Bella Londra, eh? Peccato sia nella merda, letteralmente! 25 dicembre 2025: Beatrice Asante sta preparando il pranzo di Natale; mette le patate nel lavandino e apre il rubinetto. Niente. Lo richiude, lo riapre: ancora niente. Corre all’unico supermercato aperto e compra delle bottiglie d’acqua; pensa che durerà qualche ora: sette mesi dopo, sta ancora aspettando. Beatrice è una delle centinaia di persone che vivono in nove palazzoni del Devons Road Estate, a Tower Hamlets, nell’est di Londra; da mesi, l’acqua arriva a intermittenza e, a volte, non arriva proprio: non riescono a lavarsi, a cucinare, a pulire casa e, soprattutto, in alcuni momenti non riescono nemmeno a tirare lo sciacquone. Tutto merito di Thames Water, la più grande compagnia idrica britannica e ormai il simbolo per eccellenza del disastro della privatizzazione dell’acqua inglese: da quando è stata privatizzata, ha distribuito 7 miliardi di sterline di dividendi, ma ha fatto precipitare il servizio idrico a livelli da terzo mondo, mentre accumulava qualcosa come 18 miliardi e mezzo di debiti; a mangiarsi il grosso della torta è stato un consorzio guidato da Macquarie, il più grande gestore privato di infrastrutture strategiche al mondo e che, manco a dirlo, tra i suoi principali azionisti indovinate un po’ chi vede? Esatto: sempre loro: BlackRock, Vanguard e State Street. Sono le magnifiche sorti e progressive della privatizzazione dei monopoli naturali: quando c’è da estrarre valore, l’acqua è privata; quando bisogna garantire che esca dal rubinetto, improvvisamente diventa un problema di tutti.










