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Tag: palestinesi

Cina: “i palestinesi hanno diritto all’uso della forza”

Ma Xinmin, del Ministero degli Esteri cinese, ha rilasciato una dichiarazione alla Corte internazionale di giustizia (ICJ) in cui ha affermato che i palestinesi hanno il “diritto all’uso della forza per resistere all’oppressione straniera e per completare la creazione dello stato palestinese”. Secondo Ma “gli atti di violenza contro gli israeliani da parte dei palestinesi non sono terrorismo ma piuttosto legittima lotta armata”. “Numerose altre risoluzioni riconoscono la legittimità della lotta con tutti i mezzi disponibili, inclusa la lotta armata da parte di persone sotto la dominazione coloniale o l’occupazione straniera per realizzare il diritto all’autodeterminazione”, dice Ma all’ICJ.

Chi decide chi è terrorista? come la propaganda strumentalizza senza ritegno un concetto ambiguo

L’accusa di terrorismo è una delle accuse politiche più abusate dell’ultimo secolo. Sono stati chiamati terroristi gli indipendentisti Algerini, i liberatori cubani, le brigate rosse, quelle nere, l’Isis, i curdi, la Russia e pure l’Ucraina.
Ma che cosa hanno in comune tutti questi soggetti politici così diversi tra loro per ricadere tutti sotto la categoria di terrorismo? La risposta è: nulla. Perché nonostante i nostri media continuino a ripeterlo come ossessi quando si tratta di demonizzare il nuovo nemico dell’occidente americano, la verità è che a livello internazionale, sia sul piano giuridico che politologico, non esiste alcuna definizione univoca del termine terrorismo e di chi debba essere considerato come tale. Tenere presenta questa ambiguità e arbitrarietà concettuale del termine, che lo rende particolarmente strumentalizzabile dalle diverse propagande, è oggi più che mai decisivo. In questi giorni di guerra di Indipendenza palestinese infatti, sia i palestinesi che gli israeliani vengono accusati da parti diverse di terrorismo, e sia sul piano giornalistico che diplomatico, utilizzare le definizioni e il linguaggio di una delle due parti in conflitto significa sposare, anche inconsciamente, la sua visione del mondo.

