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I mercati si stanno preparando a una recessione globale senza precedenti?

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (27/03/26)

OttolinaTV by OttolinaTV
27/03/2026
in Articoli, Economia, Medio Oriente, U.S.A.
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Il Marru

Forrest Trump ha rinviato la palla in calcio d’angolo:

E indovinate un po’ chi è che l’ha convinto? Esatto:

Come sottolinea il Financial Times, ieri gli indici azionari USA hanno “registrato la peggiore giornata dall’inizio della crisi mediorientale” e il rendimento dei titoli del debito USA con scadenza decennale si sta avvicinando rapidamente a quota 4,5%; prima dell’inizio del conflitto, il 27 febbraio, era al 3,9%, una crescita che potrebbe arrivare a costare a Washington fino a 200 miliardi l’anno di interessi. Rispetto ai millemila annunci ad effetto degli ultimi giorni, c’è una particolarità: il post è stato pubblicato 11 minuti dopo la chiusura delle contrattazioni a Wall Street; fino ad oggi, Trump ha sempre gestito la tempistica dei suoi annunci in modo da favorire al massimo l’andamento degli indici azionari statunitensi – e, bisogna ammetterlo, anche con grande successo. Perché allora questo cambio di strategia? Personalmente, un’ideina ce l’ho: come previsto da molti analisti negli ultimi giorni, l’efficacia dell’annuncite trumpiana potrebbe essere vicina al suo limite massimo; significa che, a suon di sparare minchiate, la capacità di Trump di influenzare l’andamento dei mercati con un tweet potrebbe essere diminuita. Pubblicando l’ennesima sparata a mercati chiusi, Trump potrebbe aver cercato di evitare di dimostrare al mondo intero che la sua arma preferita, ormai, ha cominciato a sparare a salve.

 

Un piccolo indizio ce lo fornisce proprio l’andamento dei rendimenti dei titoli decennali del debito USA, che continuano ad essere scambiati anche quando Wall Street chiude la giornata; subito dopo la pubblicazione del post, hanno subito una piccola contrazione, diminuendo di 2,2 punti base, da 4,422 a 4,400:

Ma, poi, hanno ripreso immediatamente a salire e, mentre scrivo questa newsletter, sono ormai a quota 4,458, 3,6 punti base in più rispetto al minuto prima la pubblicazione del tweet; e, intanto, il Brent è tornato a superare i 110 dollari il barile.

 

Vista la situazione, in realtà, è meno di quanto ci si potesse aspettare: secondo il Teheran Times, infatti, è più realistico vedere i maiali volare che non Trump raggiungere un accordo.

Il famoso investitore ed esperto di mercati energetici Eric Nuttall su X sottolinea come “Questa è la peggiore crisi energetica della nostra vita, ben oltre qualsiasi previsione ragionevole, e non si intravede la fine. Il livello di indifferenza che si riscontra è a dir poco sconcertante”:

“Sembra esserci la convinzione che le cose debbano per forza andare bene perché l’alternativa è troppo difficile da immaginare”, scrive un altro imprenditore nei commenti: “E’ uno strano cieco ottimismo”. L’ex corrispondente della CNN per l’Africa occidentale, Christian Purefoy, rilancia con questo meme:

In realtà, però, potrebbero essere loro a sottovalutare la situazione; come ha sostenuto diverse volte su Ottolina Tv il nostro Alessandro Volpi, in realtà questo rialzo – tutto sommato, contenuto – dei prezzi potrebbe essere giustificato da qualcosa di molto più grosso di una semplice crisi energetica: una Grande Recessione Globale durante la quale il poco petrolio libero di circolare dopo la chiusura di Hormuz sarebbe, probabilmente, comunque più che sufficiente per un’economia al collasso.

 

Nel frattempo, Trump continua ad accumulare forze in Medio Oriente:

Come riporta il Wall Street Journal, “Il Pentagono sta valutando l’invio di altri 10 mila soldati di terra in Medio Oriente”; ovviamente, potrebbe essere semplicemente uno strumento di pressione per costringere Teheran a più miti consigli, ma, fino ad oggi, all’accumulo di forze è sempre seguito il loro utilizzo.

