Skip to main content

Tag: roma

LIVE – La feroce repressione che sta colpendo gli studenti proPal nel silenzio generale

Collegamento live con gli studenti dell’università La Sapienza di Roma per gli ultimi aggiornamenti sulle proteste che li vedono impegnati.

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
e le tue esigenze di alloggio compilando il form e, se vuoi aiutarci ulteriormente, partecipa come volontario.

Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

LIVE – Le proteste che terrorizzano il governo Meloni… e non solo

Gabriele Germani si collegherà con gli studenti dell’università La Sapienza di Roma per una rapida panoramica sulle iniziative a sostegno del popolo palestinese.

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
e le tue esigenze di alloggio compilando il form e, se vuoi aiutarci ulteriormente, partecipa come volontario.

Fest8lina, perché la controinformazione è una festa!

Le mani sulla città – Roma e PD: caso Filmstudio

Oggi il nostro Gabriele intervista Stefano Pierpaoli per parlare del caso Filmstudio, il primo club di cinema italiano. Il Filmstudio nacque nel 1967 e da subito diventò un punto di riferimento per la cultura cinematografica e teatrale del nostro paese, ospitando anche artisti ed esponenti della cultura internazionale. Negli ultimi anni, il Filmstudio ha perso la sua sede storica dopo una serie di vicissitudini ben esposte nel video.

Per ulteriori informazioni: https://www.romafilmstudio.it/

#Roma #Filmstudio #PD #cinema

Guerra al lavoro: sciopero ferrovie

Ottolina torna a parlare di lavoro, oggi ci concentriamo sulla situazione delle ferrovie.
A pochi giorni dello sciopero dei manutentori ferroviari, abbiamo deciso di parlare con lavoratori di tutta Italia (Bologna, Firenze, Milano, Roma) del settore per avere un quadro della protesta, cause e partecipazione. Ancora una volta le compagnie private prediligono comprimere salari e qualità del lavoro, invece di investire e aprire al dialogo; ancora una volta nel silenzio generale dei media, si combatte una battaglia di quella guerra tra capitale e lavoro che ci riguarda tutta nel nostro quotidiano.
Buona visione!

Agnelli, Della Valle e Moratti: come i prenditori italiani hanno ucciso il nostro capitalismo

L’avidità delle nostre élite economiche sta, probabilmente, riuscendo laddove il movimento operaio e le mobilitazioni di massa hanno sempre fallito: stanno definitivamente uccidendo il nostro capitalismo; peccato sia per sostituirlo con qualcosa di ancora peggiore. Lo scorso weekend, mentre l’intero paese era distratto dal doppio scandalo sanremese, il gotha del capitalismo italiano veniva travolto da una doppia rivoluzione: due dei principali e più iconici gruppi italiani annunciavano all’unisono l’uscita dalla Borsa di Milano e la svendita di un altro pezzettino consistente di paese al grande capitale internazionale; nell’arco di poche ore, prima uno dei millemila fondi di Bernard Arnault, l’uomo più ricco del pianeta, ha annunciata un’OPA amichevole su Tod’s, simbolo assoluto del finto lusso quasi quanto il suo cringissimo patron Diego della Valle, e poi il simbolo – invece – per eccellenza della decadenza alto borghese ormai bollita Massimo Moratti annunciava la vendita delle raffinerie sarde della Saras al colosso svizzero – olandese del commercio delle materie prime Vitol. Sullo sfondo, il giovedì prima, la Guardia di Finanza eseguiva il decreto di perquisizione della procura di Torino a carico di Lapo, Ginevra e soprattutto di John Elkann, il grande liquidatore del manifatturiero italiano; come in un episodio qualsiasi di Succession, il tutto nasce da una denuncia nientepopodimeno che della loro stessa madre: Margherita Agnelli, che contende ai suoi stessi figli l’eredità di papà Gianni. I vecchi valori di una volta del capitalismo prenditore familistico italico…
Tod’s
e Saras sono solo l’ultimo tassello di una fuga generalizzata dai mercati finanziari italiani, e proprio mentre il governo degli svendipatria festeggia in pompa magna l’approvazione in seconda lettura alla Camera del primo grande progetto di riforma complessiva del diritto societario e dei mercati finanziari da 20 anni a questa parte; è il famoso e famigerato DDL capitali: una resa incondizionata agli interessi speculativi dei capitali più forti a spese dell’economia reale e anche dei piccoli investitori, una sorta di corsa ai ripari dopo che, negli ultimi 10 anni, Piazza Affari si è vista sfilare da sotto il naso di tutto di più. Nel 2022, poco prima che Exor emigrasse sulla borsa di Amsterdam, a uscire di scena era stata l’Atlantia dei Benetton; poi era arrivato il turno della DeA Capital del Gruppo De Agostini, del gruppo Cerved, di Banca Finnat e pure della Roma Calcio; nel frattempo, Luxottica optava per Parigi e Prada per Hong Kong. Una cifra che spiega tutto: quando la Saras di Moratti è stata quotata nell’ormai lontano 18 maggio 2006, l’indice di Piazza Affari volava vicino a 38 mila punti; oggi non arriva a 31.500, un quinto in meno. Il governo Meloni, allora, ha deciso di partecipare alla corsa globale a chi chiude più occhi per attirare qualche capitale in più, ma – evidentemente – con scarso successo: proprio mentre il governo avviava la discussione sul disegno di legge, Brembo, il gigante italiano della produzione di impianti frenanti per veicoli, annunciava il trasferimento della sua sede legale ad Amsterdam insieme a Campari, Iveco, Stellantis, Ferrari, CNH Industriale e anche STMicroelectronics. Il motivo è sempre lo stesso: grazie al carattere marcatamente ultraliberista del diritto societario olandese, scordatevi la leggenda metropolitana del capitalismo democratico dove a ogni azione equivale un voto: in Olanda, a seconda di chi sei, una tua azione, di voti, ne può valere fino a 20, oppure zero, che è esattamente quello che verrà introdotto a breve anche in Italia; ovviamente, significa – banalmente – che per controllare un’azienda sarà sufficiente possedere anche solo il 5 – 10 %, un’opportunità straordinaria. Ora che a far crescere l’economia reale in Europa c’hanno sostanzialmente rinunciato, il punto si gioca tutto su quanta ricchezza riesco a estrarre da un’azienda per esportare un po’ di capitali negli USA – via paradisi fiscali – prima che l’azienda muoia definitivamente: la lunga guerra dello 0,001% contro il resto dell’umanità non conosce sosta.

