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Tag: lobby

La strategia europea per permettere agli USA di scatenare la Terza Guerra Mondiale nel Pacifico

“Esiste un solo piano A, ed è la vittoria dell’Ucraina”: intervistato da La Stampa, Charles chihuahua Michel, come si confà alla sua specie, prova a dissimulare la sua vulnerabilità e la sua debolezza digrignando i denti e riassume in modo sintetico il nuovo equilibrio politico che, alla vigilia delle elezioni europee, sta maturando in un’Unione Europea che, con virtuosa tenacia, sta riuscendo a spostare il suo baricentro ancora più a destra. “Più autonomia dagli USA: urgente la difesa comune” che – di per sé – suona anche bene, ma in realtà può essere interpretata in due modi radicalmente diversi. Quello più ottimista: dopo 2 anni di schiaffi, l’egemonia USA è indebolita e l’Europa approfitta delle circostanze per procedere in direzione della sua tanto agognata indipendenza strategica – senza pestare troppo i piedi a Washington – con la scusa della difesa dalla minaccia immaginaria di Putin, pazzo dittatore che, dall’isolamento, farnetica di avanzare fino a Lisbona; e poi c’è quello più pessimista: la strategia USA ha funzionato benissimo, la rottura tra Europa e Russia non è più conciliabile e il muro contro muro non è più reversibile. Ne consegue che gli interessi geopolitici di USA ed Unione Europea si sono totalmente riallineati e, quindi, è finalmente possibile delegare in toto il lento logoramento dell’Orso Russo all’alleato europeo per poter tornare a concentrarsi sul vero avversario sistemico e, cioè, la Cina. Questa delega totale del fronte occidentale russo all’Europa sarebbe anche facilitata dal fatto che, dopo due anni di declino economico e di deindustrializzazione forzata – con la complicità del ritorno dell’austerità e dell’ordoliberismo nel vecchio continente che impediscono di sostenere la guerra economica ingaggiata dagli USA a forza di incentivi multimiliardari finanziati col debito pubblico per attrarre capitali europei – l’unica carta che rimane da giocare all’Unione Europea per non fallire definitivamente è quella di convertirsi a una specie di nuova economia di guerra, puntando tutto sul riarmo e sullo sviluppo della sua industria bellica. Ovviamente, come sempre accade nella vita reale, queste due interpretazioni radicalmente diverse non vanno pensate come mutuamente escludentesi, ma – da bravi materialisti – come compresenti e in eterno rapporto dialettico tra loro; insomma: sono entrambe vere, e l’esito finale del conflitto tra queste due tendenze non è determinato e prevedibile, ma cambierà a seconda di come si evolve concretamente la situazione reale al di là dei titoli dei giornali e della propaganda che continua a martellare. “Una sconfitta dell’Ucraina” secondo il pensiero magico di Michel “non può essere un’opzione”, e indovinate un po’ come ha intenzione di ribaltare il corso degli eventi? “Coinvolgendo il Sud globale” afferma, e cioè “spiegando che ciò che la Russia sta facendo è estremamente pericoloso per la stabilità del mondo”. E che ce vo’
Intanto martedì scorso, per la terza volta, gli Stati Uniti da soli contro il resto del mondo hanno posto il veto all’ennesima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU che invocava il cessate il fuoco per il genocidio di Gaza; riuscirà il bravo Michel a convincere il Sud globale che lo Stato canaglia dell’ordine globale è la Russia – e non gli USA – in modo da permettergli di fornire agli USA la via d’uscita giusta per scatenare la terza guerra mondiale nel Pacifico?

