Il Marru
Tanto tuonò, che poi piovve: alle 12.01 AM, orario di Washington D.C. (le 6.01 italiane), è ufficialmente iniziato lo shutdown federale; negli ultimi anni siamo arrivati sempre a un passo dal dichiararlo, quando si trattava di trovare un accordo per innalzare il tetto del debito USA, ma in zona Cesarini il pericolo è sempre stato sventato. Per trovare l’ultimo precedente bisogna tornare al Trump 1: siamo nel dicembre 2018, Trump vuole 5 miliardi per costruire il muro al confine col Messico; i democratici colgono la palla al balzo per dichiarargli guerra. Risultato: 420 mila dipendenti federali costretti ad andare a lavoro, ma senza stipendio; altri 380 mila in congedo forzato non retribuito, compresi gli addetti al controllo del traffico aereo – che significa ritardi, voli cancellati, terminal chiusi. Danno complessivo stimato: 11 miliardi di dollari: il consenso dell’amministrazione Trump passò, nell’arco di pochi giorni, dal 43 al 37%. E a questo giro, scrive il Wall Street Journal, “la chiusura potrebbe avere conseguenze decisamente più gravi di quelle registrate in passato”; il punto è che, come ha detto lo stesso Trump, “con uno shutdown, potremmo sbarazzarci di molte cose che non volevamo”, vale a dire di tutto ciò che puzza di Dem all’interno del governo federale. La minaccia di Trump è che invece di limitarsi, come in passato, a imporre il congedo forzato non retribuito ai dipendenti federali che si occupano di servizi ritenuti non essenziali, si colga la palla al balzo per procedere direttamente al loro licenziamento.
Si avvera così un pezzo fondamentale del piano distopico riassunto nel famigerato rapporto della Heritage Foundation Project 2025; ne avevamo parlato oltre un anno fa qui: il progetto denunciava il cancro Dem che stava divorando la macchina federale dall’interno e, per combatterlo, consigliava una lunga serie di misure che andavano dall’aumento degli incarichi di nomina politica alla fine dell’indipendenza per molte agenzie, fino al licenziamento di massa dei più infedeli, tutte misure che Trump, tra una boutade e l’altra, sta in realtà portando avanti in modo piuttosto sistematico; e chi pensa che, a un certo punto, si fermi perché sono misure troppo divisive, forse si illude: la polarizzazione e la repressione violenta del dissenso potrebbero essere esattamente il suo fine ultimo; la convocazione, in fretta e furia, di tutti i generali ieri a Quantico rientrerebbe in questo schema: invece che preoccuparvi della Cina e della Russia, occupatevi di questa guerra: le città USA dovrebbero essere utilizzate come “campi di addestramento” militari, ha dichiarato Trump dal palco.
Oltre ai soldati, Trump è alla ricerca del sostegno al suo piano distopico anche delle oligarchie finanziarie; in cambio, è pronto a sostenere la scalata ai gioielli di famiglia: come riporta il Financial Times, “Global Infrastructure Partners, di proprietà di BlackRock, sta per concludere un accordo da 38 miliardi di dollari per l’acquisizione del gruppo di servizi pubblici AES, in quella che sarebbe una delle più grandi acquisizioni di infrastrutture di tutti i tempi”. AES è una delle più grandi società di servizi pubblici quotate in borsa negli Stati Uniti e gestisce centrali elettriche in tutto il Paese e in altre 13 nazioni, in particolare, al servizio del boom dei data center per lo sviluppo dell’AI, che nel frattempo, titola Bloomberg, “stanno facendo schizzare alle stelle le bollette elettriche”. Secondo Bloomberg, “Nelle aree vicine ai data center, l’elettricità all’ingrosso costa fino al 267% in più rispetto a cinque anni fa” e in prima linea tra quelli che incassano, c’è proprio AES.
