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Tag: welfare

Lo scandalo Putin: se ne sbatte delle minacce europee e parla di asili, ospedali e salario minimo

Politico: “Putin minaccia la NATO con un attacco nucleare”; Bloomberg: “Putin avverte la NATO sui rischi di una guerra nucleare”; New York Times: “Putin afferma che l’Occidente rischia un conflitto nucleare”. Come sempre in questo periodo, ieri Putin ha ripetuto il rituale del suo lungo discorso annuale di fronte all’assemblea federale e, come ogni anno, la propaganda del partito unico della guerra e degli affari dell’Occidente collettivo fa di tutto affinché non ci si capisca una seganiente: ne avevamo già parlato a lungo l’anno scorso in questo video; anche quest’anno il copione è abbastanza simile. La propaganda occidentale, ormai assuefatta alle sparate a caso del sempre pimpantissimo Manuelino Macaron e alla ricerca disperata del titolone, scatena panico e si dimentica di dire che, anche a questo giro, la stragrande maggioranza del tempo Putin lo ha dedicato a parlare di welfare state e di sviluppo economico; d’altronde, farebbe strano: come lo giustifichi il fatto che tutto il mondo occidentale come un sol uomo è concentrato a fare la guerra per procura a un singolo Stato che continuano a spacciare come sull’orlo della bancarotta, e quello dedica più tempo agli asili, agli ospedali, al salario minimo, ai data center e al sostegno alle piccole medie aziende che non al rischio della scesa in campo direttamente di uomini della NATO?

