Il 7 agosto 2026, davanti a Donald Trump compare uno strano oggetto dorato; sembra una patata; in realtà è la replica di un nodulo polimetallico, una delle miliardi di concrezioni che ricoprono il fondo del Pacifico a 4-5 mila metri di profondità e che contengono manganese, nickel, rame e cobalto, minerali fondamentali per industria, tecnologia e apparati militari, e gli Stati Uniti hanno deciso che non possono più permettersi di lasciarli lì. Il problema è che una parte enorme di quei giacimenti si trova fuori da qualsiasi giurisdizione nazionale e, secondo il diritto internazionale, dovrebbe essere patrimonio comune dell’umanità: da decenni, l’International Seabed Authority prova a stabilire le regole per il loro eventuale sfruttamento; Washington, però, non ha mai ratificato la Convenzione ONU sul diritto del mare e oggi sta aprendo una strada tutta sua. Una vecchia legge americana del 1980 viene usata per accelerare autorizzazioni a esplorazione e futura estrazione anche nelle acque internazionali; nel frattempo, The Metals Company ha già presentato una richiesta per circa 65 mila chilometri quadrati della Clarion-Clipperton Zone, più di due volte la Sicilia. La giustificazione è sempre la stessa: la Cina; peccato che mentre Pechino ha investito per anni nella ricerca abissale restando dentro il sistema multilaterale, Washington sembra intenzionata a cambiare le regole proprio quando scopre di non essere più automaticamente in testa, e tutto questo mentre dell’oceano profondo abbiamo osservato direttamente meno dello 0,001 per cento. E le conseguenze dell’industrializzazione degli abissi sono letteralmente incalcolabili.









