Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali. Fortemente sottostimato nei sondaggi, l’ex presidente è riuscito ad aggiudicarsi il voto popolare e tutti gli Swing States. Il partito repubblicano, che può già contare su una maggioranza di giudici conservatori alla Corte Suprema, controllerà così non soltanto la Casa Bianca, ma anche il Congresso e il Senato americano. Come molti di voi avranno notato, Elon Musk ha supportato con convinzione la rielezione di the Donald”: ha partecipato a comizi e interviste, ha finanziato la campagna elettorale dei Repubblicani e, fatto più controverso, ha ideato una lotteria che prevedeva ogni giorno l’assegnazione di un milione di dollari tra gli elettori degli Stati in bilico che avessero firmato la petizione del suo comitato di azione politica, l’American Pac. Beh, la scommessa di Musk si è rivelata decisamente vincente. Dopo la rielezione, le azioni di Tesla hanno avuto un rialzo di più del 12% e sembra che il miliardario sudafricano vedrà i suoi sforzi ripagati con una nomina a capo del DOGE, il Dipartimento per l’Efficienza Governativa fortemente voluto da Trump e dallo stesso Musk, con il compito di tagliare il più possibile la spesa federale, tra un conflitto d’interesse e l’altro. Come avrete intuito, oggi partiremo da questi due esponenti di prim’ordine dell’alt-right per parlare di Stati Uniti. E, in particolare, dell’ideologia coloniale che si nasconde dietro le ambizioni USA sullo spazio extratmosferico. Benvenuti a questo nuovo episodio di Cosm8lina, la rubrica di Ottolina Tv dedicata a tutti coloro che vedono l’universo come la nuova ed ultima frontiera dell’esplorazione umana. Nel nostro piccolo, invece, speriamo che dopo questo video possiate ricredervi, decostruire il vostro immaginario ed adottare un approccio meno frontierista e coloniale nel modo di pensare l’esplorazione spaziale.
Elon Musk non ha alcun dubbio: presto o tardi sulla Terra ci sarà un evento di distruzione di massa indotto da fenomeni naturali o dall’uomo. Che si tratti di una serie di violente eruzioni vulcaniche, dell’impatto di una meteorite, delle conseguenze dei cambiamenti climatici, di una guerra mondiale seguita da un lungo inverno nucleare o dell’operato malevolo di un’intelligenza artificiale fuori controllo, il nostro destino appare segnato: andremo incontro all’estinzione. Ma la via per la salvezza esiste, assicura l’imprenditore a capo di SpaceX.

Come ha scritto personalmente in un articolo pubblicato nel 2017, infatti, abbattendo i costi di lancio fino a poche centinaia di migliaia di dollari per passeggero sarà possibile impiantare milioni di coloni in città autosostenibili situate sul Pianeta Rosso, rendendo così l’umanità la prima specie interplanetaria. Agli occhi di Musk, Marte si presenta a tutti gli effetti come un Nuovo Mondo da plasmare a piacere e rendere abitabile (in gergo “terraformare”), completamente libero da vincoli giuridici e ambientali, in cui sarà possibile creare nuove specie viventi adatte ad un ecosistema drammaticamente ostile. Sì, ma come riuscirci? Beh, il primo passo è semplice. Secondo Musk, basterà far detonare alcune testate nucleari sulle calotte polari marziane in modo da liberare le grandi quantità di vapore acqueo ed anidride carbonica necessarie a rendere l’atmosfera più densa e a riscaldare il pianeta mediante l’effetto serra. Questo delirante piano, tirato fuori da Musk in diverse occasioni, sembra a metà tra una spacconata ed una trovata pubblicitaria piuttosto spinta; ed infatti è stato prontamente ridicolizzato da Aleksandr Bloshenko, già direttore esecutivo di Roscosmos per la scienza e i programmi a lungo termine, secondo il quale servirebbero più di diecimila esplosioni nucleari per ottenere i primi risultati tangibili, sempre ammesso che l’acqua così liberata non finisca per ossidare le rocce e che la CO2 non vada a perdersi chissà dove nello spazio, portata via dal vento solare… Ad ogni modo, nell’attesa di terraformare Marte, i coloni potranno comunque vivere in grandi cupole comunitarie e nel corso di alcune generazioni costruire una nuova utopia in cui condurre un’esistenza finalmente libera delle strutture e dai rapporti sociali che si sono sedimentati sulla Terra nel corso dei secoli. In verità, anche questo scenario distopico meriterebbe una piccola menzione: è molto probabile, infatti, che anziché definire nuovi rapporti sociali, i coloni marziani finiranno semplicemente per reintrodurne di vecchi; in un thread su Twitter del 2020, Musk ha ipotizzato un sistema in cui i coloni insolventi ripagano con il proprio lavoro il prestito economico necessario per condurli su Marte. Una grande novità insomma, nientepopodimeno che la cara vecchia servitù!