Il termine terrorismo è stato utilizzato storicamente per descrivere fenomeni molto diversi: dalle uccisioni di sovrani, agli attentati di gruppi armati o individui isolati, fino ai crimini compiuti direttamente da apparati statali: il così detto terrorismo di stato. In epoca moderna comincia a diffondersi nella seconda metà dell’800 e in particolare per condannare azioni violente o attentati compiuti da anarchici o da organizzazioni nazionaliste e indipendentiste. I patrioti italiani ad esempio, mentre lottavano per la liberazione del nostro territorio dalla colonizzazione straniera, furono più volte etichettati dai colonizzatori come terroristi e uccisi e perseguitati insieme alle organizzazioni di cui facevano parte, come La giovine Italia di Mazzini, la Carboneria, o la Società Nazionale italiana di Daniele Manin.
Il ricorso al termine terrorismo torna poi in auge nei media e nel linguaggio politico occidentale tra gli anni 60-70 del novecento, e anche in questo caso nel contesto delle guerre di decolonizzazione e autodeterminazione dei popoli. Diventano così “Terroristici” atti come il dirottamento di aerei, il sequestro di persone, o attentati in cui rimangono coinvolto civili o militari al di fuori di un contesto di guerra tra eserciti regolari. In realtà però questi atti di violenza, per quanto crudeli e terrificanti, raramente sono mossi da un irrazionale volontà omicida. Piuttosto, vi si ricorre per provare a esercitare una pressione sugli Stati e i soggetti interessati, o anche solo per riaccendere l’attenzione dell’opinione pubblica su determinate rivendicazioni politiche.
All’inizio del nuovo millennio, con l’attentato alle torri gemelle prima, e con quelli di Parigi per mano di miliziani jhadisti poi, “terrorismo”, soprattutto in occidente, diventa sinonimo di terrorismo islamico.
Ma negli ultimi due anni, prima con la guerra in Ucraina e adesso con il riaccendersi della lotta di indipendenza palestinese, l’uso del termine si è di nuovo ampliato quando sia la Russia che l’Ucraina prima, sia i palestinesi e gli israeliani poi, si sono dati del terrorista a vicenda.
Questa estrema arbitrarietà di significato e applicazione, si riflette anche a livello scientifico e giuridico. Nel suo saggio “Il terrorismo nel mondo contemporaneo”, la professoressa di scienze politiche Donatella della Porta scrive: “Per essere utilizzabile a fini scientifici un concetto deve avere alcuni requisiti: deve essere neutrale e univoco, comunicabile e discriminante. Importato nel linguaggio scientifico dalla vita quotidiana, il concetto di terrorismo manca di questi requisiti: infatti quelli che alcuni chiamano terroristi sono partigiani, o combattenti per la libertà, per altri. Anche gli studi di taglio storico o sociologico sul terrorismo lamentano la difficoltà di trovare una definizione accettata del fenomeno, ricordando che il termine terrorismo viene frequentemente riservato a quelle lotte di liberazione che falliscono, resistenza invece a quelle che hanno successo.”
Non solo. Definire o meno un’organizzazione “terrorista” risulta sostanzialmente impossibile anche se ci si focalizza esclusivamente sul modo e sul metodo con cui la violenza viene esercitata. Infatti, riflette Della Porta, se tentassimo una definizione di terrorismo in base al tipo di metodi violenti utilizzati “Fenomeni eterogenei – dalle attività delle bande criminali organizzate alle contese dinastiche, dalle guerre tra nazioni a gran parte delle interazioni politiche nei regimi autoritari – verrebbero così confusi insieme in un medesimo concetto, privandolo sia di capacità euristiche che di una qualsiasi utilità descrittiva.”
Purtroppo però, qualificare un gruppo come terrorista in base al modo in cui questo uccide, è uno degli argomenti più utilizzati in queste settimane dai media occidentali. Vi ricordate quando per giorni hanno riportato la notizia ancora mai confermata dei bambini israeliani decapitati? E vi ricordate quando si portava a prova del terrorismo di Hamas il fatto che solo dei terroristi ucciderebbero in modo così crudele ed efferato? Bene, questo ragionamento “sotto-culturale”, come lo ha definito giustamente in televisione l’ex ambasciatrice Elena Basile, non poteva che sfociare in uno degli esempi più eclatanti di doppio standard degli ultimi anni: abbiamo infatti scoperto che per l’inteligencija italiana esiste un modo politicamente corretto di uccidere, ossia quello degli Stati che utilizzano droni e aerei per distruggere palazzi e far morire in agonia i bambini sotto le macerie, e un metodo non politicamente corretto, ossia quello di chi droni ed aerei non li ha e deve ricorrere all’utilizzo di armi rudimentali.

Mah si, ma vuoi mettere quei selvaggi anti-estetici di Hamas che uccidono con i kalashnikov e i coltelli, con l’eleganza e il bon ton di un bel missile Jericho lanciato comodamente dalla postazione di comando? Davvero vi serve dell’altro per capire la differenza tra i terroristi e l’unica democrazia del medioriente?! Come ormai sostanzialmente tutto, anche lo sterminio dei bambini non è più un crimine in se, ma un lusso, che deve essere riconosciuto a chi ha i mezzi per perpetrarlo in modo elegante e tecnologicamente al passo coi tempi

Ma torniamo alle cose serie.

Anche il diritto internazionale, dicevamo, non è mai riuscito a trovare una definizione unanime di terrorismo: Nel 1996, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì un comitato ad hoc per predisporre una convenzione globale sul terrorismo internazionale, ma i lavori si arenarono proprio per l’impossibilità di arrivare a una definizione condivisa.
I problemi fondamentali furono due: primo; in determinati contesti come si fa a distinguere atti di terrorismo da legittime guerre di liberazione nazionale? Secondo, come si fa a distinguere il terrorismo di stato da legittime attività svolte dalle forze ufficiali dell’esercito per salvaguardare la sicurezza?
Applicando questi dilemmi alla situazione in Palestina, possiamo chiederci: Hamas è un’organizzazione terroristica o il braccio armato della resistenza palestinese che combatte con i mezzi a sua disposizione per la libertà e l’indipendenza del suo popolo? E Israele è uno stato terrorista in quanto colonizza e annette territori non suoi e stermina da 70 anni migliaia di civili inermi in operazioni militari, oppure quello che fa, pur contravvenendo le risoluzioni Onu, lo fa per legittima difesa e sicurezza?

