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“L’Europa potrebbe morire”: se Macron fomenta la guerra per far arricchire le oligarchie francesi

L’Europa può morire: con questa affermazione, il sempre pimpantissimo Manuelino Macaron la settimana scorsa aveva cercato di riconquistare il centro del dibattito politico in Europa dopo che l’effetto shock delle dichiarazioni sulle truppe europee in Ucraina del febbraio scorso aveva già abbondantemente perso gran parte del suo hype. Un’operazione riuscita: venerdì scorso, infatti, l’Economist, la bibbia delle oligarchie suprematiste occidentali, dedicava la sua homepage interamente al wannabe novello Napoleone; nella lunga intervista, corredata da svariati commenti e approfondimenti, il sempre pimpantissimo Manuelino spiega che la sua provocazione era una citazione colta e, cioè, quando nientepopodimeno che Paul Valery, dopo la prima guerra mondiale, aveva affermato che “Oggi sappiamo che una civilizzazione può anche morire”. Più prosaicamente, il pimpantissimo Manuelino si accontenta di sottolineare che l’Europa, negli ultimi decenni, ha investito sensibilmente meno nella sua sicurezza di quanto non abbiano fatto Stati Uniti e Cina che poi – in termini di percentuale del PIL e, ancora meno, in termini assoluti – manco è vero, visto che la Cina è probabilmente la superpotenza mondiale che spende meno in armamenti di tutti i tempi (ad esempio meno della metà di Polonia e Grecia, giusto per fare un esempio), ma, comunque, diciamo che è una licenza poetica. Il succo del discorso invece, appunto, è che “L’Europa non è il posto più sicuro del mondo” e questo “significa che l’Europa deve legittimamente porsi la questione della propria protezione militare” e visto che “deve prepararsi a non godere più della stessa protezione da parte degli Stati Uniti d’America”, “Dobbiamo prepararci a proteggerci da soli”.
Non si può certo dire sia un fulmine a ciel sereno: come ricorda il pimpantissimo Manuelino Macaron in persona personalmente, già nel 2019 si era intrattenuto con i ligi funzionari delle oligarchie dell’Economist per denunciare che la NATO stava diventando “cerebralmente morta”, che “L’America sta voltando le spalle al progetto europeo” e che “è arrivato il momento di svegliarci”. Ma la sfera della sicurezza non è l’unica che preoccupa il sempre pimpantissimo Manuelino: “La sfida per l’Europa” sottolinea, è anche, se non soprattutto “economica e tecnologica” perché “Non può esistere una grande potenza senza prosperità economica, né senza sovranità energetica e tecnologica” e, quindi, dobbiamo costruire la nostra autonomia strategica anche “in termini di energia, di materiali e di risorse rare, ma anche in termini di competenze e tecnologie chiave”; il pimpantissimo Manuelino ricorda inoltre che, rispetto alle altre potenze maggiori, non produciamo abbastanza ricchezza pro capite e che la “nostra grande ambizione, in un’era nella quale i fattori produttivi vengono riallocati, sia nel campo delle tecnologie pulite che dell’intelligenza artificiale, deve essere di diventare un continente in grado di attrarre i grandi investimenti in questi settori”.

Emmanuel Macron

Ma c’è anche un terzo aspetto che tormenta il sempre pimpantissimo Manuelino: “L’Europa” denuncia accorato “è colpita da questa crisi delle democrazie”; noi abbiamo inventato la democrazia liberale, ricorda, e “il nostro sistema sociale è fondato su queste regole”, ma ciononostante “siamo stati colpiti dalle vulnerabilità create dai social network e dalla digitalizzazione delle nostre società”, che “alimentano questo impulso illiberale”. Tradotto: con il sistema mediatico e culturale tradizionale avevamo in mano tutti i mezzi di produzione del consenso, grazie ai quali eravamo addirittura riusciti a convincere le masse popolari che la lotta di classe dall’alto contro il basso che abbiamo portato avanti in modo feroce negli ultimi 40 anni fosse cosa buona e giusta; poi quando dai media tradizionali, che sono alla portata esclusivamente delle oligarchie, siamo passati a un sistema ancora più oligarchico come quello delle piattaforme digitali monopolistiche, pensavamo di limitare ancora di più l’espressione democratica di ogni forma di dissenso e, invece, abbiamo lasciato la porta aperta e tutti i mal di pancia; per il sistema brutale e demenziale che avevamo creato hanno trovato il modo di farsi spazio. E, quindi, oggi alle oligarchie serve un bel bagno di realtà e bisogna che capiscano che vale la pena rinunciare a qualche euro di fatturato per salvaguardare la dittatura del pensiero unico; altrimenti, sottolinea il sempre pimpantissimo Manuelino, il combinato disposto di questi tre fattori di destabilizzazione del giardino ordinato – la sicurezza, l’arretratezza tecnologica e la fine dell’egemonia neoliberale – rischia di far andare tutto in pezzi “molto rapidamente”. “Le cose possono accadere molto più rapidamente di quanto pensiamo” ribadisce il pimpantissimo Manuelino “ e possono portare a una morte più brutale di quanto immaginiamo”; per invertire questa deriva, insiste, ci vuole un possente scatto di reni.