Vladimir Putin

Un anno fa, Putin si prendeva gioco della propaganda senza capo né coda dei media e delle istituzioni occidentali ricordando come “inizialmente alcuni analisti avevano previsto un crollo del PIL russo superiore al 20%. Poi si sono corretti: saremmo dovuti crollare almeno del 10. Secondo gli ultimi dati, il nostro PIL si è contratto appena del 2,1%” e a partire dal terzo trimestre del 2022, continuava Putin, è tornato a crescere; un anno dopo, il bilancio è migliore delle più rosee aspettative: “Nel 2023” afferma Putin davanti all’Assemblea Federale “l’economia russa è cresciuta più della media mondiale”. Gli ingredienti di quella crescita li aveva anticipati, appunto, un anno fa e ora si cominciano a raccogliere i frutti; Putin, a questo giro, ricorda infatti come sono state avviate 1 milione di nuove attività imprenditoriali e commerciali di ogni genere: un record assoluto. Un bel traino è stato l’edilizia, come un daddy Conte qualsiasi: 110 milioni di metri quadrati di superficie residenziale solo l’anno scorso, “il 50% in più rispetto al livello più alto dell’era sovietica, raggiunto nel 1987” e che si vanno ad aggiungere agli oltre 4 milioni di metri quadri di superficie in più destinata alla produzione; “I nostri imprenditori” ha affermato Putin “credono in loro stessi, nelle loro capacità, e nel loro paese”.
E questo nonostante le sanzioni; anzi, in parte proprio grazie a loro: come ricorda Putin, infatti, nel 2023 “centinaia di nuovi marchi russi hanno fatto il loro esordio sul mercato”. “Nel 1999” sottolinea ancora “la quota delle importazioni nel nostro Paese ha raggiunto il 26% del PIL. L’anno scorso è stata pari al 19% del PIL e il nostro obiettivo è, prima del 2030, raggiungere un livello di importazioni non superiore al 17% del PIL”. Sempre nonostante le sanzioni, sottolinea ancora Putin, nel 2023 i porti russi hanno movimento oltre 5 volte la quantità di merce movimentata nell’anno del massimo splendore dell’ex Unione Sovietica: tutto questo, sottolinea Putin, è stato possibile grazie al fatto che il mondo finalmente sta attraversando cambiamenti di un’entità mai vista sino ad oggi. “Ad esempio” sottolinea Putin “nel 2028, i paesi BRICS, tenendo conto dei nuovi membri, creeranno circa il 37% del PIL globale, mentre i numeri del G7 scenderanno al di sotto del 28%”; nel 1992 i paesi del G7 pesavano per il 45,7 e i paesi BRICS per appena il 16,5: “Queste sono le tendenze globali” ha sottolineato Putin “e non è possibile allontanarsi da questa realtà oggettiva, che rimarrà tale qualunque cosa accada, anche in Ucraina”. Putin sottolinea poi come il segreto dei BRICS sta nel “rispetto per gli interessi reciproci che ci guida nell’interazione con i nostri partner, e questo è il motivo per cui sempre più paesi sono interessati a far parte di organizzazioni multilaterali come l’Unione Economica Eurasiatica o la Shanghai Cooperation Organization”: tutti vedono grandi opportunità,in particolare “nel progetto di costruzione di un Grande Partenariato Eurasiatico” e nell’adesione “all’iniziativa cinese della Nuova via della seta”. La Russia, continua Putin, ha approfondito il suo rapporto con l’ASEAN, con gli stati arabi e con l’America Latina e, ancora di più, con l’Africa, a partire dal vertice Russia – Africa che “ha rappresentato una vera svolta, con il continente africano che è diventato sempre più assertivo nel perseguire i propri interessi e nell’esercitare un’autentica sovranità. Aspirazioni che noi continueremo a sostenere sinceramente”: quindi il Mondo Nuovo che avanza, e la ferma volontà da parte della Russia di coglierne tutte le opportunità; altro che dittatore isolato e paranoico! Qui quelli isolati e paranoici siamo noi.
Ma la cosa forse più interessante del lungo discorso di Putin, in realtà, è ancora un’altra e l’ha sottolineata lui stesso: “Tutto quello che ho detto fino ad ora è importante, ma quello di cui parlerò ora è la questione più importante di tutte”; saranno i missili? I contingenti che la NATO minaccia di dispiegare direttamente in Ucraina? La Transnistria? Macché: la questione più importante di tutte, secondo Putin, sono “I bassi redditi, in particolare di molte famiglie numerose”; se leggi La Repubblichina ti aspetti Hitler e, invece, ti ritrovi di fronte Fanfani. “Nel 2000” ricorda Putin “42 milioni di russi vivevano al di sotto della soglia di povertà. Da allora la situazione è radicalmente cambiata. Alla fine dello scorso anno” continua con enfasi “il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà è sceso a 13,5 milioni”; un dato clamoroso, ma – frena gli entusiasmi Putin – “ancora troppo elevato” e il nostro primo dovere è “concentrarsi costantemente sulla ricerca di una soluzione”. Una prima misura, sottolinea Putin, è stata introdotta il primo gennaio del 2023 e consiste in “un assegno mensile per le famiglie a basso reddito” che l’anno scorso ha riguardato “più di 11 milioni di persone”, ma “la povertà resta un problema acuto” in particolare per le famiglie numerose, che sono povere in circa un caso ogni 3: il nostro obiettivo, scandisce Putin, è che “entro il 2030 questa percentuale non sia superiore al 12%, meno della metà di oggi”, a partire dalle regioni della Russia centrale e nordoccidentale che, a partire dal prossimo anno, riceveranno circa 750 milioni di finanziamenti pubblici per cominciare ad affrontare il problema.
