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Tag: delocalizzazione

ARIDATECE L’ACCIAIO DI STATO – perchè lo scandalo Ex Ilva dimostra che i privati non servono

Carissimi ottoliner, anche oggi abbiamo un altro scoop incredibile: l’ex ILVA è nella merda. E’ veramente una notizia incredibile: cioè, per rimediare ai terribili sprechi dei carrozzoni pubblici, negli ultimi 30 anni abbiamo dato le chiavi di casa della siderurgia italiana al meglio del meglio della grande imprenditoria privata, sempre così smart e meritocratica, e non è servito a una seganiente. Il modo in cui, negli anni, c’è stata raccontata la vicenda dell’ILVA sarebbe una vera barzelletta se non fosse una gigantesca tragedia, doppia, anzi tripla: una tragedia per i 20 mila lavoratori coinvolti direttamente, tra Acciaierie d’Italia e indotto, un’altra per tutta la popolazione che vive nei paraggi, decimata da tumori e leucemie che non sono il frutto del destino cinico e baro ma di un vero e proprio furto ad opera di una manciata di oligarchi, e un’altra ancora per l’intera economia italiana che si condanna ancora una volta al declino, all’irrilevanza e alla sudditanza.

L’ILVA e le sue emissioni

La storia di odio e amore tra Taranto e l’acciaio ha inizio ormai oltre 60 anni fa e – al netto di tutte le contraddizioni – vista con gli occhi di oggi sembra una storia di fantascienza e odora di socialismo da mille miglia di distanza: il più grande e moderno impianto siderurgico dell’intero vecchio continente nel cuore di una delle aree più arretrate in assoluto di tutto il vecchio continente; una vittoria storica della sinistra democristiana di Fanfani, delle sinistre e del sindacato contro il grande capitale privato – da FIAT a Falck – che quel polo l’avrebbero voluto privato e a Vado Ligure perché, nella logica capitalistica di allora, i soldi dovevano essere investiti solo laddove c’erano già abbastanza soldi e gli altri dovevano accompagnare solo.
l’ILVA di Taranto è una vera e propria eresia, una delle massime espressioni dello stato sviluppista che la controrivoluzione neoliberista ha smantellato, lasciandoci tutti con le pezze al culo; i primi anni dell’allora Italsider sono una specie di piccolo sogno idilliaco del migliore socialismo reale: l’acciaieria, tra lavoro diretto e indotto, garantisce un lavoro sicuro e un tenore di vita dignitoso a oltre 40 mila famiglie, più di quante ve ne siano complessivamente in città e, soprattutto, garantisce all’Italia tutto l’acciaio che serve per sostenere quell’incredibile miracolo economico che ha trasformato l’intero paese nell’arco di meno di trent’anni. Ma le belle storie, purtroppo, durano sempre troppo poco.
Quindi, riassumendo, lo Stato ha fatto un gigantesco investimento per portare sviluppo economico in un’area del paese che il capitale privato schifava completamente; ha permesso a tutto il paese di crescere a ritmi cinesi anche alle aziende private che avevano l’opportunità di comprare tutto l’acciaio di qualità che gli serviva a prezzi d’occasione. Poi il ciclo dell’acciaio è entrato in crisi per fattori che non c’entravano niente con la gestione pubblica, e la gestione pubblica non solo ha tenuto botta, ma ha pure continuato a investire; poi il ciclo dell’acciaio ha cambiato corso, ma purtroppo ha cambiato ciclo pure la politica: alla democrazia moderna fondata su sviluppo e redistribuzione è subentrata la dittatura neoliberale fondata sul furto di ricchezza da parte di un manipolo di oligarchi. E così dopo aver assorbito perdite per anni, quando c’era da passare all’incasso quell’incasso si decide di regalarlo tutto a una famiglia di prenditori, e a rimetterci non è solo il sistema paese in generale ma, molto in concreto, le persone che l’acciaieria ce l’hanno come vicina di casa perché, nonostante l’azienda macinasse fatturati, gli investimenti per adeguarsi alle leggi ambientali che mano a mano venivano fuori non ci sono mai stati. Chiara la differenza? Anche l’Italsider – come si chiamava quando era ancora pubblica – inquinava, non emetteva fiorellini, ma all’epoca le leggi non c’erano e non gliene fregava un cazzo a nessuno. E quando le leggi sono continuate a non esserci ma a qualcuno un po’ più sveglio è cominciato a fregargliene qualcosa, non c’erano i quattrini perché il mercato mondiale dell’acciaio era in crisi nera. Quando da pubblica è diventata privata, invece, c’erano sia le leggi che i quattrini ma, appunto, era privata e i privati i quattrini se li intascano e le leggi le aggirano, soprattutto se lo Stato è connivente.