Ed ecco così che il pimpantissimo Manuelino rivendica con forza la sua dichiarazione del 26 febbraio scorso quando, appunto, mise a soqquadro il dibattito pubblico di tutto l’Occidente collettivo affermando che i paesi europei non potevamo escludere l’invio di truppe direttamente in Ucraina: “Non escludo nulla” dichiara di nuovo all’Economist “perché siamo di fronte a qualcuno che non esclude nulla. E senza dubbio siamo stati troppo titubanti nel definire i limiti della nostra azione nei confronti di un avversario che non ne ha più e che è l’aggressore!”; d’altronde, sottolinea il sempre autorevolissimo Manuelino, “La nostra credibilità dipende anche dalla capacità di deterrenza”, che significa anche non dare “piena visibilità a ciò che faremo o non faremo. Altrimenti ci indeboliamo, ed è questo il quadro nel quale abbiamo operato finora”. “Il nostro obiettivo strategico deve essere molto chiaro” continua: “La Russia non può vincere in Ucraina”; è lo stesso concetto sottolineato da un altro fenomeno da baraccone delle classi dirigente europee, il dandy Boris Johnson che, con l’orgoglio colonialista che si addice a un erede diretto della casa reale britannica, ha detto fuori dai denti che in ballo c’è “l’egemonia dell’Occidente” e, cioè, il diritto dell’uomo bianco di sottomettere gli altri popoli del pianeta agli interessi della sue ristrettissime oligarchie. Il pimpantissimo Manuelino che, con tutti i limiti rispetto a questa imbarazzante aristocrazia parassitaria, è comunque figlio della rivoluzione francese – e quindi, antropologicamente, un’evoluzione della specie – la mette in termini più digeribili e parla più semplicemente di “sicurezza dell’Europa” e anche di credibilità: “Che credibilità avrebbero gli europei” si chiede “se dopo aver speso miliardi, e affermato che era in gioco la sopravvivenza del continente, non si dotano dei mezzi necessari per fermare la Russia?”.
Ma la differenza non è solo nella forma: per il pimpantissimo Manuelino, che è a capo dell’unico grande paese europeo che, nonostante l’appartenenza senza se e senza ma all’internazionale imperialista, ha mantenuto – nonostante tutto – un qualche residuo di sovranità, la minaccia russa sembra essere più che altro una scusa; Manuelino sottolinea come, dal 1990, “L’Europa ha pensato alla propria sicurezza essenzialmente in termini dello scudo americano e della NATO” e questo ha impedito all’Europa di sviluppare un’idea condivisa di “sicurezza comune, perché ci ha messo nella condizione di pensare alla nostra sicurezza solo attraverso un alleato al quale abbiamo chiesto di pensarci al posto nostro, e di accollarsene anche il peso”. Difficile capire se il pimpantissimo Manuelino è semplicemente mosso da opportunistica piaggeria o se crede davvero alle puttanate che dice: ovviamente gli USA non si sono accollati nessunissimo peso; piuttosto, gli USA, d’amore e d’accordo con le nostre classi dirigenti equamente divise tra svendipatria volontari e semplici ebeti sprovveduti, hanno letteralmente impedito all’Europa di sviluppare una sua difesa autonoma perché temevano che a un’Europa unita e sufficientemente armata – magari dopo un ricambio di classe dirigente che, nonostante tutto, non può mai essere totalmente escluso a priori – sarebbe potuta venire la tentazione di cominciare a ritagliarsi qualche spazio di autonomia e di sovranità. E il bello, ovviamente, è che – alla fine – agli USA questo giochino sostanzialmente costava anche pochino perché grazie all’esorbitante privilegio del dollaro come valuta di riserva globale, una bella fetta del debito crescente USA (necessario proprio a finanziare la sua supremazia bellica) alla fine del giro la pagavamo noi e, cioè, i paesi che – al contrario degli USA – per campare sono costretti a lavorare e quindi accumulano dollari derivanti dal surplus commerciale, che poi non sanno dove mettere se non nell’acquisto di titoli del tesoro a stelle e strisce; un meccanismo che, tra l’altro, i francesi (come il sempre pimpantissimo Manuelino) dovrebbero conoscere piuttosto bene visto che il primo grande dirigente europeo a parlare espressamente di esorbitante privilegio del dollaro fu il più volte ministro delle finanze Valery Giscard d’Estaing. Al di là di questa valutazione, comunque, il punto è che secondo il pimpantissimo Manuelino l’AGGRESSIONEH RUSSAH ha comportato per l’Europa una sorta di risveglio strategico: “Lo vediamo oggi” insiste Manuelino “con la proposta tedesca dello scudo antimissile europeo. O con la Polonia, che si dice pronta a ospitare le armi nucleari della NATO”; ora, continua Manuelino, si tratta di sedersi attorno a un tavolo e concordare per bene quello che è necessario fare per garantire in modo credibile e sostenibile la difesa del nostro spazio vitale. “La NATO” precisa “fornisce già una risposta, e non è il caso di metterla da parte. Ma questo quadro è molto più ampio di quello che viene attualmente fatto all’interno della NATO”.
