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Tag: neolitico

L’alba di tutto: ovvero perché tutto quello che ci hanno raccontato sulle origini della specie umana è falso

Ma secondo voi l’essere umano, di per sé, è una merdina o è pucciosissimo? 

Teotihuacan, 40 km dall’attuale Città del Messico. Con oltre 120 mila abitanti, circa 1800 anni fa era tra le 5 città più grandi del mondo

Era stata fondata un paio di secoli prima e all’inizio tutti gli sforzi si erano concentrati sulla costruzione di una gigantesca e sfarzosa città sacra al centro, a partire dall’incredibile colossale impresa di ingegneria civile necessaria per modificare il corso dei canali del Rio San Juan e del Rio San Lorenzo per farli aderire alla griglia ortogonale della città e, soprattutto, per trasformare gli argini paludosi in fondamenta solide dove erigere le gigantesche piramidi del Sole e della Luna e il tempio del Serpente Piumato, che a sua volta si affacciava su una piazza incassata che raccoglieva le acque alluvionali del San Juan per formare un lago stagionale. Senza l’ausilio di animali da soma o di utensili di metallo, richiese il lavoro di migliaia di persone. Ne morirono centinaia e altre ancora vennero sacrificate in uccisioni rituali associate a ciascuna delle fasi più importanti dei lavori. 

Una classica città stato governata da nobili ereditari, con il loro solido bagaglio di tradizioni da aristocrazia guerriera. Eppure, attorno ai palazzi monumentali della città sacra, non c’è traccia di resti di palazzi lussuosi, perché una volta terminata la città sacra, i cittadini di Teotihuacan, fecero una scelta sorprendente: “anziché costruire palazzi e quartieri esclusivi, gli abitanti si imbarcarono in uno sbalorditivo progetto di rinnovamento urbano, fornendo appartamenti di qualità all’intera popolazione, a prescindere dallo status o dalla ricchezza”. Non solo: “il tempio del Serpente Piumato fu sconsacrato, i mucchi di offerte saccheggiati e molte delle teste simili a gargouille sulla facciata furono mandate in frantumi o ridotte a monconi”. E non è ancora finita: “la costruzione delle piramidi si fermò in via permanente, e da lì in poi non ci sono più prove di ulteriori uccisioni rituali. Tutte le risorse invece furono impiegate per la costruzione di eccellenti alloggi in pietra, non solo per i ricchi e i privilegiati, ma anche per la stragrande maggioranza della popolazione. Teotihuacan aveva davvero voltato le spalle alla monarchia e all’aristocrazia”. 

Non era un caso del tutto isolato. Qualche secolo dopo, quando arrivano i coloni spagnoli, raccontano dei costumi in vigore nella città di Tlaxcala, dove “a governare era una giunta elettiva i cui membri venivano regolarmente frustati dai cittadini, giusto per ricordargli chi comandasse veramente” . 

Non sono due aneddoti, ma le tappe finali di una incredibile avventura intellettuale che copre 200mila anni di storia dello sviluppo umano e che è destinata a rappresentare una rivoluzione scientifica al pari di quelle introdotte da Darwin, da Galileo o da Karl Marx. 

L’alba di tutto si intitola ed è l’ultimo lavoro di David Graeber (scritto a quattro mani con David