La questione demografica porta via un quarto d’ora buona di discorso, una carrellata di aiuti per incentivare i figli e la famiglia tradizionale che democrazia cristiana scansate, e poi tutto quello che serve affinché questi bambini crescano in salute e diventino adulti produttivi: 4 miliardi di euro per la manutenzione straordinaria di 18.500 edifici scolastici, a partire dagli asili, ai quali si aggiungono altri 4 miliardi per 40 nuovi campus universitari, 1 miliardo e mezzo per 800 strutture per la specializzazione professionale e non ho capito bene quanto per la nascita di 25 nuove università in tutto il paese; d’altronde, sottolinea Putin, “Nel 2035 avremo 2,4 milioni di cittadini in più con un’età compresa tra i 20 e i 25 anni” ed è su loro che la Russia deve puntare per aumentare in modo considerevole la produttività. E devono fare in fretta perché da qui al 2028, spiega Putin, avranno bisogno di 1 milione di giovani tecnici formati nei settori elettronico, farmaceutico e, soprattutto, in campo medico; ma, soprattutto, perché la Russia vuole raggiungere la sovranità tecnologica in una lunga serie di settori – dalla chimica all’aerospazio passando per l’energia nucleare e la new space economy.
“La percentuale di produzione ad alto contenuto energetico deve aumentare del 50% nei prossimi 6 anni” sottolinea Putin: per farlo, Stato e aziende private devono lavorare fianco a fianco; a questo fine, Putin offre agli imprenditori un patto fiscale. Le aziende russe infatti , come in tutto il resto del mondo, sono ricorse a ogni sorta di stratagemmi per pagare meno tasse possibili; questo ha comportato spesso un ostacolo alla crescita delle aziende stesse che, per evitare di passare da un regime fiscale agevolato a uno più gravoso, sono ricorse spesso a frammentare il loro business incorrendo in una sostanziosa perdita di produttività: “Queste aziende d’ora in avanti dovranno evitare la pratica della divisione artificiale, essenzialmente fraudolenta, delle attività e abbracciare modelli civili e trasparenti”. Per chi si adeguerà a questo new normal “non ci saranno multe, sanzioni, ricalcoli delle imposte per i periodi precedenti”; insomma: un bel condono, rafforzato anche da una bella “moratoria sulle ispezioni” perché “Le aziende che garantiscono la qualità dei loro prodotti e servizi e agiscono in modo responsabile nei confronti dei consumatori possono e devono godere della nostra fiducia”. E non è ancora finita; Putin, infatti, propone di rendere il condono stabile: una volta ogni 5 anni si azzera tutto perché “dobbiamo creare condizioni adeguate affinché le piccole e medie imprese possano crescere in modo dinamico e migliorare la qualità di questa crescita attraverso forme di produzione ad alta tecnologia. E per questo, in generale, il regime fiscale per le piccole e medie imprese manifatturiere dovrebbe essere allentato”.
Insomma: siamo di fronte a un piano complessivo a medio lungo termine per trasformare definitivamente la Russia in un moderno paese capitalista fondato sulla libertà di impresa e sul profitto e così, dopo la leggenda del pazzo dittatore isolato, cade anche quella del regime autocratico tenuto in piedi da una sorta di economia di guerra. Dove sta, allora, la differenza con noi? La parolina magica di Putin si chiama sovranità: in cambio, infatti, “Le imprese russe” continua Putin “devono investire le proprie risorse in Russia e nelle sue regioni, nello sviluppo delle imprese e nella formazione del personale”; in questo modo – è la ratio – l’economia reale crescerà e anche i salari ne beneficeranno, spinti anche dall’aumento del salario minimo. “A partire dal 2020” ricorda infatti Putin “il salario minimo è cresciuto del 50%. Entro il 2030 dovrà raddoppiare”; “Dobbiamo garantire” continua Putin “che il reddito medio dei lavoratori delle PMI superi la crescita del PIL nei prossimi sei anni. E ciò significa che queste imprese devono migliorare la propria efficienza e fare un salto di qualità nelle loro prestazioni”. Per farlo, servono i capitali: una complessiva riforma del mercato dei capitali che “permetta di aumentare gli investimenti nei settori chiavi del 70% entro il 2030” e senza ricorrere ai capitali internazionali; “In linea di principio” punzecchia Putin “le aziende russe dovrebbero operare all’interno della nostra giurisdizione nazionale e astenersi dal trasferire i propri fondi all’estero dove, a quanto pare, si può perdere tutto. Quindi ora, io e i miei colleghi della comunità imprenditoriale dobbiamo tenere sessioni di brainstorming per trovare modi per aiutarli a recuperare i loro soldi. Ma il metodo migliore, appunto, sarebbe semplicemente non trasferire i tuoi soldi lì. In questo modo non dovremo pensare a come recuperarli”. Quindi stop alla fuga dei capitali: lo Stato, tra investimenti in infrastrutture sia materiali che immateriali e un impianto regolatorio a maglie larghe, vi permette di fare tutti i soldi che volete, ma voi dovete rimanere qui a investire e sostenere la crescita economica generale. Insomma: lo dipingono come un feroce dittatore ma, in realtà, sembra uno dei pochi autentici liberali rimasti, una bimba di Adam Smith che, da autentico seguace di Adam Smith, sa che una cosa è il capitalismo industriale e produttivo – con anche tutto lo sfruttamento che comporta, ma nel quale, per fare quattrini, si deve produrre qualcosa – e un’altra cosa è il ritorno al feudalesimo che l’imperialismo occidentale ha in serbo per la Russia sin dai tempi di quell’alcolizzato svendipatria di Eltsin.