Emilio Riva

E qui lo Stato ai Riva gli ha sempre steso tappeti rossi, a partire dal nostro Silvione nazionale, che il patron dell’ILVA – noto falco liberista – premiava lautamente con donazioni al partito: 245 mila euro solo nel 2007, anche se va detto che 100 mila euro, giusto per cadere sempre in piedi, li aveva dati anche al PD di Bersani, e la cosa più brutta è che so pure pochi; la sudditanza agli interessi privati questi te la garantiscono pure gratis, tutto sommato, e non è che dovessero chiedere l’impossibile, eh? Bastava copiare: 10 anni prima infatti, per fare un esempio, a Duisburg la ThyssenKrupp era stata costretta a trasferire tutti i forni a coke, che trasformano il carbon fossile nel combustibile per gli altiforni, lontano dalla città; costo dell’operazione 800 milioni, tutti a carico dell’azienda. Ma non solo: il governo regionale, infatti, impone all’azienda anche di fare tutti gli interventi necessari per risolvere il problema del benzopirene, che è il principale responsabile dei tumori; tutti problemi che a Taranto oltre 20 anni dopo sono ancora lì, dopo anni e anni di cassa integrazione a spese dello Stato e una quantità di vittime da crimine di guerra.
Ciononostante, quando alla fine i Riva se ne sono dovuti andare per l’intervento della magistratura, al governo mica hanno detto “rega’, amo fatto ‘na cazzata” e sono tornati sui loro passi: macché. Hanno rilanciato, e l’ILVA l’hanno data a un’azienda che ha interessi di ogni genere tranne che rilanciare la siderurgia italiana; un’azienda che ha il cuore in India e la sede centrale in Lussemburgo: il suo capo si chiama Lakshmi Mittal, famoso per il braccino corto negli investimenti e per la manica larga nei matrimoni dei figli; sommando, tutti e tre gli sarebbero costati circa 150 milioni di dollari, più di quanto abbia mai investito a Taranto per risolvere la questione ambientale e quindi, a cascata, anche quella produttiva. Doveva riportare Taranto a 8 milioni di tonnellate di acciaio l’anno: nel 2023 si è fermato abbondantemente a meno di 4. Forse una soluzione potrebbe essere mandare quelli che si sono succeduti al governo in questi 12 anni a lavorare un po’ agli altiforni e gli operai dell’ex ILVA mandarli a Palazzo Chigi; sembra abbiano le idee più chiare: quando circa un anno fa sono stati chiamati a esprimersi sull’ipotesi nazionalizzazione non hanno avuto molti dubbi: hanno votato a favore 98 su 100.
Adolfo Urso, che ieri si è presentato al Senato cercando di passare come uno che era stato nominato poche ore prima, aveva qualche dubbio in più. Durante tutto questo anno il governo è rimasto a guardare impassibile mentre Arcelor Mittal accumulava bollette energetiche non pagate per 300 milioni, e non si capisce bene quanti debiti con i fornitori dell’indotto che, fino a ieri, sono rimasti in piedi solo grazie ai soldi anticipati dalle banche a fronte delle fatture da riscuotere da Acciaierie d’Italia (che però ora sono considerate carta straccia) e gli anticipi non arrivano più, e a rischiare lo stipendio sono circa in 3000. Nonostante l’attività ridotta, i livelli di benzene rilevati dall’ARPA sono fuori controllo e la sicurezza sul lavoro è al limite per la mancata manutenzione; e ora che solo per tirare avanti la carretta ci vogliono subito 320 milioni e, fra poco, un altro miliardo, ecco che – finalmente – fuori tempo massimo il governo si sveglia. La proposta di Arcelor Mittal è esilarante: sostanzialmente chiede al governo di metterci tutti i soldi lui, di tornare ad essere azionista di maggioranza, ma di lasciare a Arcelor Mittal il 50% del diritto di voto; un affarone!

