Ciao, ho sentimenti contrastanti riguardo all’autore nel titolo.
Mi sono molto piaciuti “Armi, acciaio, malattie” e “Collasso”, ma nell’ultimo “Crisi” fa delle affermazioni francamente discutibili, in particolare sulle vicende di Allende e di Sukarno.
Che ne pensate compagni ottoliners? Grazie.











Come appassionato di storia trovo chiaramente molto interessante l’approccio proposto da Diamond nella sua opera principale “Armi, acciaio, malattie”, anche se per farsi un’idea sulla fondatezza delle sue tesi sul governo Allende bisognerebbe anche capire cosa lui invece proponesse per uscire dalla situazione di usura e sfruttamento nella quale il Cile si trovava e si trova, quale fosse la sua idea di transizione al socialismo per il Cile, ammesso che ce l’avesse; sulle sue posizioni in merito non sono molto ferrato, perciò mi riservo un parere sullo stralcio da te pubblicato riguardo a un argomento che non conosco a fondo. Letto così sembrerebbe la solita tirata del liberal yankee animato da paternalismo, “buone intenzioni” e falsa ingenuità, il cui “materialismo” si ferma alle soglie dei propri interessi di classe, ma voglio sperare che le cose siano più complesse…
Io non l’ho letto. Che dice?
Riporto dal libro:
Pur essendo stato votato solo dal 36% degli elettori, e sapendo di essere malvisto tanto dall’esercito nazionale quanto dagli Stati Uniti, si buttò con decisione a sinistra, abbandonando ogni cautela e rinunciando a qualsiasi compromesso per attuare politiche che i suoi avversari avrebbero prevedibilmente accolto malissimo. La prima mossa fu nazionalizzare senza alcun indennizzo e con il sostegno unanime del Parlamento le società che estraevano il rame dalle miniere cilene: un ottimo sistema per farsi dei nemici sulla scena internazionale. (Il pretesto addotto da Allende per non ricompensare i proprietari delle società nazionalizzate fu che questi ultimi avevano già conseguito «profitti in eccesso» sufficienti a estinguere il debito del Cile nei loro confronti). Dopo aver disposto la nazionalizzazione di altre grandi multinazionali, mise quindi in allarme l’esercito invitando un congruo numero di castristi e lo stesso Fidel Castro, che si trattenne in visita ufficiale per ben cinque settimane e donò al presidente, come arma di difesa personale, un fucile automatico che Allende avrebbe sempre portato con sé. Nei mesi successivi il governo bloccò i prezzi di molti generi di consumo (anche secondari, come i lacci per scarpe), sostituí le dinamiche di libero mercato con un sistema di pianificazione di stampo socialista, concesse generosi aumenti salariali, incrementò la spesa pubblica, e ben presto cominciò a stampare carta moneta per coprire il deficit di bilancio. Non c’è dubbio che alcune delle innovazioni introdotte da Allende (compreso l’ampliamento della riforma agricola già intrapresa da Frei, che trasformò le grandi proprietà fondiarie in cooperative di agricoltori) fossero nate da ottime intenzioni; altrettanto certo, però, è che furono attuate con grave incompetenza. A questo proposito non posso non pensare a un mio giovane amico cileno, un diciannovenne studente di Economia ben lontano dalla laurea, che si vide attribuire un incarico di grande responsabilità nell’ambito della riforma dei prezzi decretata dal presidente. Un altro mio amico sosteneva invece che Allende avesse buone idee ma fosse incapace di tradurle in realtà: pur individuando correttamente i problemi del paese, cercava insomma di risolverli adottando però le soluzioni sbagliate. Il risultato di quelle politiche economiche non tardò a degenerare in un vero e proprio caos, che a sua volta provocò gravi episodi di violenza e diede fiato alle proteste dell’opposizione. A furia di stampare denaro per coprire il deficit di bilancio l’inflazione andò alle stelle, tanto che i salari reali (cioè depurati dagli effetti dell’inflazione stessa) scesero al di sotto dei livelli del 1970, pur restando nettamente superiori in termini nominali. Gli investimenti nazionali ed esteri crollarono, e cosí pure gli aiuti internazionali. Il deficit commerciale si aggravò notevolmente. I beni di consumo (persino la carta igienica!) cominciarono a scarseggiare, e mentre gli scaffali si svuotavano, le code fuori dai negozi si allungavano. Alla fine fu necessario ricorrere al razionamento dei generi alimentari, e addirittura dell’acqua. La confusione giunse all’apice quando i lavoratori, che in teoria avrebbero dovuto essere i primi sostenitori di Allende, si unirono all’opposizione e annunciarono una serie di scioperi su scala nazionale, infliggendo (specie quando a incrociare le braccia erano minatori e camionisti) un ulteriore colpo alla già dissestata economia nazionale. La violenza cominciò a dilagare nelle strade e ormai si parlava apertamente di un probabile colpo di stato. A sinistra, i sostenitori piú radicali di Allende imbracciarono le armi; a destra, gli oppositori affiggevano manifesti con la scritta «Yakarta viene»: un’allusione alle stragi di comunisti compiute dalla destra indonesiana nel 1965, delle quali parleremo nel prossimo capitolo. Il sottinteso era che prima o poi la destra locale avrebbe riservato lo stesso trattamento ai comunisti cileni, come poi in effetti avvenne. Persino la potente Chiesa cattolica voltò le spalle ad Allende quando la sua riforma dell’istruzione rivoluzionò i programmi di studio degli istituti religiosi privati e delle scuole pubbliche, obbligando gli studenti a lavorare nelle campagne perché soltanto la dura vita dei campi avrebbe potuto plasmare una generazione di «uomini nuovi» votati al bene comune. Il risultato finale di tutti questi cambiamenti fu il colpo di stato del 1973: un epilogo