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Tag: moneta

Italia fuori dall’euro? – Perché la monete unica è la moneta del nostro declino

L’Italia è entrata nell’euro più per motivi religiosi che non per reale convenienza. Un europeismo ingenuo e acritico ci ha condotto tra le braccia della crisi e della decadenza della nostra economia. Gabriele Guzzi, professore di economia, ci ha parlato dei difetti strutturali di questa moneta e delle possibili soluzioni per rilanciarci.

MARATONA OTTOLINA – Un Nuovo Governo per il 99% – ft Tridico, Mattei, Scarpinato, Basile, Bradanini (Live pomeriggio)

FINE DELL’AUSTERITA’ E NUOVO INTERVENTO PUBBLICO: UN’IPOTESI DI GOVERNO così si intitola l’incredibile conferenza messa in piedi da Andrea del Monaco e soci 20 relatori, ognuno con un campo di competenza diversa, si alternano sul palco per delineare le traiettorie fondamentali di un vero e proprio governo alternativo per il paese, in grado di coniugare radicalità e concretezza, per tornare a essere dalla parte del 99% nei fatti, e non solo nelle chiacchiere dall’ex ambasciatore italiano a teheran e pechino Alberto Bradanini, alla Giovanna D’Arco della battaglia culturale contro il mito dell’Austherity Clara Mattei, da Elena Basile a Pasquale Tridico, da Roberto Scarpinato a Gianni Dragoni, il meglio del meglio dell’Italia che resiste alla dittatura di Washington e delle Oligarchie, tutti uniti per costruire un vero fronte popolare plurale, democratico e in grado di conquistare il cuore della maggioranza della popolazione una vera maratona per ridare a questo paese la speranza di un vero nuovo governo per il 99%