Diego “the cringe” Della Valle

Un padrone ottocentesco: così definiva Diego Della Valle, ormai una quindicina abbondante di anni fa, il segretario nazionale della FEMCA Cgil Sergio Spiller; in ballo, allora, c’era la trattativa sul contratto integrativo aziendale per i lavoratori degli stabilimenti Tod’s di Casette d’Ete, Comunanza e Tolentino. “Uno spartiacque tra un sistema di relazioni corrette e un atteggiamento paternalistico nella gestione della fabbrica” commentava Spiller; invece di riconoscere ai lavoratori i loro sacrosanti diritti, Della Valle, infatti, preferiva ripiegare su una sorta di mancia: 1400 euro da distribuire su 12 mensilità per tutto il 2008. Un episodio paradigmatico (il personaggio, infatti, trasuda antipatia da ogni poro), eppure quell’epiteto, padrone ottocentesco, visto dopo 15 anni di depressione e finanziarizzazione selvaggia dell’economia, tutto sommato non suona più così offensivo; da padrone ottocentesco, infatti, Della Valle, per fare soldi, aveva adottato il caro vecchio sistema del capitalismo industriale delle origini: ci si fa prestare un po’ di soldi dalle banche, si investono in un po’ di macchinari e per assumere un po’ di persone, si fanno lavorare il più possibile, si prova a vendere il prodotto e, con i soldi ricavati, ci si pagano i dipendenti, il debito e gli interessi, e quello che avanza un pochino si mette in saccoccia e un pochino si reinveste per comprare altre macchine e, magari, assumere qualche persona in più. Quanto, di tutto questo, va in tasca ai lavoratori, e quanto a Diego e famiglia, dipende anche parecchio da quanta cazzimma ci mettono i lavoratori – e non intendo mentre lavorano, ma mentre gli dai la busta paga: quella che, quando c’era ancora la democrazia, si chiamava lotta di classe, insomma. Poi alla democrazia è subentrata la dittatura del capitale finanziario; la lotta di classe l’hanno vinta le oligarchie ed ecco che Della Valle è diventato il padrone dell’800 (oltre che per gli outfit supercringe, intendo).
Ecco: finalmente uno dei nostri imitatori di Crozza preferiti ha deciso di mettersi al passo coi tempi e, per entrare nel salotto buono delle oligarchie finanziarie del XXI secolo, ha deciso di gettarsi tra le braccia dell’uomo più ricco del pianeta: Bernard Arnault, il capo mondiale dell’industria del lusso; alla fine dell’operazione i Della Valle avranno ancora il 54% dell’azienda che, appunto, uscirà dalla borsa, ma il socio di minoranza avrà potere di veto – e chi conosce la storia di Arnault, sa benissimo che per quel poco che rimane di economia reale e produttiva in Italia, c’è poco da stare sereni. Ne avevamo parlato in un video di oltre un anno fa quando, appunto, Forbes aveva comunicato che, per la prima volta non so da quanto tempo, in cima alla sua classifica non c’era uno statunitense, a differenza dei 9 che vengono dopo, e la vecchia Europa brindava per la sua rivincita senza aver capito assolutamente nulla di come gira davvero il mondo; se si riformasse la vecchia gang dei giacobini, il lavoro – diciamo – non le mancherebbe.

