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Tag: politico

Bimbe di Bandera e coloni suprematisti impediscono a Rimbambiden di preparare la guerra alla Cina

Prima di passare alle cose serie che, purtroppo, anche oggi non mancano, un po’ di cabaret mattutino. Mirko Campochiari, l’analista fai da te più amato dalle bimbe di Bandera, alla fine ha deciso di farlo davvero; fino ad ora, infatti, l’aveva detto solo alla mamma (e, cioè, a Youtube) due volte: prima attaccandosi al copyright e facendo cancellare il video e poi, una volta che ho ripubblicato il video levando i 10 secondi ai quali il difensore del mondo libero s’era attaccato per incentivare il dibattito pubblico e la libera circolazione delle idee attraverso la censura, segnalandoci una seconda volta per violazione della privacy. Ora Mirko, però, ha deciso che lo dirà anche all’avvocato: “Quando ho smontato le bufale di Lilin” chiede il bomber delle mappe alla sua fanbase di bimbiminkia brufolosi su X, “lo ho fatto mettendo la sua faccia photoshoppata in copertina per dileggiarlo, o stavo sul merito? Si attacca la tesi, non il relatore. Il diritto di critica (cioè quello che lui ha cercato di annullare chiamando due volte la mamma) non consente di ledere la dignità altrui”; quella, diciamo, è una prerogativa che Parabellum vuole tenersi in esclusiva tutta per se. “Ottolina” conclude “ne risponderà in altre sedi”; gli avrà fatto un corso di formazione David Puente? In soldoni, nel mondo libero che Parabellum vuole difendere fino all’ultimo ucraino, i meme sono fuorilegge: caro Mirko, non vorrei scoraggiarti e tarparti troppo le ali, ma mentre giocavi ai soldatini, nel mio piccolissimo – in 25 anni da giornalista – ho affrontato una quantità spropositata di cause contro multinazionali gigantesche che mi chiedevano decine di milioni di risarcimento. Mai dire mai, ma non ne ho persa nemmeno mezza; forse faresti meglio a impiegare il tuo tempo, invece che a fare segnalazioni e a chiamare l’avvocato, a studiare per colmare qualche piccolissima incongruenza che, qua e là, sembra emergere dalla tua narrazione. Volendo ti possiamo anche girare qualche fonte autorevole in amicizia. E, con questo, terminiamo l’angolo del dissing e torniamo (purtroppo) a occuparci di cose serie.
E’ bello essere re diceva Mel Brooks ne La pazza storia del mondo; essere presidente di un impero in inesorabile declino, invece, un po’ meno: lo chiameranno pure Sleepy Joe, ma il povero Rimbambiden, in realtà, tempo per dormire mi sa che ultimamente ce n’ha pochino. Dopo oltre due anni di guerra per procura in Ucraina, non solo ha reso il suo nemico più forte e determinato che mai, ma ancora deve stare dietro a quei parolai degli europei che, a chiacchiere, si riarmano fino ai denti e rovesciano Putin, ma – nei fatti – per recuperare qualche munizione sono costretti a fare la colletta e fare il tour dei più malfamati bazaar di Istanbul e di Pretoria; risultato: come titolava ancora ieri BloombergGli attacchi russi all’Ucraina alimentano la paura che l’esercito sia vicino al punto di rottura”. Il fronte del Pacifico, poi, è un vero e proprio rompicapo; dopo 40 anni di finanziarizzazione, gli USA si sono accorti che, per contenere l’inarrestabile ascesa cinese, gli manca una deterrenza credibile: come fai a minacciare una potenza che ha una base industriale che è tre volte più grande ed efficiente della tua? L’unica possibilità è trasformare definitivamente gli alleati di tutta l’area – che, tra base industriale e posizione geografica, hanno tutto quello di cui hai disperatamente bisogno – nemmeno semplicemente in vassalli, ma proprio direttamente in una sorta di tua emanazione diretta; ed ecco, così, che parte il tour de force: martedì, infatti, è sbarcato a Washington il premier giapponese Fumio Kishida e, per quanto si tratti di un fedele servitore di Washington privo di qualsiasi personalità, è comunque stato un gran bell’impegno.