Meno male che, anche oggi, ci pensa il buon Gustavo Petro a farci tornare il sorriso: “Petro licenzia il team dell’ambasciata di Pechino per aver sabotato i contatti con la Cina”, titola il South China Morning Post; “Il presidente colombiano”, si legge nell’articolo, “ha ordinato la rimozione dei diplomatici dall’ambasciata del suo paese a Pechino, accusandoli di sabotare le relazioni con la Cina, mentre Bogotà si allontana bruscamente da Washington”. ”C’è un ministero degli Esteri che si vergogna di interagire con la Cina e sabota le relazioni. Tutte queste persone devono andarsene”, ha dichiarato; secondo Petro, i diplomatici a Pechino avrebbero modificato il suo programma e annullato incontri senza la sua autorizzazione durante la visita nel Paese in primavera: “Questo è colonialismo”, ha affermato. Durante la visita la Colombia, aveva aderito ufficialmente alla Belt and Road: “Questo cambia la storia delle nostre relazioni estere. D’ora in poi, la Colombia si rapporta al mondo su un piano di parità e in libertà”, aveva affermato Petro durante la cerimonia della firma dell’adesione.
Ale
Partiamo con la guerra, tanto per cambiare: gli Stati europei stanno per trovare una quadra sull’utilizzo dei famosi beni russi congelati in Europa; stiamo parlando dei circa 140 miliardi di riserve auree e valutarie in attività liquide come valute principali, oro e titoli di Stato, attualmente detenuti dal depositario titoli belga Euroclear che gli Stati Europei, da quando è cominciata la guerra in Ucraina, si rifiutano di restituire alla Russia e cercano in tutti i modi di trasformarli in fondi a proprio uso e consumo, naturalmente al di fuori di qualsiasi legalità o diritto. In questi giorni, prende sempre più piede l’idea di utilizzare i 140 miliardi come prestito a interessi zero all’Ucraina, purché questi soldi vengano poi utilizzati da Kiev per comprare armi made in Ue: “Abbiamo bisogno di una soluzione più strutturale per il sostegno militare ed è per questo che ho avanzato l’idea di un prestito di riparazioni basato sulle risorse della Russia”, ha detto il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen al fianco del capo della NATO Mark Rutte; ”rafforzeremo la nostra industria della difesa assicurandoci che parte del prestito venga utilizzato per gli appalti in Europa e con l’Europa”. Le discussioni arriveranno a capo durante un vertice informale dei leader dell’Ue a Copenaghen mercoledì, che si concentrerà su come impedire a Slovacchia e Ungheria di porre il veto su questa proposta; i viceministri delle finanze, poi, stanno ancora cercando di capire l’ingegneria finanziaria creativa (sic) necessaria per finanziare il prestito e discuteranno l’iniziativa per riunioni virtuali per tutta la settimana.
Ma passiamo all’Italia: l’Italia accederà ai fondi del progetto europeo “safe” per investimenti in armamenti e infrastrutture militari. Attualmente, il nostro Paese ha ottenuto accesso virtuale a circa 15 miliardi; il percorso per ottenere i finanziamenti sarà però a tappe tappe, sul modello del PNRR: per ottenere i finanziamenti dovranno essere rispettate le milestone, cioè gli obiettivi dei singoli progetti per la Difesa. Secondo quanto risulta al Fatto, l’Italia sta lavorando ai progetti da presentare e che riguarderanno protezione aerospaziale e marittima, soprattutto per tutelarsi dalla pressione che arriverà dal Sahel; lo scudo coprirà diversi ambiti: quello dell’anti-missilistica, quello della cybersecurity e poi le infrastrutture critiche. L’obiettivo dichiarato di Crosetto è quello di “essere pronti a difenderci da qualunque minaccia entro il 2031”.
Un’indagine della FIOM-CGIL fotografa, numeri alla mano, la crisi di Stellantis e la sua fuga dall’Italia: si parla di un taglio di quasi diecimila posti di lavoro in quattro anni, con un costo di oltre 777 milioni di euro per incentivare le uscite volontarie; i dipendenti sono crollati dalle 37.288 unità nel 2020 alle 27.632 nel 2024, con un saldo negativo di 9.656 lavoratori. Un calo che si accompagna al crollo produttivo: nel 2024, sono state prodotte solo 289.154 auto e 190.784 veicoli commerciali, numeri lontanissimi dal milione di veicoli del 2004. E, come sottolinea la FIOM, a Mirafiori il declino è emblematico: dalle 200mila vetture del 2004 alle 24.933 dell’anno scorso, e tutte le nuove produzioni mass market sono state delocalizzate – “Topolino in Marocco; Fiat 600 in Polonia; Alfa Junior in Polonia; Nuova Panda in Serbia; Nuova Lancia Y in Spagna“. Il calo produttivo “non può essere solamente imputato al calo della domanda“ perché “a prescindere dall’andamento delle vendite complessive del settore, “Stellantis continua a perdere quote di mercato, sia in Italia che in Europa“.