Charles Michel con un bomba

Il problema della guerra totale che gli USA vogliono ingaggiare contro il resto del mondo – che vorrebbe liberarsi da 500 anni di dominio dell’uomo bianco e chiudere l’era del superimperialismo a stelle e strisce – è che questa guerra si sviluppa contemporaneamente su tre fronti distinti e gli USA, nonostante spendano in armi poco meno che tutto il resto del mondo messo assieme, la forza di vincere contemporaneamente su tre fronti non ce l’hanno, manco lontanamente; l’obiettivo che hanno perseguito negli ultimi anni, quindi, è stato delegare due di questi fronti agli alleati vassalli per concentrarsi interamente su quello fondamentale e, cioè, lo scontro nel Pacifico con l’unica vera grande altra superpotenza globale che loro stessi definiscono per primi, ufficialmente, il loro unico avversario sistemico: la Cina.
Prima ancora che iniziasse la guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, il fronte che gli USA avevano cercato di sbolognare agli storici alleati regionali, in realtà, era stato proprio il Medio Oriente che, in soldoni, significa l’Iran, l’unica potenza regionale di una qualche consistenza a non essere totalmente assoggettata agli interessi statunitensi. Dopo decenni di guerre di invasione dirette, che anche se non avevano avuto esattamente gli esiti sperati avevano, comunque, permesso di ridurre a un ammasso di macerie alcuni degli stati nazionali dell’area – dall’Iraq alla Siria, passando per la Libia -, con Trump gli Stati Uniti accelerano infatti in modo vistoso il ritiro del grosso delle loro truppe dalla regione; il piano è, appunto, quello di delegare il contenimento prima e lo scontro diretto poi contro l’Iran ai proxy regionali – ovviamente in primo luogo Israele, che è l’unica potenza nucleare della regione e che è un vero e proprio avamposto del superimperialismo USA nella regione, ma anche ad emiratini e sauditi, alleati storici degli USA e che, nel frattempo, sono stati armati fino ai denti: con oltre il 5,5% del PIL destinato alla difesa, infatti, da qualche anno gli Emirati Arabi Uniti sono tra i paesi che proporzionalmente spendono di più in armi al mondo e l’Arabia Saudita, stabilmente sopra il 7%, è il campione assoluto – e si tratta, ovviamente, per oltre l’80% di armi made in USA. Questi paesi, insieme al Bahrein e un altro paese che ama molto togliere il pane di bocca alla popolazione per metterlo nelle casse dell’apparato bellico industriale USA e, cioè, il Marocco, avrebbero dovuto cementare la loro alleanza attraverso gli accordi di Abramo, voluti da Trump nell’estate del 2020; nel frattempo, proprio come in Ucraina, Trump faceva di tutto per varcare le linee rosse dell’Iran e spingerlo a qualche azione che avrebbe giustificato una reazione militare vecchio stile da parte dell’alleanza: nel maggio del 2018 ritirava unilateralmente e senza nessuna giustificazione plausibile gli Stati Uniti dal JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano, raggiungendo così due obiettivi: grosse difficoltà per l’economia iraniana, a causa del ritorno al vecchio regime delle sanzioni, e un po’ di panico nella regione per il ritorno della minaccia nucleare di Teheran. Ma era solo l’antipasto: il 3 gennaio del 2020, infatti, con un vero e proprio atto criminale gli USA lanciano un attacco aereo contro l’aeroporto di Baghdad per assassinare il maggiore generale iraniano Qasem Soleimani, l’architetto dell’asse della resistenza, che si era recato in Iraq per un incontro distensivo con i rappresentanti sauditi; l’Iran, però, evita accuratamente di cadere nella trappola e invece di impantanarsi in una nuova escalation, continua a lavorare con pazienza al rafforzamento dell’asse della resistenza che, ancora oggi, sta dando del filo da torcere a Israele e agli USA in tutta la regione. Nel frattempo, visto che il sostegno americano nella guerra in Yemen non sta sortendo chissà quali effetti, i sauditi cominciano a pensare a un piano B anche perché, nel frattempo, è scoppiata la guerra in Ucraina e hanno avuto una prova provata di cosa succede ad affidarsi mani e piedi a Washington: sotto le pressioni anche dell’opinione pubblica – per quel poco che gliene può fregare a un regime feudale premoderno dell’opinione pubblica – continuano a tenersi a debita distanza dagli accordi di Abramo e, nel frattempo, continuano a fare piccoli passi verso una riappacificazione con l’Iran; a spingere verso questa soluzione ci si mette di buzzo buono pure la Cina che, nel frattempo, è diventata di gran lunga il primo partner commerciale e il primo acquirente di petrolio saudita. Gli USA continuano a cercare di seminare un po’ di panico e, nel novembre del 2022, lanciano un allarme su un possibile attacco iraniano in suolo saudita – così, alla cazzodecane, giusto per fa un po’ caciara –, ma anche qui ci prendono 10: pochi mesi dopo, il 10 marzo del 2023, assistiti dalla paziente mediazione cinese iraniani e sauditi si tornano a stringere la mano a Pechino e riavviano le relazioni diplomatiche formali; gli USA, però, non hanno ancora perso le speranze e continuano a sperare nella firma saudita degli accordi di Abramo fino al 7 ottobre, quando l’operazione Diluvio di al Aqsa scombussola nuovamente tutti i piani e – complice l’azione dell’asse della resistenza e, in particolare, di Ansar Allah – obbliga gli USA a rimpelagarsi anima e core nella polveriera mediorientale: un sostegno incondizionato a un massacro genocida di carattere platealmente neocoloniale che, tra l’altro, non fa che rinsaldare il Sud globale e isolare sempre più Washington, ormai sempre più percepita – anche dai paesi più conservatori – come un pericoloso Stato canaglia completamente estraneo a ogni minima idea di diritto internazionale.