Fumio Kishida

Il Giappone è, in assoluto, il più importante degli alleati per la guerra contro la Cina visto che, al contrario degli USA, ha ancora un’imponente base manifatturiera indispensabile anche solo per pensare di poter contrastare la strapotenza cinese, soprattutto in termini di produzione navale; il Giappone, però, da decenni è anche probabilmente in assoluto l’alleato che gli USA hanno bistrattato di più, radendolo al suolo con l’atomica prima (giusto per capire chi comandava) e imponendogli, poi, oramai quasi 40 anni di suicidio economico che, in confronto, Gentiloni e la Von Der Leyen sono dei difensori degli interessi dei loro cittadini. E ultimamente, dopo aver ridotto lo yen a carta straccia, per fare un favore alle oligarchie statunitensi hanno anche impedito senza motivo alla Nippon Steel di concludere l’acquisizione di US Steel, senza manco chiedere scusa.
Ora, per i leader del partito liberale poco male, che tanto sono vassalli devoti che mai si azzarderebbero a chiedere qualcosa in cambio; per i giapponesi comuni, però, un po’ meno, che – in fondo in fondo – un po’ nazionalisti, comunque, rimangono. Per fare finta di avere una qualche forma di rispetto per l’interlocutore zerbino, allora gli USA si son dovuti sforzare di apparecchiare un ricevimento in grandissimo stile con tutti gli onori di casa: hanno pure chiamato a suonare Paul Simon e prima gli hanno anche imposto di fare un corso di giapponese.
Ma il bilaterale Giappone – USA era solo l’antipasto: giovedì, infatti, li ha raggiunti pure Marcos junior,erede del sanguinario dittatore e attuale presidente delle Filippine, impegnato a mettere fine alla piccola parentesi sovranista e popolare dell’ex presidente Duterte per riportare lo strategico paese insulare al ruolo di portaerei del Pacifico dell’imperialismo USA; un summit storico, come è stato definito nel comunicato congiunto finale – il primo di sempre tra le tre potenze – e che rappresenta una tappa fondamentale per la costruzione di quell’accerchiamento totale della repubblica popolare cinese volto a danneggiarne l’economia abbastanza da permettere agli USA di recuperare il terreno perduto succhiando risorse a tutti i vari vassalli e, se non basta, a provocare la Cina fino a scatenare una nuova guerra per procura come quella ucraina, ma di magnitudo di ordini di grandezza superiore.
Nel frattempo, Rimbambiden è dovuto pure tornare a occuparsi di America Latina: a giugno, infatti, si vota in Messico e mettere fine all’esperienza sovranista di Lopez Obrador sarebbe fondamentale per assicurarsi di poter riportare vicino a casa un pezzo della base industriale – indispensabile anche solo a pensare di poter fare la guerra contro la Cina – senza che diventi un’arma a doppio taglio; peccato, però, che nonostante tutti i tentativi di destabilizzazione, la candidata di AMLO ancora oggi, nei sondaggi, sostanzialmente doppi gli avversari sostenuti da Washington. Gestire contemporaneamente questi tre fronti metterebbe ko chiunque e, invece, per Sleepy Joe è solo l’antipasto; nelle ultime due settimane aveva provato a scordarselo per un attimo: per evitare l’escalation nel Mar Rosso aveva addirittura mandato (anche in ginocchio) i suoi uomini da Ansar Allah per cercare una soluzione diplomatica dopo che 3 mesi di attacchi diretti in territorio yemenita non sembravano aver dato grossi risultati, quando, sabato scorso, a turbargli i sonni sono arrivati circa 300 tra droni e missili balistici che dall’Iran si sono riversati sul sempre più scomodo – ma ciononostante sempre indispensabile – alleato sionista. Nonostante le divergenze con regime fascista e razzista di Tel Aviv, Biden s’è ritrovato così a dover richiamare all’ordine tutte le sue casematte nella regione per minimizzare i danni e impedire a Tel Aviv di subire un’umiliazione troppo grande, perché lo svantaggio strutturale dell’impero è proprio questo: i suoi millemila nemici possono subire anche sconfitte importanti, eppure la necessità storica delle masse popolari di dotarsi di uno Stato sovrano capace di emanciparsi dal dominio dell’impero, rimane intatta; per il castello di carte che tiene in piedi il dominio globale dell’impero, invece, anche solo essere costretto a rinunciare al dominio in un’area del pianeta può essere esistenziale.