Wengrow, professore di archeologia comparativa al University College di Londra – NDR), l’antropologo della London School of Economics che ai tempi di Occupy Wall Street aveva coniato lo slogan “we are 99%” che Ottolina ha fatto suo. Tre settimane dopo aver consegnato le bozze del libro, a soli 59 anni, è morto in un ospedale di Venezia. Questo video è un omaggio nei suoi confronti e anche un po’ la promessa che non permetteremo che il suo lavoro rimanga invano come Galileo aveva ridimensionato il posto del nostro pianeta nel cosmo, Darwin quello della nostra specie nel regno animale e Marx quello del capitalismo nella storia della società umana, anche l’opera di Graeber ricorre all’evidenza scientifica per smontare la storiellina dell’evoluzione umana che l’uomo contemporaneo si è costruito negli ultimi secoli retroattivamente a sua immagine e somiglianza. La storiella più o meno dice così: la nostra specie per come la conosciamo oggi fa la sua comparsa circa 200 mila anni fa e per 190 mila anni è rimasta sempre uguale a se stessa: piccole bande nomadi di cacciatori e raccoglitori, sostanzialmente uguali tra loro e senza nessun tipo di vera e propria organizzazione sociale e di autorità, fino a che un bel giorno un omino non ha scoperto l’agricoltura. Da allora se non c’hai un pezzetto d’orto non sei nessuno e grazie ai prodigi dell’agricoltura l’uomo s’è moltiplicato come i conigli, e s’è fatto prima la baracca e poi il villino nel suburb. Comunque sia, ha cominciato a vivere in comunità sempre più grandi e nelle comunità più grandi, siccome non c’hai più gli occhi della cugina della cognata della zia sempre puntati addosso, hanno dovuto chiamare le guardie giurate; e così è nata la società moderna, dove c’è chi sta sopra e chi sta sotto e te anche se sei tra quelli che stanno sotto c’hai poco da lamentarti che comunque è sempre meglio che stare con una pelle d’orso morto sul groppone a rincorrere i conigli nani nei prati e a raccogliere le bacche. Che poi c’è anche qualcuno che, di fronte a questo bivio, ti dice pure che alla fine di tornare a cacciare gli gnu mezzo ignudo non gli dispiacerebbe manco tanto, ma non David Graeber, che era un rivoluzionario, mica uno sciroccato, e che ha fatto una cosa molto più utile: ha messo in fila 150 anni di dati scientifici che aiutano a capire cosa è successo davvero in quei 190 mila anni, durante i quali secondo la narrativa ufficiale l’uomo non si è evoluto mai nemmeno di un millimetro, e ha scoperto che la storiella che ci hanno sempre raccontato è una gran vaccata.  Ha così messo in fila 600 pagine di letteratura destinata a rimanere scolpita nella pietra.  

Giusto alcuni passaggi che ci sono rimasti più impressi e poi per chi vuole approfondire ne parliamo in dettaglio nelle prossime dirette. 

Il primo mito da sfatare appunto è quello per il quale nel paleolitico superiore, da 50 a 15 mila anni fa, l’umanità fossa composta esclusivamente da minuscole bande di cacciatori raccoglitori, totalmente egualitarie al loro interno, e prive di ogni forma organizzativa 

In realtà esistono numerosi esempi di società gerarchiche e stratificate. Nelle caverne delle Arene Candide a Finale Ligure, c’è quella che è nota come sepoltura del “Giovane principe”. Ci sono corpi interi di giovani uomini e adulti, collocati in pose innaturali e ornati di gioielli – tra cui perline ricavate da conchiglie marine e canini di cervo – e quello che appunto viene denominato il principe c’ha pure quelle che sembrerebbero insegne reali: uno scettro di pietra focaia, bastoni di corna d’alce e un elaborato copricapo fatto di conchiglie perforate. Come dice Graeber: “millenni prima l’introduzione dell’agricoltura, parrebbe che le società umane fossero già divise secondo criteri di status, classe e potere ereditario” e laddove vigevano forme più egualitarie, non era la semplice applicazione istintiva di un dato di natura, il buon selvaggio, ma una scelta consapevole. Sono state identificate anche un’intera gamma di tattiche utilizzate collettivamente per far abbassare la cresta agli aspiranti sbruffoni: lo scherno, l’isolamento, e nel caso di sociopatici inveterati anche l’assassinio vero e proprio. I buoni selvaggi, sapevano chiaramente come si sarebbe potuta configurare la loro società se avessero permesso agli sbruffoni di prevalere. Che come dice Graeber “è l’essenza stessa della politica: la capacità di fare una riflessione conscia sulle diverse direzioni che la propria società potrebbe prendere e addurre argomentazioni esplicite del perché dovrebbe seguire un percorso anziché un altro”. 