L’ex sede di Arcelor Mittal in Lussemburgo

Ora, io voglio essere ottimista e voglio pensare che non si arriverà a questo eccesso; quello che invece mi sento abbastanza sicuro di anticipare è che, anche a questo giro, il governo interverrà con i soldi dei cittadini, ma invece che usarli per ridare finalmente all’economia italiana acciaio di qualità e a prezzi ragionevoli per rilanciare l’industria, si limiterà ancora una volta a ripianare i buchi lasciati dai privati e, quando l’azienda tornerà ad essere remunerativa, a ridarla a qualche privato che la spolperà di nuovo nell’arco di qualche anno. E questa, tutto sommato, non è nemmeno l’ipotesi peggiore perché l’ipotesi peggiore è che proprio si rinunci all’acciaio di Taranto; d’altronde che te ne fai dell’acciaio quando puoi affittare il garage su airbnb e aprire la dodicesima gelateria artigianale della tua strada? Inoltre il problema della sicurezza della fornitura d’acciaio per l’industria nazionale potrebbe essere serenamente superato dagli eventi: come riportava Il Fatto Quotidiano ieri, i dati consolidati di novembre confermano un calo della produzione industriale per il decimo mese di fila e a prendere le mazzate più grosse è proprio il mezzogiorno che, a questo punto, dovrebbe davvero separarsi dal resto dell’Italia e fondare la prima repubblica autonoma fondata sui camerieri stagionali al nero.
D’altronde, la guerra di questo governo contro il Sud è ormai a tutto campo; dopo aver consegnato ai padroncini alla continua ricerca di gente disperata pronta ad accettare 5 euro all’ora al nero il trofeo dell’eliminazione del reddito di cittadinanza, finalmente hanno deciso di alzare ulteriormente l’asticella: “Tagliati 3,7 miliardi di euro destinati al Sud” titolava ieri Il Domani. “Salvini sceglie il ponte e abbandona le scuole”; il riferimento è al famoso fondo perequativo infrastrutturale: aveva in dotazione 4,6 miliardi per cosucce da niente come strade, rete idrica e trasporti. Era stato varato nel 2009 nientepopodimeno che da Roberto Calderoli: una mancetta per convincere gli alleati meridionali a ingoiare la pillola del federalismo fiscale. Peccato che, per oltre 10 anni, non sia mai arrivato il decreto attuativo; per vederlo ritirare fuori si è dovuto aspettare Giuseppe Conte, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo e il: i fondi sono comunque rimasti lì bloccati altri 3 anni e, visto che erano bloccati, ora il governo ha deciso di ridurli ad appena 900 milioni.
Comunque non vorrei sembrarvi troppo pessimista: ieri non ci sono state solo brutte notizie; ce ne sono state anche di pessime come quella che è arrivata da Trieste, dove è definitivamente saltato il tavolo delle trattative per la crisi della Wartsila, nel silenzio generale. Se n’è accorto solo Il Manifesto: “Wartsila se ne va: 300 a casa. Buio assoluto per l’indotto”; la produzione di motori marittimi verrà delocalizzata e non in Vietnam, ma in Finlandia. Che poi è strano: “Occupazione record, l’Italia cresce” titolava infatti entusiasta Il Giornanale mercoledì scorso; com’è possibile che qui chiude tutto e l’occupazione vola? Beh, come riporta – sempre con altrettanto entusiasmo – l’organo ufficiale dei trumpiani italiani La Verità “senza il reddito dei 5 stelle è caccia al lavoro, occupati cresciuti di mezzo milione”. Peccato però che occupati non significa anche pagati; ora voi pretendete troppo: come ricordava proprio mercoledì ancora l’ISTAT, infatti, 1,3 milioni di lavoratori italiani guadagnano meno di 7,8 euro lordi e, addirittura, il 30% di chi ha un lavoro part time o a tempo determinato meno di 9,4 euro lordi. Per questi effettivamente l’acciaio non serve.
Ora, chi ci segue sa benissimo che siamo ossessionati dal realismo politico fino alla democristianaggite acuta; le paraculate dei neneisti non ci sono mai piaciute e nemmeno di chi la spara altissima sulla moglie ubriaca e la botte piena e poi, regolarmente, si ritrova cornuto e assetato, ma qui c’è poco da scegliere il male minore. Non ce n’è di male minore: vogliamo l’acciaio e lo vogliamo pulito: già i 20 mila posti di lavoro tra diretti e indotto in una realtà come quella di Taranto, ovviamente, dovrebbero valere più di qualsiasi restrizione di bilancio o fede ideologica, ma qui siamo ben oltre. I 20 mila posti di lavoro non sono manco l’aspetto più importante: l’aspetto più importante è che non esiste potenza industriale senza acciaio e non esiste democrazia moderna senza potenza industriale.
Contro la deriva di un paese fondato sulla pizza al taglio, le concessioni balneari in deroga e gli scantinati affittati su aribnb ci vuole una vera rivolta popolare e un vero e proprio media che sia in grado di darle voce. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Adolfo zerbino Urso

LA DISFATTA – Gaza, Ucraina, Vietnam: per l’Imperialismo USA la débâcle è MONDIALE

