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Tag: profitti

DOVETE RIDARCI IL DENARO – il Rapporto Oxfam sul furto dei Super Ricchi che inchioda gli USA

Disuguaglianza, il potere al servizio di pochi: il titolo dell’ultimo rapporto di Oxfam dedicato al furto sistematico di ricchezza da parte degli uomini più ricchi dell’impero non poteva essere più chiaro; “Dall’inizio di questo decennio” sottolinea il rapporto “la ricchezza dei cinque miliardari più ricchi del mondo è più che raddoppiata, mentre quella del 60% più povero, non ha registrato nessuna crescita”. Ancora peggio è andata ai più poveri in Italia, dove “La ricchezza detenuta dal 20% più povero della popolazione” sottolinea il rapporto “nell’ultimo anno si è addirittura dimezzata” con il risultato che oggi l’1% dei più ricchi da solo possiede 84 volte il loro patrimonio. La conclusione di Oxfam è da veri ottoliner: “Siamo davanti a un bivio” scrivono; da una parte “un’era di incontrollata supremazia oligarchica” e dall’altra un “potere pubblico che riacquista centralità promuovendo una società più equa e coesa ed un’economia più giusta e inclusiva”. Il rapporto è stato presentato durante la giornata inaugurale dell’appuntamento annuale del World Economic Forum a Davos, dove era presente anche il nostro ministro Giorgetti col piattino in mano nel tentativo di convincere quelle stesse oligarchie a comprarsi un pezzetto di paese che hanno deciso di mettere in svendita; secondo voi, per quali delle due opzioni stanno lavorando?

Le “elevate e crescenti disuguaglianze di ricchezza che si riscontrano in tanti Paesi, a partire dal nostro” scrive Oxfam nell’introduzione al rapporto “rappresentano un tratto tristemente distintivo dell’epoca in cui viviamo”, ma non ci sarebbe niente di più erroneo – sottolineano – che “considerarle un fenomeno causale ed ineluttabile”. Piuttosto, continuano, sono la conseguenza ineluttabile di “scelte politiche” precise: da bravi ottoliner gli amici di Oxfam vanno dritti al cuore della questione e senza perdersi in moralismi astratti puntano il dito contro “la dinamica del potere”, quel potere materiale e concreto che ha accompagnato, attraverso la finanziarizzazione, una concentrazione mai vista della ricchezza che, a sua volta, ha inesorabilmente “incrementato le rendite di posizione e indebolito il potere contrattuale dei lavoratori”. “Una vera e propria redistribuzione alla rovescia” scrive ancora Oxfam “con un trasferimento continuo di risorse da lavoratori e consumatori a titolari e manager di grandi imprese monopolistiche, con conseguente accumulazione di enormi fortune nelle mani di pochi”. Pensavamo fosse il rapporto di una ONG; era uno dei nostri pipponi: la gallina dalle uova d’oro dei super-ricchi, spiega Oxfam, sono le grandi corporation che “in media, nel biennio 2021-2022 hanno registrato un aumento dei profitti addirittura dell’89% rispetto al periodo 2017-2020” e non era che un antipasto. I “nuovi dati relativi ai primi mesi del 2023” ricorda infatti Oxfam “mostrano come l’anno appena conclusosi sia destinato a superare ogni record, attestandosi come il più redditizio di sempre”. Complessivamente, infatti, 148 tra le più grandi società del mondo – e cioè quelle per le quali si hanno i dati – avrebbero realizzato circa 1.800 miliardi di dollari di profitti tra giugno 2022 e giugno 2023, un bel 52,5% in più rispetto al profitto medio registrato nel quadriennio che va dal 2018 al 2021.
Tra queste, in particolare, spiccano “Undici aziende farmaceutiche che hanno aumentato i propri profitti di quasi il 32% nel 2022 rispetto alla media del periodo 2018-2021, registrando profitti in eccesso per 41,3 miliardi di dollari nel 2022; ventidue società del settore finanziario che hanno aumentato i propri profitti del 32% rispetto alla media del periodo 2018-2021 e hanno realizzato profitti in eccesso per 36 miliardi di dollari nel 2023; due marchi di lusso i cui profitti hanno visto un incremento del 120% rispetto alla media del periodo 2018-2021 e quattordici compagnie petrolifere e del gas i cui profitti sono aumentati del 278% rispetto alla media del periodo 2018-21, registrando profitti in eccesso per 144 miliardi di dollari nel 2022 e 190 miliardi di dollari nel 2023”. Questa impennata senza precedenti proprio mentre l’economia cadeva a pezzi e l’inflazione dava una mazzata definitiva al potere d’acquisto dei comuni mortali – come prova a spiegare da due anni Isabella Weber – è stata resa possibile proprio “dalla concentrazione del mercato, che assicura posizioni monopolistiche, consentite dai governi”; il rapporto ricorda infatti come “A livello globale, nel corso di appena due decenni, tra il 1995 e il 2015, 60 aziende farmaceutiche si sono fuse in 10 colossi del Big Pharma. Due multinazionali controllano oggi più del 40% del mercato globale delle sementi (25 anni fa erano 10)”, e a dominare il mercato digitale sono una manciata di Big Tech con i “tre quarti dei ricavi globali dalla pubblicità online che arrivano nelle casse di Meta, Alphabet e Amazon, e oltre il 90% delle ricerche online che viene effettuato tramite Google”. Risultato: “Appena lo 0,001% delle imprese più grandi incamera quasi un terzo di tutti i profitti societari globali”. Lo 0,001%, e lo chiamano libero mercato.
Da un certo punto di vista, però, è libero davvero; di non pagare le tasse. Come ricorda il rapporto infatti “L’aliquota legale media sui redditi societari nei Paesi OCSE è a passata dal 48% del 1980, al 23,1% del 2022”: meno della metà (quando le pagano); come ricorda il rapporto, infatti, “Si stima che circa 200 miliardi di dollari vengano persi ogni anno a causa dell’elusione fiscale delle imprese multinazionali, con i paesi del Sud del mondo che tendono ancora una volta a subirne in maniera prevalente i contraccolpi”. I patrimoni sterminati dei supermegaricchi arrivano esattamente da qui: “nel 2022” ricorda infatti il rapporto “i 50 miliardari statunitensi più ricchi detenevano il 75% della propria ricchezza in azioni delle società da loro guidate”, vale a dire tutte; “L’1% più ricco al mondo” sottolinea infatti il rapporto “possiede attualmente il 59% dei titoli finanziari a livello globale”. Alla faccia dell’azionariato popolare.
I grandi azionisti, poi, hanno approfittato di questa gigantesca ondata di profitti da rendita di posizione monopolistica per aumentare la loro presenza nell’azionariato delle big corporation in modo spropositato: “Per ogni 100 dollari di profitti realizzati tra luglio 2022 e giugno 2023 da 96 tra le più grandi società al mondo” riporta infatti Oxfam “82 dollari sono andati agli azionisti sotto forma di dividendi o buyback azionari, consolidando così le posizioni di persone che occupano già, nella stragrande maggioranza dei casi, le posizioni apicali nelle nostre società”.
Nel frattempo, vista dall’altra estremità della piramide, la situazione appariva decisamente meno florida: secondo Oxfam, infatti, 791 milioni di lavoratori distribuiti su 52 paesi, nel biennio 2021 – 2022 “hanno visto un calo del monte salari in termini reali di 1.500 miliardi di dollari, equivalenti a poco meno di una mensilità per ciascun lavoratore”. Il rapporto poi si concentra sul caso italiano, ma la dinamica è esattamente la stessa: “Dall’inizio della pandemia” sottolinea Oxfam “il numero di italiani presenti nella lista dei miliardari di Forbes è passato da 36 a 63”; 63 persone che hanno visto il loro patrimonio passare da 149 a 217 miliardi, un bel +46%. Ma i più ricchi tra i super-ricchi potrebbero non essere gli unici a pensare che pandemia, guerre e inflazione hanno fatto anche cose buone: il numero di italiani titolari di un patrimonio superiore ai 5 milioni, infatti, è passato da poco meno di 81 mila a quasi 93 mila, e tutti insieme hanno visto il loro patrimonio crescere di 178 miliardi di dollari in termini reali; loro, l’urgenza di far ripartire la crescita e di riportare la pace in Europa mi sa che non l’avvertono poi più di tanto.
Il processo comunque è in corso già da prima, in particolare – te guarda a volte il caso – proprio dal 2008, la data ufficiale di inizio di quella che abbiamo imparato a definire la Terza Grande Depressione del Capitalismo Globale: prima di allora infatti, per un decennio – riporta Oxfam – “la quota di ricchezza del percentile più ricco degli italiani aveva registrato un calo” come, d’altronde, aveva subito una diminuzione consistente anche il famoso coefficiente di Gini, il più classico tra i misuratori della disuguaglianza. Dopodiché il disastro: lo 0,1% più ricco degli italiani, poco più di 50 mila persone, ha visto la sua quota di ricchezza – rispetto al totale nazionale – passare dal 5,5 al 9,4% e lo 0,01 addirittura dall’1,8 al 5. Triplicata. Nel frattempo, i redditi reali delle famiglie italiane si riducevano in media di un bel 5,3%; chissà perché non mi stupisce per niente…