Fine lavoro mai: se la Meloni fa l’atlantista con le pensioni degli altri

Pensavate di esservi liberati della Fornero, eh? In realtà non aveva fatto altro che indossare una parrucca bionda, frequentare qualche corso di dizione in burinese per darsi un nuovo tono più popolare e rieccola lì ai posti di comando, pronta a condannarvi di nuovo, tra una lacrima e l’altra, ai lavori forzati a vita.
La riforma delle pensioni partorita dal governo dei fintosovranisti svendipatrioti è un inno all’austerity che fa impallidire i tecnici neoliberisti più feroci: “Dopo anni di propaganda per abolire la legge Fornero” sottolinea con una certa nota di soddisfazione Luca Monticelli su La Stampa “il centrodestra è arrivato al governo e ha di fatto eliminato la flessibilità, creando un meccanismo che addirittura rafforza il sistema pensato dal governo Monti del 2011”. Difficile dargli torto; per andare in pensione, dal prossimo anno bisognerà mettere assieme 63 anni di età e 41 anni di contributi ma non solo, perché ormai i lavoratori che hanno iniziato a lavorare a tempo pieno a 22 anni e non hanno mai spesso per i 41 successivi sono una esigua minoranza. Per tutti gli altri, si arriverà in scioltezza a 67 e per quelli che non sono riusciti a mettere assieme nemmeno 20 anni di contributi – e sono tanti – direttamente a 71. In Francia, contro l’aumento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni, centinaia di migliaia di persone hanno messo a ferro e fuoco il paese per mesi.
Ovviamente, l’informazione e le élite liberali gongolano e lasciano il palco alla Fornero original che, sempre dalle pagine de La Stampa, si prende la sua rivincita: “La manovra dimostra che quelle regole non erano dettate da insensibilità nei confronti dei desideri e delle aspettative dei lavoratori, ma dall’insostenibilità del sistema previdenziale. Alle condizioni date, nessuna contro-riforma delle pensioni è ragionevolmente possibile”. Non ha tutti i torti. Basta intendersi su cosa si intende per “condizioni date”: per lei – e i tecnocrati come lei – sarebbero le condizioni imposte dalle scienze economiche, dove con scienza intendono quell’insieme di superstizioni create ad hoc dalle oligarchie finanziarie e osservate religiosamente dalle nostre élite, nonostante siano state smentite millemila milioni di volte negli ultimi 20 anni. Per noi, molto più prosaicamente, consistono nel fatto che tra Monti, Draghi, Letta, Giorgetti e la Meloni non ci sono differenze se non di carattere cosmetico: stanno dove stanno per svendere il paese a Washington e alle sue oligarchie finanziarie.
Avevamo basse aspettative, ma di*c**e! Non c’è modo migliore per descrivere la nostra reazione quando abbiamo visto la bozza di disegno di legge di bilancio che è cominciata a circolare martedì scorso e che tutti sostengono sia più o meno definitiva. Nonostante le avvisaglie, abbiamo sperato fino alla fine che la Lega di Salvini non fosse disposta a sbracare in maniera ignobile di fronte alla macellazione di uno dei suoi cavalli di battaglia “ma non c’è stato nulla da fare” sottolinea il Corriere della Serva: “Palazzo Chigi ha avocato a sé la scrittura della manovra anche sulle pensioni, dove il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha concorso a stringere le norme per mandare un segnale di rigore alla commissione Ue e ai mercati, agenzie di rating comprese”.