Ma perché mai gli USA dovrebbero permettere ora quello che hanno sistematicamente impedito in passato? Beh, molto semplice: perché, nel frattempo, l’idea stessa di un’Europa in cerca di un suo spazio di autonomia si è dissolta completamente nel niente; non che sia mai stata particolarmente in auge, ma in passato qualche accenno, anche se probabilmente del tutto velleitario, comunque c’era stato. Basta tornare con la memoria al 2003, quando Francia e Germania ebbero addirittura il coraggio di dire no alla guerra illegale di aggressione fondata sulle fake news di Bush junior contro l’Iraq, con tanto di sterminio feroce e gratuito di decine e decine di migliaia di bambini iracheni: oggi, ai tempi della Germania che si fa bombardare (dopo essere stata abbondantemente avvisata) un’infrastruttura strategica come il Nord Stream 2 senza battere ciglio e dell’Europa tutta che accetta passivamente una recessione senza fine per permettere a Washington di pompare la sua economia sulla nostra pelle, sembra fantascienza. Il fatto è che, nel frattempo, la gerarchia all’interno del blocco suprematista e imperialista tra il centro USA e le periferie dell’Atlantico e del Pacifico (che prima, per essere mantenuta, aveva bisogno di fondarsi sul monopolio della forza e, quindi, su una supremazia militare USA indiscutibile), a ormai oltre 15 anni dall’inizio della terza grande depressione inaugurata con la crisi finanziaria del 2008, si fonda saldamente su ben altri presupposti molto più strutturali e, cioè, sul dominio incontrastato dei grandi monopoli finanziari privati USA – a partire dai colossi dell’asset management come BlackRock e Vanguard – dove le borghesie nazionali europee, nel frattempo, sono corse a far affluire tutti i soldi estratti dall’economia europea e che oggi hanno un potere quasi assoluto all’interno dell’Occidente collettivo di decidere dove vanno i soldi e per fare cosa: grazie a questo rapporto gerarchico strutturale, gli alleati vassalli degli USA, dall’Europa al Giappone, oggi sostanzialmente non possono nemmeno essere più considerati veri e propri Stati nazione, ma molto semplicemente – appunto – appendici di un sistema imperiale che ha il suo unico centro decisionale a Washington e a Wall Street.
E’ il Wall Street Consensus, come lo chiama Daniela Gabor: in questo contesto, il riarmo dell’Europa invocato da Macron non rappresenta più il rischio di favorire la costruzione di una qualche forma di autonomia strategica, ma è semplicemente il rafforzamento di uno dei bracci armati dell’imperialismo, sempre più necessario mano a mano che procede la guerra totale dell’imperialismo contro il resto del mondo; e il comparto militare – industriale USA che, fino a ieri, gli ha garantito il dominio non è più in grado di garantire da solo all’imperialismo un vantaggio sostanziale sull’asse che si sta formando tra i paesi che si sono ribellati al dominio imperialista, a partire, in particolare, da Cina, Russia, Iran e Corea del nord. Ciononostante, Macron sembra sforzarsi, anche con un po’ di piaggeria (come, ad esempio, quando sottolinea il fardello del quale si sarebbero fatti carico i poveri americani per garantire la sicurezza a noi sfaticati europei) per rassicurare gli USA: il punto è che il riarmo dell’Europa è un’esigenza vitale dell’imperialismo e, quindi, è fuori discussione; quello che, invece, è ancora in discussione è chi lo guiderà e come: quando, ad esempio, la Germania, subito dopo l’inizio della seconda fase della guerra per procura contro la Russia in Ucraina, aveva annunciato un megapacchetto da 100 miliardi per riarmarsi, il grosso era destinato all’acquisto di sistemi d’arma made in USA; oggi anche la Germania, proprio per il discorso che facevamo prima sulla necessità dell’imperialismo di estendere anche alla periferia la crescita esponenziale del suo comparto militare – industriale, rivendica un ruolo per la sua industria bellica, ma – appunto – si tratta della Germania che è, sotto molti punti di vista, un vero e proprio protettorato USA quanto, se non più, dell’Italia. E per garantire che i suoi piani di rilancio industriale nel settore bellico non hanno niente a che vedere con la rivendicazione di maggiori spazi di autonomia, ha scelto il portavoce che, agli occhi di Washington, è in assoluto il più affidabile di tutti: San MarioPio da Goldman Sachs, a tutti gli effetti un funzionario delle oligarchie finanziarie a stelle e strisce.