Insomma: il primo tentativo di delegare a qualcun altro uno dei tre fronti, direi che non è andato proprio benissimo anche perché, inevitabilmente, non ha fatto che aumentare l’influenza nella regione di Russia e Cina – e senza che nessuna delle due ci dovesse impiegare chissà quali risorse; d’altronde, è esattamente quello che succede quando i tuoi piani egemonici sono in palese contrasto con gli interessi dei popoli: mentre te impieghi risorse ingenti – e senza manco lontanamente raggiungere i tuoi obiettivi – agli altri gli basta tenersi in disparte e non rilanciare per essere visti come dei veri e propri salvatori della patria e ampliare così la loro influenza a costo zero. Andare contro il corso naturale della storia ha un costo altissimo che solo un impero al massimo della sua forma è in grado di sostenere, e al massimo della sua forma l’impero USA – così, a occhio – non lo è più da qualche tempo.
La lotta contro il declino dell’insostenibile egemonia USA in Medio Oriente, a un certo punto, sembrava addirittura stesse indebolendo la presa degli USA su quelli che, più che alleati (in particolare negli ultimi 2 anni), si sono rivelati veri e propri vassalli e, cioè, i paesi europei che, almeno di facciata – a partire proprio dalle votazioni all’Assemblea Generale e anche al Consiglio di Sicurezza dell’ONU – sembravano cominciare a prendere le distanze; probabilmente non avevano alternative: a differenza degli USA, dove – nonostante si sia sviluppato un movimento di solidarietà alla Palestina senza precedenti – la lobby sionista tiene letteralmente in pugno entrambi i probabili candidati alle prossime presidenziali, in Europa, alla vigilia del voto per il parlamento di Strasburgo, pestare un merdone sulla questione palestinese potrebbe essere determinante. La pantomima, però, sembra essere durata poco: al Summit di Monaco la Davos della difesa, come è stata ribattezzata – a parte qualche slogan inconcludente, da parte dell’Europa sul genocidio si è deciso di stendere un velo pietoso; tutta l’attenzione, invece, si è rivolta verso il fronte ucraino e sulla volontà dei vassalli europei di non spezzare il cuore ai padroni di Washington, come hanno fatto quegli irriconoscenti dei sauditi. Come sosteniamo sin dall’ormai lontano febbraio del 2022, infatti, la guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina può essere letta proprio come il tentativo USA di appaltare ai vassalli europei una lunga guerra di logoramento che tenga occupata Mosca e le impedisca, qualora fosse necessario, di garantire all’amico cinese il suo sostegno in caso di escalation nel Pacifico; ci stanno riuscendo?
Sinceramente, se ce lo aveste chiesto anche solo poche settimane fa avremmo risposto, in soldoni, di no; le ultime dichiarazioni – sulla falsariga di quelle rilasciate al Corriere da Charles Michel – però, ci stanno facendo sorgere più di qualche dubbio: l’idea che ci eravamo fatti, infatti, era che di fronte alla sostanziale debacle della NATO in Ucraina, il piano USA di spezzare definitivamente il processo di integrazione economica tra Unione Europea e Mosca fosse probabilmente destinato – almeno nel medio – lungo periodo, dopo una prima fase di innegabile successo – a essere reinvertito. In questi due anni, infatti, l’economia europea ha pagato un prezzo gigantesco e gli USA, che sono anche alle prese con una faida interna di dimensioni mai viste, non hanno fatto assolutamente niente di niente per condividere l’onere, anzi! Non solo si sono fatti d’oro con l’export di gas naturale liquefatto e hanno garantito un vantaggio competitivo enorme alle loro aziende proprio a partire dalla diversa bolletta energetica, ma hanno anche rincarato la dose oltre ogni limite con un’ondata di politiche protezionistiche senza precedenti e con una quantità di quattrini pubblici spropositata per attirare sul suolo americano tutti gli investimenti che le aziende, invece, non hanno nessunissima intenzione di fare nel vecchio continente; un fuoco incrociato al quale non siamo in nessun modo in grado di reagire: mentre gli USA, infatti, fanno i neoliberisti col culo degli altri (ma si sono tenuti ben stretta una Banca Centrale che funziona da prestatore di ultima istanza e che è in grado di monetizzare il gigantesco debito USA ogni volta che serve), l’impianto ordoliberista dell’Unione Europea ci impedisce di provare a tornare a crescere facendo debito. I capitali – noi – li dobbiamo cercare su quelli che la propaganda chiama mercati ma che, in realtà, non sono altro che i grandi monopoli finanziari privati che sono tutti made in USA, e i risultati si vedono: da due anni a questa parte la crescita USA, alla prova dei fatti, si è sempre dimostrata migliore delle aspettative; quella europea e, in particolare, quella tedesca, peggiore, di parecchio.

