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Trump vuole usare l’uranio iraniano come scusa per uscire dalla guerra?

OttoParlante - La newsletter di Ottolina (30/03/26)

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30/03/2026
in Americhe, Articoli, Asia, Economia, Europa, Italia, Medio Oriente, Russia, U.S.A.
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Il Marru

Trump prova a costruirsi una exit strategy dal pantano iraniano con la minchiata dell’uranio?

Secondo un’esclusiva del Wall Street Journal, Trump valuta un’operazione militare per estrarre l’uranio dall’Iran; alcuni funzionari USA avrebbero dichiarato al Journal che Trump sta ancora valutando la possibilità di usare i corpi speciali per andarsi a prendere fisicamente l’uranio iraniano: “Trump non ha ancora deciso se impartire l’ordine”, sottolinea l’articolo, “Tuttavia rimane aperto all’idea”. Secondo alcune fonti, il presidente e alcuni suoi consiglieri sarebbero convinti che “è possibile sequestrare il materiale con un’operazione mirata che non prolungherebbe significativamente la durata della guerra”, ma “ex ufficiali militari e vari esperti” avrebbero affermato che “qualsiasi tentativo di impadronirsi dell’uranio con la forza sarebbe complesso e pericoloso” e “potrebbe prolungare la guerra ben oltre le 4-6 settimane previste pubblicamente dal team Trump”. “Prima che Israele e gli Stati Uniti conducessero una serie di attacchi aerei contro l’Iran nel giugno dello scorso anno, si riteneva che il Paese possedesse oltre 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito al 60% e quasi 200 chilogrammi di materiale fissile al 20%”: “Il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Rafael Grossi, ha affermato di ritenere che l’uranio si trovi principalmente in un tunnel sotterraneo presso il complesso nucleare di Isfahan e un deposito a Natanz”; “Squadre di forze statunitensi dovrebbero volare verso i siti, probabilmente sotto il fuoco di missili terra-aria e droni iraniani. Una volta sul posto, le truppe combattenti dovrebbero mettere in sicurezza i perimetri in modo che i genieri con attrezzature di scavo possano setacciare le macerie e verificare la presenza di mine e trappole esplosive”. “L’estrazione del materiale dovrebbe probabilmente essere condotta da una squadra d’élite di operazioni speciali, addestrata specificamente per rimuovere materiale radioattivo da una zona di conflitto. L’uranio altamente arricchito è probabilmente contenuto in 40-50 cilindri speciali simili a bombole da sub. Questi dovrebbero essere inseriti in contenitori di trasporto per proteggerli da eventuali incidenti. Ciò potrebbe riempire diversi camion, ha affermato Richard Nephew, ricercatore senior presso la Columbia University ed ex negoziatore sul nucleare con l’Iran”; “A meno che non fosse disponibile un aeroporto, sarebbe necessario allestirne uno improvvisato per trasportare le attrezzature e portare via il materiale nucleare. L’intera operazione richiederebbe giorni o addirittura una settimana per essere completata, secondo gli esperti”. Il sequestro dell’uranio potrebbe rappresentare il risultato da spacciare all’opinione pubblica per giustificare una ritirata USA dal fronte; d’altronde, è il tema sul quale ha insistito anche lo zerbino numero 1 al mondo di Trump: Giorgia Meloni. Quando Fedez gli ha dato la possibilità di fare un’ora di monologo propagandistico sul suo podcast, Giorgia ha sottolineato che, tutto sommato, il rischio esistenziale che rappresenta per tutto l’occidente una Teheran con in mano 600 chili di uranio arricchito giustifica l’aggressione di USraele; viene naturale credere che si tratti di una possibile exit strategy che gli alleati/vassalli offrono all’amministrazione USA su un piatto d’argento.

 

Ancora meglio, probabilmente, se, invece di doverselo andare a prendere correndo il rischio di un incidente chimico devastante e mettendo a repentaglio la sicurezza del personale USA, riuscissero a convincere Teheran a farselo consegnare; potrebbe essere proprio il centro dei negoziati in corso:

Come riporta Reuters, Trump ha affermato che gli Stati Uniti e l’Iran si sono incontrati “direttamente e indirettamente” e che i nuovi leader iraniani sono stati “molto ragionevoli”: “Penso che raggiungeremo un accordo con loro, ne sono quasi certo, ma è possibile che non accada, ha detto Trump ai giornalisti domenica sera, mentre viaggiava a bordo dell’Air Force One verso Washington”; “Trump ha affermato di ritenere che gli Stati Uniti avessero già portato a termine il cambio di regime a Teheran dopo che gli attacchi avevano ucciso la Guida Suprema del Paese e altri alti funzionari, ma ha ribadito per ben due volte che i loro sostituti sembravano ragionevoli”.