Massimo Moratti

Un piccolo omaggio, ad esempio, sarebbe d’obbligo anche per uno dei casati più blasonati del capitalismo familiare italiano; sono i Moratti che, subito dopo l’annuncio dei Della Valle, hanno mandato un altro segnale chiarissimo dello stato in cui versa il capitalismo italiano: dopo 62 anni, hanno deciso di mettere fine alla loro storia d’amore con il petrolio, garantendosi un buen retiro da 600 milioni di euro. Ma oltre all’invidia, che – prima che ce lo scriva qualche analfoliberale nei commenti – noi non solo proviamo (e rivendichiamo il fatto di provarla), ma addirittura invitiamo esplicitamente anche gli altri a fare altrettanto – e pure a non reprimere troppo la rabbia che scatena – anche qui c’è molto, molto di più: al netto di tutte le controversie sacrosante, da quelle ambientali a quelle sindacali, la raffineria di Sarroch, in provincia di Cagliari, è infatti una delle più grandi in assoluto del Mediterraneo e anche una delle più avanzate; come ricorda Sissi Bellomo su Il Sole 24 Ore “non solo conta per un quinto della capacità di produzione di carburanti del nostro paese, ma soprattutto è in grado di effettuare ogni tipo di lavorazione e modificare velocemente i processi per adattarsi all’impiego di greggi di qualità diversa. Una caratteristica” sottolinea giustamente la giornalista “particolarmente preziosa in periodi caldi come quello attuale che, tra guerre e sanzioni, costringono a cambiare con frequenza fornitori e tipologia della materia prima”. Definirlo un asset strategico, insomma, è riduttivo: già che fosse in mano a una famiglia, invece che allo Stato, era roba da trogloditi; ora che, da una famiglia, passa di mano a un megaconglomerato, oltre che da trolgoditi è proprio da ebeti.
Il megaconglomerato di chiama Vitol, è di origine olandese, ma la sede è a Ginevra e, nonostante il 99,9% della popolazione mondiale non l’abbia mai sentito nominare, c’ha un giro d’affari comparabile a quello di Amazon: nel 2022 ha smazzato materie prime di ogni genere per un valore che supera i 500 miliardi di dollari senza che nessuno abbia mai visto un bilancio. Nonostante sia il maggior trader indipendente di greggio e prodotti raffinati del mondo, infatti, la Vitol è una società privata e non è quotata; ergo, fa un po’ come cazzo gli pare. I sindacati si sono comunque dimostrati cautamente ottimisti: dopo giorni di rumors sulle preoccupazioni per l’assenza di un vero e proprio piano industriale, dopo il faccia a faccia con la dirigenza dei nuovi proprietari i rappresentanti di CGIL, CISL e UIL hanno parlato di incontro positivo: “Chi subentra” avrebbe dichiarato Marco Nappi della FEMCA CISL “ha parlato di un ingresso in punta di piedi e un approccio funzionale alla produzione di Vitol”. Sinceramente, non abbiamo motivo di dubitarne; il punto, ovviamente, è un altro: se la fortuna dei Moratti era legata a questa raffineria, Vitol gioca su uno scacchiere enormemente più grande, con logiche completamente scollegate dall’interesse nazionale e con una potenza di fuoco completamente sbilanciata rispetto alle amministrazioni locali e anche al Governo che, ormai, per il fabbisogno nazionale di carburanti deve fare affidamento quasi esclusivamente su attori stranieri, con tutto quello che ne consegue. L’ISAB di Priolo in Sicilia, ad esempio, 10 anni fa dalla genovese ERG è passata di mano alla russa Lukoil e quando abbiamo deciso di farci la guerra contro la Russia per dimostrare la nostra fedeltà a Washington, abbiamo sudato freddo: alla fine, l’impianto è stato acquisito dalla GOI Energy; anche qui, poteva andare decisamente peggio e i sindacati si sono dimostrati piuttosto ottimisti. A un anno di distanza però, a quanto ci risulta, del piano industriale ancora non c’è traccia e nel dicembre scorso Milano Finanza parlava di trattative per un nuovo passaggio di mano a non meglio precisati armatori greci, con Rothschild a fare da advisor; GOI Energy ha smentito categoricamente.
I problemi, però, potrebbero essere altri: GOI Energy, infatti, è una divisione del fondo di private equity Argus New Energy Group che, in quanto fondo di private equity, già non è che sia proprio il simbolo della trasparenza; in più ha sede a Cipro, altra caratteristica che non è esattamente sinonimo di trasparenza, ma il problema principale è che il grosso degli investitori è israeliano, e il più israeliano di tutti è l’amministratore delegato. Si chiama Michael Bobrov e, oltre ad essere l’AD di GOI Energy, è anche il CEO della israeliana Green Oil, tra i maggiori azionisti della principale raffineria di petrolio israeliana, ed è anche l’uomo che gestiva le operazioni di Trafigura in Israele; e Trafigura, che è direttamente coinvolta nel processo di riorganizzazione di Priolo, oltre ad essere stata coinvolta in millemila vicende non esattamente edificanti – dallo scandalo dei rifiuti tossici in Costa d’Avorio alle accuse di corruzione da parte di procure statunitensi e svizzere – è anche la proprietaria della Martin Luanda, la petroliera che il 26 gennaio scorso è stata presa di mira da un missile di Ansar Allah. Anche la raffineria di Augusta nel 2018 era stata ceduta da Esso Italia agli algerini di Sonatrach e quella di Milazzo è di proprietà di una joint venture tra ENI e Kuwait Petroleum. Morale della favola: con questa ultima operazione dei Moratti, la capacità di raffinazione italiana è per oltre la metà in mano straniere, alla faccia del derisking e della necessità di pararsi il culo in tempi geopoliticamente turbolenti.

Stefano Pan

Fortunatamente, però, non ci sono solo brutte notizie per il mondo produttivo italiano: a Bruxelles, infatti, si sta giocando la partita della normativa CSDDD, o CS3d che dir si voglia (pure l’acronimo brutto le hanno dato, pur di evitare che se ne parli… sia mai!). Cosa prevede? Una cosa veramente intollerabile e, cioè, che le grandi aziende rispettino le normative ambientali e i diritti umani. Che incredibile ingerenza! “Il governo italiano si astenga” ha tuonato il delegato di Confindustria Stefano Pan; “l’industria europea è a rischio”: quello che non torna a Pan è che la direttiva impone alle grandi aziende di controllare che anche i fornitori e chi lavora in appalto debba rispettare la legge; ad oggi, infatti, per aggirare la legge è sufficiente esternalizzare tutto quello che viene fatto in violazione della legge, e così c’hanno tutti la coscienza pulita e si possono concentrare sulla produzione di pamphlet a varia gradazione di greenwashing e fuffa petalosa. Con questa normativa sarebbero, per la prima volta, costretti a fare qualcosa di simile a quello che millantano; tanto basta per affermare che “Il testo è stato messo a punto senza ascoltare gli addetti ai lavori, con un approccio ideologico” (Stefano Pan, Confindustria). Sia chiaro: la direttiva non è che impone agli attori della filiera di realizzare il socialismo e di essere equi nei confronti di lavoratori e territori che sfruttano, ma – molto banalmente, appunto – di rispettare le leggi, tipo il salario minimo di un euro l’ora in Bangladesh o il fatto che prima di gettare una sostanza chimica che ti fa venire un tumore solo a guardarla, la dovresti perlomeno un po’ filtrare; tutte limitazioni che nel giardino ordinato intenzionato a estrarre quel poco di plusvalore che rimane dall’economia reale per andarci a comprare le azioni di Nvidia o di Microsoft nelle borse USA, evidentemente sono insostenibili. Ed ecco così che, durante l’iter, un pezzo alla volta la normativa è stata smontata; l’articolo 25, ad esempio, introduceva il fatto che i dirigenti aziendali, nel loro dovere di agire per il meglio dell’impresa, avrebbero dovuto tener conto delle conseguenze sulla sostenibilità nel breve, medio e lungo periodo: cancellato. Prima si prevedeva che un fornitore inadempiente si sarebbe visto interrompere il rapporto, ora invece s’è trovata la scappatoia; per evitare l’interruzione basterà presentare una relazione dove si dovrà dimostrare che interrompendo il rapporto si fanno più danni che a tenerlo in piedi: la schiavitù fa anche cose buone, insomma. Ma è valso a poco; tre esempi lampanti di progresso e rispetto dei diritti e dell’ambiente avevano già annunciato la loro astensione: Austria, Germania e, addirittura, anche la Finlandia. Per far naufragare definitivamente la normativa, però, ne serviva una quarta: ed ecco che è arrivata l’Italia; d’altronde, ricorda Pan, “Nel 2008 la UE aveva un PIL superiore agli USA di 4,5 punti. Nel 2022 l’Unione Europea ha perso nei confronti degli USA il 5,5 per cento. Per dare un’idea, è come aver perso il PIL di un paese come l’Italia o la Francia”. E che, non ti vorrai mica rifare sugli svendipatria che hanno portato tutti i loro quattrini negli USA via paradisi fiscali! Con buona pace degli anarcoliberisti e dei negazionisti climatici, c’è ancora un mondo di schiavi e un intero pianeta da sfruttare come si deve.
Per ora l’Italia ha contribuito a rimandare il voto e forse la decisione definitiva potrebbe arrivare proprio mentre sto registrando questo video; vi terremo aggiornati, ma per tenervi sempre aggiornati sulle manovre di questo esercito di svendipatria abbiamo bisogno di un vero e proprio media che faccia le pulci alla propaganda delle oligarchie e guardi il mondo dal punto di vista del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Diego Della Valle