Dopo il settecentesimo voto all’ONU di praticamente tutto il resto del mondo contro l’asse del male USA – Israele – Ucraina più qualche isola della Micronesia, Zio Biden finalmente è stato costretto a far finta di fare la predica a Netanyahu. L’obiettivo? Convincerlo ad accontentarsi di questi 10 mila bambini trucidati e tornare a cancellare la Palestina dalla storia, come era buona usanza prima del 7 ottobre: in silenzio, senza fare troppo rumore, un insediamento illegale e una nuova legge segregazionista alla volta. Nel frattempo, anche per la retorica bellicista in Ucraina è arrivato il momento di fare un passo indietro; d’altronde basta chiedere ai mezzi di produzione del consenso di cambiare, dal giorno alla notte, il senso della parola vittoria: fino a ieri significava riconquistare tutti i territori persi dopo il 24 febbraio (e pure la Crimea). Oggi, come ha affermato il capo del consiglio di sicurezza ucraino Danilov alla BBC, “Già aver continuato a combattere per due anni può essere considerato una vittoria”; e senza l’approvazione di un bel pacchetto di aiuti sostanzioso, il rischio immediato – nei prossimi mesi – è ritrovarsi con un’Ucraina in bancarotta e senza manco più l’accesso al mare.
Anche in Asia le cose vanno peggio del previsto; il Vietnam, ad esempio, veniva annoverato tra le punte di diamante di quella che veniva definita l’Alt Asia, e cioè i paesi in via di sviluppo asiatici che potevano diventare la nuova Cina: altrettanto convenienti, ma molto più docili nei confronti dell’Occidente. Evidentemente, a Washington di cominciare a capire che il mondo è cambiato continuano a non averne molta voglia; l’era delle repubbliche delle banane nel Sud del mondo, infatti – temo – è tramontata per sempre e i paesi sovrani di essere arruolati in qualche schieramento non ne vogliono sapere. Ed ecco così che martedì, ad Hanoi, veniva accolto in pompa magna Xi Dada per inaugurare una nuova stagione di partnership strategica ai massimi livelli tra i due paesi. Attenzione, però: questo non significa che il Vietnam abbia deciso di schierarsi con la Cina; ha deciso piuttosto, appunto, di fare i suoi interessi. Il punto, però, è che un mondo di stati sovrani che fanno i loro interessi e dialogano alla pari con tutti è proprio il mondo che vorrebbe la Cina. E l’incubo degli USA che ormai, ogni giorno che passa, sembrano sempre più intrappolati tra l’incudine e il martello: da un lato vorrebbero continuare a imporre al mondo l’ordine unipolare creato dalla globalizzazione neoliberista dove, al centro, c’è il loro impero finanziario e tutt’attorno gli altri, che possono accompagnare solo; dall’altro, però, dopo aver toccato con mano il fatto che dopo 40 anni di finanziarizzazione non hanno più un’industria in grado di sostenere una guerra contro un’altra grande potenza, vorrebbero “make america great again”.
Il rischio serio è che non abbiano più gli strumenti per perseguire né l’uno né l’altro obiettivo; per l’Occidente collettivo, abituato a dominare incontrastato con la forza il pianeta da ormai 5 secoli, sembra quasi essere una prospettiva inverosimile: ed eccoli, così, che si rifugiano nel mondo incantato della post verità. Lunedì, al senato, Fratelli d’Italia ha organizzato un seminario: “I vantaggi di un mondo post Russia”, era il titolo. E se fosse arrivato il momento giusto per mandarli tutti a casa?
Martedì scorso è tornata in scena l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, chiamata a riunirsi di nuovo in via straordinaria dopo poco più di un mese dal voto del 26 ottobre: sul piatto, ovviamente, c’era – di nuovo – la risoluzione per la richiesta di un cessate il fuoco immediato a Gaza. Venerdì scorso, infatti, per la quinta volta dall’inizio del conflitto il veto USA a sostegno della guerra di Israele contro i bambini di Gaza aveva impedito al consiglio di sicurezza di prendere una decisione; e così la palla torna all’assemblea generale, dove gli USA e l’asse del male dei paesi che appoggiano lo sterminio della popolazione civile di Gaza avevano basse aspettative. Già il 26 ottobre, infatti, erano stati messi in minoranza e l’assemblea aveva approvato la risoluzione per un soffio: 120 favorevoli contro 14 contrari e 45 astenuti. Per approvare una risoluzione relativa a conflitti in corso, l’assemblea generale dell’ONU – infatti – deve superare la maggioranza qualificata dei due terzi che, a quel giro, era stata superata di appena un voto e, da allora, per il Nord globale e per i sostenitori dello sterminio unilaterale come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali le cose non hanno fatto che peggiorare. Il 7 novembre scorso, infatti, si era riunito il terzo comitato dell’Assemblea Generale dell’ONU, responsabile delle questioni relative agli affari