Il sempre più pimpante Manuelino Macaron

Ed ecco, allora, che si arriva al tema della guerra: “Il cosiddetto Occidente, con le sue pratiche coloniali e la propensione a incitare conflitti etnici in tutto il mondo” sottolinea infatti Putin “non solo cerca di impedire il nostro progresso, ma immagina anche una Russia che sia uno spazio dipendente, in declino e morente dove possono fare ciò che vogliono”; niente di nuovo sotto il sole, continua: “Vorrebbero solo replicare in Russia ciò che hanno fatto in numerosi altri paesi, tra cui l’Ucraina: seminare discordia in casa nostra e indebolirci dall’interno. Ma si sbagliavano, e ciò è diventato evidente ora che si sono scontrati con la ferma determinazione e determinazione del nostro popolo multietnico” – e contro la forza del possente apparato militare russo. Putin ricorda come, nel conflitto in Ucraina, la Russia abbia potuto dimostrare la potenza e l’efficacia dei suoi missili ipersonici Kinzhal e Zircon, e la lista della spesa continua ancora a lungo: dagli “ICBM ipersonici Avangard” ai “complessi laser Peresvet”, dal “missile da crociera a portata illimitata Burevestnik” al “veicolo sottomarino senza pilota Poseidon”, per finire con “i primi missili balistici pesanti Sarmat prodotti in serie”; “Sistemi”, sottolinea Putin, che “hanno dimostrato di soddisfare gli standard più elevati e non sarebbe esagerato affermare che offrono funzionalità uniche”.
Dopo aver fatto un po’ lo sborone, Putin allora fa il diplomatico: “La Russia” afferma “è pronta al dialogo con gli Stati Uniti su questioni di stabilità strategica. Tuttavia” sottolinea “è importante chiarire che in questo caso abbiamo a che fare con uno Stato i cui ambienti dominanti stanno adottando azioni apertamente ostili nei nostri confronti”; insomma, “intendono discutere con noi questioni di sicurezza strategica, ma allo stesso tempo cercano attivamente di infliggere una sconfitta strategica alla Russia sul campo di battaglia”. Un caso eclatante di questa ipocrisia, sostiene Putin, sono state le “accuse infondate” mosse recentemente alla Russia “riguardo ai piani di dispiegamento di armi nucleari nello spazio”, una storiella che Putin non solo definisce “inequivocabilmente falsa”, ma che fa palesemente a cazzotti col fatto che “Nel 2008 abbiamo redatto una proposta di accordo sulla prevenzione dello spiegamento di armi nello spazio”, ma in oltre 15 anni “Non vi è stata alcuna reazione”. Il tentativo, suggerisce Putin, è quello di “trascinarci di nuovo in una corsa agli armamenti”, esattamente come fatto “con successo con l’Unione Sovietica negli anni ’80”, ma a ‘sto giro non ci fregate: “Il nostro attuale imperativo infatti” è che si rafforza l’industria della difesa, ma in modo che influisca direttamente in modo positivo sulle “capacità scientifiche, tecnologiche e industriali del nostro Paese”; insomma, mentre miglioriamo “la qualità delle attrezzature per l’esercito e la marina russa”, “Per noi rimane fondamentale accelerare la risoluzione dei problemi sociali, demografici e infrastrutturali che abbiamo di fronte”. “L’Occidente”, continua Putin, “ha provocato conflitti in Ucraina, Medio Oriente e in altre regioni del mondo, diffondendo costantemente falsità. Ora hanno l’audacia di dire che la Russia nutre l’intenzione di attaccare l’Europa” ma, ovviamente, “Sappiamo tutti che le loro affermazioni sono del tutto infondate”, eppure le usano come scusa per cominciare a “ parlare della possibilità di schierare contingenti militari della NATO in Ucraina”. Ora, ricordate “cosa è successo a coloro che già una volta hanno inviato i loro contingenti nel territorio del nostro Paese ?” Ecco: “Oggi, qualsiasi potenziale aggressore dovrebbe affrontare conseguenze molto più gravi” perché “disponiamo anche di armi capaci di colpire obiettivi sul loro territorio”; ora stanno “spaventando il mondo con la minaccia di un conflitto che coinvolga armi nucleari”, ma si rendono conto che “potenzialmente significa la fine della civiltà”? Il problema, continua Putin è che “proprio come qualsiasi altra ideologia che promuove il razzismo, la superiorità nazionale o l’eccezionalismo, la russofobia è in grado di acciecare”. “Il problema”, conclude, “è che si tratta di persone che non hanno mai affrontato avversità profonde, e non hanno idea degli orrori della guerra”. Insomma: in soldoni, il Putin che s’è presentato di fronte all’assemblea federale è un De Mita che ce l’ha fatta; conservatore e liberale, ha capito che nel mondo dell’unipolarismo USA, anche solo per portare avanti un’agenda moderata e interclassista – ma non platealmente al soldo delle peggiori oligarchie transnazionali – ti devi armare fino ai denti.
La palla ora, in buona parte, sta a noi: fino a che punto i fanatici al soldo dell’impero neofeudale di Washington che governano i nostri paesi saranno intenzionati a mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa dei loro popoli per compiacere le oligarchie di turno? Putin, dal tono del suo lungo discorso, sembra essere ottimista: nessuno è così stupido da andare verso l’autodistruzione certa per fare gli interessi del suo padrone. Noi rimaniamo moderatamente agnostici: non sarebbe la prima volta che ripone una fiducia ingiustificata sulla peggiore classe dirigente della storia dell’Occidente. Di sicuro, quello che ci dovremmo impegnare a fare noi qui e ora, senza aspettare di vedere come va a finire questa partita, sarebbe mandarli tutti a casina, anche perché questa è una di quelle partite che non è detto che gli spettatori riescano a vedere fino al fischio finale; per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media un po’ strambo che, ad esempio, quando parla per due ore il presidente della più grande potenza nucleare del pianeta, invece che ascoltarlo per i primi 30 secondi perché poi c’ha judo e inventarsi i virgolettati, cerca un po’ di capire cos’ha detto sul serio – anche se non vive nel giardino ordinato. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è (di nuovo) il pimpante Manuelino Macaron

Mancano lavoratori qualificati? – La BUFALA per coprire i PRENDITORI PARASSITI – Ft Marco Barbieri

Oggi intervista a Marco Barbieri, professore di diritto del lavoro presso la facoltà di giurisprudenza dell’università Aldo Moro di Bari, con lui abbiamo parlato di costo del lavoro, welfare e politiche di sviluppo, smentendo alcuni dei più diffusi luoghi comuni sul lavoro dipendente e la possibilità di fare impresa nel nostro paese.

PASQUALE TRIDICO – Salari da fame e zero investimenti, la DECRESCITA INFELICE dell’ITALIA

Nonostante decenni di crescita asfittica dimostrino la sconfitta di queste politiche, la nostra classe dirigente continua a insistere su tagli, compressione salariale e precariato. La soluzione? Un welfare universale e la riduzione a parità di salario dell’orario di lavoro, una misura possibile e auspicabile in Spagna, ma criminalizzata in Italia. Ne parliamo con Pasquale Tridico, economista e presidente dell’INPS dal 2019 al 2023.

SCOMMESSE AL POSTO DEL WELFARE: come BlackRock ha imparato ad amare i Bitcoin – ft. A. Volpi

Consueta intervista con Alessandro Volpi in ambito economico. Torna d’attualità la questione bitcoin, come già affrontato in questo ultimo video e che riprendiamo con l’intervista al Prof. Volpi. Buona visione

Le conseguenze economiche della guerra [pt.2]: fame e debito, l’insostenibile crisi del sud del mondo

