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Tag: social

Cina e USA leader nel settore smartphone, l’Ue arranca – ft. Juan Carlos De Martin

Oggi il nostro Gabriele intervista Juan Carlos De Martin per parlare del suo libro Contro lo smartphone. Per una tecnologia più democratica. Nell’intervista emergono le criticità e potenzialità di questo strumento che, negli ultimi anni, ha trasformato radicalmente le nostre vite. L’autore parla di tecnologia, economia, politiche industriali, psicologia mostrando le capacità innovative e dirompenti dello smartphone. Scopriamo che gran parte della produzione mondiale è concentrata in Cina e che gli USA sono leader nel settore software (almeno nel mondo occidentale), mentre l’Europa arranca con un forte ritardo. Buona visione!

#smartphone #addiction #social

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
e le tue esigenze di alloggio compilando il form e, se vuoi aiutarci ulteriormente, partecipa come volontario.

Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

8POP ft. Sandro Marenco: il Social Prof che tutti vorremmo!

Oggi a 8POP abbiamo ospite Sandro Marenco, docente di inglese, speaker radiofonico, creatore di contenuti, influencer e scrittore. Dopo averci parlato di come ha iniziato questa avventura nel web, ci spiega come sia possibile utilizzare i social all’interno del percorso formativo ed educativo dei ragazzi, trasformando i social da distrazione a opportunità pedagogica. Buona visione!

ADDIO CONTRO-INFORMAZIONE!! Ecco come META vuole CENSURARE la politica dai SOCIAL

L’annuncio è stato lanciato nei giorni scorsi come se niente fosse, come se si trattasse di robetta da nulla, ma si tratta in verità di una svolta storica nel mondo dei social e della libera informazione: stando alle dichiarazioni ufficiali del capo di Instagram Adam Mosseri, Instagram, Threads e Facebook, – le piattaforme che fanno capo al gruppo Meta limiteranno fortemente la diffusione di contenuti politici sulle proprie piattaforme; non solo i post politici non compariranno più nelle sezioni Esplora e Reels e le pagine che li pubblicano non verranno più suggerite nel Feed, ma gli account che postano contenuti prevalentemente politici rischiano di essere cancellati per sempre. In questo modo, decine di migliaia di associazioni e di canali di informazione indipendente – come Ottolina Tv – rischiano di scomparire per sempre costringendo le persone ad informarsi solo attraverso i media ufficiali, nel frattempo sempre più controllati da un ristrettissimo numero di editori di regime e fondi di investimento. E le giustificazioni date da Mosseri per salvarsi la faccia e non dichiarare apertamente il proprio collaborazionismo con il potere dominante, sono state ridicole: in pratica, ha sostenuto di farlo per il nostro bene adducendo le solite motivazioni paternalistiche sulla trasparenza e sulla migliore esperienza utente; in verità, la decisione sembra soprattutto riconducibile ad una fase politica dove la realtà non fa che sbugiardare continuamente in modo plateale le narrazioni ufficiali e, per evitare la minaccia di un risveglio collettivo, bisogna sempre di più stringere i cordoni della libera circolazione delle idee.