 

L’urgenza di trovare una via di uscita dal pantano mediorientale potrebbe essere diventata decisamente più pressante nel week end, con l’entrata in scena degli Houthi:

Lo Yemen entra in guerra e lancia missili balistici contro siti “sensibili” nel sud di Israele, titolava sabato The Cradle: “Il 28 marzo, le Forze Armate yemenite (YAF), guidate da Ansarallah, hanno annunciato il lancio di una raffica di missili balistici contro siti militari sensibili nel sud di Israele”; l’attacco di sabato ha segnato la prima azione delle Forze Armate Yali contro Israele dall’inizio di Epic Fury. Il portavoce delle Forze Armate, il generale di brigata Yahya Saree, ha dichiarato che l’operazione è stata condotta in risposta ai crimini e ai massacri perpetrati da Israele contro i nostri fratelli in Libano, Iran, Iraq e Palestina. Saree ha aggiunto che l’operazione ha raggiunto con successo i suoi obiettivi e si è svolta in concomitanza con le operazioni eroiche condotte dai nostri fratelli mujahidin in Iran e da Hezbollah in Libano; ha, inoltre, confermato che le operazioni militari yemenite continueranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati e alla cessazione dell’aggressione contro tutti i fronti della resistenza.

 

Il Guardian si chiede Cosa significa l’ingresso degli Houthi nella guerra in Iran per il conflitto e per la regione in generale:

“Il vero significato del tanto atteso ingresso degli Houthi yemeniti nella guerra contro l’Iran dipende dal fatto che il gruppo sostenuto da Teheran intenda inviare alcuni missili e droni a distanza verso Israele o se, al contrario, sfrutterà la sua vicinanza allo stretto di Bab el-Mandeb per bloccare di fatto la navigazione nel Mar Rosso, proprio come l’Iran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz”; “L’effetto combinato della chiusura di entrambe le vie navigabili al traffico commerciale proveniente da Paesi non graditi né agli iraniani né agli Houthi sarebbe devastante”: “Qualsiasi interruzione prolungata farà aumentare i costi di trasporto marittimo, i prezzi del petrolio e metterà ulteriormente a dura prova un’economia globale già fragile e provata dalla situazione nello Stretto di Hormuz”. “La più ampia strategia iraniana di attivare i gruppi alleati in tutta la regione sembra stia dando i suoi frutti e, secondo le sue previsioni, col tempo crescerà la percezione, all’interno dello Yemen, che gli Houthi siano troppo attenti all’Iran”.
Secondo Al Akhbar, “L’iniziativa dello Yemen di intervenire nel conflitto può essere considerata una misura preventiva, prima che il nemico dia inizio alle ostilità quando se ne presenterà l’occasione”: il riferimento è al tentativo di Israele di trasformare il Somaliland in un protettorato sionista da usare per accerchiare Sanaa.

 

Il possibile allargamento della strategia di accerchiamento e assedio da Hormuz a Bab el Mandeb ha immediatamente mandato in fibrillazione i mercati, con il Brent che, in questo momento, viaggia attorno a quota 115 dollari e le borse asiatiche che hanno iniziato la settimana in profondo rosso, con Tokyo che ha toccato addirittura il -5%, per poi recuperare leggermente:

“Il mercato ha praticamente scontato la prospettiva di una fine negoziata della guerra, nonostante le affermazioni di Trump sui colloqui diretti e indiretti in corso con l’Iran, e si sta preparando a una netta escalation delle ostilità militari, il che rappresenta un segnale rialzista per il petrolio, data l’enorme incertezza sui tempi e sulla natura dell’esito“, ha affermato Vandana Hari, fondatrice di Vanda Insights, società di analisi del mercato petrolifero; “Il conflitto non è più concentrato nel Golfo Persico e intorno allo Stretto di Hormuz, ma si estende ora al Mar Rosso e al Bab el-Mandeb, uno dei punti di strozzatura più cruciali al mondo per i flussi di petrolio greggio e prodotti raffinati“, hanno affermato gli analisti di JP Morgan, guidati da Natasha Kaneva, in una nota.