Ma prima di addentrarci nei dettagli di questo arzigogolato racconto sugli sforzi inenarrabili che il povero, anziano leader del mondo libero è costretto a sobbarcarsi per non passare alla storia come il presidente sotto il quale si mise fine a 5 secoli di feroce dominio coloniale dell’uomo bianco, vi ricordo di mettere un like a questo video per aiutarci a combattere la nostra piccola guerra contro gli algoritmi e, se non l’avete ancora fatto, di iscrivervi a tutti i nostri canali e di attivare pure le notifiche, perché se c’è una cosa che abbiamo imparato lavorando a questo video è che l’impero non è mai stato così fragile e un’informazione corretta che non ricalchi a pappagallo la propaganda, oggi come non mai potrebbe davvero fare la differenza.
“Stati Uniti e Giappone annunciano l’aggiornamento più significativo di sempre della loro alleanza militare”: così, giovedì, il Financial Times riassumeva la conferenza stampa che, il giorno prima, Rimambiden e Fumio Kishida avevano tenuto a conclusione dello storico bilaterale di questi giorni: “Nel corso degli ultimi 3 anni” recita il comunicato congiunto, rilasciato poche ore prima “l’Alleanza USA – Giappone ha raggiunto livelli senza precedenti”; gli USA rinnovano, senza se e senza ma, l’”impegno degli Stati Uniti nella difesa del Giappone… utilizzando l’intera gamma delle sue capacità, comprese quelle nucleari” in cambio di un rafforzamento di quello che chiamano “coordinamento con gli USA” e che, come noi membri della NATO sappiamo bene, in soldoni significa totale subordinazione, a partire dalla messa a disposizione delle “isole sudoccidentali” delle forze armate USA “per rafforzare la deterrenza e la capacità di risposta”, nonostante l’opposizione decennale delle popolazioni locali e dei loro rappresentanti politici.

Denny Tamaki

A partire dal governatore di Okinawa, Denny Tamaki che, nel 2018, stravinse le elezioni locali proprio sulla base della sua contrarietà alla presenza dei 30 mila militari USA, odiatissimi da sempre dalla popolazione locale e, ancora di più, da quando nel 1995 rapirono una ragazzina di 12 anni, la violentarono e la massacrarono di botte (ovviamente sempre, come cita il documento, “per realizzare un mondo indo – pacifico libero e aperto”). “A sostegno di questa visione” – continua il comunicato – “riaffermiamo il nostro obiettivo di approfondire la cooperazione in materia di intelligence, sorveglianza e ricognizione e le capacità di condivisione delle informazioni dell’Alleanza”, che è un modo gentile per dire che il Giappone rinuncia alla sua sovranità e indipendenza militare per mettere le sue forze armate e il suo apparato di intelligence a disposizione del comando USA. L’impero e il suo vassallo confermano, come ampiamente atteso, i lavori di modifica alle navi giapponesi (che, fino ad oggi, avevano funzioni meramente difensive) affinché “acquisiscano la capacità operativa del sistema Tomahawk Land Attack Missile (TLAM)” che, come dice il nome stesso, con la difesa non c’entra una seganiente e serve ad attaccare; “oggi” inoltre, continua il comunicato, “annunciamo la nostra intenzione di cooperare per un’architettura di difesa aerea in rete tra Stati Uniti, Giappone e Australia”, ai quali poi ci va aggiunta anche la Gran Bretagna nell’ambito dell’AUKUS, al quale poi si affianca anche la Corea del Sud, rispetto alla quale “accogliamo con favore i progressi nella creazione di un esercitazione annuale multidominio”. Insomma: Corea, Giappone e Australia saranno sostanzialmente dependence delle forze armate USA nell’area che potrà, così, eventualmente ingaggiare una guerra frontale contro la Cina – ma sempre per procura – evitando così lo scontro diretto tra potenze nucleari (che, diciamo, che è una cosa che ultimamente ho già rivisto). Queste forze, per essere veramente efficaci nell’opera di contenimento e provocazione nei confronti della Cina, hanno bisogno però di aumentare anche la loro area di pertinenza: ed ecco che entrano in gioco le Filippine, la portaerei nel Pacifico dell’impero che è sbarcata a Washington il giorno dopo per il primo trilaterale di sempre insieme a Usa e Giappone, un trilaterale per cementare i “valori fondamentali condivisi di libertà, democrazie, rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto” che, però, non sono proprio sicurissimo siano i valori fondamentali dell’attuale presidente filippino.