Adam Mosseri

Fino ad oggi, la soluzione adottata delle piattaforme era – banalmente – quella del rincoglionimento di massa attraverso la promozione seriale di contenuti stupidi, alternata all’iperinformazione, che impedisce di distinguere tra dati veri e fasulli e, quindi, di mettere in fila i puntini; ciononostante, proprio a causa del divario sempre più profondo tra narrazione ufficiale e vita vissuta, nel tempo la realtà è riuscita comunque a emergere anche nelle bacheche dei social, come ad esempio sta accadendo in modo eclatante con il genocidio di Gaza. Ecco, allora, perché Meta ha deciso di tagliare la testa al toro: le piattaforme avranno esclusivamente il compito di aumentare i nostri deficit cognitivi e la politica sarà tenuta rigorosamente alla larga; d’altronde, è una vera e propria emergenza. Il 2024, infatti, per gli interessi dell’impero dei doppi standard e delle ex democrazie – ormai anche ex liberali – sarà un anno decisivo: nei prossimi mesi andranno al voto quasi 3 miliardi di persone in quasi 80 paesi e come produrre consenso per le forze politiche amiche di Washington, prima, e presentare al pubblico i risultati delle urne poi, sarà una questione di vitale importanza. Le informazioni date da Mosseri sono ancora poche e confuse e Meta deve ancora chiarire esattamente quando e in che modo questa censura mascherata verrà messa in atto, ma quel che appare sicuro è che il processo – che va avanti da anni – di restringimento degli spazi della libera informazione sta subendo una fortissima accelerata, in maniera direttamente proporzionale alla caduta del consenso popolare per i regimi neoliberisti e americanocentrici.
I liberali, con meno senso del pudore, giustificano questa ennesima torsione autoritaria con la scusa che, alla fine, parliamo di piattaforme private e che quindi hanno tutto il diritto di fare un po’ quello che vogliono, ma come spiega in modo magistrale Yannis Varoufakis nel suo libro “Tecno – feudalesimo”, i gestori di queste sono gestori di un monopolio naturale, di una tecnologia pubblica; sostenere che ci possano fare cosa vogliono è un po’ come dire che quando una multinazionale gestisce la nostra rete idrica, ha – in fondo – tutto il diritto di metterci dentro anche il cianuro: insomma, una questione che non ha veramente nulla di privato e che ha, invece, molto a che fare con la trasformazione sempre più rapida delle società occidentali in una sorta di regimi oligarchici neo – feudali. Nella puntata di oggi approfondiremo le parole di Mosseri, cercheremo di capire tutte le conseguenze che questa nuova forma di censura 2.0 potrà avere sulle nostre vite e di come tutto questo si colleghi ai caratteri del nuovo capitalismo tecnofeudale descritto da Varoufakis.
Meta sta soffocando le voci a sostegno dei palestinesi di Gaza, in un momento in cui subiscono sofferenze indicibili e avrebbero più bisogno del sostegno internazionale: così dichiarava Deborah Brown, direttrice associata per il settore Tecnologia e diritti umani di Human Rights Watch, a conclusione di un’indagine e di un rapporto di 51 pagine pubblicato dall’associazione, e non è certo la prima volta che le piattaforme vengono accusate di censura sistematica e collaborazionismo con l’agenda politica dei più potenti tra i gruppi di potere americani. Da dieci anni, ormai, i social sono nell’occhio del ciclone per l’influenza diretta o indiretta che esercitano sulla politica; Facebook, in particolare, ha dovuto affrontare processi mediatici – e non solo – riguardo alla profilazione degli utenti, agli algoritmi che favorirebbero la disinformazione, all’hate speech, alle cosiddette filter bubbles e alla censura intenzionale dell’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, bandito per due anni dalle piattaforme di Meta: il bavaglio a Trump, in particolare, ha intensificato notevolmente le pressioni politiche su Zuckerberg e compagni, accusati di indebita ingerenza sui meccanismi democratici. Insomma: da una parte la politica occidentale diventa sempre più insofferente alla libertà di espressione e informazione e si inventa parole come Hate speech, Fake news e incitamento all’odio e al terrorismo per limitarla il più possibile, dall’altra i proprietari dei social network si sono stancati di resistere a tutte queste pressioni dall’alto e, visto l’annuncio di Mosseri degli scorsi giorni, pur di evitare altri scandali e tagliare la testa al toro hanno preferito semplicemente chiudere gli spazi di discussione, lasciandoci la libertà di vedere 1000 reel al giorno di gente che si tuffa dagli scogli o di vecchi che giocano a paddle, ma non quella di farci una libera opinione su quello che riguarda le nostre vite e il nostro futuro.