La botta più feroce è per i millennial, che passeranno alla storia, probabilmente, come una delle generazioni più sfigate di tutti i tempi; per chiunque abbia cominciato a lavorare dopo il 1996, cioè l’anno del passaggio criminale dal sistema retributivo a quello contributivo, la pensione sarà una cosa da ricchi. Per andare in pensione alla tenera età di 64 anni, infatti, dovranno aver raggiunto un assegno mensile da 1.700 euro che, in soldoni, significa aver avuto per 20 anni stipendi netti intorno ai 2.300/2.400 euri: una piccola minoranza. Gli altri, nella migliore delle ipotesi, dovranno aspettare di spegnere 67 candeline. Nella peggiore 71, sempre che le aspettative di vita, nel frattempo, non aumentino; in tal caso si ricalcolerà tutto e l’età aumenterà automaticamente. Siamo arrivati al punto che ogni volta che un vecchietto muore prima degli 80 anni dovremo festeggiare, e forse non basterà: tutte le risorse della manovra, infatti, sono andate al taglio del cuneo fiscale che, in realtà, non è fiscale manco per niente. A venire messi direttamente in busta paga del lavoratore, infatti, sono soldi che fino ad oggi andavano all’INPS; per il prossimo anno quei soldi all’INPS li darà lo Stato. Poi chissà.
Una fregatura; il taglio del cuneo, infatti, è diventato indispensabile dopo che l’anno scorso le aziende, nonostante l’inflazione, hanno aumentato i profitti (e di parecchio) ma senza aumentare di un centesimo gli stipendi dei lavoratori che, così, hanno perso oltre il 7% del loro potere d’acquisto, come se gli avessero tagliato di botto la tredicesima. E questo nella migliore delle ipotesi: secondo una relazione di Mediobanca del mese scorso, infatti, la perdita del potere d’acquisto dei lavoratori delle 2000 principali aziende italiane sarebbe stata addirittura del 20%. Oltre alla tredicesima gli hanno fregato pure un altro stipendio e mezzo. Con il taglio del cuneo, a colmare la lacuna non dovranno essere le aziende, redistribuendo una piccola parte dei profitti letteralmente fregati sia ai lavoratori che ai consumatori, ma ci penserà lo stato, ovviamente con i soldi dei lavoratori stessi, che sono sostanzialmente gli unici che pagano davvero tutte le tasse e per i quali, in futuro, ci saranno ancora meno soldi per pagare le pensioni.
E sapete lo Stato da dove prenderà i soldi per pagare gli aumenti salariali al posto delle aziende? L’ipotesi che va per la maggiore è il blocco del turn over: se ne sentiva proprio il bisogno. L’Italia infatti, al di là delle leggende metropolitane spacciate dalla propaganda e che fanno immediatamente presa sul popolo delle partite iva – che è incazzato nero e non senza ragioni – è uno dei paesi OCSE col numero più basso di lavoratori pubblici sia rispetto al totale della popolazione attiva, sia rispetto alla popolazione complessiva; per raggiungere gli standard medi del mondo sviluppato, avremmo bisogno domattina di assumere tra gli 1 e i 2 milioni di dipendenti pubblicicosì, de botto. In queste condizioni, fare cassa rinnovando il blocco del turn over significa solo una cosa, molto semplice: ridurre l’amministrazione pubblica una scatola vuota a partire dalla sanità, dove la carenza di personale è un vero e proprio dramma.
La soluzione della Fornero con la parrucca? Pagare di più gli straordinari ed evitare scientificamente di assumere, e quello che si risparmia regalarlo alla sanità privata. Ma attenzione: non sono errori. E’ una strategia deliberata; se a garantire pensioni adeguate e sanità dignitosa non è più il pubblico, infatti, ecco che non rimane altra alternativa che dare un po’ dei nostri quattrini a fondi e assicurazioni private, e cioè alle oligarchie finanziarie – in particolare d’oltreoceano – che ormai hanno più quattrini e potere degli stati nazionali stessi che, ormai, assolvono molto banalmente il ruolo di loro comitato d’affari. E, da questo punto di vista, accanirsi più di tanto con questo governo di fenomeni da baraccone lascia il tempo che trova; sono solo l’ennesima variante, magari leggermente più pittoresca e maldestra, del partito unico degli affari e della guerra che governa l’Italia dalla fine della prima repubblica, con differenze del tutto marginali.
E quindi non ce ne vogliate, ma qui tocca aprire l’ennesimo capitolo di educ8lina e, insieme al leggendario Alessandro Volpi, provare a raccontarvi un altro pezzetto oscuro del capitalismo ai tempi della globalizzazione finanziaria che sui media mainstream non troverete mai.