Baby Marcos, infatti – noto anche come Bongbong – non solo è il figlio di uno dei più feroci e cleptomani dittatori dell’Asia contemporanea, ma ha anche avuto direttamente ruoli di primissimo piano all’interno del suo regime diventando uno dei massimi dirigenti del partito del padre che ha imposto la legge marziale nel paese per ben 14 anni; a partire dal 1980, infatti, Bongbong è stato prima vice e poi governatore del distretto di Llocos Norte e, ancora oggi, deve la sua vita agiata a un pezzo della sconfinata ricchezza che suo padre e la leggendaria Imelda Marcos hanno sottratto al loro paese per decenni. Durante il suo governatorato, secondo l’associazione delle vittime della legge marziale, nel suo distretto si sono registrati come minimo due casi di omicidio extragiudiziale; nel 1985 era stato nominato dal padre anche presidente della Philcomsat, il monopolista delle comunicazioni satellitari delle Filippine che Marcos presidente si era auto-venduto al Marcos imprenditore per una manciata di spiccioli (in pieno stile Russia ai tempi di Yeltsin e del crollo dell’Unione Sovietica, un modello che gli Stati Uniti hanno replicato un po’ ovunque) e quando, nel 1986, finalmente scoppiarono le gigantesche proteste di piazza della People Power Revolution, fu proprio Bongbong a convincere il padre ad assaltare e dare fuoco al quartier generale delle forze di polizia che, nel frattempo, era stato circondato da centinaia di migliaia di manifestanti. Dopo che l’amministrazione Reagan aiutò gli amici dittatori e il loro entourage a scappare dalle Filippine per riparare alle Hawaii, Bongbong cercò di ritirare da un conto segreto della famiglia 200 milioni di dollari, ma fu bloccato (ovviamente dalla Svizzera, non dagli USA, e da allora non ha ancora smesso di provare a rimpossessarsi del bottino); insomma: l’interlocutore perfetto per i piani criminali dell’impero contro il nemico cinese che oggi si trova ad essere accolto con tutti gli onori per un vertice che “rappresenta il culmine di decenni di partenariato”. Non poteva andare altrimenti: Bongbong, infatti, aveva iniziato il suo mandato sulla scia dell’ultrapopolare Duterte, candidandone addirittura la figlia alla vicepresidenza; l’idea era quella di continuare a intensificare le relazioni economiche con la Cina, dando seguito agli accordi firmati dal predecessore nell’ambito della Belt and Road Initiative. Credergli, però, è stato un atto di ingenuità piuttosto eclatante: dotati della più grande rete di spionaggio e di intelligence della storia dell’umanità, che gli USA tenessero in pungo l’erede di uno dei più grandi imperi criminali del pianeta, infatti, era piuttosto prevedibile; e ora la potente mano della mafia di Washington si palesa in tutta la sua capacità persuasiva. Per le Filippine vuol dire rinunciare agli investimenti cinesi, proprio ora che, dopo due anni abbondanti di stallo dovuto alla crisi pandemica, la Cina torna ad aprire i borsoni lungo tutta la Belt and Road.