Gab
Dopo una notte insonne, prosegue il viaggio della Global Sumud Flottila verso Gaza: superata la precedente linea rossa definita dal governo israeliano. Nel mentre, in Italia imperversa la polemica attorno al ritiro della fregata militare che avrebbe rispettato gli ordini di Tel Aviv e invitato gli attivisti a desistere. Qui link con la notizia vista da fuori; qui aggiornamenti.
Sale la tensione in Israele attorno all’accordo di pace voluto da Trump: la Casa Bianca ha bisogno di portare un risultato a casa per non scontentare la propria base elettorale in fermento. Diametralmente opposta l’esigenza di Netanyahu e del suo governo, che deve contenere un elettorato oltranzista; Haaretz commenta così l’atteggiamento del primo ministro: “Se avesse un briciolo di decenza, Netanyahu autorizzerebbe l’accordo e si dimetterebbe. Questo, naturalmente, è totalmente inconcepibile per lui”. Scopo del governo di Tel Aviv è, probabilmente, quello di balcanizzare l’accordo tirando per le lunghe i dettagli e sfumando aspetti più controversi, primo tra tutti: quando avverrebbe il ritiro dell’IDF? Qui link. Il parere della destra israeliana lo rende noto The Jerusalem Post, che affronta la vicenda in modo più netto: “Probabilmente Hamas rifiuterà il piano di pace di Trump per Gaza, ha detto alla BBC un funzionario del gruppo terroristico”. Qui link. Attesi in giornata ulteriori sviluppi tanto dal piano di pace, quanto dalla Flotilla.
Soddu
Petro: il bastone agli Stati uniti e la carota alla Cina. Negli ultimi mesi, le relazioni tra Colombia e Stati Uniti si sono gravemente deteriorate, culminando con la revoca del visto del presidente Gustavo Petro da parte di Washington per aver partecipato ad una manifestazione proPal sul suolo americano; ma la tensione è aumentata dopo che Petro ha ordinato la sostituzione dei diplomatici colombiani a Pechino, accusandoli di sabotare i rapporti con la Cina e definendo il loro comportamento colonialista: durante la sua visita in Cina, a maggio 2025, funzionari locali avevano modificato il suo programma e annullato incontri ufficiali, episodio che Petro ha denunciato come intollerabile. La sostituzione dei diplomatici segue l’adesione della Colombia all’iniziativa cinese Belt and Road, con la firma a Pechino di un piano di cooperazione tra i due governi per promuovere la costruzione della Via della Seta e della Via della Seta marittima; Petro ha definito l’accordo storico, capace di portare investimenti, trasferimento tecnologico e grandi progetti infrastrutturali, aprendo alla Colombia legami internazionali più equi e riducendo la storica dipendenza dagli Stati Uniti, rafforzata da 13 anni di accordo di libero scambio che aveva raddoppiato le esportazioni verso Washington. Già Petro aveva rifiutato un aereo statunitense per deportare immigrati colombiani per condizioni disumane, provocando dazi fino al 25% e minacce di raddoppiarli; poi, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 23 settembre, Petro ha criticato attacchi mortali americani nei Caraibi chiedendo il perseguimento dei responsabili e, il 26 settembre, ha esortato i soldati americani a disobbedire agli ordini di Trump durante una manifestazione, scatenando così la revoca del visto: Petro ha risposto dichiarando di non averne bisogno. Il presidente colombiano ha anche adottato una posizione dura sul conflitto israelo-palestinese, interrompendo le relazioni diplomatiche con Israele nel 2024 e sospendendo le esportazioni di carbone fino alla cessazione delle violenze; durante l’Assemblea ONU, ha chiesto la creazione di una forza di pace internazionale per fermare il conflitto a Gaza: la politica estera di Petro punta, così, a un ruolo più autonomo della Colombia, con apertura alla Cina e resistenza alla pressione di Stati Uniti e Israele, rompendo decenni di dipendenza politica ed economica da Washington.