LA RASSEGNA STRAMBA del Giovedì – Special School Edition| Live giovedì 8 febbraio 2024 ore 09.15

Terzo ed ultimo appuntamento “fuori orario” della rassegna stramba che anche oggi vedrà il coinvolgimento dei ragazzi del liceo scientifico “Giuseppe Peano” di Roma. Appuntamento dunque alle 9.15 con la sempre brillante Clara Statello

LA RASSEGNA STRAMBA del Mercoledì – Special School Edition| Live mercoledì 7 febbraio 2024 ore 09.15

Secondo appuntamento “fuori orario” della rassegna stramba che anche oggi vedrà il coinvolgimento dei ragazzi del liceo scientifico “Giuseppe Peano” di Roma. Appuntamento dunque alle 9.15 con il nostro affezionato Giuliano Granato

LA RASSEGNA STRAMBA del Martedì – Special School Edition| Live martedì 6 febbraio 2024 ore 09.15

Edizione speciale della Rassegna Stramba del martedì in collegamento con i ragazzi del liceo scientifico “Giuseppe Peano” di Roma in occasione della “Settimana dello Studente” e con l’immancabile Matteo Bernabè.

LO SCIOPERO NEGATO: chi vuole vietare lo Sciopero Generale e come fargliela pagare

“CGIL FUORILEGGE” (Il Giornale); “Sindacati selvaggi. Sciopero illegale. La CGIL blocca l’Italia” (Libero); “I sindacati si mettono fuorilegge. La sinistra appoggia la rivolta” (La Verità).
La propaganda filo – governativa ieri, finalmente, si è potuta dedicare con tutta l’enfasi possibile immaginabile alla sua vera grande missione fondativa: la guerra senza quartiere a ogni tentativo del mondo del lavoro di tornare a organizzarsi e tentare di strappare qualche briciola dal banchetto che il governo degli svendi – patria ha imbastito per i ceti parassitari che lo sostengono. Prima ancora che una questione concreta e materiale, per la destra stracciona dei finto – sovranisti è una questione ideologica e di identità, da sempre; è il cuore della retorica squadrista che sola giustifica il sostegno a questo governo di pagliacci inconcludenti della sua base sociale: l’Italietta dei wanna be Briatore che si sono comprati il SUV con i soldi evasi al fisco e sottratti alle buste paga di lavoratori precarizzati e senza diritti o assunti in nero.