E qui ecco che riparte la ramanzina del Marru; d’altronde, vi ho avvisato più volte: questa cosa la ripeterò all’infinito, fino a che non la capiscono anche i muri – o meglio, probabilmente non si tratta tanto di capirla (che non c’ho da insegnare niente a nessuno, e ci mancherebbe pure); si tratta di cominciare a darle tutto il risalto che merita perché è la chiave per capire tutto, senza la quale si continua a brancolare nel buio. Il grande furto delle oligarchie e l’era della diseguaglianza, infatti, hanno senz’altro millemila concause – e anche Oxfam ne elenca una lunga serie, tutte importanti; dalle politiche fiscali, al welfare, alle politiche del lavoro, ma ce n’è una che non cita e che invece, a nostro avviso, sovradetermina tutte le altre: la strategia che il superimperialismo USA ha adottato per contrastare il suo declino relativo a partire dall’inizio della Terza Grande Depressione. A quel punto – come ha dovuto ricordare anche uno non particolarmente sveglio come Federico Fubini sul Corriere della Serva la settimana scorsa – la quota di ricchezza globale detenuta dai paesi dell’Europa a 27 era più o meno allo stesso livello di quella USA; oggi l’economia USA è più grande di quelle europee di oltre il 50%, e il grande trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto in Italia e negli altri paesi europei – e quello epocale dall’Europa agli USA – non sono due fenomeni distinti e paralleli. Non sono nemmeno, semplicemente, collegati; sono letteralmente, almeno in buona parte, LA STESSA IDENTICA COSA, e messi insieme sono esattamente la risposta al più grande dei misteri che ci attanaglia da due anni a questa parte: come è mai possibile che le élite europee si facciano prendere a calci nei denti da quelle di oltreoceano senza proferire parola? Ecco perché: perché con la protezione del superimperialismo USA i capitali li portano negli USA via paradisi fiscali e poi li moltiplicano a dismisura senza fare assolutamente una seganiente, affidandoli ai giganti del risparmio gestito a stelle e strisce che li usano per gonfiare a dismisura le bolle speculative dello schema Ponzi della finanza USA; quindi noi che campiamo del nostro lavoro – e i capitali li possiamo esportare al massimo da Grottaferrata a Monte Porzio Catone – paghiamo le conseguenze dell’economia che ci collassa davanti. Quello scioperato del figlio cocainomane del nostro datore di lavoro, invece, via Isole Vergini Britanniche dà i suoi soldini a un fondo predatorio di private equity e accumula profitti – più o meno detassati – su profitti; quindi non è lui a prendere i calci nei denti dalle élite di oltreoceano: a prendere i calci nei denti siamo solo noi.
Certo, nel grande gioco del capitalismo globale anche lui non è altro che il bimbo scemo ma viziato da tenere buono con tanti bei regalini milionari, ma tutto sommato mi ci cambierei, come dire… E, soprattutto, non posso certo aspettarmi che sia lui ad alzare la testa al posto mio, che non solo come lui non conto e non posso contare una seganiente politicamente, ma che invece che regali milionari continuo a ricevere buste paga da terzo mondo. Ecco: fissarsi bene in testa il funzionamento del grande meccanismo complessivo che spiega tanto il rapporto di Oxfam come l’articolo di Fubini, come i tedeschi che si fanno radere al suolo un’infrastruttura strategica da un atto terroristico senza battere ciglio, come la Meloni che giocava a fare la sovranista e ora manda Giorgetti col cappello in mano a fare l’elemosina a Davos, di per sé ovviamente non cambia niente, ma magari ci aiuta a chiarire cos’è che esattamente dovremmo cominciare a pretendere, e cioè che ci restituiscano il nostro denaro, niente di più, niente di meno. Noi rivogliamo il nostro denaro. Se lo rivuoi anche te, aiutaci a costruire il primo media che dà voce a tutti quelli che sono stati derubati e ora pretendono di riavere indietro il maltolto: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Lorenzo Tosa (sì, cioè lo so, non c’entrava un cazzo qui Tosa, ma ho realizzato che in due anni non l’abbiamo praticamente mai offeso e ci siamo detti che era arrivato il momento di rimetterci un po’ in pari).