Ognuno tragga le sue conclusioni.

Ma visto che siamo nel campo dell’arbitrarietà più assoluta, e che come abbiamo visto questo aggettivo è privo di validità scientifica e giuridica per comprendere dinamiche di conflitto, la cosa più utile e razionale sarebbe smetterla proprio di utilizzarlo. La ragione per la quale è così in auge nell’informazione di propaganda infatti, è che come per l’accusa di nazismo di cui abbiamo parlato nel video precedente, anche l’accusa di terrorismo è una forma di demonizzazione assoluta del nemico che impedisce la comprensione delle sue ragioni e quindi ogni possibilità di dialogo e di risoluzione del conflitto. Con i terroristi infatti, come ci viene insegnato dalle autorità israeliane in questi giorni, non si parla, non si tratta, li si distrugge ad uno ad uno con tutti i mezzi a disposizione, e mettendo in conto tutti i “danni collaterali” possibili immaginabili

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E chi non aderisce, è Paolo Mieli.

La controffensiva palestinese: come Hamas ha asfaltato il mito dell’invincibilità di Israele

Contessa sapesse, gli schiavi hanno osato addivittuva vibellavsi
Questa, in estrema sintesi, la reazione dei media occidentali ai fatti di Gaza di sabato scorso; di tutti, all’unisono, a partire da quelli che negli ultimi due anni hanno provato a infinocchiare la maggioranza silenziosa pacifista e democratica sollevando qua e là qualche critica alla guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina.

Gli amici della sinistra distruggono Israele”, titolava ieri ad esempio la Verità; “ci siamo svenati per Kiev, ora che faremo con l’unica democrazia dell’area?”

La realtà ovviamente è che destra e sinistra, che ormai sono solo etichette che svolgono una funzione di puro marketing per spartirsi il mercato elettorale, fanno finta di dividersi sulle cazzate, ma tutte insieme appassionatamente sostengono senza se e senza ma un regime di apartheid fondato sull’occupazione militare e la discriminazione su base etnica, e lo fanno a partire dall’assunto condiviso che la comunità umana è divisa in due categorie: gli uomini liberi, e i sub-umani, gli unter-mensch, come li definivano i nazisti. La differenza, rispetto ad allora, consiste nella definizione di chi appartiene all’una o all’altra categoria e nella retorica ideologica con la quale si cerca di legittimare ogni forma di violenza e sopruso: dalla pagliacciata antiscientifica della teoria della razza, alla pagliacciata della retorica democratica.

Da questo punto di vista il suprematismo bipartisan contemporaneo altro non è che una nuova declinazione del nazifascismo che, nel frattempo, ha preso qualche lezione di galateo e che ha incluso tra le sue fila una nuova piccola minoranza che prima era stata esclusa.

Son progressi.

Anche nelle modalità attraverso le quali si esercita questo dominio violento degli umani sui subumani non si possono non registrare alcuni importanti progressi: ai vecchi campi di concentramento, organizzati scientificamente per lo sterminio senza se e senza ma, si è sostituita una forma moderna di campi di concentramento democratici e progressisti, dove i reclusi sono lasciati liberi anche di sopravvivere. Se ci riescono: in un’area che è circa un quarto di quella del solo comune di Roma, nella striscia di Gaza oltre 3 milioni di persone vivono recluse per la stragrande maggioranza con meno di due dollari al giorno di reddito. La mistificazione della realtà però in queste ore ha raggiunto un nuovo livello: “Ai residenti di Gaza dico”, ha scritto Netanyahu su twitter, “andatevene adesso, perché opereremo con la forza ovunque”.

Eh, è ‘na parola; come in ogni buon campo di concentramento che si rispetti, infatti, i residenti di Gaza sono a tutti gli effetti prigionieri, e “andarsene”, molto banalmente, non gli è concesso.