Angela Merkel con Vladimir Putin

L’Europa, nel frattempo, ha cercato di tenere botta differenziando l’approvvigionamento energetico, ma con il Medio Oriente in fiamme e sull’orlo di una guerra regionale non è che sia esattamente una passeggiata; ora, in questo contesto, Putin in Ucraina ci sta asfaltando e piano piano la questione Ucraina era stata vistosamente allontanata dai riflettori, relegata in qualche trafiletto nelle pagine interne: sembrava la tempesta perfetta per imporre all’Europa di sconigliare senza dare troppo nell’occhio e tornare alle posizioni espresse di nuovo, nell’autunno scorso, da Angela Merkel sulla necessità di un nuovo assetto della sicurezza continentale concordato con la Russia, che facesse da apripista alla fine delle sanzioni e al ritorno a rapporti economici sensati. D’altronde, da qualche tempo a questa parte, sembrava si stesse preparando il terreno: il bilancio disastroso delle sanzioni – che era chiaro sin dal principio, ma veniva dissimulato dalla propaganda con millemila puttanate – era stato sostanzialmente sdoganato; nelle ultime settimane e, in particolare, negli ultimissimi giorni, questa traiettoria però sembra di nuovo allontanarsi – e non mi riferisco certo solo alla strumentalizzazione senza pudore fatta della vicenda Navalny, che probabilmente era del tutto inevitabile. Il punto principale, piuttosto, è tutta questa retorica sulla corsa al riarmo europeo che ha tenuto banco, in particolare, proprio al Summit di Monaco e che – fattore ancora più preoccupante – è stata cavalcata in particolare proprio dalla Germania: la Germania, infatti, è in assoluto il paese che è ha subìto le conseguenze economiche più pesanti e quello che avrebbe più interesse a ricercare un nuova distensione con Putin, come suggerito da Angelona Merkel; il fatto che sia quello che, più di tutti, spinge sull’acceleratore dell’escalation, a nostro modesto avviso segnala che, oltre alla propaganda alla Navalny, c’è probabilmente qualcosa di molto più profondo. Del rischio che la Germania veda in una sorta di nuova economia di guerra, tutta focalizzata sull’industria bellica, l’unica via di uscita dal suo inesorabile declino industriale abbiamo parlato già ieri in questo video; qui volevamo aggiungere giusto un altro spunto di riflessione perché, come afferma proprio Charles Michel al Corriere, noi europei “stiamo lavorando duramente per convincere gli Stati Uniti a fare ciò che è necessario. Ma le esitazioni del Congresso – e il fatto che l’ex presidente Trump partecipi alla campagna elettorale – ci devono far capire che in futuro dovremo contare molto di più sulla nostra capacità”. Ora, questo sforzo per poter fare a meno degli USA, ovviamente, parte dalla situazione Ucraina dove, sottolinea Michel, “esiste solo un piano A: il sostegno all’Ucraina”, ma questa potrebbe essere solo la scusa, diciamo; sinceramente, nonostante non ritenga né Michel né nessuno dei suoi colleghi esattamente una cima, mi voglio augurare che non siano così rintronati da pensare di ribaltare le sorti della guerra con armi che riusciranno a produrre tra 5 anni e, come ha detto Michel stesso senza senso del pudore, “coinvolgendo anche il Sud globale”; piuttosto, quella che temo si stia facendo strada in Europa è proprio quello che ventilava mercoledì scorso anche Il Manifesto parlando della Germania e cioè, appunto, l’idea che per salvare la nostra industria non ci rimanga che concentrare tutti gli sforzi nell’industria bellica e che, per finanziarla, non ci rimanga che intraprendere la strada che porta a una sorta di nuova economia di guerra. D’altronde, è anche l’architettura istituzionale delirante che ci siamo dati a imporcelo: senza Banca Centrale prestatrice di ultima istanza in grado di monetizzare il debito e in balìa dei monopoli finanziari