LA MORTE DELL’AUTO ITALIANA – Stellantis: profitti record, licenziamenti e capannoni in svendita

Ciao ciao Mirafiori!
Dopo gli ultimi sviluppi, la dichiarazione di morte dell’automotive italiano è sostanzialmente ufficiale: “Costruisci il tuo futuro” l’ha chiamato Stellantis, con una bella dose di sano masochismo. E’ il progetto che ha previsto l’invio di una mail a 15 mila dipendenti, dove venivano invitati a mettersi in tasca qualche euro e levarsi definitivamente dai coglioni: il futuro che si dovrebbero costruire è da disoccupati. Vista l’aria che tira – e la possibilità concreta che se non se ne vanno oggi con una bella dose di incentivi in tasca, se ne dovranno andare comunque domani con in mano un pugno di mosche – in 500 avrebbero già accettato; a convincerli, in particolare, un annuncio apparso l’altra settimana su Immobiliare.it: capannone in vendita, Grugliasco, 115 mila metri quadrati, prezzo su richiesta.

Sergio Marchionne

Neanche 10 anni fa, il venditore di pentole in cachemire Sergio Marchionne lo aveva definito il fiore all’occhiello dell’automotive italiano: doveva essere il cuore pulsante di un fantomatico “polo del lusso” specializzato nella produzione di due modelli Maserati: la Ghibli e la Quattroporte, roba da 150/200 mila euro a botta. “Questi sono giorni cruciali per riposizionare il marchio e avviare una fase di espansione senza precedenti” aveva declamato enfaticamente Marchionne il giorno dell’inaugurazione, e a un certo punto avevano cominciato a macinare così tanto che, nel 2016, il sindacato s’era dovuto mobilitare perché “i carichi e i ritmi di lavoro sono troppo sostenuti, e questo mette a rischio la salute dei lavoratori” (Fiom-Cgil, 2016).
E’ durato come un gatto in tangenziale: “A pieno regime” ricorda Davide Depascale su Il Domani “l’impianto Maserati impiegava duemila operai. Nell’ultimo anno ne erano rimasti un centinaio.” Li hanno spremuti come limoni per qualche anno e poi gli hanno dato una pedata nel culo, e ora l’intero capannone te lo porti a casa con un click: “Lo stabilimento” si legge nell’annuncio “si presenta in buone condizioni manutentive a seguito di recenti e rilevanti interventi di ristrutturazione”. Si divertono pure a girare il dito nella piaga. D’altronde, però, quando è crisi è crisi, insomma. “Stellantis, record di utili nel 2022” titolava entusiasta Milano Finanza già nel febbraio scorso, e il banchetto era solo all’inizio: giusto pochi giorni fa sono stati pubblicati i risultati del terzo trimestre e Stellantis registra un altro risultato record: +7% di ricavi netti rispetto all’anno prima. Ottimo! Nella guerra mondiale dell’automotive in corso, per finanziare la transizione all’elettrico e mantenere la quota di mercato, un po’ di quattrini da investire sono proprio quello che ci vuole.
Macché: sapete cosa ci hanno fatto? Ci hanno ricomprato le loro azioni, l’ennesimo caso di buyback selvaggio che non serve ad altro che a continuare a gonfiare la bolla speculativa sui titoli azionari e a far intascare al management premi multimilionari a suon di stock option e altri meccanismi simili; nel 2022, il solo CDA si è messo in tasca oltre 31 milioni, 3 in più dell’anno precedente. Quando la FIAT sfornava milioni di auto e dava da lavorare a 200 mila persone, lo storico amministratore delegato Vittorio Valletta non guadagnava più di 500 mila euro: riusciremo mai a mettere fine a questo saccheggio?
A rimettere in fila due numeri su Il Domani ci pensa Edi Lazzi, segretario generale della Fiom di Torino: “A Mirafiori dal 2007, ultimo anno senza cassa integrazione” ricorda “la produzione è calata dell’89%, e la cassa integrazione ha raggiunto picchi del 70”. Nel 2022 gli occupati complessivi sono arrivati alla quota miserrima di 12 mila; erano 20 mila solo 8 anni prima. Mille in meno l’anno, “come se ogni anno chiudesse una fabbrica di medie dimensioni” sottolinea Depascale su Il Domani. “Nei prossimi anni” rilancia Lazzi “il 70 per cento dei lavoratori va in pensione. Senza nuove assunzioni Mirafiori si fermerà”, e pensare che a Mirafiori sarebbero dovuti finire anche i lavoratori della Maserati di Grugliasco dove, nel frattempo, a ritrovarsi con le pezze al culo ovviamente è anche tutto l’indotto “con tutta la componentistica” sottolinea Depascale “a rischio chiusura”. Un esempio su tutti la Lear Corporation: è una multinazionale americana con oltre 160 mila dipendenti in 37 paesi, la 147esima azienda al mondo per fatturato, stando alla classifica di Fortune 500; è specializzata di sistemi elettrici e di interni per auto – in particolare sedili – e fare i sedili in pelle umana per le auto da 200 mila euro della Maserati era un ottimo business, ma ora che la Ghibli e la Quattroporte nello stabilimento accanto non le producono più, ecco che – dei 420 dipendenti che hanno – la bellezza di 300, a breve, si ritroveranno in mezzo a una strada senza grosse alternative. Stellantis, infatti, tra un buyback e l’altro qualche investimento – in realtà – in giro per il mondo lo fa anche, a partire dalle famose gigafactory, solo che non li fa coi soldi suoi e non in Italia. Negli Stati Uniti, da pochissimo, ha annunciato il secondo impianto: entrambi si troveranno a Kokomo, in Indiana; 6,3 miliardi di investimento per 2.800 posti di lavoro previsti, oltre 2 milioni di dollari l’uno che, in buona parte, ricadranno sulle casse dello Stato sottoforma