Mark Zuckerberg

Pur essendo piattaforme private, anche in Italia i social network hanno assunto un ruolo pubblico fondamentale nella formazione dell’opinione pubblica; dopo la televisione, per il 42% degli italiani i social sono la fonte primaria di informazione: tra questi, Facebook e Instagram risultano le due fonti preferite, rispettivamente, per il 44% e il 20% degli utenti: questi dati, da soli, danno la misura dell’importanza di Meta nella produzione del consenso e dovrebbero scoraggiare ogni tentativo di minimizzare la portata del mutamento in atto. Mosseri ha tentato di gettare acqua sul fuoco assicurando che i post politici verranno comunque mostrati sul Feed degli utenti che già seguono la pagina, ma questo non è molto rassicurante: quel che Mosseri dimentica di dire, infatti, è che già oggi l’utente medio si perde il 70% dei contenuti del Feed, ovvero i contenuti pubblicati dagli account che segue; ciò significa che una pagina politica, probabilmente, non riuscirà a raggiungere i propri follower neanche lì. Come scrive Laurent Ferrante in un articolo de La Fionda “Considerato che l’algoritmo di Instagram cerca attivamente di distogliere gli utenti dal proprio Feed – suggerendo contenuti ad alto potenziale di distrazione cuciti sui nostri gusti personali – e che la maggior parte di queste esche sono Reel che portano dritti alla sezione interdetta alla politica, il quadro si fa decisamente tetro.” Non è ancora chiaro, poi, se verranno bersagliati i singoli contenuti o gli account e se ci sarà un certo numero di contenuti “politici” tollerati prima di censurare un intero profilo; certo, Meta avrà buon gioco a dire che a nessuno viene impedito di pubblicare nulla, ma questo è vero solo perché la censura non si abbatte sul messaggio, quanto sulla sua distribuzione: insomma, su Facebook e Instagram potrai sempre dire ciò che vuoi purché nessuno ti senta, e a subire tutto questo saranno, come sempre, le realtà più deboli e con meno intrecci con il potere, perché se è vero che anche la sorte dei giornali tradizionali e politici di professione sulle piattaforme potrebbe essere segnata, si apre – in verità – l’inquietante ma più che verosimile scenario che costoro, pagando magari decine di migliaia di euro per comprarsi account esclusivi, supereranno il blocco.
Quello che è sicuro è che ad essere colpite a morte saranno le centinaia di migliaia di pagine di attivisti, associazioni e canali di informazione indipendenti come il nostro che, non avendo il culo parato e altri spazi di visibilità, semplicemente rischiano di scomparire: “I social non sono solo una porta di accesso all’informazione” scrive Ferrante “ma un luogo in cui i movimenti di opinione si formano, crescono e tentano di raggiungere la massa critica. Uno spazio che senz’altro non è mai stato completamente libero ma che offriva ancora notevoli opportunità di aggregazione e costruzione del consenso dal basso. Un’opportunità vitale per tutti i movimenti militanti e contro – culturali che tentano di sfidare il pensiero unico dominante, come anche per i piccoli partiti ignorati dalla stampa.” E, paradosso dei paradossi, dietro la maschera sempre inclusive e friendly che presenta al pubblico, Meta sta infatti compiendo un’operazione che non potrebbe essere più politica, ossia decidere sulla base di parole e argomenti cosa è politico e cosa non lo è, ciò che si può dire e ciò che non si può dire, chi ha diritto di parlare di un tema e chi invece no; il tutto, ovviamente, riflette Ferrante, da quella prospettiva tecnocratica – e quindi falsamente neutrale – che tanto bene abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni. Attualizzando, possiamo già immaginarci una roba tipo: post di commemorazione delle vittime del 7 ottobre va bene perché non è politica; attivista ONU che parla delle migliaia di bambini palestinesi morti sotto le bombe non va bene perché è politica; la moglie di Navalnij che piange il marito morto e chiede giustizia non è politica; Human’s Rights Watch che si lamenta delle condizioni di Assange in carcere è politica.
Abbiamo come l’impressione che i casi di ipocrisia e doppi standard occidentali potrebbero subire una tale impennata che persino Carlo Calenda potrebbe decidersi ad aderire alla campagna di sottoscrizione di OttolinaTV, anche perché sia chiaro: una definizione univoca di cosa sia politica e cosa non lo è non esiste e non è mai esistita. Anzi, è da più di 3 mila anni che l’umanità – con i suoi più grandi filosofi e scienziati – la sta cercando senza successo, ma Adam Mosseri, Head in chief di Instagram, ha sostanzialmente dichiarato di aver sciolto questo enigma. E se è vero che, in linea teorica, si tratta di aziende private che possono legittimamente decidere a quali contenuti dare priorità, è anche vero che oggi una manciata di attori privati controlla le vie di accesso alle informazioni online di miliardi di persone esercitando un potere di influenza enorme sulla libertà di espressione e di informazione; questa situazione è stata finalmente riconosciuta dall’Unione Europea con l’approvazione nel 2022 e l’applicazione nel 2024 di due regolamenti: il Digital Services Act e il Digital Markets Act, che inquadrano le responsabilità pubbliche delle piattaforme online; Meta, Google, Apple, TikTok, Microsoft e Amazon sono stati riconosciuti come gatekeeper, ovvero custodi delle chiavi delle attività online e, come tali, sono stati costretti ad assicurare una serie di servizi/diritti ai propri utenti, tra cui “il diritto alla libertà di espressione e di informazione”. Come scrive Ferrante: “All’interno di questo quadro giuridico, non sarebbe impensabile immaginare un intervento degli Stati o delle istituzioni europee per impedire ai gatekeeper di comprimere la libertà di espressione e di informazione e la libertà dei media e il loro pluralismo”, ma è molto più probabile che, in ossequio alla proverbiale ipocrisia e servilismo delle istituzioni europee, ad essere tutelate saranno solo le posizioni politiche collaborazioniste con l’occupante americano e, in generale, amiche dello status quo.
Il tecnofeudalesimo di cui parla Varoufakis, insomma – e che approfondiremo sicuramente in un video a parte – è già realtà: sempre meno proprietari di spazi digitali, sempre più ricchi, che governano insieme al governo di turno una plebe sempre meno informata, povera, rincoglionita e priva di potere politico; il potere tecnofeudale a guida americana vorrebbe farci scomparire e la censura 2.0 potrebbe presto abbattersi (più di quanto già non faccia) sulla nostra pagina e su tutti i nostri contenuti. Per sopravvivere, abbiamo bisogno del tuo aiuto: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Adam Mosseri