inevitabile secondo molti dei miei amici cileni, anche se le modalità avrebbero potuto essere diverse. A detta di un economista, Allende cadde perché le sue politiche economiche si basavano in gran parte su iniziative populiste, la cui inefficacia si era già ampiamente dimostrata in altri paesi. I benefici a breve termine erano di gran lunga inferiori ai costi, e nel lungo periodo quelle politiche generavano inflazione galoppante e ipotecavano il futuro del paese. È pur vero che molti cileni stimavano Allende e lo veneravano quasi come un santo, ma non è detto che le virtú personali siano garanzia di successo politico. Qualche pagina fa ho scritto che ancora oggi è difficile capire perché Allende abbia agito come agí. Mi sono sempre chiesto per quale motivo un politico esperto e moderato come lui decise di adottare politiche cosí estreme, ben sapendo che sarebbero state invise alla maggior parte della popolazione e all’esercito. Le mie conoscenze cilene hanno avanzato un paio di ipotesi, nessuna delle quali però spiega al cento per cento quelle scelte. Una possibilità è che i precedenti successi politici avessero indotto Allende a credere di poter neutralizzare l’opposizione: in veste di ministro della Salute era stato molto apprezzato, e subito dopo l’elezione era riuscito a sciogliere le perplessità del Parlamento approvando riforme costituzionali che gli lasciavano libertà di manovra in ambito economico; inoltre il Parlamento aveva ratificato all’unanimità l’espropriazione senza indennizzo delle società minerarie. Ora invece il presidente si vedeva costretto a ingraziarsi le forze armate cooptando i tre capi di stato maggiore all’interno del suo gabinetto. La seconda ipotesi è che Allende fosse stato indotto contro la sua stessa volontà a prendere provvedimenti estremi per compiacere i suoi sostenitori radicali del Mir, il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria, intenzionati a rovesciare lo stato capitalista con una rivoluzione violenta e fulminea e già impegnati ad accumulare armi. Al grido di «Armare il popolo», gli oltranzisti del Mir accusavano Allende di eccessiva debolezza e disdegnavano i suoi appelli alla pazienza. Se anche avessero la minima fondatezza, personalmente trovo queste ipotesi inadeguate. Le politiche di Allende si fondavano su una visione errata della realtà: lo si poteva capire già all’epoca, e non soltanto oggi, con il senno di poi. Il golpe lungamente paventato ebbe luogo l’11 settembre del 1973, secondo un piano messo a punto dieci giorni prima dai capi dell’esercito, della marina e dell’aviazione cilene. Benché sostenesse da anni l’opposizione e cercasse in tutti i modi di screditare Allende, la Cia non vi esercitò alcuna ingerenza diretta: persino le fonti americane che hanno portato alla luce il ruolo dei servizi statunitensi negli affari interni del Cile convengono sul fatto che il colpo di stato fu realizzato esclusivamente dalle forze armate locali. L’aviazione bombardò il palazzo presidenziale a Santiago e l’esercito lo attaccò con i carri armati (tav. 20). Allende morí il giorno stesso, suicidandosi con il fucile automatico donatogli da Fidel Castro: sapeva di non avere speranze. Confesso di aver dubitato a lungo di questa ricostruzione, poiché era naturale sospettare che fosse stato ucciso dai militari; tuttavia, un’indagine condotta dal governo democratico dopo le dimissioni di Pinochet stabilí che si era davvero trattato di suicidio e non di omicidio. Questa conclusione mi fu direttamente confermata da un amico cileno che conosceva uno dei pompieri intervenuti a spegnere l’incendio nel Palacio de La Moneda, il quale aveva a sua volta avuto occasione di parlare con le persone rimaste accanto al presidente nei suoi estremi istanti di vita: in particolare, una di queste era stata l’ultima a vedere Allende vivo. Dopo il golpe, la giunta militare ricevette ampio appoggio da parte del centro e della destra cileni, da un’ampia fascia del ceto medio e naturalmente dai membri dell’oligarchia locale. Per effetto della politica economica dissennata il paese era ormai precipitato nel caos piú assoluto e la violenza nelle strade era giunta a livelli intollerabili. Per chi guardava con favore al colpo di stato, la presa di potere della giunta militare non poteva rappresentare che un’inevitabile fase di passaggio in vista di un probabile ritorno alla situazione pre-1970 e a una politica dominata da esponenti della media e dell’alta borghesia. Esemplare, a questo proposito, è la storia che mi raccontò un cileno: a una cena fra diciotto amici svoltasi nel dicembre del 1973, a soli tre mesi dal golpe, qualcuno domandò agli altri commensali per quanto tempo secondo loro la giunta avrebbe conservato il potere. Tutti tranne uno risposero due anni, e l’unico che parlò di sette anni fu preso per pazzo: nella storia del Cile non si erano mai visti governi militari cosí lunghi e il potere era sempre tornato rapidamente nelle mani dei civili. È chiaro che nessuno a quella cena si aspettava che la junta reggesse per quasi diciassette anni. Invece ogni attività politica fu sospesa, il Parlamento venne chiuso e i partiti di sinistra e persino i moderatissimi cristiano-democratici furono (con grande sorpresa di questi ultimi) messi al bando.
Grazie, e scusa se non ho risposto prima, Certo ci sono state delle ingenuità da parte di Allende o non sarebbe finita com’è finita, ma credo che il difetto principale sia stato non prendere il controllo dell’esercito. È ovvio che alle oligarchie filo-USA non sarebbero piaciute le riforme, ma se Cuba e il Venezuela le hanno fatte e ancora resistono nonostante tutto è perché hanno un esercito che sostiene il governo invece di affossarlo.