Lama, Carniti e Benvenuto con Sandro Pertini

Per incendiare questa foga retorica a favore delle telecamere basta pochissimo: in questo caso, è bastato un primo timidissimo accenno da parte di CGIL e UIL di tornare finalmente a parlare dei salari dei lavoratori italiani, di gran lunga i più vessati e tartassati di tutto l’occidente globale da 30 anni e, con una buona dose di responsabilità proprio da parte dei sindacati stessi, tra i più docili e refrattari a ogni forma di conflitto del vecchio continente. Dopo aver incassato una mazzata dietro l’altra senza muovere foglia, finalmente per venerdì prossimo hanno convocato uno sciopero generale. Lo hanno fatto, ancora una volta, in punta di piedi, come per obbligo e senza troppa convinzione, quasi timorosi di fare davvero quello che uno sciopero generale dovrebbe fare: bloccare il paese, creare disagi enormi a tutti e costringere tutti a rimettere il lavoro in testa alle priorità. Uno sciopero generale monco, senza settori fondamentali come l’acqua, i carburanti, l’elettricità, le telecomunicazioni, le pulizie, i multiservizi e molti altri ancora, eppure più che sufficiente per far scendere sul piede di guerra le istituzioni post democratiche dell’Italia ai tempi della svolta neo – autoritaria: è la famigerata Commissione Garanzia Sciopero, istituita con il consenso e la complicità dei sindacati confederali stessi ormai oltre 30 anni fa e che è il vero e proprio braccio armato del governo contro l’esercizio del diritto alla libertà di sciopero. Di nomina governativa, la commissione si può avvalere di una quantità infinita di regole e regolette create ad hoc per limitare la libertà di sciopero, fino – appunto – a rendere lo sciopero generale sostanzialmente impossibile, una barzelletta. Quando ci sono governi amici, a prescindere dalle mazzate che vengono date ai lavoratori, a non scioperare sono i sindacati e quando – finalmente – al governo c’è una maggioranza politica avversa, e quindi i sindacati provano timidamente a rialzare la testa, ecco che interviene la commissione che lo sciopero lo vieta, o, nella migliore delle ipotesi – ricorrendo alla retorica dei servizi essenziali da garantire sempre e comunque – gli impedisce di creare proprio quei disagi per cui è nato e, quando c’era ancora la democrazia, è sempre stato ritenuto sacro. Per smontare lo sciopero generale di venerdì, a questo giro, addirittura è bastata la vicinanza temporale con tre scioperi indetti in precedenza per il 24 novembre da altre 3 sigle sindacali che niente hanno a che vedere con CGIL e UIL nei settori del trasporto aereo, dell’igiene ambientale e dei vigili del fuoco. Non è una battuta: dopo anni di pace sociale, nonostante ci abbiano rubato tutto, il primo timido sussulto di dignità venerdì prossimo va impedito perché, per la settimana successiva, 3 sindacati minori avevano già dichiarato lo sciopero dell’handling del trasporto aereo, dei lavoratori dell’igiene ambientale e dei pompieri.
Una debacle totale, a meno che non saremo in grado di dimostrargli che, a questo giro, hanno pestato una bella merda: hanno voluto trasformare uno sciopero generale monco di due sindacati confederali in una prova di forza tra l’1% e il 99%. Facciamogli vedere che hanno sbagliato; per un giorno, mettiamo da parte tutte le nostre perplessità – che a noi per primi di sicuro non mancano – e facciamoli pentire di aver anche soltanto pensato di poter impedire con la forza al popolo di rivendicare i suoi diritti. Venerdì invadiamo le piazze e le strade di tutta Italia, con la bandiera del lavoro in una mano e quella palestinese nell’altra. LAVORO E PACE! PACE E LAVORO! A oltranza, fino a che non li abbiamo mandati tutti a casa.
“Il golpe di CGIL e UIL”. Così lo ribattezza a 6 colonne Il Giornale: il golpe. La campagna per il ribaltamento della realtà della destra reazionaria e stracciona del bel paese prosegue a passo spedito; la decisione della commissione di garanzia per gli scioperi di ostacolare con ogni mezzo necessario la mobilitazione indetta per venerdì prossimo è, palesemente, una decisione tutta politica. Non potrebbe essere altrimenti: i vertici della commissione, infatti, sono di nomina politica e hanno il mandato di ostacolare ogni forma di dissenso nei confronti del governo in carica e, per farlo, hanno a disposizione una selva di regole e regolette che si sono andate moltiplicando negli anni – con la connivenza del sindacato confederale stesso – e che hanno il solo obiettivo di rendere lo sciopero un’arma spuntata, sempre più incapace di creare al paese quel disagio necessario per imporre le proprie rivendicazioni nell’agenda politica.
Che quella della destra sia una campagna a tutto tondo contro il diritto di sciopero in sé non viene neanche tanto dissimulato; sotto l’accusa di golpismo ai sindacati per voler esercitare il diritto di sciopero, infatti, c’è una brillante analisi di Felice Manti, caporedattore centrale della testata fondata da Indro Montanelli e con alle spalle un en plein di tutto rispetto nel gotha del giornalismo antipopolare italiano, dal Foglio a Libero: “in ventiquattr’ore” sottolinea “si brucia lo 0,5 per cento del PIL. E’ arrivato il momento di rivederne la regolamentazione”. Magari per abolirne il diritto tout court.
Un posto d’onore nella rubrica “cose che dice la destra che sarebbero una figata se solo fossero vere” spetta anche a Libero: “I sindacati calpestano leggi e Costituzione” titola a sei colonne. Bellissimo: sono 70 anni che infamano la Costituzione socialista e contraria alle libertà individuali per come le possono concepire questi australopitechi pre – umani ma oggi, però, la vogliono difendere contro i lavoratori. “La loro strategia” continua l’articolo “è cercare di paralizzare l’Italia per un mese” e La Verità rilancia “La sinistra appoggia la rivolta”. Mammagari! In realtà, paralizzare tutto fino a che non si ottiene qualcosa di concreto dovrebbe essere esattamente la logica degli scioperi generali, e non solo: nel mondo anglosassone, tra personale sanitario nel Regno Unito e lavoratori dell’automotive americano e autotrasportatori negli USA, ultimamente ne abbiamo avuto qualche bella dimostrazione che si è conclusa con rinnovi contrattuali da capogiro. E in Germania, segnala sempre la commissione, “a marzo e aprile 2023, alcuni dei sindacati maggiormente rappresentativi hanno proclamato numerosi scioperi nei trasporti pubblici al fine di rivendicare un aumento dei salari del 10%, causando una paralisi pressoché totale della circolazione”. Nell’Italia della concertazione, è fantascienza; lo dice candidamente la commissione stessa: “nei servizi pubblici essenziali” si legge “va rivelato come le confederazioni ricorrano allo sciopero raramente”. E sempre meno: contro i “1617 scioperi effettuati nel 2017” ricorda sempre la commissione, nel 2022 siamo scesi a quota 1.129, e si vede. In tutto l’Occidente collettivo, in termini di perdita del potere d’acquisto dei salari l’Italia non teme confronti; una quantità gigantesca di ricchezza che, dalle tasche dei lavoratori, si è spostata nei conti cifrati nei paradisi fiscali dei prenditori, perché il punto sta proprio anche qui. Tornare a far sentire la voce del lavoro è una priorità non solo – ovviamente – per i diretti interessati ma per tutto il paese, che è ormai in pieno declino economico.
E graziarcazzo: se i lavoratori – con i soldi che hanno in tasca – fanno ripartire l’economia nazionale, i prenditori – con i soldi che gli hanno fottuto – l’unica cosa che fanno ripartire sono i mercati speculativi d’oltreoceano, ma non raccontatelo a Libero che, pur di prendere a mazzate il lavoro salariato per sottolineare a quel manipolo di padroncini evasori che lo leggono da che parte sta, è ben contento di contribuire a devastare l’economia dello stivale.

