
Siria, gli USA tornano a casa: le autorità statunitensi hanno avvisato il governo israeliano che entro due mesi avvieranno un ritiro graduale delle proprie truppe dalla Siria. La notizia non è nuova, già precedentemente Donald Trump e alcuni membri della sua amministrazione, sia prima che dopo l’elezione, avevano paventato questa ipotesi. Pochi giorni prima di Natale, anche il Pentagono, in vista della nuova presidenza, aveva corretto il numero di soldati presenti nel paese: da poche centinaia a circa duemila.
Tel Aviv teme che il ritiro USA possa aumentare le pressioni turche nell’area, lasciando scoperto il fronte nord-orientale gestito dalle SDF, prevalentemente curda e fino ad oggi supportata dall’Occidente. Un eventuale cedimento curdo, rafforzerebbe Erdogan e la sua influenza complessiva sul governo di Damasco.
In questa direzione vanno letti anche i precedenti appelli israeliani a tutelare le minoranze nel paese: dai drusi, nel cui territorio si sta assistendo ad una lenta e progressiva penetrazione dell’IDF, agli alawiti e ai curdi. Emergono quindi le diverse strategie direzionali tra Tel Aviv che preferirebbe una Siria divisa in cantoni etnico-religiosi e Ankara che preferirebbe un paese unito e con un governo subalterno.