sociali e ai diritti umani; l’Occidente collettivo aveva votato compatto per impedire l’adozione di una risoluzione che condannava l’“uso di mercenari come mezzo per violare i diritti umani e impedire l’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione”, contro una delibera che prevedeva la “promozione di un’equa distribuzione geografica dei membri degli organi previsti dal Trattato sui diritti umani” (e cioè che a decidere sulle questioni inerenti i diritti umani non fossero sempre e solo i rappresentanti di una piccola minoranza di paesi privilegiati), contro una risoluzione che mirava a promuovere “diritti umani e diversità culturale” – che non sia mai che qualcuno si metta in testa che esistono altre culture legittime, oltre a quella delle ex potenze coloniali – e pure contro un’altra per la “promozione di un ordine internazionale democratico ed equo”. Ma tutte e 4 le volte, fortunatamente, era stato preso a pesci in faccia, ma di brutto proprio: 123 a 54, 126 a 52, 128 a 52 e 130 a 54, che per gli standard USA all’ONU – ormai – comunque è già un mezzo successo, diciamo.
Quattro giorni prima, ad esempio, aveva perso 187 a 2: in ballo c’era la vecchia questione della fine del bloqueo, l’embargo criminale degli USA contro la popolazione cubana che va avanti da oltre 60 anni e che permette agli USA di affamare manu militari un intero popolo e poi dare la colpa al socialismo; a votare contro insieme agli USA – giustamente e coerentemente – il regime fondato sull’apartheid dello stato di Israele. Unico astenuto – l’ultimo bastione della difesa dei valori occidentali contro l’avanzata dei regimi totalitari asiatici – l’Ucraina di Zelensky.
Ma Cuba non è l’unico tema che comincia a presentare delle fratture anche all’interno stesso dell’asse del male dei paesi del Nord globale: spinti da una gigantesca mobilitazione popolare fatta di centinaia di migliaia di persone che, da due mesi, invadono piazze e strade di tutto il pianeta per esprimere la loro indignazione nei confronti del sostegno incondizionato dei loro governi allo sterminio dei bambini di Gaza, anche i paesi dell’Occidente collettivo hanno cominciato a manifestare qualche segno di insofferenza. Tutto sommato, come avevamo annunciato, era abbastanza prevedibile: mano a mano che il tempo passa, infatti, diventa sempre più difficile giustificare la carneficina con il miraggio irrealistico dell’annichilimento di Hamas; in due mesi di sterminio indiscriminato, Israele non sembra essere stato in grado di raggiungere un obiettivo militare che sia uno, ed è sempre più difficile dissimulare la natura meramente genocida dell’operazione militare. Il sostegno dell’Occidente collettivo ad Israele non ha fatto altro che compattare il Sud globale e avvicinare tutto il mondo islamico alle grandi potenze emergenti, accelerando il processo di isolamento delle ex potenze coloniali dal resto del mondo; come abbiamo raccontato in un altro video giusto 3 giorni fa, Putin è stato accolto negli Emirati e in Arabia Saudita come un vero imperatore, e delegazioni di paesi arabi e islamici continuano a recarsi a Pechino, riconoscendole il ruolo di unica grande superpotenza mondiale in grado, oggi, di operare attivamente per la pace e il ritorno della diplomazia, mentre USA e Unione Europea continuano a sfidare ogni senso del pudore continuando ad accusarla di islamofobia per violazioni – più o meno immaginarie – dei diritti umani nello Xinjiang.
Ed ecco, così, che quando martedì sera all’ONU è arrivato il momento della conta, gli USA si sono ritrovati letteralmente accerchiati; prima i due emendamenti presentati dagli USA stessi e dall’Austria sono stati brutalmente rimandati al mittente: insistevano affinché la risoluzione condannasse esplicitamente Hamas. Una sfumatura che nasconde tanta sostanza: accusare Hamas, infatti, è funzionale a descrivere l’operazione in corso invece che come uno sterminio deliberato con finalità genocide da parte delle forze di occupazione, al limite come un semplice eccesso nell’esercizio del diritto alla difesa. Ma la batosta più grande è arrivata al momento del voto della risoluzione: i 120 voti a favore di un mese e mezzo fa, sono diventati 153; in buona parte, sono defezioni che pesano, eccome. Gli USA perdono per strada il sostegno di paesi fondamentali per la loro strategia neocoloniale in Europa, dalla Polonia, ai paesi Baltici; perdono inoltre gli alleati fondamentali per la grande guerra dell’Asia – Pacifico: Australia, Giappone e Corea del Sud, e perdono pure l’unico presunto alleato vero che gli era rimasto nel Sud globale, e cioè l’India di Modi. Gli unici che continuano a vedere con simpatia lo sterminio sono l’Italia e la Germania.