Benvenuti nell’era del debito: negli ultimi 15 anni il debito è passato da rappresentare il 278% del PIL globale nel 2007 a poco meno del 350% oggi. Il tutto mentre il PIL globale, dai 58 mila miliardi del 2007, superava nel 2022 quota 100 mila miliardi. E ad essersi indebitati non sono solo i governi: anche le famiglie e le imprese non fanno altro che indebitarsi sempre di più. Una specie di gigantesco schema Ponzi attraverso il quale si cerca di rimandare a oltranza la resa dei conti di un’economia globale resa completamente insostenibile dalla finanziarizzazione, dove i lavoratori per consumare sono costretti a indebitarsi sempre di più, e idem con patate pure le aziende, col solo scopo di mantenere alti i dividendi e continuare a riempire le tasche degli azionisti che, stringi stringi, alla fine sono sempre i soliti: una manciata di fondi di gestione speculativi che ormai da soli si spartiscono la maggioranza delle azioni di tutte le principali corporation globali.
Ma ad essere letteralmente esploso è il debito degli Stati che, in un mondo minimamente equo e democratico, non sarebbe di per se un problema. Il debito pubblico può servire per finanziare l’istruzione, la sanità, le infrastrutture, la politica industriale; insomma, l’economia reale, che così può diventare enormemente più produttiva, e il problema del debito come per incanto non esiste più, il sistema è sostenibile e il benessere cresce. Purtroppo il mondo dove viviamo è tutto tranne che equo e democratico e quel debito, almeno per qualcuno, si trasforma in una vera spada di Damocle a disposizione delle oligarchie finanziarie per ultimare il processo di saccheggio e predazione dei paesi relativamente più deboli. Secondo le Nazioni Unite, il debito pubblico globale dal 2000 ad oggi è aumentato di oltre 5 volte, e a fare la parte del leone sono proprio i paesi in via di sviluppo – dove è aumentato al doppio della velocità che non nei paesi sviluppati – che ora sono sull’orlo di un collasso di proporzioni bibliche.
L’inizio della fine è arrivato con la crisi pandemica:la recessione globale ha fatto crollare il mercato delle materie prime, che spesso rappresentano l’unica entrata per i paesi più deboli, mentre nel frattempo la spesa sanitaria esplodeva grazie anche ai prezzi da rapina imposti dai giganti di Big Pharma per i vaccini. Ma era solo l’inizio; dopo il danno della crescita esponenziale del debito durante la crisi pandemica, ecco che arriva la beffa. Due volte. Quella che abbiamo definito la guerra mondiale a pezzi ha scatenato infatti una corsa al rialzo dei tassi di interesse, che ora viene amplificata di nuovo dal Medio Oriente che torna ad incendiarsi. Risultato? Pagare gli interessi su quel debito, per una quantità enorme di paesi, è diventato semplicemente impossibile. Le oligarchie finanziarie si strofinano le mani, pronte a imporre ai paesi a rischio default un’altra dose da cavallo della solita vecchia ricetta neoliberista a suon di liberalizzazioni e privatizzazioni, che devasterà definitivamente le loro economie ma che riempirà oltremisura le tasche dell’1%. E’ un film che abbiamo già visto e che, oggi come allora, ci pone di fronte allo stesso bivio: cancellazione del debito o barbarie.
Ma a questo giro, a ben vedere, c’è una grossa novità: negli ultimi 30 anni, un pezzo importante di quel mondo di sotto,che abbiamo sempre visto esclusivamente come terra di predazione, si è organizzato e oggi potrebbe avere spalle abbastanza larghe per offrire ai paesi in via di sviluppo una via di fuga dalla trappola del debito. Riuscirà l’insostenibile avidità di un manipolo di oligarchi a dare finalmente il coraggio ai paesi del sud del mondo di staccare definitivamente il cordone ombelicale del neocolonialismo e contribuire concretamente a creare un nuovo ordine multipolare?
“Ma ‘ndo vai, se il dollarone non ce l’hai?”
Questa, in soldoni, la prima regola del commercio internazionale nell’era della dittatura globale del dollaro; il grosso delle merci scambiate a livello globale è denominato in dollari, e in particolare sono denominate in dollari quelle materie prime senza le quali anche tutto il resto non potrebbe esistere, a partire dal petrolio. Quindi, a meno che tu non sia un’autarchia perfetta – che non esiste – per tutto quello che non riesci a produrre da solo e devi importare da fuori, ti servono dollari. Ma come fai a ottenerli? La strada maestra, ovviamente, è vendere beni e servizi in giro per il mondo e farteli pagare in dollari: una gran fregatura per quei pochi paesi, come la Cina, che sono stati in grado di trasformarsi da paesi arretrati in potenze industriali. Significa infatti che accumuli un sacco di dollari che non sai come usare, perché esporti più di quanto importi, e quindi hai sempre più dollari di quelli che ti servono per comprare tutto il necessario. La fregatura è che, con questa montagna di dollari che ti ritrovi, alla fine non puoi far altro che comprarci asset finanziari denominati in dollari, e siccome la patria del libero mercato non ti permetterà mai di comprarti le sue principali aziende, alla fine l’unico prodotto disponibile in quantità sufficiente per assorbire tutti i tuoi dollari sono solo i titoli del debito statunitense. In soldoni, te lavori e loro incassano.
Ma c’è chi è messo anche peggio, cioè tutti quei paesi che il salto che ha fatto la Cina non sono stati in grado di farlo, e sono ancora avvolti dalla morsa del sottosviluppo dove sono stati costretti da secoli di colonialismo prima e neocolonialismo poi. Questi paesi, di beni e servizi da esportare ce ne hanno pochini, giusto qualche materia prima; per il resto devono importare tutto, quindi hanno sempre meno dollari del necessario e sono costretti a chiederli in prestito. Prima di tutto provano a chiederli in prestito ai privati, che però si fanno pagare cari (e più ne hai bisogno, più si fanno pagare); più interessi paghi, meno soldi hai da investire. Più ti impoverisci, e più interessi devi offrire per ottenere nuovi prestiti.
Ecco allora che entrano in gioco le istituzioni finanziarie multilaterali, che sono sostanzialmente due: la Banca mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Sulla carta, un’àncora di salvezza: per statuto infatti, dovrebbero servire a fornire valuta pregiata – cioè fondamentalmente dollari – a chi è in difficoltà, in modo da permettergli di sviluppare la sua economia, industrializzarsi e quindi aumentare la quota di beni e servizi che è in grado di esportare, attraverso la quale finalmente incasserà tutti i dollari che gli servono. Purtroppo però, in realtà, hanno fatto esattamente il contrario. Il punto è che, come ogni creditore, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale i quattrini non te li prestano sulla fiducia. Vogliono in cambio delle garanzie, e fino a qui sarebbe pacifico. La faccenda però diventa distopica quando cominci a entrare nel dettaglio del tipo specifico di garanzie che ti chiedono, perché invece di chiederti qualche bene come collaterale, come garanzia, ti chiedono di lasciarli decidere al posto tuo la tua intera politica economica. “Programmi di Aggiustamento Strutturale” li chiamano, e in soldoni significano 3 cose: tagli alla spesa pubblica, deregolamentazioni e privatizzazioni. LaTriplice alleanza della controrivoluzione neoliberista, il mondo a immagine e somiglianza degli interessi delle oligarchie finanziarie che, ovviamente, per tutti gli altri semplicemente non funziona. In prima battuta perché i tagli alla spesa pubblica, ovviamente, non sono una cosa astratta, ma sono i servizi essenziali forniti dallo stato, senza i quali la parte di popolazione più fragile spesso e volentieri non riesce a sopravvivere.
Questa versione edulcorata di un vero e proprio crimine contro i diritti fondamentali dell’uomo è soltanto l’antipasto, perché quella ricetta, dal punto di vista economico, proprio non funziona. Non so se qualcuno in buona fede, qualche decennio fa, si fosse convinto che potesse funzionare; quello che so è che oggi abbiamo le prove che era una leggenda metropolitana. Per crescere, infatti, c’è una precondizione, ossia che quella che Keynes chiamava “domanda aggregata” (cioè i soldi che tutti, dai consumatori, alla macchina pubblica, alle aziende, spendono) deve aumentare. I Programmi di Aggiustamento Strutturale impongono esattamente il contrario e loro no, non lo fanno in buona fede; a noi magari ci spacciavano la leggenda metropolitana, ma loro qual’era il loro obiettivo reale lo sapevano benissimo. Nell’immediato, far fare affari d’oro alle oligarchie finanziarie che si compravano i gioielli di famiglia dei paesi indebitati a prezzi di saldo e, nel lungo periodo, trasformare questi paesi in colonie strutturalmente incapaci di esercitare una qualsiasi forma di sovranità. La mancata crescita causata dalla politica economica imposta da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale non faceva altro che costringere i paesi interessati a chiedere sempre nuovi prestiti che, per essere concessi, richiedevano riforme sempre più feroci che indebolivano ancora di più l’economia e che costringevano a chiedere altri prestiti. E così via, all’infinito.