Come denuncia da mesi Save the children, manco per andarsi a curare.

E non dico in Israele: manco negli altri territori palestinesi, manco se sono bambini, manco se rischiano la vita. “Nel solo mese di maggio”, si legge in un comunicato della pericolosa organizzazione bolscevica Save the children pubblicato lo scorso settembre, “quasi 100 richieste per bambini ammalati presentate alle autorità israeliane sono state respinte o lasciate senza risposta”. Tre sono morti solo quel mese. “Tra questi, un bambino di 19 mesi con un difetto cardiaco congenito e un ragazzo di 16 anni affetto da leucemia”.

La Verità, Repubblica e Pina Picierno del PD però c’avevano judo e si sono dimenticati di denunciarlo

Adesso, si rifanno con gli interessi: “L’Europa è con Israele e il suo popolo”, ha affermato la vicepresidente piddina del parlamento europeo. “La sua lezione di libertà e progresso”, ha sottolineato con enfasi, “non sarà spenta dalla violenza e dalla barbarie”.

L’apartheid come lezione di libertà e progresso: dopo i neonazisti russi spacciati come partigiani, i nazisti vecchio stile ucraini acclamati come eroi nei parlamenti democratici e l’idea che non bisognava per forza essere nazisti per combattere contro l’Armata rossa durante la seconda guerra mondiale, il capovolgimento totale della realtà ad opera dei sacerdoti di quest’era di post verità può dirsi completamente compiuto. Li lasceremo fare senza battere ciglio?

Lo stato di Israele è fondato su un regime di apartheid. Lo è sempre stato, ma prima lo sostenevamo in pochi, i pochi militanti antimperialisti nell’occidente del pensiero unico suprematista e ovviamente tutti i leader che l’apartheid l’avevano combattuto davvero a casa loro: da Nelson Mandela a Desmond Tutu. Per tutti gli altri, era un tabù.

Oggi, però, non più; dopo decenni di tentennamenti, a chiamare le cose con il loro nome da un paio di anni ci s’è messa pure un’organizzazione umanitaria mainstream come Amnesty International. “L’apartheid israeliano contro i palestinesi”, si intitola un famoso report del febbraio del 2022, “un sistema crudele di dominio, e un crimine contro l’umanità”.

Sempre in prima linea a fare da megafono alle denunce di abusi contro i diritti umani in giro per il mondo per giustificare tentativi di cambi di regimi a suon di bombe umanitarie e svolte reazionarie in ogni paese non perfettamente allineato all’agenda dell’impero USA, pidioti e criptofascisti di ogni genere, quando è uscito questo rapporto, erano curiosamente tutti assenti.

Poco male: anche fossero stati seduti buoni ai primi banchi, non lo avrebbero capito.

Quella che definiscono ossessivamente come “l’unica democrazia del Medio Oriente” infatti, in realtà, è sin dalle sue origini nient’altro che un progetto coloniale, come lo definiva esplicitamente Theodore Herzl stesso, il padre nobile del sionismo, e affonda le sue radici nella pulizia etnica di massa della Nakba nel 1948, che ancora oggi costringe circa 6 milioni di palestinesi a vivere in una miriade di miserabili campi profughi sparsi in tutta la regione.

Nella striscia di Gaza è un apartheid al cubo: più propriamente, infatti, si tratta del più grande carcere a cielo aperto del pianeta, come lo ha definito ormai quasi 15 anni fa lo stesso premier britannico David Cameron.

D’altronde, è una cosa abbastanza visibile: i confini terrestri di Gaza infatti sono interamente ricoperti da una doppia recinzione in filo spinato, con un’area cuscinetto nel mezzo totalmente presidiata da forze armate israeliane che, di tanto in tanto giusto per ammazzare un po’ il tempo, si dilettano nel tiro al bersaglio direttamente oltre il confine. Come quando – come dimostrato da un’indagine condotta da una commissione internazionale indipendente nominata dalle Nazioni Unite – nell’arco di tutto il 2018 presero di mira le proteste note col nome di grande marcia che si svolgevano settimanalmente proprio per chiedere la fine dell’assedio di Gaza: in tutto, ferirono oltre 6000 persone e ne uccisero 183, compresi 35 bambini.