 

Nonostante le pressioni, gli iraniani sono comunque convinti che Trump stia solo cercando di fregarli come al solito:

L’Iran ha avvertito gli Stati Uniti di essere pronto a fronteggiare qualsiasi attacco di terra, accusando Washington di pianificare segretamente un attacco terrestre pur cercando pubblicamente il dialogo sottolinea il Guardian, che ricorda come “In un messaggio pubblicato in occasione del trentesimo giorno dall’inizio della guerra, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato: Il nemico dichiara pubblicamente di essere disposto a negoziare, mentre in segreto trama un attacco di terra”; ha aggiunto che le forze iraniane ”aspettano l’arrivo delle truppe americane sul terreno per dar loro fuoco e punire per sempre i loro partner regionali”.

 

Intanto, il regime etno-fascista di Tel Aviv continua la sua inarrestabile opera diplomatica per cercare di farsi odiare anche dagli alleati più stretti:

Come ricorda The Cradle, Israele impedisce al Patriarca latino di accedere al Santo Sepolcro la Domenica delle Palme “per la prima volta in secoli”: come sapete, al Patriarca latino di Gerusalemme è stato impedito di celebrare la messa della Domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro il 29 marzo, per la prima volta in secoli, dopo che la polizia israeliana ha bloccato l’ingresso a lui e ad altri fedeli: adducendo come pretesto problemi di sicurezza legati alla guerra con l’Iran, la polizia israeliana ha fermato il cardinale Pierbattista Pizzaballa e frate Francesco Ielpo mentre si recavano alla chiesa. Il sostegno al regime genocida da parte del Vaticano, però, grazie all’arrivo di Papa Leone, sembra essere più forte di ogni dovere rituale, e non si registra ad oggi nessuna reazione.

 

Milioni di cattolici in tutto il mondo, però, presumibilmente la pensano diversamente e hanno aderito in massa alla gigantesca mobilitazione globale No Kings che, nonostante le evidenti contraddizioni (alla bellissima e oceanica manifestazione di Roma, ad esempio, hanno aderito molte sigle che fino al giorno prima manifestavano insieme ai sostenitori del ritorno della monarchia in Iran), è stata apprezzata anche dal Presidente del Parlamento Iraniano Ghalibaf:

“Benvenuti alla festa che abbiamo iniziato 47 anni fa”, ha scritto: “No Kings: il popolo iraniano approva questo messaggio”; il riferimento è, appunto, alla rivoluzione che 47 anni fa ha cacciato il monarca svendipatria da Teheran e ha dato vita alla Repubblica Islamica. Effettivamente non c’è niente di più No Kings che la resistenza antimperialista iraniana, che non solo ha rovesciato il suo Re, ma che rappresenta una gigantesca minaccia anche per tutti gli altri Re del Medio Oriente, coccolati da Washington e succubi del progetto coloniale sionista; il paradosso, probabilmente, è sfuggito a molti dei promotori della piazza, ma non a tanti manifestanti che, nonostante il bombardamento della propaganda, sono scesi in piazza con cartelli e striscioni di sostegno alla guerra di sopravvivenza iraniana.

 

E i movimenti di Sinistra non sono i soli a chiedere a Washington di tornarsene a casina loro; anche i partiti più filo-trumpiani d’Europa sembra comincino ad averne le palle piene:

Al di là delle nostre contraddizioni di provincia, la portata delle manifestazioni sembra rappresentare un bel problema per Trump, soprattutto a casa:

“In segno di condanna della repressione interna e della decisione unilaterale di dichiarare guerra all’Iran”, sottolinea The Cradle, “negli Stati Uniti è scoppiata una terza ondata senza precedenti di proteste No Kings, i cui echi hanno cominciato a farsi sentire persino negli stati più conservatori e fedeli a Trump”: “Dopo che gli organizzatori avevano previsto che il Paese avrebbe assistito alla più grande giornata di protesta politica della sua storia, gli organizzatori del movimento hanno stimato che, mentre le prime due tornate di marce No King hanno attirato più di 5 milioni di persone a giugno e 7 milioni a ottobre, almeno 8 milioni di partecipanti hanno preso parte sabato a oltre 3.300 eventi negli Stati Uniti e all’estero”; “In particolare, mentre si prevedevano proteste su larga scala a New York, Los Angeles, Washington, D.C. e nelle Twin Cities del Minnesota, gli organizzatori hanno stimato che due terzi dei partecipanti sarebbero arrivati da fuori dei principali centri urbani, rappresentando un aumento di circa il 40% nella partecipazione da comunità più piccole rispetto al primo evento del movimento dello scorso giugno”. “Gli organizzatori affermano che, con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, il movimento sta assistendo a un aumento del numero di persone che organizzano eventi e si registrano per partecipare in Stati tradizionalmente repubblicani come Idaho, Wyoming, Montana e Utah”.