Che i Programmi di Aggiustamento Strutturale siano, in fondo, nient’altro che un sofisticato meccanismo di rapina architettato dal nord globale a guida USA a spese del resto del mondo è ormai cosa nota e risaputa e pure ammessa, tra le righe, dal Fondo Monetario Internazionale stesso. “Aggiustamenti strutturali?” si chiedeva retoricamente Christine Lagarde nel 2014, al terzo anno del suo mandato da direttrice del Fondo. “E’ roba precedente al mio mandato” affermava “e non ho idea in cosa consista”. Come si dice, “ti pisciano addosso e ti dicono che piove”.
Ovviamente il Fondo Monetario non ha mai cambiato nemmeno di una virgola il suo operato, come dimostra plasticamente un importante studio scritto a 4 mani dalla direttrice del Global Social Justice Program della Columbia University di New York Isabel Ortiz e da Matthew Cummins, economista in forze al Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite prima, e direttamente alla Banca Mondiale poi. Tre anni fa si sono presi la briga di ripassare al setaccio tutti e 779 i rapporti del Fondo Monetario Internazionale risalenti al periodo 2010-2019 e, come volevasi dimostrare, hanno ritrovato la solita vecchia ricetta.
Uno: riduzione del monte salari, sia sotto forma di tagli agli stipendi che di licenziamenti di massa di dipendenti pubblici.
Due: riduzione delle sovvenzioni per beni energetici e alimentari di base.
Tre: tagli drastici alle pensioni.
Quattro: riforme feroci del mercato del lavoro, dall’abolizione dell’adeguamento dei salari all’inflazione all’introduzione di forme sempre più estreme di precariato di ogni genere.
Cinque: tagli drastici alla spesa sanitaria pubblica e introduzione di forme di sanità privata.
Sei: aumento delle tasse su beni e servizi essenziali.Sette: ovviamente privatizzazioni.
Manco con l’esplosione del debito, avvenuta in piena pandemia, il Fondo Monetario s’è lasciato minimamente intenerire: secondo uno studio di Oxfam, l’85% dei prestiti concessi a partire dal settembre 2020 impone ancora una bella overdose di misure lacrime e sangue; ma le misure imposte dal Fondo Monetario che più platealmente rappresentano una versione educata e politically correct di crimini contro l’umanità sono senz’altro quelle che hanno a che vedere con la sicurezza alimentare. In nome del libero commercio – che ovviamente deve valere solo per i paesi poveri e che gli USA possono contravvenire quando e come più gli piace imponendo tutti i dazi che vogliono senza mai pagare pegno – a tutto il sud globale è stato imposto di abbattere le tariffe che proteggevano gli agricoltori locali dall’invasione di beni alimentari essenziali a basso costo provenienti dall’estero. E’ quello che è avvenuto di nuovo recentemente, ad esempio, nelle Filippine, dove un prestito da 400 milioni di dollari è stato autorizzato soltanto dopo che il paese aveva accettato di eliminare le quote sull’importazione del riso. Eliminata la quota, gli agricoltori locali ovviamente si sono trovati di fronte alla concorrenza sleale di riso a basso costo importato dall’estero che li ha immediatamente messi fuori mercato e li ha costretti a convertirsi in massa a coltivazioni esotiche di ogni genere destinate all’esportazione – che è esattamente quello che il Fondo Monetario Internazionale impone sostanzialmente a tutto il sud del mondo da decenni – che ha distrutto la capacità dei singoli paesi di sfamare le loro popolazioni.
Mentre si rendevano tutti questi paesi totalmente dipendenti dalle importazioni per sfamarsi, in contemporanea si procedeva con la finanziarizzazione del mercato globale dei beni alimentari essenziali a partire dal grano, che oggi è totalmente in mano a un manipolo di oligarchi. Il 90% del grano, oggi, è prodotto in appena 7 paesi e circa l’80% del commercio globale del grano è gestito da appena 4 multinazionali, 3 delle quali sono americane. E i prezzi vengono stabiliti al casinò.
Come abbiamo anticipato nella prima parte di questa miniserie sulle conseguenze economiche della guerra, infatti, oggi a rendere totalmente schizofrenico e volatile il prezzo di queste materie prime ci pensa la speculazione finanziaria fatta da soggetti che gestiscono una quantità spropositata di quattrini che, invece che comprare e vendere la materia prima, si limitano a scommettere sull’andamento del suo prezzo; solo che smuovono una tale quantità di quattrini che le loro scommesse hanno il potere magico di auto-avverarsi. Nel casinò del mercato delle materie prime più importanti, le oligarchie finanziarie sono il banco che vince sempre e affama i popoli; ecco così che quando scoppia la seconda fase della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, il prezzo dei futures sul grano alla borsa di Chicago è salito, nell’arco di pochi giorni, di oltre il 50%, tirandosi dietro anche il prezzo che devono pagare quelli che il grano lo vorrebbero comprare semplicemente per nutrirsi. I prezzi, in realtà, erano in ascesa già prima del 2022, così come quelli dell’energia e di svariate altre materie prime; ma in un sistema scientificamente reso così fragile per far posto all’oligopolio delle grandi imprese e al margine di profitto speculativo, una guerra del genere non può che fare l’effetto di correre su un pavimento insaponato coperto di bucce di banane. La beffa è che quando poi la corsa speculativa si prende una pausa e i prezzi sulle borse rientrano almeno temporaneamente, nel sud del mondo manco se ne accorgono e i prezzi al consumo non si spostano granché. Ganzo, vero?