Il compagno Luigi Sbarra (CISL)

O, se proprio – comprensibilmente – con quelli di Libero vi rifiutate di parlare, ditelo almeno al compagno Luigi Sbarra, il segretario di quella gigantesca azienda macina – prebende che è la CISL. “Vedo tante polemiche” ha dichiarato a Rai Radio 1 “e nessuno che dice che in Italia le regole sullo sciopero sono molto chiare, a garanzia sia dei cittadini, che del sindacato”. Sì, certo: del tuo. E questo, comunque, è un altro motivo più che valido per mettersi alle spalle – per un momento – tutte le polemiche e venerdì scendere in piazza senza se e senza ma al fianco di CGIL e UIL, nonostante tutti i distinguo. La partita tra le sigle sindacali, infatti, è piuttosto chiara: un fallimento della mobilitazione – con l’aiutino delle forze repressive dello stato neo – autoritario – sarebbe una grande vittoria per la linea collaborazionista del peggior sindacato italiano. Ma non solo: sarebbe anche una vittoria per tutti quei burocrati piddini della CGIL e della UIL che sulla necessità di tornare al conflitto tirano il freno a mano, o, ben che vada, sostengono l’agenda Draghi esattamente quanto la Meloni e gli svendi – patria al governo, ma vorrebbero gestirla direttamente loro.
Ora, dopo questo pippone, è inutile che ci sommergete di commenti su quanto anche CGIL e UIL siano impresentabili – più o meno – tanto quanto gli altri; non ce n’è bisogno: ne siamo perfettamente consapevoli. Qualche settimana fa, a presa in culo, avevamo pubblicato questo meme:

Apriti cielo: lesa maestà! “Va beh” ha commentato uno storico leader sindacale “un po’ mi dispiace, ma metterò Ottolina Tv fra i leoni del web”. “Vi vedo peggiorati” ha commentato un’altra utente di Facebook, “la satira dovrebbe colpire il potere, no? Prima di commentare, fatevi un esame di coscienza”. A parte la permalosità un po’ fuori luogo per una battuta, però, tutto sommato non erano del tutto critiche infondate: che i confederali non siano nemmeno lontanamente il sindacato di cui avremmo bisogno, credo non ci possano essere grossi dubbi. Qualche dubbio in più, però, è sull’alternativa concreta, ma non solo: se molti dei commenti a quel meme ci criticavano, infatti, una bella fetta andava oltre le nostre intenzioni e rivelava, se mai ce ne fosse stato bisogno, un problema grosso come una casa. Se c’è una fetta consistente di lavoratori incazzati come bisce che vorrebbero più sindacato e più conflitto, infatti, il senso comune – spesso anche tra quelli che possono essere interessati a un canale di controinformazione come il nostro e, ancora di più, altri canali simili al nostro ma con le idee, se possibile, ancora più confuse – purtroppo va in tutt’altra direzione. Non è tanto la politica della CGIL ad essere messa – e ci mancherebbe altro – in discussione e neanche la CGIL in quanto tale, ma proprio – addirittura – il ruolo stesso del sindacato e dei sindacalisti: è in assoluto la più grande vittoria dell’involuzione antropologica imposta da 30 anni di controrivoluzione neoliberista, una forma di primitivismo anarco – individualista che rappresenta il più gradito dei regali possibili per le oligarchie finanziarie e le élite politiche al loro servizio e che i grandi sindacati, per primi, hanno contribuito a realizzare. Il punto è che i grandi sindacati confederali sono diventati, prima di tutto, gigantesche strutture burocratiche che hanno come primo obiettivo la loro sopravvivenza; distributori di prebende, piccoli privilegi e opportunità di carriera varie, i grandi sindacati sono stati presi in ostaggio da una classe di burocrati che con i conflitti che attraversano il mondo del lavoro hanno – ben che vada – rapporti sporadici e occasionali, e organizzare il conflitto è diventata spesso una parte del tutto secondaria del loro lavoro (e per una bella fetta di loro una vera e propria scocciatura). La degenerazione burocratese delle grandi strutture è un fenomeno quasi naturale al quale nessuno ha trovato una soluzione davvero convincente, ma fino a che esisteva la democrazia moderna e lo Stato era il luogo del compromesso tra gli interessi di classi sociali diverse, questa degenerazione rimaneva tutto sommato tollerabile; il grande sindacato confederale, come pezzo dell’ecosistema istituzionale, non faceva le barricate, ma manco era al servizio della controparte. Ma dopo 30 anni di controrivoluzione neoliberista, che hanno trasformato lo Stato nello strumento per eccellenza a disposizione delle oligarchie per imporre i loro interessi egoistici su tutto il resto della società, la degenerazione burocratese è diventata insostenibile; le istanze del mondo del lavoro sono state espulse dal governo del paese e i lavoratori hanno bisogno come il pane di un sindacato che non sia un pezzo dello Stato che li opprime, ma un pezzo dell’anti – Stato che lotta al loro fianco. Da questo punto di vista, tutta l’indignazione che sale dal basso non è solo giustificata: è sacrosanta, almeno fino a quando non degenera in qualcosa di completamente diverso e ancora più reazionario di quello che vorrebbe criticare. A differenza dei giornalisti, infatti, che la controrivoluzione neoliberista ha avuto gioco facile a trasformare nelle più spregiudicate squadracce a difesa dell’ordine costituito e che oggi sono elevate a proprie e vere star del sistema mediatico, per la società post – democratica dove viviamo l’unico sindacalista buono è il sindacalista morto. Pur con tutte le loro degenerazioni, i sindacati – infatti – continuano ad essere essenzialmente un’eresia in mezzo a un mare di ortodossia neoliberista: sono il luogo dove, almeno formalmente, si riconosce il lavoratore come portatore di interessi suoi specifici e dove – a tutela di quegli interessi specifici – si cerca di dotarsi di un’organizzazione e di una struttura.