META ha davvero deciso di CENSURARE TUTTO? ft Laurent FERRANTE | Live martedì 20 febbraio ore 13.30

Meta ha deciso di dare un taglio drastico ai contenuti politici (salvo poi ritrovarci le bacheche inondate di spot partitici durante le campagne elettorali…). Non è una novità: sia noi che altri media indipendenti hanno visto crollare il numero di utenti raggiunti sulle piattaforme social più conosciute ed utilizzate.

Meta si giustifica con nuove politiche di engagement, di distribuzione dei contenuti e rispetto di linee guida. Ma davvero possiamo considerare le piattaforme social sono un’affare “privato”? Ne parliamo martedì 20 febbraio alle 13.30 con Laurent Ferrante de “La fionda”.

IL GRANDE MONOPOLIO DEI MEDIA – Come hanno cercato di lavarci il cervello e come, forse, hanno fallito

Non più di 20 anni fa, negli USA si era scatenata una gigantesca polemica sul fatto che l’intera industria dei media fosse ormai diventata un monopolio; a partire dagli anni del governo Reagan, una gigantesca ondata di liberalizzazioni, come sempre, invece che a più mercato e più concorrenza aveva portato a una gigantesca ondata di fusioni ed acquisizioni: nel 1989 era stato il turno della fusione tra Sony e Columbia Pictures; nel 1990 della fusione tra Time e Warner che, sei anni dopo, si erano comprati pure la Turner Broadcasting – che è l’editore della CNN – e, nel 2004, c’era stata la fusione tra la NBC e la Universal Studios. E così, alla fine dei giochi, 6 soli gruppi controllavano sostanzialmente tutta l’industria cinematografica e televisiva statunitense e, quindi, buona parte di quella globale – quelli che noi definiamo i mezzi di produzione del consenso.
“Uno scandalo” tuonavano gli esperti del settore più critici; “La fine della democrazia” rilanciavano i più catastrofisti: visti da oggi, in realtà, erano “Bei vecchi tempi” come titola il suo speciale, questo mese, The Nation. Oggi infatti – sottolinea il titolo – “a dominare il business dei media” le aziende rimaste sono soltanto 2 e gli azionisti di entrambe sono esattamente gli stessi. Indovinati quali? Ovviamente Vanguard, BlackRock e State Street; le due aziende in questione, ovviamente, sono Netflix e Disney – i padroni assoluti dell’immaginario dell’intera popolazione mondiale.
E non è stato l’unico processo di concentrazione feroce dei mezzi di produzione del consenso a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni: per ripercorrere la storia, sempre The Nation riparte addirittura dal 1883 “quando”, scrive Zephyr Teachout della Fordham University, “furono gettati i semi della stampa popolare che definì il giornalismo americano per gran parte della vita del paese”; il riferimento è alla comparsa per la prima volta per le strade di New York di The Sun che, ricorda la Teachout, “costava appena un centesimo, e a differenza dei grandi giornali finanziari, che stavano in piedi economicamente grazie agli abbonamenti, aveva la sua principale fonte di entrate nella pubblicità”. “Per i 180 anni successivi” sottolinea la Teachout “questa formula fu replicata per migliaia di testate locali in giro per tutto il paese”, nessuna delle quali era in grado di esercitare un’influenza significativa oltre il suo ristretto angolo di paese. A partire dai primi anni 2000, invece, “Le società di social media, guidate da Facebook e Google, hanno iniziato ad acquisire aziende tecnologiche al ritmo di una la settimana. E si sono create così un ecosistema digitale dove chiunque volesse seguire le notizie doveva passare da loro”; fino ad arrivare al 2017, quando Facebook e Google, da sole, si sono intascate il 99% – ripeto, il 99% – delle entrate pubblicitarie dell’intero internet mentre, nel frattempo, il personale impiegato dalle testate giornalistiche USA passava dai 365 mila del 2005 a poco meno di 100 mila oggi (che uno potrebbe anche dire ma saranno un po’ stracazzi degli americani). Purtroppo però, ovviamente, non è così semplice, e non solo perché se gli americani si riempiono la testa di stronzate poi a pagare il conto siamo anche noi, ma perché se siamo una colonia da tanti punti di vista, dal punto di vista dell’informazione e dell’ideologia siamo colonia al cubo.
Eppure, in questo schema distopico, c’è qualcosa che deve essere sfuggito di mano: nonostante la macchina propagandistica, ricorda The Free Press, “Secondo un sondaggio di Harvard, il 51% degli americani di età compresa tra i 18 e i 24 anni ritiene che Hamas fosse giustificato negli attacchi terroristici del 7 ottobre contro i cittadini israeliani”. Com’è possibile? Semplice: basta “guardare cosa fa TikTok”.
A lanciare l’allarme è Mike Gallagher, un parlamentare repubblicano del Wisconsin ossessionato dalla Cina: “L’app” scrive “è Fentanyl digitale prodotto dalla Cina. E sta facendo il lavaggio del cervello ai nostri giovani contro il nostro Paese e i nostri alleati”. Avrà anche dei difetti? Sempre impegnati a perculare i protagonisti più improbabili della propaganda suprematista e analfoliberale di casa nostra, troppo spesso trascuriamo le perle che arrivano da oltreoceano, in quella patria del declino cognitivo dell’uomo bianco che sono gli Stati Uniti d’America; a questo giro, però, ne vale decisamente la pena.