 

Reuters riporta che, per la prima volta, Washington avrebbe confermato lo schieramento di motoscafi senza equipaggio in un conflitto attivo:

Sono, in particolare, i famosi GARC, i Global Autonomous Reconnaissance Craft sviluppati dall’azienda del Maryland BlackSea, un motoscafo lungo circa 5 metri, in passato al centro di innumerevoli polemiche per problemi di prestazioni e sicurezza, soprattutto in seguito a una collisione ad alta velocità con un’altra imbarcazione durante un’esercitazione l’anno scorso: “Il dispiegamento di queste imbarcazioni, utilizzabili per la sorveglianza o per attacchi kamikaze, non era stato precedentemente reso noto”; “Da anni gli Stati Uniti cercano di costruire una flotta di navi di superficie e sottomarine autonome senza equipaggio, come alternativa più economica e veloce alle navi e ai sottomarini con equipaggio, soprattutto per contrastare la crescente potenza navale cinese nel Pacifico. Tuttavia, il progetto ha subito ritardi ed è stato ostacolato da problemi tecnici, preoccupazioni sui costi e una serie di intoppi nei test”.

 

The War Zone sottolinea che l’Iran “accusa gli Stati Uniti di aver sganciato mine anticarro in un’area vicino a una delle sue basi missilistiche sotterranee, causando la morte di diverse persone”:

“Questi pacchi esplosivi assomigliano a scatolette di cibo preconfezionato, sono leggermente più grandi delle scatolette di tonno e contengono esplosivi che detonano una volta aperti, causando vittime”, hanno dichiarato fonti iraniane: “Questi pacchi sono stati lanciati in cielo sopra la periferia meridionale di Shiraz, in particolare nel villaggio di Kafari, e purtroppo hanno causato il martirio di diverse persone in queste zone”; “Progettate per attaccare carri armati e camion”, sottolinea l’articolo, “le mine potrebbero distruggere o disabilitare i lanciatori e probabilmente anche il carico utile che trasportano. Potrebbero inoltre rendere impraticabili le strade che conducono alle città missilistiche sotterranee e quelle che le circondano. Anche limitare le aree in cui i lanciatori possono operare potrebbe renderli più vulnerabili”. “Dal punto di vista umanitario”, sottolinea, “sussistono preoccupazioni per i danni collaterali derivanti dal fatto che i civili possano innescarle accidentalmente o raccoglierle senza sapere di cosa si tratti”; tuttavia”, conclude, “il dispiegamento di una capacità di interdizione d’area, come il lancio di mine anticarro da aerei, in zone dove è noto che i missili sono stoccati e intorno ai punti di lancio conosciuti, potrebbe rivelarsi una misura efficace per cercare di fermare i bombardamenti iraniani”.

 

Secondo i media israeliani, gli Emirati non vedono l’ora di unirsi alla festa:

“Gli Emirati Arabi Uniti”, riporta Ynet News, “avrebbero detto agli alleati che sono pronti a prendere parte a una forza marittima multinazionale volta a riaprire lo Stretto di Hormuz”: “Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero detto agli Stati Uniti e ad altri Paesi occidentali che avrebbero aderito a tale forza e che Abu Dhabi potrebbe schierare la propria marina”.

 

Intanto, l’IDF continua ad approfittare di questa sorta di limbo temporale per provare a colpire il più possibile il complesso militare industriale iraniano:

“L’IDF”, titola Israel Times, “afferma di aver bombardato il sito di produzione di armi navali e di missili balistici più importante dell’Iran”.

 

Ma ancora più dell’Iran, proprio nelle ultime 48 ore, il fronte che sta creando in assoluto più grattacapi al regime etno-fascista di Tel Aviv è quello libanese; l’obiettivo di Tel Aviv è trasformare il sud del Libano in una nuova Gaza, ma potrebbe non essere una scelta saggia:

Israele persegue il “modello Rafah” nel Libano Meridionale”, titola Responsible Statecraft: “Le forze israeliane si stanno preparando a un’occupazione prolungata del territorio libanese”, ma questo “potrebbe avvantaggiare Hezbollah”.

Faccia a faccia con Hezbollah e sotto il costante lancio di razzi, titola Ynet News, le truppe dell’IDF dicono che la lotta è cambiata: “Il comandante del battaglione Golani afferma che le forze dell’IDF stanno operando più in profondità nel sud del Libano rispetto a prima, usando tattiche raffinate a Gaza mentre combattono i terroristi di Hezbollah nei villaggi, affrontano agguati a distanza ravvicinata e vengono sotto il pesante lancio di razzi quotidiani”.