Una batosta epocale che, finalmente, costringe Biden a cambiare un po’ passo: “Duro scontro Biden Netanyahu sulla guerra a Gaza” titola La Repubblichina; “Biden sconfessa Netanyahu” rilancia con un titolone a 4 colonne il Corriere della serva. Rilanciando la sua celebre massima secondo la quale “se non ci fosse stato Israele, ce lo saremmo dovuti inventare”, Biden ha invitato di nuovo l’alleato a non commettere “gli errori che abbiamo commesso noi dopo gli eventi dell’11 settembre” e lo ha messo in guardia: “Israele” ha sottolineato “può contare sul nostro sostegno e su quello dell’Europa e del mondo, ma ha cominciato a perderlo a causa di bombardamenti indiscriminati”. Per riconquistare il sostegno incondizionato dell’Occidente globale nei confronti dell’occupazione e della pulizia etnica, Biden ha annunciato di aver esortato il primo ministro israeliano a procedere con un rimpasto di governo: “L’attuale governo” sottolinea Biden “è il governo più conservatore della storia di Israele” e appoggiandolo incondizionatamente, continua, “ci sono paure reali in varie parti del mondo che l’America potrebbe vedere intaccata la sua autorità morale”; questo è bastato a scatenare da un lato le reazioni furibonde delle componenti più smaccatamente clericofasciste del governo Netanyahu e, dall’altro, l’entusiasmo nelle redazioni dei più moderati tra i sostenitori occidentali del genocidio, ma in realtà potrebbe essere più fuffa che altro. Il piano, infatti, sembra essere piuttosto chiaro: continuare la pulizia etnica – ma con un po’ più di tatto e di savoir faire -, nominare un governo di unità nazionale che “unisca di nuovo gli Israeliani” e rimettere sul tavolo la questione dei due stati ma, proprio come avveniva prima del 7 ottobre, semplicemente come arma di distrazione di massa per tenersi buoni gli alleati arabi che sono stati costretti a dimostrare un po’ di solidarietà nei confronti dei palestinesi per non farsi impalare dalle piazze ma che, in realtà, della causa palestinese – ovviamente – se ne strasbattono i coglioni.
Una svolta, quindi, più cosmetica che altro, ma anche le svolte cosmetiche segnalano sempre qualcosa di più profondo; e, in questo caso, segnalerebbero – appunto – le difficoltà degli USA, che sono per lo meno costretti ad ammorbidire i toni per cercare di mettere un argine all’emorragia di consensi che la loro leadership globale continua a subire, da Gaza all’Ucraina. La seconda notizia del momento, infatti, è il ritorno di Zelensky a Washington: come scrive SIMPLICIUS The Thinker sul suo profilo su Substack “Il Circo Zelensky arriva in città per un ultimo bis”, e anche qui siamo di fronte a un altro arretramento e a un altro tentativo di cambiare la narrativa. Il capo del consiglio per la sicurezza nazionale dell’Ucraina Alexey Danilov, intervistato dalla BBC, lo ammette piuttosto chiaramente: se fino a pochi mesi fa vittoria significava nientepopodimeno che riprendersi tutti i territori e pure la Crimea, oggi il semplice “fatto che abbiamo continuato a difendere il nostro paese per due anni è già una grossa vittoria”; insomma, chi s’accontenta gode. D’altronde oggi le priorità sono cambiate: oggi la priorità è evitare, da un lato, la bancarotta e dall’altro che Putin in primavera si possa riprendere Kharkiv e poi pure Odessa, ricongiungendosi così alla Transnistria e escludendo l’Ucraina dall’accesso al mare; sostanzialmente significherebbe costringere l’Ucraina a costruire e mantenere rapporti di buon vicinato con la Russia, dalla quale dipenderebbe per accedere al mare e, quindi, ai mercati internazionali, entrambe ipotesi che senza un sostanzioso nuovo pacchetto di aiuti da parte degli USA potrebbero rivelarsi drammaticamente realistiche. Per gli interessi strategici USA sarebbe un’altra sberla di dimensioni veramente epiche, motivo per cui, tendenzialmente, sono abbastanza convinto che – alla fine – una qualche soluzione la troveranno, ma al momento è tutt’altro che scontato. Dopo che il congresso, la settimana scorsa, ha negato l’approvazione del nuovo pacchetto da 60 miliardi di aiuti, Zelensky è corso a Washington per provare a convincere i repubblicani: come riporta sempre SIMPLICIUS, “Zelensky avrebbe garantito la volontà di mobilitare altri 500 mila cittadini ucraini. In sostanza gli sta dicendo che se gli danno altri soldi, si impegna a mandare nuova carne da macello al fronte per indebolire la Russia”, ma tra i trumpiani la promessa non sembra avere fatto molta breccia. “Zelensky è qui a Washington oggi per elemosinare i vostri soldi” scrive su Twitter la turbotrumpiana Marjorie Taylor Green “ e Washington guerrafondaia vuole dargli dollari americani illimitati. Quanti soldi spenderà Washington per massacrare un’intera generazione di giovani ucraini mentre Washington combatte la sua guerra per procura contro la Russia?”