Capitolo primo: come l’efficientissimo ordine economico neoliberale si è trasformato in una gigantesca trappola del debito

Alessandro Volpi: “Io voglio provare a fare un ragionamento che è sostanzialmente legato a 2 o 3 questioni fondamentali: la prima, che mi sembra una questione di natura generale che a mio modo di vedere merita una riflessione, sono i dati che sono emersi in questi giorni sul livello di indebitamento globale. Abbiamo visto che in questi giorni sono usciti questi rapporti di varia natura. Sono più rapporti che mettono in luce come il debito complessivo e il debito pubblico e privato abbiano superato ampiamente i 300.000 miliardi di dollari, quindi ormai è un livello stabilizzato. Sembrava che questa forte impennata dipendesse dalle spese per il covid e quant’altro, anche a livello globale; in realtà ormai viaggiamo su un indebitamento complessivo che è superiore ai 300.000 miliardi, quindi vuol dire grossomodo il 300% del prodotto interno lordo mondiale. Dentro questo numero ce n’è un altro, cioè il gigantesco indebitamento pubblico, perché siamo ormai stabilmente sopra i 100.000 miliardi: oscilliamo fra i 100 e i 98 mila miliardi, quindi il 100% del prodotto interno lordo globale. Ma il dato più rilevante rispetto a questi numeri è rappresentato dal fatto che, secondo le stime di questi istituti di varia origine e provenienza (quindi è certamente un dato oggettivo o almeno presumibilmente oggettivo) la percentuale di interessi maturati sul debito e sul prodotto interno lordo tende a oscillare fra il 15 e il 20%, che è veramente un’esagerazione. Pensare che noi abbiamo una massa di interessi da pagare – intendo il sistema globale degli stati in giro per il mondo – che è grossomodo intorno al 15% del prodotto interno lordo mondiale, vuol dire veramente una montagna di soldi. Da questa fotografia, secondo me, emergono due considerazioni di rilievo. La prima, ce lo dobbiamo mettere in testa (e spero che questo messaggio riusciremo a trasmetterlo), è che è difficile immaginare qualsiasi ipotesi di mantenimento in vita di una parvenza di stati sociali – ma a questo punto direi anche dello stesso sistema delle imprese e delle famiglie – senza il debito. Cioè l’idea che il debito sia in qualche modo, soprattutto nel caso del confronto dei debiti pubblici, un dato patologico per cui bisogna riavviare politiche di austerity, ridurre il debito, riportare i parametri – come vuole fare l’Europa con il patto di stabilità in qualche modo, sia pur gradatamente – a una riduzione, mi sembra che cozzi contro questo dato di fatto. Cioè se noi prendiamo i dati, banalmente, del 2000, i dati del 2000 ci fanno vedere che il rapporto fra il debito complessivo e il prodotto interno lordo mondiale era intorno, grossomodo, al 20 – 25%; oggi siamo al 300%. Come si può pensare che noi manteniamo in vita dei parametri, peraltro pensati a metà degli anni ‘90, quindi in condizioni dove i rapporti debito – PIL pubblico (e in parte privato) facevano dire “Beh, ma il debito è il male e quindi mettiamo tutta una serie di misure che devono far rientrare in direzione della riduzione dell’indebitamento”?