di credito d’imposta. Esattamente come in Europa, dove Stellantis ha incassato una quantità spropositata di incentivi per completare il suo primo impianto a Douvrin, nel nord della Francia, e ora sta procedendo con il cantiere di Kaiserslautern in Germania. Dopo – e soltanto dopo – arriverà, forse, il contentino anche per l’Italia: anche l’ex FIAT di Termoli, infatti, dovrebbe diventare una gigafactory. Per convincere Tavares a farci la grazia gli abbiamo dovuto promettere la bellezza di 600 milioni del PNRR, ma le condizioni che abbiamo chiesto in cambio non convincono proprio tutti: la fabbrica, infatti, dovrebbe riassorbire i vecchi operai FIAT ma il management ha già fatto sapere – riporta l’Ansa – che “l’azienda avrà la necessità di disporre di professionalità totalmente diverse da quelle tuttora presenti nel vecchio stabilimento”.
Cosa significa? Che a una bella fetta dei vecchi operai che, grazie all’anzianità, hanno raggiunto finalmente stipendi quasi dignitosi, si darà il benservito con qualche ammortizzatore sociale pagato con le nostre tasse e, al loro posto, se ne prenderanno di nuovi con trattamenti salariali e accessori peggiori possibile. D’altronde, dire che la morte dell’automotive italiano era annunciata è un eufemismo, e pensare che anche l’Italia possa avanzare qualche pretesa per le briciole che il protezionismo USA e il ritorno dell’austerity nell’Unione Europea lasceranno cadere dal banchetto della transizione ecologica e dell’elettrificazione potrebbe rivelarsi del tutto velleitario; dentro alla gabbia delle compatibilità con l’agenda geopolitica USA, da un lato, e il culto dell’austerità dell’Unione Europea dall’altro, il nostro destino è segnato. Non deve essere necessariamente così e, per dimostrarvelo, ora vi racconto una bella storiella. L’articolo è ormai un po’ datato; siamo nel 9 agosto scorso e Bloomberg titola : “La chiusura della Ford dopo 100 anni in Brasile cede il territorio degli Stati Uniti alla Cina”. La location è uno dei luoghi più iconici della lunga storia dell’automotive globale: siamo nella cittadina di Camacari, una trentina di chilometri a nord di Salvador, la capitale dello stato di Bahia; qui, in uno spazio sterminato più grande del Central park di New York, sorgeva una delle principali fabbriche della Ford del gigantesco paese sudamericano che, da un paio di anni, è stata totalmente smantellata pezzo per pezzo. Ma nell’aria non c’è segno né di sconfitta, né di rassegnazione: a breve qui si tornerà a lavorare a pieno ritmo. L’ex Ford di Camacari, infatti, è stata acquisita da BYD, il colosso dell’automotive elettrico che vanta tra i suoi principali investitori anche la Bearkshire Hathway di Warren Buffett; qui sorgerà la sua fabbrica più grande fuori dall’Asia.

Lula, Hugo Chavez e Néstor Kirchner

Per Lula, che di fabbriche se ne intende – visto che c’ha passato mezza vita e c’ha perso pure un dito -, è una vittoria di portata storica: convincere gli investitori cinesi a riaprire quella fabbrica è sempre stato un suo pallino. Per questo, quando s’è recato a Pechino appena due mesi dopo l’inizio del suo mandato, ha voluto in tutti i modi incontrare di persona l’amministratore delegato di BYD. Durante il mandato del suo predecessore, i rapporti con la Cina erano precipitati ai minimi storici: puntava a un rapporto privilegiato con l’America di Trump mentre l’America di Trump chiudeva le fabbriche. La Ford, ad esempio, non si è ritirata in fretta e furia solo dallo stato di Bahia, ma tutto il paese – dal giorno alla notte – dopo 100 anni di attività; è l’epilogo di un lungo declino, un po’ come quello italiano. La produzione industriale pesava per quasi metà PIL fino alla fine degli anni ‘80; ora pesa per meno di un quarto.
La deindustrializzazione, in questi anni, ha riguardato anche i paesi del Nord globale; la differenza però è che – grazie alle logiche neo – coloniali – il Nord globale mantiene comunque il controllo delle catene del valore. Il Brasile e l’Italia, no. Lula non è il solo protagonista della rinascita dell’ex sito Ford di Camacari; un ruolo chiave l’ha svolto anche il governatore dello stato di Bahia, il primo – nella storia dello Stato – appartenente alle popolazioni indigene: si chiama Jeronimo Rodrigues e si aspetta che i cinesi portino nella regione almeno 10 mila nuovi posti di lavoro, e non solo quelli. BYD prevede di aprire una nuova miniera nello Stato per estrarre localmente il litio che servirà alla fabbrica, e ha già investito 700 milioni solo per la parte di ricerca e sviluppo per una nuova monorotaia che permetterà di liberare Salvador dal traffico. Se è questa la giungla selvaggia che minaccia il nostro giardino ordinato, forse varrebbe la pena farci un pensierino.
C’è un intero mondo, là fuori, che è alla ricerca di opportunità per tornare a far crescere l’economia reale, e non si chiama Carlos Tavares o John Elkann, che se ancora possono scendere per strada senza essere rincorsi da una folla inferocita è perché i soldi che non reinvestono per rilanciare l’industria automobilistica italiana li spendono per far dire alla propaganda che – tutto sommato – va bene così e che “there is no alternative”, quando invece l’alternativa c’è eccome. Solo che per raccontarla per bene abbiamo bisogno di un media tutto nostro, che dia voce al Sud globale e al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è John Elkann