Mike Gallagher

Lui si chiama Mike Gallagher: ha servito il paese in Iraq e in Siria tra le fila dell’intelligence militare e dopo aver contribuito attivamente alla disfatta militare degli USA ha deciso di contribuire anche a quella del Congresso. Nell’arco di due mandati ha sostenuto calorosamente tutti peggio deliri del trumpismo: dalla “mossa geopolitica geniale” di comprarsi la Groenlandia dalla Danimarca al permesso di attaccare l’Iran senza passare dal Congresso, passando per l’autorizzazione all’omicidio del generale Soleimani in Iraq; in politica estera, l’unica volta che si è opposto a Trump è quando The Donald ha deciso di ritirare le truppe dalla Siria. E la politica estera non è nemmeno il suo lato peggiore: Gallagher, infatti, ha votato contro l’aumento del salario minimo federale a 15 dollari, a favore dello smantellamento della legge che metteva un limite alle speculazioni delle banche che avevano portato alla crisi del 2008, e anche contro la proposta che avrebbe permesso al governo federale di negoziare con Big Pharma prezzi più ragionevoli per i farmaci finanziati attraverso il Medicare. E, da un paio di anni a questa parte, s’è fissato sulla Cina e su quel pericolo esistenziale che arriva dalla Cina e che si chiama TikTok; ed ecco così che quando è iniziata la guerra di Israele contro i bambini arabi a Gaza e qualcuno gli ha fatto notare che su TikTok giravano un sacco di contenuti pro Palestina, gli si è partito l’embolo e c’ha regalato questa perla di narrativa contemporanea, un vero classico dell’era della post verità: 8000 caratteri senza nemmeno un’informazione reale. Un record.
Il punto di partenza è quello che vi abbiamo già anticipato: il sondaggio di Harvard secondo il quale “il 51% degli americani di età compresa tra i 18 e i 24 anni ritiene che Hamas fosse giustificato nei suoi brutali attacchi terroristici contro innocenti cittadini israeliani il 7 ottobre”. “Ho letto quella statistica” scrive “in un momento in cui pensavo di aver perso la capacità di scioccarmi. Per settimane” sottolinea “avevo visto e letto le storie di prima mano che documentavano le atrocità di Hamas: corpi bruciati, bambini decapitati, donne violentate, bambini legati insieme ai loro genitori, cadaveri mutilati”: eppure, di fronte a questo fiume in piena di fake news, i giovani americani continuano a credere che, dopo 70 anni di occupazione militare, che tu sia un po’ incazzato è comprensibile. “Come siamo arrivati al punto in cui la maggioranza di giovani americani ha una visione del mondo così moralmente fallimentare?” si chiede Gallagher: “La risposta” scrive “si chiama TikTok”; “Oggi” sottolinea “TikTok è il principale motore di ricerca per più della metà della generazione Z ed è controllato dal principale avversario dell’America: il partito comunista cinese”. “Modificando l’algoritmo di TikTok” spiega Gallagher “il PCC può influenzare gli americani di tutte le età, può determinare quali fatti considerano accurati, e quali conclusioni traggono dagli eventi mondiali”; “Sappiamo per certo che il partito comunista cinese utilizza TikTok per promuovere la sua propaganda” continua. Insomma, “nella migliore delle ipotesi TikTok è uno spyware del partito comunista. Nella peggiore” conclude “è forse l’operazione di influenza maligna su larga scala mai condotta”.