A prima vista, il discutibile programma di Musk sembra frutto di una futurologia millenaristica, influenzata dal retroterra culturale apocalittico, accelerazionista, fantascientifico, transumanista e hollywoodiano che pervade lo spirito di molti imprenditori della Silicon Valley, ma a ben vedere ha radici molto più profonde, fortemente connaturate ai miti fondatori della cultura politica statunitense. Leggendo i termini di servizio di Starlink, che garantisce una connessione ad internet per mezzo di una costellazione satellitare situata nelle orbite basse, ci siamo imbattuti in questa piccola gemma: “Per i Servizi forniti su Marte, o in transito verso Marte tramite Starship o altri veicoli spaziali, le parti riconoscono che Marte è un pianeta libero e che nessun governo terrestre ha autorità o sovranità sulle attività marziane. Di conseguenza, le Controversie saranno risolte attraverso principi di autogoverno, stabiliti in buona fede, al momento dell’insediamento marziano”. Queste breve sezione dedicata al Pianeta Rosso è del tutto irrilevante da un punto di vista giuridico, poiché l’articolo 6 del Trattato sullo Spazio Extratmosferico, firmato e ratificato da un gran numero di nazioni, subordina le attività dei privati all’autorizzazione ed alla supervisione governativa; ciononostante è estremamente carico da un punto di vista ideologico, poiché esprime una certa alterità del Nuovo Mondo rispetto al Vecchio Mondo e alle sue istituzioni politiche. Un’idea che, a ben vedere, è ricorrente nel pensiero politico americano ed in particolare nell’isolazionismo dei Padri Fondatori. George Washington, per esempio, suggeriva alle future generazioni di “estendere le nostre relazioni commerciali, per avere con loro [le nazioni straniere, N.d.R.] il minor numero possibile di legami politici” ed evitare così di essere vittima “dell’ambizione, della rivalità, dell’interesse, del capriccio” della politica europea. Un isolazionismo che è quindi subordinato ad una funzione economica che prosaicamente, nel caso di Musk, concepisce Marte e tutto lo spazio extra-atmosferico come il nuovo regno della deregolamentazione neoliberista. Il Nuovo Mondo sorge così per distacco, grazie alla netta separazione che è garantita dalla vastità degli spazi atlantici prima, ed interplanetari poi.
Quest’isolazionismo porta con sé una profonda spinta alla rigenerazione morale: gli Stati Uniti erano il luogo in cui le comunità puritane potevano mettere in atto le loro radicali istanze politiche e religiose per fondare, secondo principi di autogoverno e buona fede – tanto per dirla alla Musk – il regno della luce, lontano dai privilegi nobiliari, dalle istituzioni e dalle ineguaglianze che rendevano poco permeabile lo spazio politico inglese. Questa rigenerazione morale è perfettamente incarnata nel mito della frontiera: un’entità mai statica, ma in costante divenire, che genera una tensione permanente verso una nuova civilizzazione, verso la piena realizzazione del messaggio divino professato dai Padri Pellegrini. Il frontierismo americano permette così di rivitalizzare di volta in volta, nei nuovi territori, le aspirazioni ideologiche originarie – frustrate dal consolidamento di disuguaglianze e regimi di proprietà – risolvendo allo stesso tempo le tensioni sociali interne.