Per placare l’opinione pubblica affamata di introiti e di crescita economica, ecco allora che tutta la prima parte del trilaterale USA – Giappone – Filippine è stata dedicata proprio all’assistenza allo sviluppo, ma è tutta fuffa allo stato puro: al posto delle infrastrutture della nuova via della seta, promettono il fantomatico corridoio economico di Luzon, che cerca di scimmiottare i piani cinesi a suon di “ferrovie, modernizzazione dei porti, energia pulita” e, addirittura, un pezzo della supply chain dell’industria dei semiconduttori. Gli investimenti rientrerebbero nell’ambito della fantomatica Partnership for Global Infrastructure and Investment, la risposta imperialista alla Belt and Road che l’amministrazione Biden continua ad annunciare a ogni summit multilaterale – da ormai 2 anni a questa parte – senza aver, ad oggi, mai sganciato sostanzialmente manco un dollaro. L’elenco degli impegni concreti, invece, è da morire da ridere: 8 milioni per un ponte radio e altri 9 milioni per un altro progetto di telecomunicazioni; probabilmente meno di quanto abbiano pagato Paul Simon per cantare e imparare a dire buonasera in giapponese. Ma la chicca principale è che gli USA promettono anche 4 miliardi di investimenti diretti esteri privati, però coi soldi giapponesi. Geniali! D’altronde, il Giappone sono 40 anni che è abituato a pagare i conti dell’impero USA: il 75% delle spese militari USA in Giappone, infatti, li paga direttamente Tokyo che, ogni anno, sborsa poco meno di 5 miliardi; quando il cervello vi corre a quanti soldi le élite politiche europee ci rubano di tasca per fare contenta Washington, pensate a quanto sono geishe i giapponesi e vi tornerà il sorriso. Vi basti ricordare come, per sostenere lo yen sotto attacco del dollaro, la banca centrale giapponese sia stata costretta a rialzare, per la prima volta dopo 30 anni, i tassi di interesse mentre è nel bel mezzo di una recessione: fino a che punto i giapponesi saranno ancora disposti a tollerare di essere svenduti senza niente in cambio?

Ferdinand Bongbong Marcos jr

Ai cugini coreani, ad esempio, qualcuno ha già presentato il conto; la Corea del Sud è l’altro tassello fondamentale dell’imperialismo USA nel Pacifico: è il terzo produttore navale al mondo e solo mettendo assieme lei e Giappone la rete dei vassalli USA ha qualche chance di potersi confrontare ad armi pari coi cinesi sul mare. Sostanzialmente priva di sovranità quanto – se non di più – di Europa e Giappone, alla Corea quindi è stata imposta l’adesione a una struttura trilaterale con USA e Giappone; ma se finché si tratta di continuare a fare semplicemente da zerbino agli USA la Corea, ad oggi, ancora non ha niente da obiettare, questo matrimonio forzato col Giappone i coreani proprio non riescono a buttarlo giù: in Corea, infatti, il Giappone coloniale fino alla fine della seconda guerra mondiale s’è reso protagonista di una serie di crimini di una ferocia e di una portata inauditi e per i quali non ha mai chiesto scusa. Anzi, la destra fascionazionalista giapponese, che è una componente essenziale del blocco sociale che ha permesso al partito liberale di guidare il governo sostanzialmente sempre, da quando è stato fondato nel 1955, fonda tutta la sua popolarità proprio sull’egemonia nel web giapponese delle sue campagne razziste nei confronti degli eredi dei coreani deportati nel Giappone dell’impero fascista durante la seconda guerra mondiale. Il padrone di Washington, inoltre, ha imposto a Seul di svuotare mezzi arsenali per inviare armi nel tritacarne ucraino e, ovviamente, anche di alzare i toni contro la Cina fino a darsi la zappa sui piedi partecipando al boicottaggio tecnologico della Cina e perdendo, così, una bella fetta del principale mercato di sbocco della sua industria elettronica, con conseguenze devastanti per la tenuta economica. Risultato: mercoledì in Corea del Sud s’è votato per l’elezione del parlamento e il partito del presidente ha raccattato una figura di merda epica. Negli ultimi 2 anni, infatti, il presidente ha dato la colpa di tutto al fatto che il suo partito non aveva la maggioranza in parlamento e la campagna elettorale è stata tutta all’insegna della richiesta di un mandato pieno per completare il lavoro iniziato; non ha funzionato proprio benissimo, diciamo: il suo partito ha perso un’altra decina di seggi, l’opposizione ne ha guadagnati quasi 30 e “ciò significa” sottolinea Responsible Statecraft “che il partito al governo potrebbe abbandonare il Presidente su alcune delle sue iniziative di politica estera più controverse”.