Oggi è abbastanza palese che immaginare una contrazione del debito vuol dire strangolare le economie dei paesi sia dal punto di vista privato sia dal punto di vista pubblico. È evidente che al debito si somma debito e si strangola ancora, in maniera marcata, l’economia pubblica. Quindi bisognerebbe cominciare a pensare che il debito pubblico è un dato sostanzialmente fisiologico, che va rapportato alla capacità di mantenere i Paesi in condizioni di vita che siano dignitose dal punto di vista dei servizi, e servono le politiche delle banche centrali – laddove necessario – per il finanziamento del debito. Ce lo dicono i numeri: a volte veramente è come se noi non volessimo vedere i numeri (e poi su questa arriverò a cascata sulle considerazioni anche legate allo specifico), ma i numeri ci dicono che il debito è indispensabile. Se noi non facciamo debito non siamo in grado di mantenere in vita il nostro sistema economico. I debiti pubblici hanno un ruolo decisivo.

Fortunatamente, però, un modo per sopravvivere e rendere tutto questo gigantesco debito sostenibile c’è, si chiama monetizzazione: in soldoni, significa che quando uno Stato cerca di finanziare il suo debito attraverso l’emissione di titoli di Stato ma sul mercato non trova abbastanza acquirenti, o per trovarli gli deve garantire interessi troppo alti, ecco che a intervenire è la Banca Centrale, che stampa moneta e a comprare il debito ci pensa direttamente lei. Non è una tecnica particolarmente innovativa; quando il capitalismo era ancora capitalismo industriale e per fare quattrini si puntava alla crescita economica – invece che al furto di una fetta sempre più grande di ricchezza in un’economia che si rimpicciolisce sempre di più – era la norma: in Italia, ad esempio, fino al 1981, quando la religione neoliberista ci impose di rendere la Banca Centrale indipendente e al servizio – invece che del governo – delle oligarchie finanziarie. Ma ancora oggi, in piena era di dominio delle oligarchie, c’è chi lo fa ancora, e non sono soltanto gli stati sovrani del sud globale che, anzi, da questo punto di vista qualche difficoltà in più ce l’hanno. No, no. E’ proprio il centro dell’impero.Negli USA la Fed, infatti, fa esattamente questo: dà carta bianca al governo per aumentare il debito sostanzialmente all’infinito. Questo infatti è l’andamento del debito pubblico USA dal 1970 ad oggi: ancora nel 2008 era paragonabile a quello dell’area euro,appena poco sopra il 60%. Oggi è poco meno del 125% e continua ad aumentare di brutto, e la Fed continua a comprare tutti i titoli che servono. Da noi invece, dopo la parentesi del whatever it takes di Draghi, la BCE non solo i titoli ha smesso di comprarli, ma ha anche iniziato a vendere quelli che c’aveva già, nonostante il debito complessivo dell’eurozona sia enormemente inferiore a quello USA: appena appena sopra il 90%. Secondo la leggenda metropolitana degli economisti mainstream, l’eurozona sarebbe quella virtuosa: la teoria magica, infatti, prevede che se aumenti il debito e poi lo monetizzi fai esplodere l’inflazione. Peccato, però, che l’inflazione nell’eurozona sia stabilmente superiore a quella USA: maledetta realtà, che continua a contraddire i tecnocrati neoliberisti. Senza rispetto proprio.
Ma il masochismo dell’eurozona non finisce qui, perché se non hai una Banca Centrale che monetizza il tuo debito, il tuo debito – appunto – lo devi vendere ai privati. Ma come fanno i privati a decidere quanti interessi gli devi riconoscere perché si prendano il rischio di comprare il tuo debito?
Ed ecco che qui entrano in gioco le agenzie di rating, tre aziende private che danno le pagelle al debito di tutti i paesi del mondo, e gli investitori istituzionali – come i fondi pensione – se le agenzie di rating ti hanno dato un brutto voto, il tuo debito molto banalmente non lo comprano. Insomma, delle prof esigenti e influentissime che, però, spesso non agiscono in modo esattamente disinteressato, diciamo. Le tre agenzie di rating che decidono le sorti delle finanze pubbliche di tutto il mondo sono Fitch, Moody’s e Standard & Poor; i primi tre azionisti di Standard & Poor sono Vanguard, State Street e Blackrock ,che sono anche tre dei principali cinque azionisti di Moody’s insieme a Bearkshire Hathaway, il fondo di investimento di Warren Buffet. Un conflitto di interessi gigantesco, che va ben oltre semplicemente assecondare le scommesse al ribasso dell’azionista di riferimento. Il problema è molto più generale; il voto delle agenzie di rating è per forza di cose influenzato dagli interessi generali dei grandi fondi speculativi e il modello è molto chiaro: più svendi il tuo paese ai fondi speculativi e più alti saranno i tuoi voti. Ecco perché, al di là delle polemiche da talk show, essere disposti a svendere la patria non è un’opzione politica tra le tante, ma è proprio il prerequisito per salire al governo di un paese, che tu ti chiami Monti, Fornero, Giancazzo Giorgetti o Giorgia famigliatradizionale Meloni. E sui media mainstream tutto questo noncielodikono.
Per cominciare a guardare la luna invece del dito, l’unica possibilità è che un media tutto nostro – che non faccia da megafono alle oligarchie finanziarie – ce lo si costruisca da no. Per farlo abbiamo bisogno del tuo sostegno: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Giancazzo Giorgetti

Risveglio geopolitico europeo

Siamo sicuri che l’attuale unione europea a 27 sia l’istituzione giusta per affrontare queste sfide e governare questa transizione?

Il risveglio geopolitico dell’Europa: così l’aveva definito Josep Borrell subito dopo il deflagrare del conflitto Russo-Ucraino. Lo aspettavamo da tempo: sembrava arrivata l’ora per le sempre più deboli e irrilevanti nazioni europee di invertire finalmente questo declino e tornare ad essere protagoniste sul palcoscenico globale. Negli ultimi decenni infatti, rinunciando completamente a ogni forma di pensiero strategico, cullandosi in un torpore museale da fine della storia e puntando tutto su un’ inedita politica di “potenza dell’impotenza”, gli Stati europei hanno sistematicamente avvantaggiato i loro rivali strategici.