Logo del Maligno

Ovviamente ognuno ha i suoi Maurizio Gasparri e questo potrebbe anche essere, semplicemente, il delirio di un ex soldato traumatizzato in stato confusionale; in realtà, però, questa narrazione che neanche i manifesti della DC degli anni ‘50 sui comunisti che mangiavano i bambini, è più credibile e diffusa di quanto si possa credere: come riporta FAIR, un osservatorio indipendente sui media statunitensi, dopo l’articolo di Gallagher si sono uniti al suo appello per la messa al bando immediata di TikTok la senatrice del Tennessee Marsha Blackburn, l’ex candidato alle primarie repubblicano Marco Rubio, il senatore repubblicano Josh Hawley e anche tutto il comitato di redazione del New York Post. C’è stato anche un gruppo di 90 altissimi dirigenti della Silicon Valley che ha firmato una lettera indirizzata all’amministratore delegato di TikTok dove chiedeva alla piattaforma di mettere un freno alla propaganda pro – palestinese e anti – israeliana.
La prova che TikTok spinga la causa palestinese? Per ogni video con hashtag #standwithisrael ce ne sarebbero addirittura 54 con, invece, hashtag filo – palestinesi, da #standwithpalestine a #freepalestine: il problema, però, è che i video su TikTok non li carica l’amministratore delegato di TikTok, immagino; li caricheranno gli utenti, credo. Quindi si fa un po’ fatica a capire concretamente di cosa stiano parlando.
Il punto è che non ci sono abituati: sono talmente abituati ad avere il pieno controllo dei messaggi che filtrano attraverso media e piattaforme che se c’è una piattaforma che non fa assolutamente niente per favorire una posizione piuttosto che un’altra, non gli torna; e se poi questa posizione non è esattamente quella che condividono tra loro a livello di una ristrettissima élite, gli va proprio in palla il cervello. Com’è possibile che abbiamo fatto di tutto per concentrare tutta l’industria dei media nelle mani di una manciata di attori – che poi fanno capo tutti a una manciata ancora più ristretta di azionisti – e ciononostante non solo c’è ancora tanta gente che la pensa diversamente da noi, ma addirittura c’è una piattaforma nella quale diventano addirittura maggioritari? Com’è possibile che, di fronte allo sterminio di una popolazione civile inerme sottoposta a un regime di apartheid da 70 anni, noi raccontiamo che – alla fine – si tratta semplicemente di diritto alla difesa e una bella fetta dei nostri giovani non ci crede? E c’ha anche un luogo dove dirlo apertamente? So’ delusioni, io li capisco eh? Il progetto distopico di concentrare i mezzi di produzione del consenso nelle mani di una manciata di soggetti è stato perseguito con tale fervore che rendersi conto che, dopo tutta quella fatica, non ha funzionato al 100% non deve essere semplice; forse, però, un po’ di responsabilità ce l’hanno anche loro, diciamo. Cioè, da un certo punto di vista sono stati geniali, diciamo: ci hanno riempito di sempre più contenuti tecnicamente ineccepibili che ci inchiodano davanti agli schermi a giornate e ci danno un’ottima alternativa all’utilizzo costruttivo delle nostre capacità cognitive e, in più, hanno concentrato la proprietà dei mezzi di produzione del consenso e dell’immaginario in pochissime mani, mettendosi al riparo dai rischi di qualsiasi forma di pluralismo. Però – ecco – forse si sono fatti prendere un po’ troppo la mano: le serie delle grandi piattaforme sono tutte uguali e, dopo un po’, fracassano i coglioni e il cinema – ormai – è diventato una barzelletta; come ricorda The Nation, alla fine degli anni 10, per 4 anni consecutivi, Disney s’è assicurata la bellezza del 33% del mercato USA con appena 10 nuovi titoli, 9 dei quali erano sequel di vecchi franchise. I primi 10 film al botteghino nel 2022 sono stati, di nuovo, tutti sequel e franchise e si sono pappati – da soli – oltre metà del botteghino USA.
Insomma: anche nell’intrattenimento (che, nel capitalismo, rappresenta lo strumento principale per il governo del consenso e l’appiattimento ideologico), il capitalismo più selvaggio – alla fine – oltre che essere disumano, è pure estremamente noioso; che una fetta sempre più consistente di supergiovani cerchino qualcosa di meno artefatto nei video apologetici sulla resistenza armata palestinese su TikTok, alla fine è abbastanza inevitabile. Piuttosto che sorbirsi l’ennesimo film di supereroi o l’ennesima serie woke su Netflix, c’è addirittura chi si guarda i video su Ottolina Tv; aiutaci a fornirgli sempre più materiale per uscire dalla bolla artificiale del monopolio dei media: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Walt Disney