Alessandro Volpi – come le banche ci hanno fregato tutto e hanno registrato profitti mai visti

Il punto di partenza è rappresentato dagli straordinari risultati che stanno avendo le banche poi realtà non soltanto le banche. In realtà numerose società sono stanno registrando profitti che sono di natura veramente stellare e per usare questo senso Stella Antiseri è una e una di queste. Ma mi concentrerei sul fenomeno intanto delle banche perché secondo me è rilevante per capire alcuni aspetti della situazione nella quale ci troviamo. I dati sono oggettivamente impressionanti. Partiamo dal caso degli Stati Uniti. Ci sono appunto grosso modo sei banche che in maniera diversa nelle sei principali banche hanno fatto in nove mesi profitti per quasi 100 miliardi di dollari. Tenuto conto del fatto che escono da un anno precedente altrettanto significativo, quindi stiamo parlando veramente di un boom che queste banche hanno avuto in termini di risultato. Le banche Sappiamo quali sono gli episodi, anche la più importanti, la più significativa. Ormai banca di questo pianeta Wells Fargo, Citigroup, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Bank of America, quindi queste banche, sia pure ripeto con risultati tra loro un po diversi, ma alla fine hanno partorito in sei per nove mesi profitti per 100 miliardi è una cifra di assoluto rilievo se vogliamo considerare il caso italiano come elemento di confronto, per cui non si tratta di fare i confronti, ma di conferma di questo quadro generale e anche della sostanziale globalizzazione finanziaria che ormai si è venuta a determinare. Nel caso italiano abbiamo profitti per 15 16 a seconda di come si calcolano le banche più importanti del Paese per una quarantina di miliardi 43 miliardi, tra l’altro con un dato anche qui secondo me interessante, che vediamo. Cioè ricordiamoci che alcuni di queste banche avevano perso una decina di miliardi dopo l’annuncio di capitalizzazione dopo l’annuncio dell’imposta sugli extraprofitti.