E la propaganda suprematista è in allarme anche sul fronte tedesco “perché Scholz si inchina al dragone cinese” titola Politico, la testata del gruppo editoriale tedesco Springer di proprietà del fondo speculativo USA KKR, quello che si è comprato la rete di TIM e che ha tra i suoi principali dirigenti l’ex capo della CIA David Petraeus. L’edizione europea di Politico è stata inventata ad hoc per minacciare qualsiasi politico europeo si azzardi anche solo minimamente a discostarsi dai dictat del deep state neocon americano e venerdì scorso denunciava scandalizzata come “ignorando le pressioni di Washington, il cancelliere cerca l’appoggio di Pechino”: “Il cancelliere 65enne, considerato privo di senso dell’umorismo anche per gli standard tedeschi” scrive la testata “ha festeggiato il suo debutto suTikTok promettendo di non ballare”; “Arrivato giusto pochi giorni prima della sua visita in Cina, la patria del controverso social newtork” continua quello che appare, ogni riga di più, come un attacco mediatico in pieno stile coloniale “Scholz sembra alla disperata ricerca di convincere Pechino che può ancora essere considerato un buon amico”. Il motivo è semplice, denuncia Politico: “Scholz ha bisogno della Cina”; “Con le elezioni a poco più di un anno di distanza” continua l’articolo “il leader del motore economico europeo sta esaurendo il tempo per evocare un miracolo e invertire la disastrosa posizione del suo governo nei confronti della popolazione tedesca”. I passaggi successivi dell’articolo li ho dovuti rileggere attentamente svariate volte perché non riuscivo a capire se erano seri: sarà il mio inglese da medie inferiori ho pensato, ma temo di no; ma giudicate voi. “Ci si potrebbe aspettare che la Germania, tra tutti i paesi” scrivono “sia sensibile alla difficile situazione di una minoranza etnica costretta a vivere dietro il filo spinato sotto lo sguardo minaccioso delle guardie armate nelle torri di guardia. Beh, ripensateci”, che uno dice ma perché parlano delle vergognose posizioni tedesche su Gaza in un articolo sulla Cina? La Germania, infatti, ha così platealmente sostenuto sin dall’inizio il genocidio del regime sionista e lo sterminio dei bambini palestinesi da vietare ogni forma di solidarietà con Gaza a suon di randellate e arresti e trovarsi, alla fine, sul banco degli imputati alla Corte internazionale di giustizia e, negli ultimi giorni, ha platealmente superato ogni limite: prima ha impedito l’ingresso nel paese a Ghassan Abu Sittah, chirurgo palestinese naturalizzato britannico che avrebbe dovuto partecipare a una conferenza sulla Palestina a Berlino che, dopo il suo respingimento, è stata fatta chiudere con la forza dall’intervento di decine di membri delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa che hanno malamente evacuato le oltre 250 persone accorse fino a quel momento. E poi ha addirittura vietato il visto all’economista ed ex ministro greco Yannis Varoufakis proprio perché non ha sostenuto con sufficiente entusiasmo lo sterminio dei bambini palestinesi ed ha addirittura – pensate un po’- sollevato delle critiche.