La Francia del sempre pimpantissimo Manuelino Macaron invece, appunto, sembra più che altro impegnata a percorrere tutte le strade percorribili per provare a trasformare la nuova realtà della guerra totale dell’imperialismo unitario contro il resto del mondo nell’ultima opportunità per riproporsi come l’unica guida possibile di un’Europa subalterna sì agli USA, ma – ciononostante – con un piccolo margine di autonomia strategica rispetto a Washington (che, astrattamente, non suona nemmeno poi malissimo). Sostanzialmente, si tratterebbe di approfittare del vincolo esterno imposto dalla nuova guerra mondiale ibrida per accelerare un processo di trasformazione politica che in tempo di pace è stato ostacolato dall’inerzia del sistema vigente, sulla falsariga di quanto già fatto dalle grandi potenze mondiali: Putin ha sfruttato la guerra per fare i conti con le oligarchie, centralizzare il potere riducendo l’influenza dei vari feudi che hanno sempre parassitato il sistema di potere del Cremlino e impossessarsi, così, degli strumenti necessari per portare avanti il suo ambizioso new deal; Rimbambiden ha sfruttato la guerra per provare a rimettere al loro posto alcune oligarchie parassitarie che continuano a estrarre valore dall’economia statunitense sottoforma di rendita parassitaria (a partire da Big Pharma) e ostacolano così il tentativo di reindustrializzazione del Paese. Xi Jinping, da parte sua, sta cercando di sfruttare una guerra commerciale di cui farebbe volentieri a meno per cercare di sostituire i vecchi motori della crescita economica – dalla speculazione immobiliare alle esportazioni di prodotti a medio – basso valore aggiunto – a un nuovo motore fondato sulle nuove forze produttive e il raggiungimento dell’indipendenza tecnologica; ora il sempre pimpantissimo Manuelino sembra voler approfittare della guerra per raggiungere quell’unità politica (ostacolata fino ad oggi dall’architettura stessa delle istituzioni ordoliberiste dell’Unione europea) facendo leva sull’inderogabile necessità, appunto, di dotarsi di una difesa comune e di creare un mercato unico sufficientemente ampio ed omogeneo da riuscire ad attrarre investimenti in grado di farci recuperare il gap tecnologico.
Ma il sempre pimpantissimo Manuelino potrebbe fare i conti senza l’oste: a differenza delle altre potenze, infatti, il problema di fondo è che questa Unione europea è stata creata proprio dalle fondamenta in modo e maniera da impedire ogni forma di vera sovranità, a partire da una moneta monca e da una Banca Centrale che non può fare il mestiere di una vera banca centrale, e che sono state pensate per fare da satelliti al sistema fondato sul dollaro; tant’è vero che, proprio mentre le altre potenze non pongono limiti al ricorso al debito pubblico per finanziare gli obiettivi politici che vogliono imporre ai loro sistemi economici, l’Unione europea si ritrova a reintrodurre un patto di stabilità che, per quanto riformato, reintroduce l’austerity e i vincoli esterni e ci porta nella direzione esattamente opposta e, cioè, proprio a rinunciare a priori a imporre obiettivi politici al cosiddetto mercato (che poi, ovviamente, non sono altro che le oligarchie e quindi, in ultima istanza, stringi stringi, Wall Street).

