre dal 1945 sono gli Stati Uniti a decidere il destino dell’area dando un sostegno concreto ai golpe nelle quattro nazioni che attualmente colonizzano le comunità curde: nel 1953 supportarono lo shah di Persia in Iran, tra il ‘56 ed il ‘57 fallirono tre colpi di stato in Siria, addestrarono i militari turchi per il golpe del ‘60 e nel 1963 rovesciarono il governo populista di Abd al-Karim Qasim in Iraq. Il capolavoro politico degli Stati Uniti, però, rimane il finanziamento dei gruppi ribelli in Iraq nel 1991 ed in Siria nel 2011, che ha causato la nascita di alcune delle fazioni jihadiste più feroci degli ultimi decenni. Nonostante oggi le potenze occidentali facciano parte della coalizione per combattere l’ISIS, il caos nel vicino Oriente rimane la situazione ideale per perpetuare lo sfruttamento di uomini e risorse; e continuare a fomentare l’odio etnico e religioso tra i popoli dell’area porterà sì ancora più morti e rifugiati, ma anche maggiori profitti per l’industria bellica e petrolifera dell’Occidente collettivo, data l’impossibilità di ricostruire un’autonomia politica che finalmente contrasti alla radice le ambizioni egemoniche del nord globale a guida Usa nell’area. Le vere forze democratiche che lottano per la resistenza del Rojava, per il confederalismo democratico e per la sua internazionalizzazione sono l’unica soluzione per la pace definitiva nel vicino Oriente e per la distruzione del terrorismo che minaccia continuamente anche i popoli occidentali. Il sostegno all’avanguardia curda e a quelle forze che, all’interno delle comunità Arabe, Assire, Caldee, Turcomanne, Armene e Cecene, vivono e diffondono il paradigma del confederalismo democratico, dunque, non solo è un dovere di basilare umanità ma anche un contributo concreto alla sicurezza di tutti quei paesi che dai conflitti in medio Oriente hanno tutto da perdere, a partire proprio dall’Italia.
Per continuare a raccontare il complicato scacchiere mediorientale senza diventare vittime dei doppi standard delle élite corrotte locali e globali che continuano a soffiare sul fuoco dei conflitti etnici e religiosi per i propri tornaconti, abbiamo bisogno di un media che promuova il punto di vista del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal .

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CHI DECIDE CHI È TERRORISTA?

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Come la propaganda strumentalizza senza ritegno un concetto ambiguo.

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Chi decide chi è terrorista? come la propaganda strumentalizza senza ritegno un concetto ambiguo

L’accusa di terrorismo è una delle accuse politiche più abusate dell’ultimo secolo. Sono stati chiamati terroristi gli indipendentisti Algerini, i liberatori cubani, le brigate rosse, quelle nere, l’Isis, i curdi, la Russia e pure l’Ucraina.
Ma che cosa hanno in comune tutti questi soggetti politici così diversi tra loro per ricadere tutti sotto la categoria di terrorismo? La risposta è: nulla. Perché nonostante i nostri media continuino a ripeterlo come ossessi quando si tratta di demonizzare il nuovo nemico dell’occidente americano, la verità è che a livello internazionale, sia sul piano giuridico che politologico, non esiste alcuna definizione univoca del termine terrorismo e di chi debba essere considerato come tale. Tenere presenta questa ambiguità e arbitrarietà concettuale del termine, che lo rende particolarmente strumentalizzabile dalle diverse propagande, è oggi più che mai decisivo. In questi giorni di guerra di Indipendenza palestinese infatti, sia i palestinesi che gli israeliani vengono accusati da parti diverse di terrorismo, e sia sul piano giornalistico che diplomatico, utilizzare le definizioni e il linguaggio di una delle due parti in conflitto significa sposare, anche inconsciamente, la sua visione del mondo.