I nuovi Hitler: o come compiere un massacro ergendosi a paladini dell’Umanità

Negli ultimi anni, in caso di conflitto tra l’occidente americano e i suoi nemici sono emerse due tecniche fondamentali di manipolazione mediatica: la censura qualificata e la reductio ad Hitlerum

Joe Biden: “siamo dalla parte di Israele per annientare i nemici della democrazia”.

Ci risiamo. Il copione è sempre lo stesso.

Un giorno ci svegliamo, scopriamo che dei cattivi hanno attaccato in maniera ingiustificata il mondo libero, viene dichiarata l’impossibilità di avviare trattative in quanto ad essere in gioco sono i valori dell’occidente e della democrazia, e infine assistiamo gaudenti alla distruzione totale dell’avversario.
La fase storica che stiamo vivendo è caratterizzata da una profonda crisi, forse terminale, dell’impero americano.
Ma con l’indebolirsi della presa USA sul mondo, i suoi i processi di controllo sull’informazione hanno subito un’accelerazione, e la propaganda si fa sempre più capillare e stingente.
Negli ultimi anni, in caso di conflitto tra l’occidente americano e i suoi nemici sono emerse due tecniche fondamentali di manipolazione mediatica: la prima è la censura qualificata, fondata sul controllo e sulla selezione dei flussi di opinione pubblica. La seconda è quella che con il filosofo tedesco Leo Strauss possiamo chiamare la reductio ad Hitlerum: tutti i nemici politici occidentali vengono identificati come nuovi Hitler, in modo da squalificarli ontologicamente, impedire ogni forma di diplomazia, e giustificare preventivamente ogni crimine e mezzo di distruzione che verrà perpetrato nei loro confronti. Purtroppo, chi ci rimette di più in questa guerra alla ragione e al pensiero critico siamo proprio noi europei, che assisteremo succubi e impotenti alla destabilizzazione del mondo intorno a noi e ad un un’ulteriore restrizione delle nostre libertà democratiche.

Scrive il professore di Filosofia morale Andrea Zhok: “Essendo i paesi del blocco di alleanze americano tutte liberaldemocrazie, il problema del controllo dell’opinione pubblica è centrale. Si è avviata così una fondamentale battaglia per le anime delle popolazioni occidentali, e questa battaglia ha il suo epicentro non in America, ma in Europa, dove la tradizione di una cultura critica e plurale era assai più vigorosa che negli USA”. Naturalmente, questa battaglia non avviene più attraverso i metodi di eliminazione fisica o di censura sistematica visti un secolo fa; oggi si possono infatti manipolare, censurare e filtrare selettivamente le informazioni per il tempo sufficiente a creare un certo effetto irreversibile.

Per comprendere questo processo possiamo tranquillamente guardare a quanto successo in Italia durante queste due settimane di guerra calda della lotta indipendenza palestinese. Sono state demonizzate e accusate di connivenza con il terrorismo tutte le manifestazioni pro-Palestina. La trasmissione di Fabio Fazio, punto di riferimento dei progrediti italiani, ha deciso di non ospitare più Patrick Zaki dopo che questo aveva espresso la sua pessima considerazione del governo israeliano. L’ebreo Moni Ovadia, da sempre critico contro le politiche imperialiste israeliane, è stato praticamente accusato di antisemitismo e invitato a lasciare il posto di direttore del teatro comunale di Ferrara.
Nel mentre, i manganellatori dell’informazione di Repubblica e del Corriere della Sera, hanno lanciato strali e organizzato agguati mediatici contro la povera ambasciatrice Elena Basile, rea di aver espresso semplicemente la sua opinione frutto di anni di lavoro diplomatico.