Enrico Letta con Rowan Atkinson

Un limite strutturale invalicabile che, tutto sommato, conosce benissimo anche il pimpantissimo Manuelino che, infatt,i sta lavorando a un piano B: è il famoso rapporto sul mercato unico di Enrico Mitraglietta, che sta alle oligarchie finanziarie francesi esattamente come San MarioPio da Goldman Sachs sta a quelle d’oltreoceano. La formula di Mitraglietta e delle oligarchie finanziarie che lo sostengono – a partire da Credit Agricole e, quindi, Amundi, che è il più grande fondo di gestione patrimoniale d’Europa e l’unico a fare capolino nella top 10 mondiale interamente occupata, appunto, dagli americani – è quella, appunto, di copiare il modello di finanziarizzazione USA e creare intorno ad Amundi un monopolio finanziario privato europeo in tutto e per tutto simile ai vari BlackRock, Vanguard o State Street che però, a differenza di Amundi, fondano il loro dominio sulla collaborazione con le istituzioni che gestiscono la valuta di riserva globale. Amundi si dovrebbe accontentare di lavorare in tandem con una Banca Centrale che non solo non emette una moneta che gode dell’esorbitante privilegio di essere la valuta di riserva globale, ma che non può nemmeno essere considerata una valuta sovrana a tutti gli effetti; questo, in soldoni, significa una cosa sola: Amundi, o chi per lei, non potranno mai essere la BlackRock o la Vanguard europei, ma soltanto un altro fondo, magari anche più intimamente legato ai risparmi e alle corporation europee, ma che – alla fine – non è altro che un pezzettino di un unico mercato finanziario dell’Occidente collettivo diretto da Washington e da Wall Street.
La ricetta Mitraglietta, quindi, strutturalmente non è minimamente in grado di garantire alla nuova Unione europea (sognata dal pimpantissimo Manuelino) maggiori margini di autonomia strategica nell’ambito dell’impero, anzi! Nel frattempo, però, per costruire questo polo finanziario che, più che alternativo, è aggiuntivo e perfettamente organico a quelli già esistenti, ecco che torna in auge l’austerity e, con lei, i tagli al welfare che costringeranno i lavoratori europei a destinare una quota sempre maggiore dei loro redditi a investimenti nei vari fondi integrativi per garantirsi quei diritti essenziali – dalla sanità alla pensione – che fino ad oggi, anche se sempre meno, erano considerati ancora in buona parte diritti universali essenziali. La Francia, quindi, e le altisonanti boutade del pimpantissimo Manuelino non ambiscono ad altro che a ritagliare per le oligarchie nazionali un posto, se non proprio al sole, almeno – diciamo – alla penombra, in questa nuova stagione dell’ormai trentennale rapina dall’altro contro il basso; ed in questo contesto, quindi, è del tutto comprensibile e razionale che il pimpantissimo Manuelino ponga il tema della concentrazione del potere politico in seno alle istituzioni antidemocratiche comunitarie, in modo da sopprimere sul nascere i già limitatissimi spazi di democrazia residui a livello di stati nazionali che, nonostante tutto, ancora a tratti permettono ai popoli – se non altro – di testimoniare la loro opposizione al partito unico della guerra e degli affari che la propaganda suprematista, finanziata dalle oligarchie, definisce fake news e disinformazione russa.
La buona notizia è che anche se – per ora – solo a livello molto superficiale e decisamente confuso, che questo meccanismo non stia più in piedi ormai lo cominciano a pensare in parecchi: lo stiamo toccando con mano anche noi in prima persona da quando abbiamo messo in piedi MULTIPOPOLARE e, in tutti i posti dove siamo andati, abbiamo riscontrato sistematicamente una consapevolezza e anche una combattività che va ben oltre ogni nostra aspettativa; e, da questo punto di vista, non possiamo che dare ragione al pimpantissimo Manuelino quando ricorda, appunto, che “Le cose possono accadere molto più rapidamente di quanto pensiamo, e possono portare a una morte più brutale di quanto immaginiamo”. Carissimo Manuelino, stai pur certo che faremo tutto quello che è in nostro potere affinché la tua profezia si avveri, a partire dalla costruzione di un vero e proprio media in grado di squarciare il velo di Maya della propaganda del partito unico della guerra e degli affari e che ci aiuti a vedere il mondo dal punto di vista degli interessi concreti del 99%. Per farlo, ovviamente, non possiamo sperare nel sostegno delle oligarchie che vogliamo abbattere e, quindi, dobbiamo contare su di te: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Enrico Letta

Quest’estate torna FEST8LINA, la festa del 99%, dal 4 al 7 luglio al circolo ARCI di Putignano a Pisa: quattro giornate di dibattiti e di convivialità con i volti noti di Ottolina Tv. Facciamo insieme la riscossa multipopolare! Per aiutarci ad organizzarla al meglio, facci sapere quanti giorni parteciperai
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