Il risultato è che, secondo la FAO, abbiamo 122 milioni di affamati in più rispetto al 2019 e potrebbe essere solo un antipasto: il Medio Oriente che torna ad incendiarsi rischia di far ripartire a breve la speculazione su tutte le materie prime, e a questo giro i paesi del sud del mondo sono ancora meno attrezzati che in passato, perché sono indebitati fino al collo e il costo degli interessi che devono pagare su quei debiti è ormai fuori controllo. La corsa al rialzo dei tassi di interesse ha infatti rafforzato il dollaro rispetto alla quasi totalità delle valute dei paesi in via di sviluppo; questo significa che se prima il tuo debito in dollari valeva 100 unità di misura della tua valuta locale, ora ne vale magari 120 o anche 130. Se anche l’interesse che sei costretto a pagare fosse rimasto uguale, basterebbe di per se a mandare i conti a catafascio; ma qui l’interesse non è rimasto uguale per niente. E’ aumentato a dismisura e, una volta che l’hai pagato (sempre che tu ci riesca), di quattrini per importare il grano non te ne rimangono più. Ed è così che, secondo le stesse stime del Fondo Monetario Internazionale, oggi ci sarebbero la bellezza di 36 paesi a basso reddito che rischiano di non riuscire a pagare. La buona notizia è che a questo giro potrebbero decidere davvero di non farlo.
Da parte dei creditori e dei loro organi di propaganda, infatti, il default viene dipinto come la peggiore delle catastrofi possibili immaginabili. E graziarcazzo: non solo rischiano di perderci dei soldi, ma lo spauracchio del default è la minore minaccia possibile per costringerli un’altra volta a svendere tutto lo svendibile e a far fare affari d’oro alle oligarchie. Ma, in realtà, non deve andare per forza così: i default nella storia del capitalismo sono un fenomeno piuttosto ricorrente e, quando vengono dichiarati, semplicemente i creditori sono costretti a negoziare per cercare di arraffare l’arraffabile. Intendiamoci: non voglio dire che siano indolori – ci mancherebbe – ma a quel punto però, almeno potenzialmente, la palla passerebbe alla politica. Un paese sovrano politicamente solido e con una classe dirigente che fa gli interessi del suo popolo – e non dei creditori o di qualche parassita di casa – qualche strumento per vendere cara la pelle in realtà ce l’ha, sopratutto se in giro per il mondo ci sono altri paesi economicamente rilevanti che non si schierano senza se e senza ma dalla parte dei creditori, e che decidono di non trattarlo come un paria economico dopo che ha dichiarato il default. Il che è proprio una delle differenze principali rispetto a ormai quasi 40 anni fa, quando – con l’inaugurazione della reaganomics e l’arrivo di Paul Volcker alla Fed con la sua politica economicamente stragista di innalzamento spropositato dei tassi di interesse – i paesi in via di sviluppo erano stati messi letteralmente in ginocchio: allora, infatti, gli unici ad avere i soldi erano i paesi del nord globale, tutti schierati al fianco della dittatura dei creditori.
Oggi non più: in particolare, ovviamente, la new entry della scena finanziaria globale rispetto ad allora è la Cina. Nell’ultimo anno, la propaganda delle oligarchie ha lanciato una campagna per criminalizzare le titubanze della Cina a partecipare ai piani di “ristrutturazione del debito a suon di lacrime e sangue” del Fondo Monetario Internazionale: con eroico sprezzo del pericolo hanno provato addirittura a rovesciare completamente la frittata e ad accusare la Cina di aver spinto alcuni partner commerciali in una trappola del debito tutta sua, ma ovviamente la realtà è l’esatto opposto.