 

Hezbollah continua a godere del supporto coordinato dell’IRGC:

“Nell’ambito dell’Operazione True Promise 4”, titola Al Mayadeen, “le Guardie Rivoluzionarie iraniane prendono di mira siti statunitensi e israeliani con missili e droni, colpendo Asdod, Ali Al-Salem e basi statunitensi”.

 

Intanto, c’è chi comincia a interrogarsi sulle ripercussioni strutturali di questa ennesima avventura a lungo termine. Iran: una tempesta perfetta per il petrodollaro; l’ultimo rapporto del centro ricerche della Deutsche Bank sulle conseguenze della guerra contro l’Iran per la tenuta del dollaro è un vero e proprio grido d’allarme per l’impero. “L’eredità a lungo termine del conflitto con l’Iran potrebbe risiedere nel modo in cui metterà alla prova le fondamenta del regime del petrodollaro”, sottolinea: “ Se le crepe dovessero ampliarsi ulteriormente, potrebbero esserci significative ripercussioni a cascata sull’utilizzo del dollaro nel commercio e nel risparmio globali, nonché sul suo ruolo di valuta di riserva mondiale”. Il testo ricorda come, grazie all’accordo stipulato tra USA e Arabia Saudita nell’ormai lontano 1974, il petrolio scambiato a livello globale viene prezzato e fatturato in dollari statunitensi; e, poiché il petrolio è il principale fattore produttivo tanto per la produzione quanto per i trasporti globali, questo determina “un incentivo naturale e alla dollarizzazione delle catene del valore globali e all’accumulo di eccedenze globali in dollari statunitensi”. Ricorda anche come le fondamenta del regime del petrodollaro fossero già “sotto pressione prima di questo conflitto”, in particolare grazie al fatto che “la maggior parte del petrolio mediorientale viene ora venduta all’Asia e non agli Stati Uniti” perché Russia e Iran, soggetti a sanzioni, vendono già oggi petrolio in valute diverse – e un po’ ha cominciato a farlo pure l’Arabia Saudita. L’attuale conflitto rischia di accelerare il processo, svelando la fragilità dell’ombrello di sicurezza statunitense “a protezione delle infrastrutture del Golfo” e del “commercio globale”, ma anche spingendo i Paesi del Golfo a liquidare asset denominati in dollari per recuperare la liquidità necessaria per far fronte ai costi diretti e indiretti della guerra; inoltre, l’impossibilità di garantire la sicurezza delle rotte energetiche potrebbe spingere sempre di più i singoli Paesi ad orientarsi “verso fonti energetiche più resilienti, come combustibili disponibili a livello nazionale, energie rinnovabili ed energia nucleare”, e un mondo che mira a diventare più autosufficiente in materia di energia “sarà probabilmente anche un mondo che deterrà meno riserve in dollari USA”. Inoltre, un mondo che si sente meno protetto dall’ombrello USA sarà più orientato a investire in difesa interna, invece che comprarla a Washington, il che significa meno dollari da accumulare per trasferirli negli USA; e, nell’ambito di tutte queste tendenze strutturali, la ciliegina dell’entrata in vigore di un pedaggio per chi attraversa Hormuz da versare in yuan a Teheran potrebbe rappresentare l’innesco definitivo per il passaggio dal petrodollaro al petroyuan. Il rapporto di Deutsche Bank, in realtà, non solleva punti particolarmente originali per noi che siamo cresciuti a pane e Superimperialism di Michael Hudson; per il mainstream, è un cambio di paradigma radicale. Fino a poco tempo fa, parlare del ruolo del dollaro in questi termini era considerato da terrapiattisti; basti pensare che il testo di Hudson, che queste cose le spiegava già a inizio anni ‘70, non è nemmeno mai stato tradotto in italiano (e su questo, a breve, dovremmo avere importanti novità).

Tags: crisi mediorientaleenergiaForrest Trumpguerra iran-usa-israelehezbollahidfla newsletter di ottolinalibanomercati finanziariottoparlantepetrodollaropetroyuan
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