Economia: Cina vs Giappone. La manifattura asiatica entra in ottobre 2025 con due segnali che si muovono in direzioni opposte e che mettono a confronto due grandi economie regionali: la Cina e il Giappone; da un lato Pechino deve fare i conti con un settore industriale che continua a contrarsi per il sesto mese consecutivo, con l’indice ufficiale PMI fermo a 49,8 un dato che rimane sotto la soglia critica di 50 e che testimonia le difficoltà della seconda economia mondiale. Dall’altro lato, Tokyo raccoglie, invece, un miglioramento della fiducia tra i grandi produttori, secondo l’indagine Tankan, condotta dalla Bank of Japan, che fotografa un sentiment più positivo sostenuto da esportazioni solide e da un clima di investimento interno dinamico. In Cina, la lettura è stata parzialmente compensata dall’indagine privata Caixin S&P Global che ha segnalato un valore di 51,2, suggerendo la possibilità di una ripresa in corso; sebbene fragile e contraddittorio, questo contrasto tra i dati evidenzia quanto sia difficile interpretare l’andamento dell’economia cinese, che appare divisa tra settori in veloce risalita e altri ancora pesantemente frenati dai consumi interni sotto tono, dalla pressione dei dazi statunitensi e dalle difficoltà persistenti del comparto immobiliare, dopo lo stop alle speculazioni, con i prezzi delle case in calo e la domanda di nuove abitazioni che resta debole. In Giappone, il Tankan della BOJ ha mostrato che la fiducia dei grandi produttori migliora ulteriormente rispetto ai mesi precedenti grazie alla spinta delle esportazioni verso gli Stati Uniti e Sud-est asiatico, un dato particolarmente significativo in un Paese che, negli ultimi anni, aveva sofferto per la stagnazione e che oggi sembra aver trovato un percorso più stabile; il miglioramento della fiducia è interpretato dagli analisti come un segnale che la politica economica del governo e la strategia della Bank of Japan stanno fornendo un sostegno reale al settore produttivo, incentivando la crescita e rendendo più competitive le imprese a livello globale. A livello regionale, il quadro rimane frammentato, con la Corea del Sud che a settembre ha registrato la prima espansione manifatturiera in otto mesi: questo crea un mosaico di andamenti contrastanti che riflette la complessità dei flussi commerciali e la pressione delle tensioni geopolitiche; il risultato complessivo è che l’Asia si trova in una fase di transizione, con il Giappone che cerca di capitalizzare un momento favorevole e la Cina che, invece, deve ancora trovare un equilibrio stabile per rilanciare la sua economia industriale.
Cina: oggi i 70 anni della Repubblica Popolare e le sfide future del Partito. Sulle strade di Pechino, per onorare questo anniversario, è già passata la grande parata che ha messo in mostra la forza militare e la compattezza politica del Paese e ha rappresentato un momento di autorappresentazione globale del Partito Comunista, che ha voluto sottolineare la continuità della sua leadership e la capacità di affrontare le sfide del futuro: per ricordare questo momento, in Cina si insiste sui concetti di unità nazionale e di missione storica del Partito come garante della stabilità e della prosperità; ma, dietro alle celebrazioni, si è aperta una riflessione sul futuro del modello cinese in un contesto internazionale instabile, la sfida degli Stati Uniti, da pressioni tecnologiche e commerciali e dalla necessità di rendere più sostenibile e inclusivo il proprio sviluppo economico. Secondo gli analisti del think tank Merics, il Partito si sta preparando a battaglie future che non sono solo militari, ma anche economiche e ideologiche; una competizione a tutto campo che richiede di rafforzare il controllo interno, contrastare ogni posizione divergente e, allo stesso tempo, promuovere la modernizzazione industriale e tecnologica. Il Partito Comunista è convinto di poter mantenere la legittimità grazie a un equilibrio tra crescita e stabilità sociale, ma i nodi strutturali rimangono aperti, con una società più complessa, con generazioni giovani meno inclini ad accettare rigidi meccanismi burocratici e con un’economia che deve affrontare la sfida della transizione verde e della riduzione della dipendenza tecnologica dall’estero; la celebrazione del settantesimo anniversario diventa così un rito politico che guarda al passato, ma serve soprattutto a lanciare un messaggio al futuro, quello di un Partito determinato a non arretrare di fronte alle pressioni internazionali e convinto di dover preparare la Cina a una lunga stagione di confronto strategico.