E come sottolinea il sempre ottimo Ben Norton, essendo Gaza a tutti gli effetti una prigione a cielo aperto, “in base al diritto internazionale, hanno il diritto riconosciuto dalla legge alla resistenza armata”: il riferimento in particolare è una risoluzione dell’ONU del 1977 approvata da una schiacciante maggioranza dei paesi presenti che, proprio relativamente alla causa palestinese, riconosce esplicitamente “la legittimità della lotta popolare per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dalla sottomissione straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”.

La retorica suprematista dei sacerdoti del dominio dell’uomo libero sui subumani oggi non potrebbe apparire più ridicola e infondata. Come per l’Ucraina, pidioti e criptofascisti si accorgono di una guerra sempre e solo quando arriva. Sono gli uomini liberi a subire una sconfitta da parte dei subumani e, a questo giro, la sconfitta è stata eclatante, clamorosa.

Dotato dei servizi segreti più efficienti e spregiudicati del pianeta e di un apparato militare ultramoderno e ipersofisticato, adeguatamente addestrato in oltre settant’anni di feroce occupazione militare e di militarizzazione totale del territorio, l’invincibile gigante israeliano ha subìto una ferita difficilmente rimarginabile da parte degli ultimi tra gli ultimi. Se in Ucraina il suprematismo del nord globale è stato messo davanti alla sua impotenza di fronte alla determinazione di uno stato sovrano, considerato fino ad allora nient’altro che un pigmeo economico pronto a crollare su se stesso da un momento all’altro, in Israele ieri lo choc è stato di un ordine di grandezza superiore, tanto superiore quanto superiore era la sproporzione tra le forze in campo.

Mentre scriviamo questo pippone, il bilancio delle vittime israeliane supererebbe le 650 unità: non ci è possibile verificare le informazioni, ma secondo Ramallah News, mentre gli israeliani parlano di liberazione degli insediamenti conquistati da Hamas, in realtà le forze palestinesi continuerebbero ad avanzare e i territori ad est di Gaza sarebbero soltanto una delle linee del fronte.
Secondo quanto riportato da Colonelcassad, i palestinesi avrebbero bruciato un posto di blocco all’ingresso di Jenin, e in Cisgiordania molti temono possa esplodere finalmente la tanto paventata terza intifada di cui si parla ormai da tempo.
Secondo poi quanto riportato da Middle East Eye, i palestinesi con cittadinanza israeliana si starebbero preparando per respingere gli attacchi annunciati dai gruppi dell’estrema destra sionista.
A nord, al confine col Libano, si intensificano gli scontri con Hezbollah che, secondo quanto riportato da Al Jazeera, rivolgendosi ai ribelli palestinesi avrebbe dichiarato che “la nostra storia, le nostre armi e i nostri missili sono con voi”.
E le ripercussioni del conflitto sarebbero arrivate addirittura fino ad Alessandria di Egitto, dove un agente di polizia avrebbe aperto il fuoco contro due turisti israeliani, uccidendoli.

Il gabinetto politico-militare israeliano ha ufficialmente decretato lo stato di guerra per la prima volta dalla guerra dello Yom Kippur, della quale si celebra proprio in queste ore il cinquantesimo anniversario, e sono in corso evacuazioni sia nell’area che circonda Gaza che a nord, al confine con il Libano.

A confermare che, a questo giro, per il gigante israeliano potrebbe non trattarsi esattamente di una gita di piacere, ci sarebbero poi le dichiarazioni di Blinken, secondo il quale Israele avrebbe richiesto nuovi aiuti militari. Probabilmente quando leggerete questo articolo, sapremo già qualcosa di più su questo aspetto. Qualsiasi siano i dettagli però, un punto è chiaro: la resistenza di un gruppo di militanti che vivono in carcere da 15 anni ha costretto una delle principali potenze militari del pianeta a chiedere aiuto. Non so se è chiaro il concetto.

