Il governo Meloni è impegnato a difendere le eccellenze e i campioni italiani e non c’è campione più italiano della criminalità organizzata: a parte Eni, Enel e Generali, la più grande e influente azienda italiana E proprio mentre la nostra Georgie dai biondi capelli dorati si atteggia da novella Margaret Thatcher e si impegna a rimuovere lacci e lacciuoli che ostacolano gli spiriti animali dei nostri eroici prenditori confindustriali, come poteva esimersi dal riservare un trattamento di riguardo anche per Big Mafia? E, in effetti, non si è fatta pregare: l’esordio fu il tanto osannato decreto anti rave, un tema così futile da rendere piuttosto incomprensibile il ricorso ad un’iniziativa legislativa ad hoc, a meno che non nascondesse qualcos’altro.
Quel qualcos’altro è un bel regalo alle organizzazioni mafiose: con l’entrata in vigore del decreto, ai mafiosi arrestati non converrà più collaborare con la giustizia; chi collabora, infatti, ha l’obbligo di specificare tutto il patrimonio occulto. Chi sceglie il silenzio no, senza incorrere in nessuna sanzione. Poi è stato il turno dell’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, che ha visto l’immancabile convergenza anche dei voti di Azione e Italia Viva, il partito unico del garantismo per i ricchi e i corrotti. Poi è arrivato il turno della guerra alle intercettazioni, che non potranno durare per più di 45 giorni, e ora in ballo c’è l’ultima chicca: il ddl Bongiorno-Zanettin che impone ai PM di richiedere una doppia autorizzazione dal giudice per il sequestro, prima, e l’utilizzo, poi, di materiale informatico ai fini dell’indagine, e pure di avvisare le persone coinvolte in caso di duplicazione del materiale sequestrato; un po’ come le regole che impongono di avvisare per tempo in caso di ispezioni nei luoghi di lavoro. E poi non si dica che questo governo non sta dalla parte dell’Italia che lavora e che produce! Ne parliamo con qualcuno che di collusioni tra istituzioni e imprenditoria mafiosa se ne intende: Luigi De Magistris.