In Turchia, vicino al confine con la Siria, negli anni ‘90 sono stati portati alla luce gli incredibili resti di Göbekli Tepe, una serie di recinti intervallati da oltre 200 giganteschi pilastri a forma di T alti fino a 5 metri e pesanti 15 tonnellate l’uno, collegati da muri di pietra grezza, interamente scolpiti, con su incise immagini di carnivori pericolosi e rettili velenosi. Risalgono a oltre 10 mila anni fa. Un’opera creata grazie a un coordinamento su vasta scala. È la prova inconfutabile che le società di cacciatori-raccoglitori avevano istituzioni abbastanza evolute per portare a termini progetti di questa portata. 

D’altronde Levi-Strauss l’aveva intuito ormai quasi un secolo fa. Il sospetto gli era venuto negli anni ‘30, quando si era imbattuto nel popolo dei nambikwara nel Mato Grosso. Un concentrato di ribaltamenti di stereotipi: non solo, nonostante fossero cacciatori, avevano una gerarchia sociale ben codificata e decisamente autoritaria, ma soprattutto, quando arrivavano i mesi delle piogge, da cacciatori si trasformavano per incanto in agricoltori stanziali. Facevano la stagione e senza i voucher perché, proprio quasi a prendere per il culo la narrativa prevalente, in questi mesi cambiavano completamente organizzazione sociale: da autoritari diventavano democratici; dove prima valeva l’eroismo, qui a caratterizzare i leader era la capacità persuasiva e la moderazione 

Anche tra gli inuit, in Alaska, andava di moda fare la stagione: in estate si disperdevano in bande di venti o trenta persone per andare in cerca di renne, caribù e pesci d’acqua dolce e nei lunghi mesi invernali, invece, si riunivano per costruire grandi case comuni di legno, pietra e costole di balena. Anche qua, come per i nambikwara, quando era stagione di caccia c’era il maschio anziano che tiranneggiava senza contraddittorio, e quando invece se ne stavano alla casa, prevaleva l’uguaglianza e l’altruismo e anche il sesso promiscuo. Sembra infatti trombassero come ricci, scambiandosi partner sessuali senza alcuna inibizione. 

Questo andare avanti e indietro tra la vita da cacciatore e quella da agricoltore pare quasi più la regola che l’eccezione. 

Anche dietro al mistero di Stonehenge c’è un misunderstanding di questo tipo come per Göbekli Tepe: si tratta di comunità di raccoglitori che però avevano la capacità di organizzarsi su larga scala. Ma la cosa più interessante è che nel caso dei popoli che poi ogni anno si riunivano a banchettare a Stonehenge, prima di tornare ad essere raccoglitori avevano già sperimentato l’agricoltura; solo che poi avevano deciso che la terra è bassa e che stare dietro ai campi è troppo sbattimento e avevano preferito ritornare a raccogliere le bacche. 

D’altronde che la vita da cacciatore/raccoglitore non fosse poi tutta questa sofferenza lo aveva già affermato più volte anche Marshall Sahlins: “tutte le prove indicano che nella storia dell’umanità il numero complessivo di ore passate a lavorare tende ad aumentare. A quanto sappiamo il grosso dei cacciatori-raccoglitori passavano da 2 a massimo 4 ore al giorno a fare qualcosa che si possa definire lavoro”. La battaglia per le 30 ore settimanali è da signorine: i veri uomini lottano per stare abbondantemente sotto le 20, altroché! 

E grazie al lavoro monumentale di Graeber oggi abbiamo un potentissimo strumento in più per controbattere a tutti i tromboni che ci vogliono convincere che non si può, spacciandoci leggende su come si è sviluppata la società umana, inventate ad hoc per legittimare un sistema di potere disumano e fondate letteralmente sul nulla

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