Beh, quei 10 miliardi sono ampiamente recuperati. Anzi, dalla seduta. Se noi facciamo un confronto fra ieri, l’altro ieri e la seduta successiva al tracollo hanno riguadagnato 7 miliardi. Quindi evidentemente ormai imposero gli extraprofitti, è stata ampiamente digerita. Io resto dell’idea che quell’operazione fosse stata un’operazione di tipo speculativo, di serie trading di tipo speculativo. E però le banche viaggiano con degli dei profitti che sono assolutamente straordinari negli Stati Uniti, come come da noi. Quindi un dato chiaro ora. La prima domanda che si farebbe chiunque, diciamo così, con un minimo di ragionevolezza. Ma le banche crescono così tanto? Ma l’economia reale che tipo di riflesso ha? Perché noi, almeno per quelli che hanno un minimo di conoscenza di storia economica in genere le banche si sono quantomeno correlate. Non dico sempre perché poi sono stati i finanziamenti, soprattutto a partire dagli anni 80. Però una relazione con l’andamento reale dell’economia c’è sempre stato. Ecco noi, per esempio, nel caso italiano sappiamo che abbiamo 43 miliardi di utili nelle banche, con una crescita complessiva del Paese che se ci togliamo l’inflazione è pari allo zero. Quindi è evidente che non esiste un rapporto diretto fra i profitti delle banche e la crescita del Paese. È evidente che le ragioni dei profitti delle banche non sono riconducibili alla crescita del Paese. Ma questo vale anche per gli Stati Uniti, sia pure in maniera diversa. Gli Stati Uniti hanno attraversato una fase decisamente meno sfavorevole di quella europea. Però ugualmente la natura dei profitti delle banche non si giustifica con la crescita dell’economia reale. Quindi sgombriamo il campo dal dire che le banche crescono perché l’economia cresce e che le banche danno un contributo reale alla crescita dell’economia reale. Ecco, questo mi sembra che questi numeri siano tangibilmente e forse mai come oggi chi ha chiaramente espliciti del fatto che non esiste una correlazione diretta fra l’aumento dei profitti e quello che è invece l’andamento dell’economia? E allora vengo al secondo punto, al di là del dato numerico. Ma allora da cosa dipende questa forte crescita dei profitti delle banche negli Stati Uniti? E ripeto, non voglio fare troppe differenze con l’Europa, dove certamente il fenomeno è meno polarizzato, ma è altrettanto altrettanto marcate e di cui l’Italia rappresenta uno dei pochi, uno dei possibili elementi di esemplificazione da cosa dipende, ma intanto dipende certamente dalle politiche delle banche centrali. Questo ormai lo scrivono in tutte le salse i rapporti, lo scriveva con grande chiarezza persino il Giornale di Confindustria, Il Sole 24 Ore di domenica, perché alla fine questo sta diventando un dato eclatante. E cioè gli alti tassi praticati dalla banca centrale determinano appunto il fatto che si genera un divario fra quanto le banche fanno, chiedono di remunerazione, cioè quindi quanto i tassi di interesse chiedono quando fanno un prestito e quale è invece il tasso di interesse che utilizzano per remunerare i loro risparmiatori? C’è il famoso differenziale, quello che avrebbe dovuto essere considerato della famosa imposta profitti. I tassi sono molto alti nel momento in cui faccio un prestito io banca e quando io invece io banca devo remunerare i miei clienti. Il tasso è decisamente molto più basso e quindi c’è un differenziale decisamente decisamente forte e quindi anche questa è una fonte, è una fonte molto, rilevante. Una delle considerazioni che spesso si fa è rappresentata dal fatto che sia aumentata nel momento in cui aumentano i tassi, aumenta certamente il margine. Per quanto riguarda le banche, in termini di prestiti, però, si svalutano i titoli di cui sono in possesso e il prezzo dei titoli di cui sono in possesso, magari in questo caso anche delle loro stesse azioni. Beh, ciò che abbiamo visto nel corso degli ultimi mesi in maniera sempre più crescente. Vedremo nei prossimi mesi, proprio in virtù di questa enorme liquidità determinata dai profitti maturati e che le banche riescono a fare operazioni di buy back, cioè si comprano buona parte dei titoli che rischiavano di essere svalutati in maniera tale che danno immediatamente un segnale agli operatori finanziari che quei titoli sono titoli protetti e quindi con quel tipo di operazione impedisce che, come si può dire, il dato negativo dell’aumento dei tassi? Voglio essere ancora più chiaro aumentano i tassi, hanno dei margini che sono significativi rispetto a quanto pagano ai loro clienti, quindi hanno un utile, come si diceva, di un centinaio di miliardi. Destina una parte di quello utile, quello che non viene destinato direttamente al dividendo lo destinano a ricomprare una parte dei titoli che rischierebbero di perdere valore, a cominciare dai loro. Questo gonfia ulteriormente il valore del titolo e ovviamente fa sì che la forza di quella banca diventi in termini finanziari ancora più marcata. Ma aggiungerei ancora altri due elementi dentro questo ragionamento perché fanno molti, fanno molti, molti soldi. E intanto certamente è evidente, come dicevo prima, che questo tipo di profitti vengono tradotti in dividendi, quindi diventano una remunerazione finanziaria. Non vengono investiti se non in misura molto limitata nelle attività delle imprese e comunque certamente non nella remunerazione dei dipendenti di queste imprese che anzi di queste imprese bancarie. Perché poi a tutti gli effetti stiamo parlando nel caso dei sei big degli Stati Uniti di banche con numero di dipendenti molto significativo le banche italiane sono oggi di strutture Usa questo termine produttive in termini di industria finanziaria che hanno un maggior numero di dipendenti. Cioè qui non è che in Italia noi abbiamo più le grandi industrie manifatturiere con migliaia di dipendenti oggi in Italia. Se andate a vedere che la grande occupazione si lega ad Eni ed Enel e poi si lega appunto ai dipendenti dei colossi bancari, beh che cosa stanno facendo? Stanno licenziando, stanno drasticamente riducendo il numero dei loro dipendenti, stanno utilizzando i prepensionamenti in maniera massiccia, stanno utilizzando tutte le forme di digitalizzazione di informatizzazione e di riduzione dei servizi territoriali.

Quindi alla fine, sul piano dei costi hanno un contenimento radicale dei costi che passa attraverso quello che ormai viene dato anche per scontato e forse persino dai sindacati, cioè di una riduzione di un dimagrimento del numero del personale e degli occupati del settore del settore bancario, del settore bancario, come poi abbiamo visto nel caso anche di altri, di altri settori dove appunto l’aumento dei profitti non significa più un tentativo di mantenere in vita la manodopera o di remunerare maggiormente. Per cui si può dire paradossale. Io ho provato anche a scriverlo che i salari sono diventati una variabile indipendente al contrario. Cioè una volta c’era la grande battaglia per dire che il salario va difeso, anche perché ha a che fare con il potere d’acquisto dei lavoratori, anche in condizioni di criticità. Qui si penserà ai dipendenti. Perché anche quando le cose vanno benissimo, i salari si riducono e sono indipendenti dall’andamento complessivo dei profitti dell’azienda e si determina un forte, direi fortissimo, processo di dimagrimento organico di questi grandi gruppi vari. Negli Stati Uniti vale per le banche, vale per le big tech, vale nell’automotive. Vale per i caso, per caso europeo e italiano. Poi c’è un altro aspetto ancora che è di cui abbiamo accennato anche nei nostri colloqui, che è rappresentato dal fatto che una parte significativa, se andate a vedere i bilanci di queste banche, una parte significativa di questi, diciamo profitti, deriva da attività che non sono l’attività di prestito in senso stretto, ma sono l’attività di gestione del risparmio che viene indirizzato alle banche attraverso società di cui le banche sono sostanzialmente proprietarie e che è il risparmio di coloro che si affidano alla previdenza complementare e alla sanità complementare.