privati USA, ci possiamo indebitare soltanto per finanziare quello che piace anche a loro e quindi, in ultima istanza, quello che rientra nell’agenda del superimperialismo a stelle e strisce; e, di sicuro, non gli piace se facciamo debito per sviluppare una nostra industria tecnologica o una nostra transizione green che metta a repentaglio il primato che stanno cercando di ricostruirsi a suon di incentivi miliardari. Invece se li buttiamo tutti in industria delle armi – che usiamo esclusivamente per tenere occupata e logorare la Russia – quello gli va bene, eccome, e quindi se po’ fa: è l’unico tipo di microrilancio economico che il nostro padrone ci concede.
Anzi, no, non è l’unico: ce n’è pure un’altra, che peggio mi sento; lo ricorda lo stesso Michel, sempre nella stessa intervista: per una nuova corsa agli armamenti, afferma, ovviamente serve “supporto finanziario” e per trovarlo, sottolinea, “stiamo lavorando per cercare di usare gli asset russi congelati”. Ora, intendiamoci, io non ho niente contro gli espropri, quelli proletari però: ogni asset preso da un oligarca e nazionalizzato manu militari per me è sempre una conquista – io, ad esempio, lo farei domattina con tutti gli stabilimenti Stellantis e l’avrei fatto, a suo tempo, con l’ex ILVA. Qui, però, la faccenda è un’altra: si tratta di rapinare un bene privato per consegnarlo a un altro privato, esattamente com’è successo con la raffineria della Lukoil a Priolo ed esattamente come sta facendo la Germania con la raffineria del Brandeburgo e con tutta la rete gestionale della Rosneft distribuita tra Germania, Polonia e Austria per un valore complessivo, riporta Hadelsblatt, di circa 7 miliardi di dollari; come commenta sarcasticamente John Helmer sul suo blog, “Finché possono rubare o distruggere le risorse russe a ovest dell’Ucraina, la guerra non finirà” e “Il partito tedesco che meglio garantirà di continuare questo furto per l’arricchimento dei dirigenti e degli azionisti tedeschi vincerà le prossime elezioni”.
Insomma: un’economia di guerra e di rapina, alla faccia del giardino ordinato; impossibilitati a recuperare il terreno economico e produttivo perduto, in questi mesi si stanno mettendo le basi per un’Europa completamente diversa da quella che abbiamo già conosciuta e – sembra difficile crederlo – incredibilmente peggiore. Per evitare che tutto salti per aria, allora, ovviamente c’è bisogno di un supporto propagandistico ed ideologico di tutto rispetto e questo supporto, questa giustificazione, non può che essere uno stato di guerra permanente a medio – bassa intensità sostenuto da tutta la propaganda sul grande pericolo immaginario che arriva da Est; cioè, per tenere in piedi l’Europa dell’industria bellica e dell’economia di guerra che ci stanno prospettando, la guerra alla Russia non è un’ipotesi, non è un’eventualità: è proprio una necessità vitale. Dall’alto del nostro suprematismo del tutto ingiustificato, prendevamo per il culo i popoli arabi e le condizioni di vita indecenti che si fanno imporre dai loro regimi autoritari, al punto da dichiarare unica democrazia dell’area un stato fondato sul genocidio e l’apartheid, e poi ci siamo fatti ingroppare senza vasellina come loro non hanno permesso. Sarebbe arrivata l’ora di ritrovare un po’ di dignità e rovesciare completamente il tavolo prima che sia troppo tardi; per farlo, abbiamo bisogno di lasciarci alle spalle la guerra di propaganda a suon di armi di distrazione di massa tra sinistra ZTL e destra negazionista e reazionaria e mettere in piedi un vero e proprio media popolare, ma autorevole, che dia una prospettiva alle aspirazioni concrete del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Charles Michel

SCANDALO NEWSGUARD: come l’intelligence paga un’azienda privata per censurare i pochi giornalisti rimasti.