Effettivamente, per accusare la Germania di essere complice entusiasta di un genocidio di spunti ce ne sono abbastanza, peccato però che la nostra cara testata di riferimento delle nuove SS, gli specializzati in stronzate, invece che del sostegno concreto dei genocidi reali che avvengono sotto gli occhi di tutti, preferisce concentrarsi nella denuncia del sostegno immaginario a un genocidio altrettanto immaginario, inventato tra un’invasione aliena e l’altra dai seguaci complottisti del Falun gong: “Sotto la presidenza Xi Jinping” specifica infatti l’articolo “la Cina ha preso una svolta autoritaria, reprimendo il movimento democratico di Hong Kong e costringendo la minoranza uigura in campi di concentramento” e Scholz c’ha pure il coraggio di andarci a parlare…
Io, sinceramente, pensavo che questi livelli fossero prerogativa de il Foglio, di Giulia Pompili e Radio genocidio Radicale; qui mancano solo giusto gli organi espiantati dai pazienti vivi a mani nude da Xi ed è solo l’inizio perché la Cina, oltre a espiantare gli organi dai prigionieri vivi, è ovviamente anche la patria di tutte le truffe e le pratiche commerciali più scorrette: prima ha attirato gli onesti imprenditori tedeschi promettendo sogni di gloria e poi li ha fottuti con politiche protezionistiche mettendoli fuori mercato con generosi sussidi, che oggi le permettono di esportare “veicoli elettrici cinesi a basso costo in Europa” che mettono in ginocchio gli onesti produttori europei (che è un po’ una sorta di record mondiale di fake news e di ribaltamenti della realtà mai visti in un singolo periodo di un giornale). L’economia tedesca, infatti, è sì vittima di una nuova spirale protezionistica e di una nuova guerra commerciale, solo che a dichiarargliela – com’è arcinoto – sono stati i padroni di Washington che, in quanto a politiche protezionistiche e generosi sussidi, hanno non solo doppiato, ma letteralmente triplato la repubblica popolare, ma pretendere che a ricordarcelo sia un pennivendolo a libro paga dell’ex direttore della CIA effettivamente sarebbe un po’ troppo. Il problema, semmai, è che – fino ad oggi – questo plateale ribaltamento della realtà è stato anche la linea politica delle élite tedesche: come fosse possibile, ce lo siamo chiesti per mesi, senza trovare una risposta chiara; sicuramente, però, un aspetto che ha pesato sempre parecchio è che la Germania, dal punto di vista della difesa e dell’intelligence, non può in nessun modo essere considerata un paese sovrano, ma (nella migliore delle ipotesi) un protettorato. Ma come tutti i servi che si rispettino, l’obbedienza totale e incondizionata al padrone è davvero garantita solo fino a quando a prevalere è la paura, una paura che, fino ad oggi, si fondava sul mito della supremazia militare totale degli USA (che, in parte, è anche un mito non privo di fondamento): grazie alla dittatura del dollaro, infatti, gli USA si sono fatti finanziare dai vassalli quello che è in assoluto il più grande apparato militare della storia dell’umanità che però – comincia a sospettare qualcuno – forse non basta più.
E per stamattina ci fermiamo qua; per la seconda, succulenta parte di questo video vi do appuntamento a fra poche ore e se, nel frattempo, vi piace il lavoro che facciamo e – come noi – siete convinti che in questo mondo nuovo che avanza serva come il pane una voce alternativa alla propaganda dei vecchi media, aiutateci a crescere e a rimanere indipendenti: aderite alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Bongbong Marcos

Una nuova utopia contro il neoliberismo ft. Luca Girardi

La principale accusa rivolta a qualsivoglia progetto di cambiamento sociale radicale è che questo sarebbe “utopistico”, intendendo con ciò qualcosa di impossibile da realizzare. Eppure, andando ad analizzare una delle utopie più famose della storia del pensiero, quella che dà il titolo all’opera di Thomas More, non troviamo solo idee e contenuti avveniristici, ma anche una chiave di lettura interessante per capire cosa intendiamo quando parliamo di “utopia”, ponendoci domande sulla sua desiderabilità e, cosa ancor più sorprendente, sulla effettiva realizzabilità di un modello sociale, economico e politico alternativo all’attuale dittatura sul 99%.
Intervistiamo su questo tema essenziale Luca Girardi, docente di filosofia che ha conseguito il dottorato presso l’Università Vita – Salute San Raffaele di Milano. Oltre ad aver curato la traduzione di una nuova e approfondita edizione di Utopia, l’autore ha contribuito ad approfondire il significato poliedrico dell’opera di More con un proprio saggio all’interno del volume collettaneo Storia, utopia, emancipazione a cura di Alessandro Volpe edito da Mimesis nel 2022.