Fortunatamente però, a difendere il pluralismo e la libertà di espressione ci sono sempre le istituzioni europee. Con l’inizio dei bombardamenti israeliani su Gaza, l’UE ha infatti chiesto a META di rimuovere dalle loro piattaforme tutti i contenuti ritenuti “disinformazione”, pena sanzioni fino al 6% del fatturato mondiale, e il commissario europeo Thierry Breton è intervenuto ufficialmente presso Elon Musk per sollecitare interventi di controllo e censura sulle “fake news”. Possiamo solo rabbrividire all’idea di cosa intendano i mozzi di Washington con i termini “fake news” e “disinformazione”. La reductio ad Hitlerum, invece, funziona pressappoco così: ogni volta che scoppia un conflitto, il nemico dell’occidente americano viene immediatamente bollato come nuovo Hitler, e da semplice antagonista degli interessi strategici americani si trasforma in minaccia esistenziale per la democrazia e per i valori dell’ occidentale: lo abbiamo visto con Milosevic, Saddam Hussein, Putin e adesso con Hamas, definita organizzazione terroristica e paragonata a più riprese ai nazisti.
È quanto emerge esemplarmente dall’articolo di Roger Abravanel pubblicato in questi giorni sul Corriere: “Non si tratta” scrive “di una lotta politica per liberare un Paese occupato ma di una lotta contro la civiltà occidentale e Israele è solo il primo passo di questa lotta. I terroristi non gridavano «morte a Israele», ma «morte agli ebrei» (di tutto il mondo) e il passo successivo è già in atto: portare il califfato ovunque, anche in quella Europa cristiana che però continua a finanziare Hamas-Isis, illudendosi che questi fondi arrivino alla popolazione palestinese. Gli attentati terroristici in Francia e in Belgio di questi giorni sono una prova che la guerra non è contro gli israeliani e gli ebrei, ma contro il mondo occidentale”. La lotta di indipendenza palestinese quindi, non è come pensano gli sciocchi un conflitto regionale legato ad una disputa di territori ed interessi strategici. No, è una dichiarazione di guerra totale a tutto l’occidente.
Questo spaventoso artificio retorico non è solo un modo per compattare internamente la società prospettando una sorta di nuova invasione barbarica, ma soprattutto per squalificare ontologicamente il nemico così da giustificare preventivamente tutte le atrocità che verranno commesse per sconfiggerlo.
“Dichiaro il blocco totale della Striscia” ha dichiarato infatti il ministro della Difesa israeliano Yoav Galant quando è cominciato il massacro di Gaza. “Non ci sarà elettricità, né cibo, né carburante, tutto sarà tagliato fuori. Siamo in guerra con dei subumani e agiamo di conseguenza”. Ci stanno dicendo; visto che non abbiamo a che fare con degli uomini, ma con neo-sub-umani neonazisti odiatori del bene e dell’umanità, e quindi tutto è lecito, e tutte le morti civili che faremo in questa guerra saranno giustificate, come giustificate furono durante la seconda guerra mondiale la distruzione di Dresda e le bombe atomiche americane sganciate sui civili giapponesi.
È sostanzialmente questo il ragionamento anche del giornalista del corriere Jacopo Iacoboni, che in un tweet del 10 ottobre, esprimendosi sul massacro di Gaza dimostra una straordinaria padronanza della reductio ad Hitlerum: “Era giusto colpire di fatto tutti i tedeschi, per colpa dei crimini commessi dalla cricca nazista?” Si chiede Jacoboni “Certamente no, ma nelle fasi finali della guerra questa distinzione finì per sfumare, perché bisognava distruggere i nazisti e impedire che continuassero a fare del male all’umanità”. Ma oltre alla manipolazione e all’amore per il napalm, anche l’ipocrisia dell’occidente americano non sembra conoscere limiti. In questi giorni infatti, leggiamo un po’ ovunque sia nei giornali dei suprematisti che in quelli dei progrediti, un altro argomento utilizzato in questi anni per legittimare i bombardamenti occidentali dei propri nemici: “il benessere futuro dei palestinesi di Gaza”, scrive sempre l’oplita della libertà Roger Abravanel sul Corriere, “dipende dall’annientamento di Hamas da parte di Israele e coloro ai quali esso sta a cuore debbono appoggiarlo”.
Insomma, così come nel 2003 il vero nemico degli iracheni non erano gli americani, ma Saddam Houssein, e l’America come è noto distrusse il loro paese per salvarli da se stessi, in questi giorni scopriamo che il vero nemico dei palestinesi non sono gli israeliani, ma Hamas, cioè i palestinesi stessi, e che i massacri compiuti dagli Israele sono mossi dall’amore per la popolazione di Gaza. Come diceva Gaber l’occidente americano non fa mai la guerra per prendere, ma solo per dare, perché è generoso. E se anche tu ti auguri che l’italia e l’europa possano prima o poi svegliarsi da questo sonno della ragione e ricominciare a rispettare la propria storia e i propri principi, aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolinatv su pay pal e gofoundme, e aiutaci a costruire un media libero e indipendente che contrasti la propaganda.

E chi non aderisce, è Jacopo Jacoboni.