A complicare ulteriormente la faccenda, la questione degli ostaggi: il Guardian parla di oltre 100
e di qualche nome eccellente
. Un altro elemento inedito e un deterrente importante; abituati a combattere una guerra totalmente asimmetrica, gli israeliani non digeriscono molto facilmente qualche perdita tra le loro fila. L’esempio che salta subito alla mente è quello di Gilad Shalit: carrista israelo-francese, venne rapito da Hamas nel 2006 e 5 anni dopo, pur di ottenere il suo rilascio, il governo israeliano fu costretto a concedere la liberazione di addirittura 1000 prigionieri politici.

Insomma, a questo giro potrebbe non trattarsi semplicemente di un gesto disperato dall’esito scontato compiuto da avventurieri che non hanno niente da perdere, anche perché si inserisce in un contesto globale piuttosto incandescente, diciamo così, dove molto di quello che piace alla propaganda suprematista e che fino a ieri davamo per scontato, scontato comincia a non esserlo poi più di tanto.
Inquadrare dal punto di vista geopolitico quanto successo in questi due giorni al momento potrebbe rivelarsi un po’ ozioso e infondato; limitiamoci per ora quindi a sottolineare alcuni aspetti e a porci qualche domanda.

Il mio primo pensiero, ovviamente, è andato ai sauditi. A nostro modesto avviso, infatti, la riapertura dei canali diplomatici con l’Iran avvenuta sotto la sapiente mediazione cinese, e addirittura l’adesione a un organo multilaterale come i BRICS+, proprio fianco a fianco con l’Iran, è probabilmente il singolo evento geopolitico in assoluto più importante di questo intero anno, la cui portata, però, continua ad essere messa a dura prova dall’apertura che i sauditi sembrano aver fatto ad USA e Israele in direzione della loro adesione al famigerato accordo di Abramo. Che però appunto continua a faticare a concretizzarsi proprio a causa del nodo della questione palestinese.

Tweet del ministero esteri Saudita

Il mio primo pensiero è stato: e se l’obiettivo di Hamas fosse proprio impedire il concretizzarsi di questa fantomatica nuova distensione? Ovviamente la risposta non la sappiamo; questo però è il comunicato ufficiale del ministero degli esteri saudita a poche ore dall’inizio dell’operazione Diluvio di Al-Aqsa.
I sauditi parlano di “situazione inedita tra numerose fazioni palestinesi e le forze di occupazione israeliane”, quindi, da una parte numerose fazioni e dall’altra forze di occupazione.
Sempre i sauditi ricordano “i numerosi avvertimenti di pericolo di esplosione della situazione come risultato dell’occupazione, la negazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese e le sistematiche provocazioni contro i loro luoghi di culto”.
“Il reame”, conclude il comunicato, “rinnova l’appello alla Comunità Internazionale ad assumersi le sue responsabilità e ad attivare un processo di pace credibile che conduca alla soluzione dei due stati per raggiungere pace e sicurezza per tutta l’area e proteggere i civili”.
Nessuna condanna dell’azione di Hamas. Manco l’ombra. Non so se alla Casa Bianca l’abbiano presa proprio benissimo, diciamo.

L’altro aspetto è appunto la posizione degli USA e di questo strano annuncio sull’estensione degli aiuti militari perché che Israele ne abbia bisogno per combattere la guerriglia di Hamas, o anche di Hezbollah, sembra comunque piuttosto strano. E sopratutto: da dove se li tirerà fuori Biden i quattrini per finanziare un altro pacchetto di aiuti, quando giusto la settimana scorsa ha dovuto rinunciare a 6 miliardi di nuovi aiuti da inviare all’Ucraina?
Qualquadra non cosa, ma è decisamente troppo presto anche solo per speculare su cosa sia esattamente.
Proveremo a farlo in modo più fondato nei prossimi giorni perché è quello che un media indipendente può fare liberamente: osservare, riflettere, riportare.
A quelli a libro paga dell’imperialismo e delle oligarchie finanziarie, diciamo che gli risulta un po’ più complicato e saltano di puttanata suprematista in puttanata suprematista, senza soluzione di continuità, e senza temere contraddizioni e ribaltamenti della realtà.

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E chi non aderisce è Maurizio Belpietro.