È cresciuto in maniera esponenziale nel corso degli ultimi cinque anni, il volume di risorse destinate alle società che si occupano di risparmio gestito. Le società di risparmio gestito sono per il 90% dei casi in Italia, ma con percentuali analoghe in giro per il mondo un pochino più basse, legate o di proprietà delle banche. Le banche ricevono quindi la liquidità che sono i risparmi di coloro che ovviamente non riescono più ad avere una pensione soddisfacente o si immaginano di non avere più una pensione soddisfacente. Sanno che il sistema contributivo è certamente molto punitivo, sanno che il sistema sanitario si sta progressivamente riducendo e quindi destina una parte del loro salario, della loro retribuzione a forme di risparmio gestito. Le forme di risparmio gestito finiscono inevitabilmente attraverso queste società, appunto, che sono di risparmio gestito nelle mani delle banche, le quali utilizzano questa enorme liquidità per fare scelte di natura finanziaria. Comprano titoli, vendono titoli, comprano se serve titoli di Stato con questa liquidità e beneficiano del fatto che il rendimento sui titoli di Stato è più alto di quanto non lo fosse qualche anno fa. Per chi poi alla fine è la quota parte di debito, nel caso italiano, per esempio, nelle mani delle banche è ancora altissimo. Quindi è evidente che se le banche hanno comprato il debito e ora non lo comprano più con le risorse della Bce ma con il risparmio gestito degli italiani, maturano comunque interessi significativi su cui vengono riscosse commissioni. Quindi, alla fine della fiera questa trasformazione profonda che sta subendo il sistema bancario per cui non è più un erogatore di credito per il sistema produttivo o lo è sempre meno o se lo è lo è, ha costi che sono significativamente alti e quindi che escludono parti importantissime del sistema micro produttivi, cioè delle imprese più piccole e per certi versi anche delle famiglie che non hanno garanzie di tipo immobiliare sufficientemente adeguate. Qui le banche, invece che fare questo mestiere che storicamente hanno svolto, diventano soggetti che si ricordano i propri titoli che operano sul margine dei tassi di interesse e che si affidano, affidano molti dei loro destini. In questo caso direi decisamente positivo all’attività di bancassicurazione, quella che si chiama la bancassicurazione, cioè io mi Lego con grandi assicurazioni che raccolgono risparmio gestito e risparmio gestito, è cresciuto perché è tutta una serie di servizi non sono più garantiti dallo Stato, quindi bisogna auto prodursi e per autoprodursi e bisogna affidare i propri magri o grandi risparmi a soggetti finanziari che appunto poi hanno come terminale le banche, le quali su questi di questo tipo di con questo tipo di liquidità fanno dei margini che sono dei margini significativi. Quindi, paradossalmente, la banca si sgancia dal sistema produttivo e quindi perde il rapporto con l’andamento del Paese, diventa una sorta di sostituzione di uno stato sociale che è però estremamente oneroso per i risparmiatori, perché ovviamente se lo devono pagare e contestualmente favorisce dei margini per le banche stesse che prima le banche non avevano, Dal momento che quel tipo di attività, dalla sanità alla previdenza erano affidate, erano affidati allo Stato.

Questo negli Stati Uniti è un fenomeno colossale, è un fenomeno gigantesco nel nostro Paese sta progressivamente rapidamente crescendo con dei numeri che ormai riguardano più di una decina di milioni di italiani. Vorrei aggiungere poi due ulteriori considerazioni. La prima mettiamo insieme gli Stati Uniti con l’Europa. C’è sicuramente il fenomeno della crescita dei tassi di interesse praticati dalla Federal Reserve negli Stati Uniti, la Banca centrale europea, sono all’origine della crescita del sistema dei sistema bancario e dei profitti del sistema bancario. C’è però una differenza importante e che serve a spiegare anche perché i numeri sono chiari alla fine l’economia americana cresca anche in queste condizioni. Se è vero, come dicevo prima, che la mole dei profitti è talmente grande che non può essere giustificata dalla crescita dell’economia americana. Però è altrettanto vero che l’economia americana non ha un andamento stagnante come l’economia europea. Ma allora perché Qui ecco, qui c’è un altro elemento che secondo me vale la pena di fare, su cui vale la pena riflettere e ragionare. Il che è sostanziale. Questo negli Stati Uniti, appunto. Gli alti tassi di interesse praticati dalla Banca centrale americana producono, come del resto in Europa, e spero di essere chiaro in questa esplicitazione producono un aumento dei tassi di interesse a cui viene con cui viene retribuito il debito pubblico. Cioè la Federal riserva aumenta il tasso di interesse e lo porta sostanzialmente intorno al 5%. È evidente che i titoli di Stato americani si devono allineare al tasso, come avviene in economia. Si devono allineare al tasso di interesse tradotto e determinato dalla banca centrale, cioè se la banca centrale applica un tasso di interesse che è appunto vicino al 5%, bisogna che anche i tassi del debito pubblico americano, cioè quanto il governo degli Stati Uniti, il governo federale li paga per in indebitarsi sia in linea con il tasso di interesse praticato dalla banca centrale. Ora per gli Stati Uniti, però, questo problema non esiste. Nel senso che lo sappiamo ormai dalla regola mix che questo maggiore quantitativo di interessi che sono pagati sul debito non sono pagati come in Europa attraverso l’aumento del carico fiscale attraverso la spending review sono pagati producendo nuovi dollari, cioè sono sostanzialmente quindi si alzano i tassi di interesse. Questo determinerebbe una criticità per gli Stati Uniti, che sarebbe quella di dover pagare i tassi di interesse più alti sul proprio debito.