Lo spostamento della frontiera è a sua volta motivato da una sanzione divina, sostanziata nella dottrina del Destino Manifesto, espressione coniata nel XIX secolo per promuovere l’annessione di Texas, Oregon e California. I pionieri statunitensi, abbandonate le loro terre per esplorare il continente concesso loro dalla Provvidenza, si sono impadroniti così di una quantità inestimabile di risorse agricole e minerarie, sulla base della dottrina della scoperta, una concezione fortemente colonialista che ha fornito la giustificazione giuridico-ideologica per l’estinzione dei diritti dei nativi americani. Alla fine del XIX secolo, con la frontiera americana sostanzialmente ormai chiusa, la crisi d’identità dell’astronauta Cooper doveva essere comune a molti, ma nei decenni successivi, con due guerre mondiali e la fine dell’isolazionismo statunitense, il frontierismo e l’eccezionalismo americano riguadagnarono una proiezione esterna ed un rinnovato vigore. A partire dagli anni ‘50, infatti, la corsa allo spazio trovò ampia eco nella pubblicistica e nella politica statunitense e gli astronauti americani divennero nuovi pionieri, in quanto idealmente discendenti dei pellegrini che attraversarono l’Atlantico e dei coloni diretti verso il West. Il richiamo della Nuova Frontiera, per citare un’espressione frequentemente usata da John Fitzgerald Kennedy, comprendeva anche la Luna e lo spazio extra-atmosferico, considerati alla stregua di un Nuovo Mondo in cui affermare il primato americano o di un impero che si estendeva ben oltre le innervature terrestri e marittime dell’Occidente. Questa vocazione imperiale era accompagnata da un immediato afflato universalista: di fronte agli occhi dell’opinione pubblica occidentale infatti, la corsa allo spazio, culminata con la partenza dell’Apollo 11 e del suo modulo di comando (chiamato, non a caso, Columbia), veniva giustificata come una missione civilizzatrice, addirittura necessaria per preservare pace e libertà minacciate dal pericolo comunista. Come fa notare Mary-Jane Rubenstein, autrice del libro Astrotopia: The Dangerous Religion of the Corporate Space Race, la convergenza tra nazionalismo e universalismo permetteva così agli Stati Uniti di assicurarsi “la posizione di controllo totale sulla Terra” situata nello spazio esterno o sulla Luna, ma per un fine del tutto altruistico, cioè a “beneficio dell’intero genere umano”.
Al di là della retorica e dei richiami ideali, è noto che il programma spaziale statunitense fu motivato primariamente da esigenze militari – a cui, negli ultimi anni, si sommano precisi interessi economici e commerciali di un settore privato in forte crescita. Nel 2015, il Congresso ha approvato il Commercial Space Launch Competitiveness Act – o, semplicemente, Space Act – che autorizza le società statunitensi ad “impegnarsi nell’esplorazione commerciale e nello sfruttamento” della Luna, degli asteroidi ed in futuro anche di Marte e di altri corpi celesti, con la possibilità di “possedere, trasportare, utilizzare e vendere” le loro risorse spaziali. Ancora una volta, lo spazio extra-atmosferico viene quindi rappresentato come una terra nullius, una terra di nessuno estremamente ricca di risorse, ma priva di istituzioni giuridiche che possano impedirne l’appropriazione privatistica. Questo escludendo il Moon Treaty, un trattato internazionale risalente al 1979, peraltro non riconosciuto dagli USA e dalla grande maggioranza delle nazioni dotate di un programma spaziale. Proprio la sottrazione di risorse, che segue gli istinti del peggior capitalismo estrattivo, ci permette di estendere ulteriormente l’analogia con il continente americano, sottoposto ad un violento regime coloniale da parte delle potenze europee. Come evidenziato ancora una volta da Rubenstein, i conquistadores spagnoli che agli inizi del Cinquecento sbarcavano nel Nuovo Mondo alla ricerca di oro, prima di piantare ed innalzare il simbolo della croce leggevano ai nativi una dichiarazione di sovranità, conosciuta come Requerimiento: il testo, declamato in latino o in spagnolo, notificava agli indigeni che Dio (il Dio dei cristiani, ovviamente) aveva creato il cielo e la terra assieme ai primi uomini. E che in seguito il successore di San Pietro, posto da Dio a capo del genere umano (cioè il Papa) aveva donato al Regno di Spagna le terre emerse scoperte dopo i viaggi di Colombo. La conseguenza di tutto ciò era semplice: sottomettetevi, altrimenti “con l’aiuto di Dio noi interverremo potentemente contro di voi, e vi faremo guerra da tutte le parti […], e vi assoggetteremo al giogo e all’obbedienza”, assieme a tante altre cattiverie che non staremo qui a riportare. In sintesi, la lettura del mito della Genesi serviva ad identificare lo sbarco e la conquista come diretta volontà di Dio e a cooptare forzosamente i nativi e i nuovi territori nella narrazione coloniale imposta dagli europei.