Pakistan: le dimissioni di due ministri del Khyber Pakhtunkhwa. In Pakistan, due ministri del governo provinciale del Khyber Pakhtunkhwa hanno presentato le loro dimissioni dichiarando di aver agito “in linea con i desideri di Imran Khan”, leader del Pakistan Tehreek e Insaf e figura centrale della politica nazionale, nonostante l’arresto e la crescente pressione giudiziaria; il gesto è stato letto come un atto di fedeltà politica verso l’ex premier e come un segnale della persistente influenza di Khan sulla base e sui quadri del partito a livello regionale. La mossa conferma che l’ex primo ministro, nonostante sia formalmente escluso dalle istituzioni, mantiene ancora la capacità di orientare le scelte del suo partito e di condizionare l’agenda politica. La crisi politica pakistana si sviluppa in un contesto già carico di tensioni: con l’economia in difficoltà, la pressione del Fondo Monetario Internazionale e una situazione di sicurezza ancora fragile, la decisione dei ministri del Khyber Pakhtunkhwa apre un nuovo fronte di instabilità e dimostra che il partito rimane diviso tra chi vuole prendere le distanze dalla figura di Khan per sopravvivere politicamente e chi, invece, sceglie di rafforzarne la linea, cercando di mantenere il legame con l’elettorato più fedele. Il caso delle dimissioni rischia di avere ripercussioni anche sul piano nazionale, dove le opposizioni denunciano l’ingerenza dei militari e la compressione delle libertà politiche, mentre il governo federale cerca di consolidare la sua posizione e di presentarsi come garante di stabilità agli occhi della comunità internazionale.
Kazakhstan: Tokayev riorganizza la politica estera dopo New York. Dopo il suo recente viaggio a New York per la sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente del Kazakhstan, Kassym Jomart Tokayev, ha avviato un ampio rimpasto del suo team di politica estera, segnando una nuova fase nella direzione diplomatica del Paese che vuole rafforzare la propria autonomia strategica e bilanciare con più decisione i rapporti con Russia, Cina e Stati Uniti; Tokayev ha sostituito figure chiave e introdotto nuovi consiglieri e diplomatici, con il chiaro obiettivo di rinnovare lo stile e la sostanza della politica estera kazaka e di proiettare un’immagine di affidabilità e modernità agli occhi degli investitori internazionali: il Kazakhstan cerca, infatti, di consolidarsi come hub economico e logistico dell’Asia Centrale, approfittando della sua posizione strategica tra due potenze come Mosca e Pechino, ma, allo stesso tempo, rafforzando il dialogo con Washington e con l’Unione Europea. Il cambiamento arriva in un momento delicato, con la Russia che preme per una maggiore integrazione nelle strutture economiche e militari regionali, mentre l’Occidente guarda con interesse a un Paese ricco di risorse energetiche, ma desideroso di diversificare i propri partner: Tokayev mira a trasmettere un’immagine di pragmatismo e indipendenza, cercando di ridurre l’influenza degli oligarchi e di introdurre più trasparenza negli affari esteri; il rimpasto diplomatico si inserisce in una più ampia strategia di riforma interna che punta a modernizzare le istituzioni, a rafforzare la fiducia dei cittadini nello Stato e a preparare il Paese a nuove sfide economiche e geopolitiche. La decisione di Tokayev conferma che il Kazakhstan vuole essere non più un semplice spettatore, ma un attore in grado di definire autonomamente le proprie priorità nella regione.