Orazio Ruscica, segretario del sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione

Il peggiore dei sindacati è sempre e comunque meglio di nessun sindacato: per questo, quando le condizioni concrete lo permettono, non scendere al fianco della sigla che fino al giorno prima hai infamato e denigrato – e a ragion veduta – non riesco a etichettarlo in altro modo che come settarismo e fuga dalla realtà. Ecco perché venerdì 17 noi come Ottolina saremo in tutte le piazze dove riusciremo ad essere al fianco di CGIL e UIL senza se e senza ma, e per farlo nel migliore dei modi abbiamo bisogno del tuo aiuto: chiunque aderirà a una delle tante manifestazioni di venerdì e volesse diventare inviato di Ottolina per un giorno, ce lo faccia sapere scrivendoci a [email protected]. Insieme cercheremo di organizzare una maratona per dare a questa fondamentale giornata di mobilitazione il risalto che merita e, magari, anche per provare a spostarne la piattaforma politica in un senso davvero compiutamente progressivo e a favore del 99%, a partire dal nesso inestricabile con la politica internazionale. La mobilitazione globale contro la guerra di Israele contro i bambini arabi, infatti, continua a crescere, e per venerdì 17 il network di shutitdown4palestine ha convocato un’altra giornata di lotta da Portland a Copenhagen. Anche in Italia, un po’ in ordine sparso, sono già state indette innumerevoli iniziative: dalla Sapienza di Roma all’università della Calabria, passando per Napoli. Noi, come Ottolina, faremo tutto quel poco che è in nostro potere per continuare a sottolineare come queste due mobilitazioni – alla fine – sono una cosa sola: dai salari, alle pensioni, alla pace, è arrivato il momento di tenere tutto insieme senza sconti, ma anche senza settarismi, per rilanciare finalmente davvero la lotta senza quartiere del 99% contro l’1%.
Aiutaci a dargli una voce: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Matteo Salvini

[LIVE LA BOLLA] STOP GENOCIDIO: boicottiamo Lucca Comics – feat. Vauro, Jorit, Orsi, Scaglione, Dall’Aglio

Diretta domenicale con “La Bolla”: parliamo di escalation in Medio Oriente con Fulvio Scaglione (copertina). Poi di come a Lucca festeggeranno allegramente un genocidio e di come rovinargli la festa, insieme a Vauro e Jorit e poi di questa strana guerra esotica di cui ogni tanto si sente parlare in giro e che sembra si stia svolgendo in Ucraina, insieme a Stefano Orsi e a Francesco dall’Aglio.

Suicidio Italia: perchè la manifestazione a Roma contro la guerra di Israele a Gaza è FONDAMENTALE