Il termine terrorismo è stato utilizzato storicamente per descrivere fenomeni molto diversi: dalle uccisioni di sovrani, agli attentati di gruppi armati o individui isolati, fino ai crimini compiuti direttamente da apparati statali: il così detto terrorismo di stato. In epoca moderna comincia a diffondersi nella seconda metà dell’800 e in particolare per condannare azioni violente o attentati compiuti da anarchici o da organizzazioni nazionaliste e indipendentiste. I patrioti italiani ad esempio, mentre lottavano per la liberazione del nostro territorio dalla colonizzazione straniera, furono più volte etichettati dai colonizzatori come terroristi e uccisi e perseguitati insieme alle organizzazioni di cui facevano parte, come La giovine Italia di Mazzini, la Carboneria, o la Società Nazionale italiana di Daniele Manin.
Il ricorso al termine terrorismo torna poi in auge nei media e nel linguaggio politico occidentale tra gli anni 60-70 del novecento, e anche in questo caso nel contesto delle guerre di decolonizzazione e autodeterminazione dei popoli. Diventano così “Terroristici” atti come il dirottamento di aerei, il sequestro di persone, o attentati in cui rimangono coinvolto civili o militari al di fuori di un contesto di guerra tra eserciti regolari. In realtà però questi atti di violenza, per quanto crudeli e terrificanti, raramente sono mossi da un irrazionale volontà omicida. Piuttosto, vi si ricorre per provare a esercitare una pressione sugli Stati e i soggetti interessati, o anche solo per riaccendere l’attenzione dell’opinione pubblica su determinate rivendicazioni politiche.
All’inizio del nuovo millennio, con l’attentato alle torri gemelle prima, e con quelli di Parigi per mano di miliziani jhadisti poi, “terrorismo”, soprattutto in occidente, diventa sinonimo di terrorismo islamico.
Ma negli ultimi due anni, prima con la guerra in Ucraina e adesso con il riaccendersi della lotta di indipendenza palestinese, l’uso del termine si è di nuovo ampliato quando sia la Russia che l’Ucraina prima, sia i palestinesi e gli israeliani poi, si sono dati del terrorista a vicenda.
Questa estrema arbitrarietà di significato e applicazione, si riflette anche a livello scientifico e giuridico. Nel suo saggio “Il terrorismo nel mondo contemporaneo”, la professoressa di scienze politiche Donatella della Porta scrive: “Per essere utilizzabile a fini scientifici un concetto deve avere alcuni requisiti: deve essere neutrale e univoco, comunicabile e discriminante. Importato nel linguaggio scientifico dalla vita quotidiana, il concetto di terrorismo manca di questi requisiti: infatti quelli che alcuni chiamano terroristi sono partigiani, o combattenti per la libertà, per altri. Anche gli studi di taglio storico o sociologico sul terrorismo lamentano la difficoltà di trovare una definizione accettata del fenomeno, ricordando che il termine terrorismo viene frequentemente riservato a quelle lotte di liberazione che falliscono, resistenza invece a quelle che hanno successo.”
Non solo. Definire o meno un’organizzazione “terrorista” risulta sostanzialmente impossibile anche se ci si focalizza esclusivamente sul modo e sul metodo con cui la violenza viene esercitata. Infatti, riflette Della Porta, se tentassimo una definizione di terrorismo in base al tipo di metodi violenti utilizzati “Fenomeni eterogenei – dalle attività delle bande criminali organizzate alle contese dinastiche, dalle guerre tra nazioni a gran parte delle interazioni politiche nei regimi autoritari – verrebbero così confusi insieme in un medesimo concetto, privandolo sia di capacità euristiche che di una qualsiasi utilità descrittiva.”
Purtroppo però, qualificare un gruppo come terrorista in base al modo in cui questo uccide, è uno degli argomenti più utilizzati in queste settimane dai media occidentali. Vi ricordate quando per giorni hanno riportato la notizia ancora mai confermata dei bambini israeliani decapitati? E vi ricordate quando si portava a prova del terrorismo di Hamas il fatto che solo dei terroristi ucciderebbero in modo così crudele ed efferato? Bene, questo ragionamento “sotto-culturale”, come lo ha definito giustamente in televisione l’ex ambasciatrice Elena Basile, non poteva che sfociare in uno degli esempi più eclatanti di doppio standard degli ultimi anni: abbiamo infatti scoperto che per l’inteligencija italiana esiste un modo politicamente corretto di uccidere, ossia quello degli Stati che utilizzano droni e aerei per distruggere palazzi e far morire in agonia i bambini sotto le macerie, e un metodo non politicamente corretto, ossia quello di chi droni ed aerei non li ha e deve ricorrere all’utilizzo di armi rudimentali.

Mah si, ma vuoi mettere quei selvaggi anti-estetici di Hamas che uccidono con i kalashnikov e i coltelli, con l’eleganza e il bon ton di un bel missile Jericho lanciato comodamente dalla postazione di comando? Davvero vi serve dell’altro per capire la differenza tra i terroristi e l’unica democrazia del medioriente?! Come ormai sostanzialmente tutto, anche lo sterminio dei bambini non è più un crimine in se, ma un lusso, che deve essere riconosciuto a chi ha i mezzi per perpetrarlo in modo elegante e tecnologicamente al passo coi tempi

Ma torniamo alle cose serie.

Anche il diritto internazionale, dicevamo, non è mai riuscito a trovare una definizione unanime di terrorismo: Nel 1996, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì un comitato ad hoc per predisporre una convenzione globale sul terrorismo internazionale, ma i lavori si arenarono proprio per l’impossibilità di arrivare a una definizione condivisa.
I problemi fondamentali furono due: primo; in determinati contesti come si fa a distinguere atti di terrorismo da legittime guerre di liberazione nazionale? Secondo, come si fa a distinguere il terrorismo di stato da legittime attività svolte dalle forze ufficiali dell’esercito per salvaguardare la sicurezza?
Applicando questi dilemmi alla situazione in Palestina, possiamo chiederci: Hamas è un’organizzazione terroristica o il braccio armato della resistenza palestinese che combatte con i mezzi a sua disposizione per la libertà e l’indipendenza del suo popolo? E Israele è uno stato terrorista in quanto colonizza e annette territori non suoi e stermina da 70 anni migliaia di civili inermi in operazioni militari, oppure quello che fa, pur contravvenendo le risoluzioni Onu, lo fa per legittima difesa e sicurezza?

Ognuno tragga le sue conclusioni.

Ma visto che siamo nel campo dell’arbitrarietà più assoluta, e che come abbiamo visto questo aggettivo è privo di validità scientifica e giuridica per comprendere dinamiche di conflitto, la cosa più utile e razionale sarebbe smetterla proprio di utilizzarlo. La ragione per la quale è così in auge nell’informazione di propaganda infatti, è che come per l’accusa di nazismo di cui abbiamo parlato nel video precedente, anche l’accusa di terrorismo è una forma di demonizzazione assoluta del nemico che impedisce la comprensione delle sue ragioni e quindi ogni possibilità di dialogo e di risoluzione del conflitto. Con i terroristi infatti, come ci viene insegnato dalle autorità israeliane in questi giorni, non si parla, non si tratta, li si distrugge ad uno ad uno con tutti i mezzi a disposizione, e mettendo in conto tutti i “danni collaterali” possibili immaginabili

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E chi non aderisce, è Paolo Mieli.