Il 24 Dicembre del 1968, la missione Apollo 8 stava sorvolando la superficie della Luna: i tre astronauti, William Anders, Frank Borman, e Jim Lovell, in diretta televisiva, si alternarono nella lettura proprio del primo libro della Genesi. L’anno dopo, con l’Apollo 11, gli USA piantarono la loro bandiera sulla superficie lunare rivendicando un mandato divino in diretta contrapposizione con l’ateismo di Stato dell’Unione Sovietica e con la celebre frase attribuita a Yuri Gagarin: “Non vedo nessun Dio quassù”. Una forzatura? Non proprio. Nel 2018, il senatore repubblicano Ted Cruz ha previsto l’avvento del primo bilionario grazie ad attività commerciali svolte nello spazio, una “frontiera tanto vasta e promettente quanto lo era il Nuovo Mondo qualche secolo fa”. Mentre un anno dopo, in una riunione del National Space Council, il vicepresidente Mike Pence ha osservato che “Le regole e i valori dello spazio, come ogni grande frontiera, saranno scritti da chi avrà il coraggio di arrivarci per primo e l’impegno di restarci”, aprendo la strada a “pionieri privati americani” verso le “vaste distese dell’orbita bassa della Terra”. Non solo: agli occhi della passata amministrazione repubblicana e, a questo punto, anche della futura, il rinnovamento della leadership americana nello spazio passa per la conquista della Luna e di Marte, che riceverà non solo l’approvazione, ma anche il mandato divino: “la Sua mano ci guiderà e la Sua destra ci terrà fermi” ha annunciato Pence nella stessa occasione, con un linguaggio fortemente immaginifico. Questa concezione è stata nuovamente ribadita dal presidente Donald Trump in un discorso del 2020, davanti ai membri del Congresso, in cui dichiarò: “Nel riaffermare la nostra eredità di nazione libera, dobbiamo ricordare che l’America è sempre stata una nazione di frontiera”. In un simile contesto, occorre quantomeno domandarsi se esiste un modo alternativo di pensare all’esplorazione spaziale, cercando di decolonizzare il nostro immaginario dalla rievocazione di vecchie categorie in perfetta continuità con l’imperialismo a stelle e strisce. Diversamente, il futuro sarà molto simile a quello presentato dal nuovo presidente americano in termini ancora più espliciti: “Ora dobbiamo abbracciare la prossima frontiera: il Destino Manifesto dell’America nelle stelle”. Di fronte ai rinnovati impulsi coloniali che la follia di qualche politico americano vorrebbe dirigere verso altri corpi celesti e dinanzi ad imprenditori senza scrupoli che, dopo aver contribuito alla devastazione ambientale, preferiscono cambiare pianeta anziché sistema, è sempre più necessario ideare un modo alternativo di immaginare e praticare l’esplorazione spaziale, magari che sia al servizio di tutti. Per farlo, serve innanzitutto un media indipendente che dia voce al 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.
E chi non aderisce, è Donald Trump.
* Il video è tratto dal contributo di un nostro Ottoliner per La Fionda, che trovate qui.