Ti chiedi che aspetto abbia il suicidio dell’Italia?
Eccolo, questo qua: è il risultato della votazione che si è tenuta ieri all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La risoluzione era all’acqua di rose che più all’acqua di rose non si può. Dopo due settimane di veti nei confronti di risoluzioni che chiedevano lo stop al genocidio e alla pulizia etnica e il ritorno alle armi del dialogo e della diplomazia, di fronte all’emergenza della catastrofe umanitaria di Gaza, i proponenti si sono sostanzialmente limitati a chiedere una tregua umanitaria, che permettesse “la fornitura immediata di beni e servizi essenziali ai civili in tutta la Striscia di Gaza”, a partire da “acqua, cibo, forniture mediche, carburante ed elettricità, sottolineando l’imperativo, ai sensi del diritto internazionale umanitario, di garantire che i civili non vengono privati ​​dei beni indispensabili alla loro sopravvivenza” (https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/LTD/N23/319/20/PDF/N2331920.pdf?OpenElement). Ovviamente, la stragrande maggioranza dei paesi di tutto il mondo hanno votato senza battere ciglio. A parte quello che ormai a tutti gli effetti possiamo definire senza mezzi termini l’asse del male: il Nord Globale, che ha ufficialmente decretato che nella guerra totale contro il resto del mondo anche il genocidio programmato è uno strumento legittimo. Una contrapposizione tra Sud e Nord che richiama quella alla quale abbiamo già assistito nel caso delle innumerevoli risoluzioni di condanna nei confronti dell’operazione militare russa in Ucraina; solo, on steroids.
Fatta eccezione per l’India di Modi, che sta approfittando della situazione per aprire un altro capitolo della sua eterna guerra contro la minoranza musulmana al suo interno e contro gli avversari regionali, tutte le defezioni da parte dei paesi che si considerano più o meno non allineati infatti sono scomparse d’incanto, a partire da Africa, America Latina e mondo arabo, che hanno sostenuto la risoluzione sostanzialmente all’unanimità.
Ma cosa c’entra allora l’Italia? C’entra eccome, perché uno degli aspetti più importanti di quanto avvenuto ieri infatti consiste nel fatto che a questo giro, per la prima volta da quando è iniziata questa terza guerra mondiale a pezzi, a sgretolarsi è stata anche l’unità dei paesi europei. E non è soltanto questione di principi: a sostenere la risoluzione infatti sono stati infatti in primo luogo i principali paesi dell’Unione che si affacciano sul Mediterraneo: Francia, Spagna e Portogallo. Non è un caso: il sempre più probabile allargamento del conflitto ben oltre gli angusti confini di quella prigione a cielo aperto nota come Striscia di Gaza, rappresenterebbe infatti per gli interessi materiali diretti di questi paesi una vera e propria tragedia, da tutti i punti di vista: energia, economia, sicurezza e anche immigrazione. Non c’è bisogno di provare compassione di fronte alle immagini strazianti delle migliaia di bambini trucidati sotto le bombe indiscriminate di quella che definiamo con sprezzo del pericolo l’unica democrazia del medio oriente, basta avere un minimo a cuore gli interessi nazionali immediati, che evidentemente, però, per qualcuno, possono essere sacrificati. E questa volta non in nome di una ipocrita difesa di regole fondamentali del diritto internazionale, che valgono sempre solo per gli altri, ma proprio a sostegno esplicito di una loro palese e plateale violazione: l’Italia dei fintosovranisti svendipatria, infatti, si è astenuta. Tra fervore ideologico e sudditanza, ci siamo talmente appassionati all’ipotesi della risoluzione genocida del grande conflitto in corso, da sacrificargli anche gli interessi nazionali immediati. La nostra sete di sangue è tale, che manco un po’ di sano egoismo è in grado di trattenerci. L’eventualità sempre meno astratta di un allargamento del conflitto infatti per l’Italia sarebbe una vera e propria catastrofe. Le prime avvisaglie ci sono già state: nell’arco di appena tre settimane infatti, il fantomatico Piano Mattei della Giorgiona Madrecristiana è andato definitivamente a farsi benedire; la Libia ha ufficialmente decretato l’espulsione di tutti i diplomatici di paesi che sostengono il genocidio di Gaza, i rapporti con l’Algeria hanno subito una botta clamorosa e potrebbe essere solo l’inizio. I paesi musulmani che stanno adottando una linea più morbida e dialogante con Israele infatti sono attraversati da proteste di massa oceaniche, che rischiano di stravolgere gli equilibri politici interni, ed annullare così ogni vaga possibilità di ricostruire un’influenza italiana nella regione, ma i quattrini in realtà non sono neanche il principale motivo di preoccupazione. Con l’allargamento del conflitto infatti l’Italia si ritroverà finalmente a ricoprire fino in fondo il ruolo che da decenni gli occupanti USA ci hanno assegnato: quello di portaerei naturale nel cuore del Mediterraneo: tutta la logistica necessaria per permettere l’escalation genocida passerebbe infatti dai nostri porti e dalle basi USA e NATO sul nostro territorio, rendendo l’Italia il bersaglio numero uno di tutto il mondo islamico. Ecco perché la manifestazione di oggi a Roma è probabilmente la più importante da decenni. Nata come semplice atto di solidarietà nei confronti della popolazione vittima per eccellenza della ferocia neocoloniale del Nord Globale, di fronte al voto di ieri all’ONU e alla notte di bombardamenti più cruenta scatenata in contemporanea da Israele, nel tentativo di chiudere i giochi prima che la comunità internazionale sia in grado di trasformare le sue perplessità in qualcosa di più concreto, la manifestazione di oggi assume necessariamente un ruolo di primo piano nella lotta del 99% contro l’eutanasia nazionale imposta da questo governo di straccioni svendipatria.
Chiunque abbia a cuore gli interessi di questo martoriato paese, a prescindere da quali siano le sue posizioni su quanto sta avvenendo a Gaza, oggi dovrebbe essere in prima linea, senza se e senza ma. Non facciamoci fregare dalla propaganda, quella di oggi non è la sfilata delle anime belle, utile soltanto a dare un volto ai buoni sentimenti a una parte minoritaria del paese sconfitta in partenza. La manifestazione di oggi è una battaglia strategica per chiunque si sia rotto i coglioni di veder svendere il suo futuro al miglior offerente da una manica di corrotti incompetenti burattini di Washington. E quel che più conta: è una battaglia che possiamo vincere. Concretamente. Alzare la testa e porre un ostacolo concreto all’adesione acritica dell’Italia ai piani di sterminio di Washington e Tel Aviv infatti, per quei piani rappresenta un rischio potenzialmente mortale. Questi due anni di guerra in Ucraina ci hanno dimostrato ampiamente quanto la supposta superiorità militare e tecnologica del Nord Globale sia molto meno solida e scontata del previsto; l’apertura di un secondo fronte in medio oriente, per il Nord Globale, rappresenta rischi enormi. Per affrontarli, hanno bisogno di serrare le fila e garantirsi il pieno e totale sostegno da parte di tutti. Un’Italia che sotto la pressione di una spinta popolare massiccia deve procedere col freno a mano tirato per paura di veder stravolgere completamente i suoi equilibri politici interni, rappresenterebbe un lusso che molto probabilmente Washington e Tel Aviv molto semplicemente non si possono permettere. In soldoni, abbiamo concretamente in mano il potere non solo di impedire il genocidio, ma quel che forse è ancora più importante, di impedire che sfoci in una guerra totale dalle conseguenze incalcolabili. Il momento delle chiacchiere è finito, è arrivato il momento dell’organizzazione e della mobilitazione. e la manifestazione di oggi è una tappa fondamentale.
E proprio per questo motivo, possiamo dare per scontato che sulla manifestazione di oggi si scatenerà la furia della propaganda. Faranno di tutto per provocare, e per dipingerla come l’ennesima sfilata minoritaria delle anime belle che nella loro ingenuità prestano il fianco al terrorismo e alle pulsioni antisemite; non facciamoci fregare. Non cediamo alle provocazioni. Dimostriamogli che abbiamo la forza e l’intelligenza per cambiare davvero i rapporti di forza, e non solo per testimoniare la nostra indignazione. Per questo, tra l’altro, come OttolinaTV invitiamo tutte le persone che oggi scenderanno in piazza ad aiutarci a combattere la nostra guerra contro la propaganda. La manifestazione di oggi non lasciamocela raccontare dai media di regime, raccontiamola direttamente noi.
Scendete in piazza armati di telecamere, microfoni, telefonini, quel che volete. Scattate foto, girate video, fate interviste, e mandate tutto a [email protected]. E’ in corso una battaglia esistenziale, e per combatterla abbiamo bisogno come il pane di un media che dia voce al 99%. Noi siamo nati per questo, e ora è arrivato il momento di dimostrarlo.