La Cina si rifiuta di partecipare all’omicidio assistito dei paesi indebitati e propone un modello completamente diverso: è il modello basato sul finanziamento delle infrastrutture che sta al centro della Belt and Road Initiative, che approfondiremo in dettaglio nella terza parte di questa miniserie dedicata alle conseguenze economiche della guerra. Qui basta ricordare che, a differenza di 40 anni fa, i paesi che decidono di uscire dalla spirale perversa del debito contratto con le oligarchie del nord globale potrebbero trovare dei partner affidabili;un deterrente potente contro l’utilizzo da parte del Fondo Monetario Internazionale dei suoi strumenti più spregiudicati che, da qualche tempo a questa parte, sta spingendo il nord globale ad accennare qualche timida apertura verso una riforma complessiva della governance del Fondo e anche della Banca Mondiale, che i paesi in via di sviluppo chiedono ormai da decenni. In particolare, in ballo c’è la ridefinizione delle quote, che ormai appartengono a un’era passata. Gli USA sono di gran lunga la prima potenza del FMI con il 17,4% di quote; a regola, al secondo posto – se non addirittura al primo – ci dovrebbe essere la Cina, che è la principale economia del pianeta – per lo meno se ragioniamo in termini di parità di potere di acquisto. E invece no: al secondo posto ci troviamo il Giappone, con il 6,47% delle quote. La Cina arriva soltanto terza, con il 6,4%: poco più di un terzo rispetto agli USA, e appena di più di economie in caduta libera come quella tedesca e addirittura quella decotta del Regno Unito.
Le quote sono fondamentali perché determinano il potere di voto e ancora più determinanti perché il fondo, per prendere qualsiasi decisione importante, deve mettere assieme l’85% dei consensi: gli USA da soli, quindi, hanno il potere di bloccare qualsiasi riforma non rispecchi esattamente i suoi interessi egoistici. Insomma, a partire dalla sua governance, il Fondo è un altro strumento a disposizione dell’imperialismo finanziario USA che, dopo decenni di rapine e predazioni, avrebbe anche abbondantemente rotto il cazzo. Per evitare che pian piano tutti se ne scappino a gambe levate, e alle condizioni vessatorie del Fondo comincino a preferire quelle decisamente più ragionevoli dei cinesi (sia nell’ambito della Belt and Road che no), gli USA da qualche tempo fanno finta di dimostrarsi disponibili a ragionare di una qualche riforma. L’occasione perfetta, che tutti aspettavamo in gloria, si è conclusa giusto pochi giorni fa: nel week end scorso a Marrakech s’è infatti tenuta l’assemblea annuale del Fondo, e in tanti si aspettavano qualche buona notizia. Invece niente. Il summit si è concluso con un nulla di fatto, e quello che mi ha ancora più impressionato è che non se n’è neanche sentito parlare. L’arroganza del nord globale, sempre più distaccato dalla realtà e autoreferenziale, non solo rischia di far sprofondare nella miseria centinaia di milioni di persone in tutto il pianeta ma, alla fine, rischia anche di rivelarsi un gigantesco autogoal.
E’ la lobby di fare per accelerare il declino, che continua a condannarci tutti a una fine ignobile; per contrastarla, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che – invece di fare propaganda per l’1% – dia voce al 99.

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E chi non aderisce è Christine Lagarde