Al posto di 60 miliardi, per ora Zelensky si è dovuto accontentare di 200 milioni; un po’ pochino: come ricorda Simplicius, il Kyev Indipendent nel settembre scorso titolava “La guerra contro la Russia costa all’Ucraina 100 milioni al giorno”.
Ma per gli USA c’è anche un terzo fronte che inizia vistosamente a scricchiolare: è quello delle alleanze dell’Asia – Pacifico per contenere la Cina; ne avevamo parlato un paio di settimane fa, quando i titoli dei giornali erano tutti concentrati sul bilaterale tra Xi e Biden nella location dove avevano girato Dynasty a San Francisco, e si erano dimenticati di raccontare cosa stava succedendo attorno. Quello che stava succedendo era la riunione annuale dell’APEC, durante la quale i partner asiatici degli USA si aspettavano di portare a casa la firma definitiva dell’IPEF – l’Indo Pacific Economic Framework – l’accordo commerciale che avrebbe dovuto garantire un bel flusso di investimenti in dollari nell’area e che, però, è malamente naufragato: a opporsi all’IPEF, infatti, erano stati la sinistra democratica e i sindacati – che uno dice: e da quando mai i sindacati e la sinistra democratica contano qualcosa negli USA? Beh, semplice: da quando Biden, mentre veniva preso a sberle dai russi in Ucraina, ha realizzato che quel poco di industria che era rimasta ancora negli USA non era sufficiente per fare la guerra contro una grande potenza. Soluzione? Make america great again: una quantità spropositata di incentivi pubblici per reindustrializzare gli Stati Uniti che, però, potrebbe essere più semplice da dire che da fare, e non solo perché significa aumentare deficit e debito pubblico a dismisura proprio mentre sempre più paesi in giro per il mondo – dopo che hanno visto che fine fanno le riserve in dollari non appena fai qualcosa che non piace a Washington – di comprarsi tutto sto debito non è ce n’abbiano poi tantissima voglia; c’è un problema ancora più profondo. Quando gli USA, infatti, tra delocalizzazioni e finanziarizzazione hanno deciso di devastare la loro capacità produttiva, non l’hanno fatto per capriccio; sono stati costretti. Dopo decenni di stato sviluppista e di politiche keynesiane, infatti, i lavoratori avevano accumulato così tanto potere da mettere seriamente a rischio la gerarchia sociale su cui si fonda il capitalismo, dove io che c’ho il capitale so io, e te non sei un cazzo.
Come scriveva Huntigton nella celebre relazione commissionata nel 1973 dalla commissione trilaterale – e che poi in Italia venne tradotta con tanto di introduzione del compagno Gianni Agnelli – negli USA ormai c’era un eccesso di democrazia che metteva a repentaglio il dominio dei capitalisti; bisognava dare una bella sforbiciata alla democrazia e, per farlo, la cosa migliore era massacrare il mondo del lavoro, che è dove la democrazia nasce e acquista potere: le delocalizzazioni e la finanziarizzazione sono stati gli strumenti che hanno permesso, appunto, di massacrare il mondo del lavoro – e quindi l’eccesso di democrazia che stava turbando i sonni degli onesti multimiliardari. E per 50 anni ha funzionato benissimo: i capitalisti hanno fatto una montagna di quattrini spropositata e gli USA, da una vivace democrazia, si sono trasformati in un’oligarchia; peccato, però, che a guadagnarci non siano stati solo i capitalisti occidentali, ma anche gli stati sovrani del Sud del mondo che si sono sviluppati e ora minacciano il dominio USA.
Ecco quindi che gli USA tornano a investire nella loro industria, ma il problema che 50 anni fa li ha spinti a devastare il tessuto produttivo mica è stato risolto: è sempre lì, ed è bastato tornare a investire nell’economia reale che s’è già fatto sentire, eccome. I lavoratori dell’automotive, negli ultimi mesi, hanno condotto una battaglia epocale che li ha portati a strappare aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro senza precedenti, e potrebbe essere soltanto l’inizio: “L’inaspettata rinascita dei sindacati americani” titolava ieri un allarmatissimo Financial Times; “Secondo un’analisi di Bloomberg” riporta l’articolo “più di 485.000 lavoratori statunitensi hanno partecipato a 317 scioperi nel 2023, più di qualsiasi altro momento negli ultimi due decenni”. Sono gli stessi sindacati che all’APEC hanno impedito agli USA di rafforzare la loro egemonia nel Sudest asiatico sulla pelle dei lavoratori americani a suon di investimenti per continuare i processo di delocalizzazione e un bel mercato per le loro merci a basso prezzo. Il risultato? Questo: Xi Jinping che viene accolto in pompa magna in Vietnam, appena due settimane dopo l’APEC di San Francisco, per annunciare – come riporta Global Times – “una nuova fase di maggiore fiducia politica reciproca, cooperazione in materia di sicurezza più solida, cooperazione più profonda e reciprocamente vantaggiosa, sostegno popolare più forte, coordinamento multilaterale più stretto e migliore gestione delle differenze”.
Giorno dopo giorno, con una rapidità impensabile fino anche solo a un paio di anni fa, ogni evento di una certa rilevanza sullo scacchiere globale sta lì a certificare che gli USA – al di là di sostenere qualche genocidio in Medio Oriente o lo sterminio di qualche decina di migliaia di soldati in qualche stato fantoccio utilizzato per guerre per procura di ogni genere – oggettivamente non sembrano avere più gli strumenti materiali per continuare a sostenere il dominio sul mondo delle proprie oligarchie; l’unica fortuna che gli rimane è che negli stati vassalli continua a sopravvivere una classe dirigente di scappati di casa che sembrano completamente incapaci anche solo di comprendere cosa gli sta succedendo attorno. Di fronte ai millemila eventi epocali degli ultimi giorni, le prime pagine dei giornali filo – governativi ieri sembravano una parodia: “Case occupate, è svolta” titolava Il Giornale; “Meloni antifascista” rispondeva Libero; “La Meloni in Aula fa a pezzi sinistra e Conte” rilanciava La Verità: da nessuna parte né un titolo sull’impasse israeliana, né uno sulla débâcle di Zelensky, né uno sul Vietnam. Niente. Solo ed esclusivamente armi di distrazione di massa per un popolo di bottegai che si crogiola beato nel suo declino, mentre al senato il principale partito di governo organizza un convegno che sembra una messinscena di Borat: “I vantaggi di un mondo post – Russia” si intitolava.