NewsGuard è un’estensione per browser internet, che ti aiuta a rimanere sempre al passo con la propaganda suprematista. Il programma infatti contrassegna le pagine web che apri con un distintivo: quando è rosso vuol dire che è una fake news, e quando è verde invece che piace ai re David, sia Puente che Parenzo, e pure all’intelligence USA.

NewsGuard infatti nel settembre del 2021 ha firmato un contratto da 750 mila dollari con il Dipartimento della Difesa USA nell’ambito di un programma che si chiama “misinformation fingerprints”, le impronte digitali della disinformazione, dove per disinformazione si intende quello che non coincide con la narrazione ufficiale del Pentagono e della Casa Bianca e il risultato si vede.

Nel sito italiano di NewsGuard,ci sono elencate le bufale che hanno smascherato da quando è iniziata questa nuova fase della pulizia etnica di Israele contro la popolazione palestinese,che uno pensa subito: “ah, meno male!” ci troverò due cose sensate sulla bufala gigantesca delle teste dei bambini mozzati che ha occupato le prime pagine di tutti i giornali italiani, oppure il debunking di tutte le fake news spacciate dai sostenitori del genocidio per attribuire così un po’ alla cazzo la tragedia dell’ospedale di Al-Ahli a un errore di Hamas, macchè! solo ed esclusivamente roba filo-Israeliana, e filo-Usa.
Perchè noi civiltà superiore mica siamo come gli untermenschen arabi, certe cose non le facciamo, che uno allora dice, eh vabbè, che danni farà mai, tanto uno che si scarica una roba del genere sul browser quello vuole: solo pura e sana propaganda suprematista ufficiale occidentale.

Purtroppo però grazie a un po’ di sano lobbysmo NewsGuard, sopratutto negli USA, è diventato uno strumento piuttosto diffuso anche nelle istituzioni, incluse numerose librerie e università, e tramite un accordo con Microsoft, pure a parecchi insegnanti e associazioni di insegnanti.
D’altronde, la potenza di fuoco di NewsGuard è tanta roba, lungi dall’essere un ente benefico, è una società privata dalle spalle larghe, tra i fondatori infatti c’è Publici Groupe, il colosso francese della pubblicità e del marketing, una tra le 5 principali aziende del settore al mondo.

Quindi riassumendo: c’è un’azienda privata oligopolista che su mandato dell’intelligence USA dice alle università e alle insegnanti cosa è vero e cosa è falso, cosa mai potrebbe andare storto?

Nell’ambito di questa attività di censura per conto della propaganda di governo USA, nel settembre del 2022 NewsGuard, ha individuato 6 articoli che contenevano “fake news” da parte di una piccola ma prestigiosa e combattiva testata indipendente americana.La testata in questione si chiama Consortium News, e chi segue Ottolina ne ha già sentito parlare svariate volte, è stata fondata a fine anni ‘90 da Robert Parry, il mio amico Robert Parry, tristemente venuto a mancare nel 2018 dopo una lunga malattia.

FOTO: Diane Duston, Associated Press.

Forse definirlo un altro Seymour Hersh potrebbe essere un po’ eccessivo, ma ci manca poco.
Ex reporter di Associated Press e Newsweek infatti, il buon Robert, aveva rivestito un ruolo fondamentale nello smascherare alcuni dei retroscena più inquietanti dell’operazione Iran-Contra.
Si deve a lui ad esempio, la conoscenza del ruolo ricoperto nello scandalo da Oliver North, già membro del consiglio per la sicurezza nazionale, e gran regista della vendita di armi all’Iran per finanziare le attività dei contras, le feroci milizie nicaraguensi che tentarono di far precipitare nel sangue la gloriosa rivoluzione sandinista attraverso innumerevoli agguati terroristici.