 

In un attacco di venerdì scorso alla base aerea di Prince Sultan in Arabia Saudita, gli iraniani, intanto, avrebbero danneggiato diversi velivoli USA e carbonizzato uno dei sempre più preziosi aerei AWACS E-3:

“La perdita di un E-3 Sentry”, sottolinea The War Zone, “rappresenta un evento di grande rilevanza. Questi velivoli sono fondamentali per individuare i bombardamenti in arrivo e coordinare la guerra aerea. Gli Stati Uniti ne inviarono sei in Medio Oriente prima dell’inizio della guerra e altri nelle prime fasi del conflitto, e che potrebbero essere esemplari impiegati per essere diretti verso la stessa area. In tutto gli USA dispongono di 16 E-3 ma, a causa dell’età avanzata della flotta e dei problemi che comporta, il numero di esemplari in servizio effettivamente pronto a operare potrebbe essere sensibilmente inferiore”: “La potenziale perdita dell’E-3 e forse di altri velivoli in questo attacco, così come in altri avvenuti durante la guerra, oltre ai preoccupanti eventi che si verificano qui in patria, evidenzia l’urgente necessità di infrastrutture di base aerea più sicure”, ma “il Pentagono continua a tergiversare e a minimizzare la necessità di investire in hangar rinforzati per gli aerei, nonostante il rischio per i velivoli a terra sia stato reso lampante dai recenti conflitti”.

 

Gli iraniani comunicano numerosi altri obiettivi colpiti nell’ultima ondata di True Promise 4, l’86esima:

“Secondo il quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya, l’ondata 86 dell’Operazione True Promise 4 ha preso di mira basi militari statunitensi in tutta l’Asia occidentale e in profondità nel territorio occupato da Israele, colpendo siti strategici e sensibili con missili e droni”: “Secondo quanto dichiarato dalle Guardie Rivoluzionarie, l’operazione ha preso di mira la zona industriale di Neot Hovav a Beer al-Sabe, a sud dei territori occupati, utilizzando missili balistici lanciati dalle sue Forze Aerospaziali”; “Ibrahim Zolfaghari, portavoce di Khatam al-Anbiya, ha confermato che le forze aerospaziali e navali iraniane hanno condotto l’operazione in più fasi. La prima fase ha colpito infrastrutture per operazioni aeree, depositi di armi e strutture droni presso la base di Victoria in Iraq, Arifjan in Kuwait e al-Kharj in Arabia Saudita”. “L’offensiva si è estesa a siti militari israeliani, strutture sioniste e al quartier generale del gruppo Komala, tra cui Arad, al-Naqab e Tel Aviv, nonché a basi statunitensi presso la Quinta Flotta, la base di Al Dhafra (Emirati Arabi Uniti) ed Erbil”.

 

Accerchiato su tutti i fronti, Trump sembra essere stato costretto a mollare su quello che aveva dichiarato sarebbe stata la sua priorità assoluta: l’emisfero occidentale.

Come titola il Guardian, “Trump sembra allentare il blocco petrolifero di fatto imposto a Cuba, mentre una petroliera russa si avvicina all’isola. Donald Trump afferma di non avere alcun problema con l’invio di petrolio russo a Cuba, mentre la petroliera Anatoly Kolodkin si dirige verso Cuba con 730.000 barili di greggio”: “Fino ad ora, l’amministrazione Trump aveva di fatto impedito tutte le spedizioni di petrolio a Cuba nel tentativo di fare pressione sul governo dell’Avana”. Le migliaia di barili di greggio rappresenterebbero un sollievo significativo per Cuba, che, secondo il presidente Miguel Díaz Canel, non riceve importazioni di petrolio da tre mesi. Jorge Pinon, esperto del settore energetico cubano presso l’Università del Texas a Austin, si è detto sorpreso che gli Stati Uniti non abbiano tentato di intercettare la petroliera russa prima che si avvicinasse a Cuba.

Tags: crisi internazionaledonald trumpgeopoliticaguerra iran-usa-israeleHouthila newsletter di ottolinaottoparlanteprezzo del petrolioproteste no kingsuranio
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