Giuliomaria Terzi di Sant’Agata

A organizzarlo, l’ex ambasciatore italiano in Israele e Stati Uniti, nonché ministro degli esteri di uno dei peggiori governi in assoluto della storia repubblicana: Giuliomaria Terzi di Sant’Agata, erede del nobile casato lombardo dei Terzi, simbolo eccellente di un paese precipitato di nuovo nell’oscurantismo feudale dove la classe dirigente è così scollegata dalla realtà da impiegare il suo tempo per chiedersi “Cosa succederà quando la Russia non sarà più una federazione ma sarà spaccata in 25 piccoli stati autonomi?
Mai come oggi lo possiamo dire con chiarezza: altro che there is no alternative, altro che il grande disegno del capitale che ha sconfitto i lavoratori ed è destinato a dominare incontrastato in eterno: qui siamo di fronte a degli scappati di casa alla canna del gas. E’ arrivata l’ora di rialzare la testa e di mandarli a casa, dal primo all’ultimo: per farlo, abbiamo bisogno di prima di tutto di un vero e proprio media che sia in grado, giorno dopo giorno, di smascherare le buffonate che ci vorrebbero spacciare al posto dell’informazione. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Giuliomaria Terzi di Sant’Agata

Come Apple sta spostando la produzione dalla Cina all’India

Come molti dei suoi concorrenti, Apple si affida da anni alla Cina per l’assemblaggio dei suoi prodotti. Ma fattori politici ed economici hanno costretto l’azienda, così come il settore tecnologico più ampio, a ripensare tale approccio cercando partner in tutto il continente asiatico. L’India è uno dei paesi che cerca di beneficiare dello scontro tra potenze: da un lato ha aumentato i suoi legami energetici con la Russia, dall’altro cerca di inserirsi nello scontro tra Cina e Stati Uniti, proponendosi come una alternativa fabbrica del mondo, una destinazione per la delocalizzazione della produzione di prodotti prima di oggi fabbricati quasi esclusivamente in Cina. Ma come sta andando la delocalizzazione della Foxconn in India? Ne parliamo in questo video!

La lotta di Foxconn per produrre iPhone in India: https://restofworld.org/2023/foxconn-…