Grazie a queste inchieste Parry è stato insignito, come d’altronde anche seymour hersh, del prestigioso George Polk Award, l’unico vero premio giornalistico che significhi davvero qualcosa al mondo.
Proprio come Hersh, Parry, nonostante la sua brillante carriera, ha un certo punto decide di sbattere la porta in faccia al mainstream, che negli anni ha smesso di finanziare inchieste importanti che vanno contro la narrazione ufficiale del governo, e insieme a un gruppo di prim’ordine di giornalisti indipendenti ha deciso di fondare una sua testata che non accetta finanziamenti né dai governi, né dagli inserzionisti, e già questa cosa da sola probabilmente agli occhi di affaristi spregiudicati come quelli di NewsGuard deve suonare di per se come una fake news. Oggi a guidare Consortium News c’è un altro pezzo da novanta: si chiama Joe Lauria, firma di peso prima del New York Times, poi del Boston globe e infine anche del Wall Street Journal. Il cda di Consortium News poi sembra un vero e proprio museo del giornalismo: dal premio pulitzer Christopher Hedges, al recentemente defunto Daniel Ellsberg, il più importante whistleblower della storia degli USA, fino a John Pilger, vincitore per due volte del titolo di miglior giornalista d’inchiesta del Regno Unito. Ma niente che possa scoraggiare i David Puente di oltreoceano, che hanno individuato appunto 6 fake news che al gotha del giornalismo indipendente globale erano sfuggite, e cioè, le seguenti:

  1. Washington nel 2014 avrebbe sostenuto un colpo di stato a danno di un governo democraticamente eletto in Ucraina.
  2. il governo ucraino avrebbe adottato politiche genocide nei confronti delle minoranze russofone
  3. la NATO in Ucraina starebbe armando un regime infestato di neonazisti.
  4. il bombardamento di Douma, in Siria, era una false flag sfociata poi in bombardamenti illegali e illegittimi da parte dei governi di  USA, UK e Francia.
  5. il Russiagate era una bufala.

Faccio sinceramente parecchia fatica a vederci anche solo mezzo errore. Ma d’altronde, in un mondo dove la Russia si autobombarda i gasdotti, fa la guerra con le pale, e per giustificare lo sterminio di centinaia di migliaia di civili inermi basta una fialetta di borotalco da agitare all’ONU come se fosse un’arma chimica, posso capire che, anche solo suggerire che le cose non siano andate esattamente come ce le hanno raccontate eserciti di pennivendoli a libro paga, e senza nessuna credibilità professionale possa risultare sconveniente.
Ma la cosa più divertente è che sulla base di questi 6 articoli, NewsGuard ha segnalato come inattendibili tutti gli oltre 20 mila articoli dell’archivio di Consortium News.

Di ritorno da Tel Aviv, dove era andato a rimarcare con forza il sostegno incondizionato degli USA al genocidio perpetrato da Israele contro i civili palestinesi, Rimbambiden ha lanciato un accorato appello alla nazione:
“è in momenti come questo”, ha dichiarato, “che dobbiamo ricordare: dobbiamo ricordare chi siamo. Siamo gli Stati Uniti d’America. Gli Stati Uniti d’America”. Non mi sto sbagiando io eh. E’ proprio lui che deve ripetere tutto due volte. La prima se la scorda mentre parla. “E non c’è niente, niente”, altra ripetizione, “che vada oltre le nostre capacità se lo facciamo insieme”

E’ da un po’ che a Rimbambiden gli è presa la scimmia di ripetere ogni tre per due questo concetto,”siamo i più forti”, “siamo invincibili”, siamo stocazzo!
Ma come sottolinea sempre il nostro mitico Dall’Aglio, quando uno si sente in dovere di ripetere in ogni occasione quanto è forte e invincibile, c’è una buona probabilità che sotto sotto tanto forte e invincibile non si senta più.
D’altronde, gli indizi diciamo che non gli mancherebbero, purtroppo però è proprio quando uno comincia a realizzare che l’era “dell’io sono io e voi non siete un cazzo” sta volgendo al tramonto, che potrebbe essere spinto ai gesti più sconsiderati.

Fino ad oggi, ci siamo sempre lamentati di quanto sia falsa e ipocrita la retorica dell’occidente come luogo di libertà e di pluralismo, e di come in realtà la proprietà dei mezzi di produzione del consenso in mano a un manipolo di oligarchi ostacoli il dissenso e il pensiero critico.
A breve però potremmo ricordare questa epoca di dittatura dolce del pensiero unico con una certa nostalgia.
Quel che rimane della retorica liberale, mano a mano che la situazione continua a sfuggire di mano, potrebbe diventare un lontano ricordo, la Grande svolta autoritaria del finto liberalismo del nord globale è ormai dietro l’angolo, ed è arrivata l’ora di costruire la resistenza.

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e chi non aderisce è David Puente