Gli Stati Uniti che cosa fanno? Gli Stati Uniti producono una maggiore quantità di dollari per pagare quei tassi di interesse e questo alla fine ha due benefici. Il primo beneficio è che appunto non sentono l’effetto dell’aumento dei tassi, perché coprono quell’aumento dei tassi. Non ripeto con maggiori pressioni fiscali per avere le risorse per pagare il debito o con contrazioni e tagli di spesa, ma sostanzialmente stampando. Quindi non c’è un effetto recessivo e non solo e garantiscono tassi di interesse più alti a cui gli altri Paesi del mondo si devono adeguare. Perché è chiaro che se i tassi di interesse americani pagano i Treasury bond, pagano il 5%, il quattro e 90%, bisogna che anche gli altri Paesi, anche i titoli di Stato dei paesi europei, si adeguino. Allora è evidente che torno a dire che gli alti tassi di interesse sono lo strumento attraverso cui le banche traggono un chiaro beneficio nelle loro operatività e quindi hanno profitti significativi. Sono uno degli elementi. È chiaro che quegli alti tassi di interesse negli Stati Uniti praticati dalla Federal Reserve vengono coperti con i dollari e quindi non partoriscono l’effetto negativo della necessità di finanziare quella maggior spesa per gli interessi che nel caso di Stati Uniti sono quasi 1 miliardi di dollari, con tagli di spesa o con tasse e in più con quei tassi di interesse attraggono il capitale estero. Ora tutto questo in Europa non succede. Tutto questo in Europa non succede perché noi abbiamo una banca centrale che quando alza i tassi di interesse e quindi di fatto impone ai Paesi come nel caso italiano, di pagare interessi più alti sul proprio debito. Beh, quegli interessi che lo Stato italiano deve pagare, che sono 100 miliardi ormai già nel 2023 noi non li non li produciamo con nuovo euro ma producendo nuovi euro. Ma li paghiamo sostanzialmente facendo manovre finanziarie che taglino la spesa perché li dobbiamo pagare noi. Nel nostro bilancio dello Stato italiano ci scriviamo come voce di spesa, cioè di spesa corrente, 100 miliardi di euro. Quei 100 miliardi vanno coperti come la spesa sanitaria, come la spesa per le pensioni. Non possiamo ricorrere alla solarizzazione, appunto all’autorizzazione alla monetizzazione del debito. Cioè questo mi sembra un dato che dobbiamo avere chiaro nel confronto con il contesto. Il contesto americano è qui. Vengo all’ultimo punto perché l’ultimo punto, la famosa appunto differenza fra Stati Uniti ed Europa, la polarizzazione che consente agli Stati Uniti la monetizza del debito, quindi la copertura dei debito attraverso la produzione di cartamoneta di dollari americani. Ecco, è possibile negli Stati Uniti perché si è realizzata. E qui, lo abbiamo detto più volte, è la più formidabile concentrazione di ricchezza e di reddito finanziario. Mai conosciuta nella storia contemporanea. Perché se ancora una volta andiamo a vedere ma chi sono i proprietari delle sei banche che hanno fatto il botto di cui si parlava prima che hanno partorito 100 miliardi di profitti nel giro di nove mesi e che quindi i benefici erano in larga misura dei dividendi partoriti da questi 100 miliardi. La risposta è molto semplice noi troviamo in queste sei banche che la presidenza di tre fondi che sono i soliti mangia BlackRock ed è mediamente oscilla fra il 15 e il 20%. Cioè sono gli azionisti di riferimento. Per intenderci c’è un microchip per quanto riguarda Morgan Stanley. Perché Morgan Stanley per avere questo blocco dei soliti tre Big Three appunto, ha anche una presenza di Mitsubishi, che è intorno al 20%, e Bank of America che aggiunge ai tre principali fondi il fondo Berkshire Hathaway di Warren Buffett. Quindi alla fine noi abbiamo che queste grandi banche sono di proprietà di un numero limitatissimo di fondi, i quali fondi sono, come abbiamo detto più volte, i destinatari del risparmio di milioni di americani e sempre più diventeranno destinatarie di risparmi anche di milioni di europei e di altre parti del mondo, che peraltro sono gli stessi fondi che sono proprietari di gran parte del sistema produttivo e comunque, soprattutto del sistema societario delle principali società del mondo. Quindi questi signori hanno una infinita liquidità. Ora questa infinita liquidità, questi signori lo vorrei dire con chiarezza. Questi tre fondi hanno deciso che la tengono in dollari e la polarizzazione in sta nella misura in cui i fondi che hanno in mano qualcosa come 22 23.000 miliardi di dollari di liquidità che stanno cominciando in maniera sempre più pervasiva a comprare titoli di Stato americani che sono i soggetti che sono presenti in tutte le multiutility del nostro Paese, francesi e inglesi, che sono azioni bene, quindi hanno deciso che le transazioni del mondo si fanno in dollari e non ce ne sono le leggi internazionali che hanno deciso che la liquidità finanziaria va veicolata in dollari. Emettono titoli in dollari di derivati, fanno scommesse in dollari. Cioè questo vuol dire una montagna complessiva che peraltro è molto superiore all’economia reale. Cioè è dieci 23. Non sappiamo più neanche quale sia l’apporto reale, quindi una montagna di carta che può essere accresciuta a dismisura con l’effetto delle speculazioni che però ha un fine. Ha il fine che tutta questa roba continua a girare in dollari. Ma se gira in dollari vale il ragionamento di cui si parlava prima Vale il fatto che la Banca centrale europea, la Federal Reserve, a differenza della Banca centrale europea, può alzare i tassi di interesse. Il debito pubblico americano costa di più, ma alla fine se lo pagano stampando dollari perché essi lo possono pagare stampando dollari. Perché evidentemente i grandi player che ormai hanno nelle mani che è così, Perché se andate a vedere di chi sono le principali assicurazioni che fanno la raccolta del risparmio gestito, beh andate a vedere. Ci trovate dietro che ci sono i tre grandi fondi mondiali, le banche, così le imprese. Così Quindi questi signori hanno deciso che la liquidità è il dollaro. A questo punto, al pari di alti tassi e in qualche modo, appunto, un debito che costa di più negli Stati Uniti ma finanziato con il appunto con l’utilizzo di nuova produzione di dollari, è un volano formidabile di cui il resto del mondo non dispone.

E questo è il punto per cui gli Stati Uniti alla fine si possono permettere delle manovre monetarie, come dire studiando la storia. Noi siamo passati dal mondo di Bretton Woods, dove le grandi potenze si mettono intorno a un tavolo e prova a definire qual è lo strumento monetario col quale fare i pagamenti internazionali. Avendo piena consapevolezza di quanto fosse rilevante. Basti pensare alle posizioni che aveva maturato John Maynard Keynes in quella. In quella circostanza a un mondo nel quale oggi e Bretton Woods non serve, oggi serve che in qualche stanza di qualche mega lussuosissimo albergo degli Stati Uniti si riuniscano i come i difficili e difficilmente identificabili proprietari di questi. Di questi fondi, che sappiamo essere legati da partecipazioni incrociate e per partorire le strategie che sono le strategie, diciamo di natura, Prima di tutto torna a dire valutaria e di definizione delle transazioni per capire dove va, dove va, dove va il mondo.