Purtroppo, però, a quasi due anni dallo scoppio della guerra, abbiamo avuto la conferma che le attuali classi dirigenti nazionali e comunitarie non sono in grado di attuare questo risveglio. A partire proprio dai più ferventi europeisti, che si vagheggiano sognanti di Stati Uniti d’Europa, ma alla prova dei fatti non fanno altro che rendere ogni giorno sempre più irreversibile la nostra sottomissione agli Stati Uniti d’America e alle loro oligarchi finanziarie. Ed ecco così che oltre all’irrilevanza sul palcoscenico internazionale, si accompagna inevitabilmente anche il declino delle condizioni di vita interne, a partire dell’impoverimento costante dalle classi medie-basse e dalla distruzione degli strumenti di Welfare conquistati nel 900.

Esiste un modo per invertire questa deriva?

Ai suoi albori, la costruzione europea era stata pensata come un processo di pacificazione tra Stati storicamente in guerra che avrebbe generato una dinamica virtuosa e una vocazione universale alla pace. Impegnandosi sulla via dell’unificazione e di una pace duratura, la pax europea sarebbe stata la premessa per la pax universalisGli stati europei, invasi e occupati durante la seconda guerra mondiale, appaltarono la propria sicurezza strategica agli Stati Uniti, abbandonarono apparentemente ogni retorica imperialista e svilupparono una mentalità prevalentemente economicista. Tuttavia, il nobile afflato alla pax-universalis, assolutamente fisiologico dopo due guerre mondiali, poggiava su alcuni difetti strutturali e molte ingenue illusioni.
In primis, sebbene l’europa effettivamente abbia evitato conflitti fratricidi per qualche decennio, nel resto del mondo gli Stati hanno continuato a farsi la guerra, e a ragionare in termini di potenza e sfere di influenza. Inoltre, lo straniero che occupa gentilmente il nostro suolo con centinaia di basi militari e testate nucleari ha continuato e continua a ragionare in termini imperialistici, e non ha affatto abbandonato il linguaggio delle armi.
La storia insomma è andata avanti e oggi, dopo un periodo di relativa calma dopo la guerra fredda, ci ritroviamo in una situazione di collasso delle economie nazionali, di smantellamento dello stato sociale a causa di attacchi ai debiti nazionali da parte delle speculazioni finanziare, e in un mondo sempre più conflittuale, dove numerosi Stati si stanno riorganizzando per mettere in discussione il vecchio ordine mondiale unipolare. Le istituzioni che rappresentano il diritto internazionale, vero capolavoro dello spirito politico filosofico europeo, stanno perdendo di efficacia, delegittimate dall’uso strumentale che ne è stato fatto in questi anni. Infine, negli ultimi trent’anni i pacifici stati europei hanno condotto o appoggiato guerre per la democrazia e bombardamenti umanitari nei Balcani, in Africa, in Medioriente e adesso anche in Europa orientale.

Spiace dirlo, ma spacciarci come i buoni e sofisticati europei che hanno capito che la pace è meglio della guerra, diventa sempre più difficile. Agli occhi del resto del mondo, in reltà non siamo altro che le ipocrite stampelle militari di un impero armato fino ai denti e con mire egemoniche. L’idea un’Europa priva di potenza e quindi potere decisionale si è quindi rivelata sbagliata e dannosa, e da questo fallimento deriva oggi l’esigenza di ripensare il fine dell’unificazione europea ai tempi del ritorno della “geopolitica”, capire che nuova forma possa assumere, e sulla base di quali principi. Questioni complesse ma di vitale importanza, che purtroppo avendo interiorizzato la mentalità dei servi che sperano solo nel prossimo pasto caldo, continuiamo a far finta che non ci riguardino. Una bella eccezione in questo senso è l’articolo La transizione geopolitica europea di Florian Louis, professore di storia alla Scuola di Alt studi di Scienze sociali di Parigi, pubblicato su Le grand Continent. Secondo Louis, sovranità strategica e cosmopolitismo in realtà possono coincidere, e pur tornando a pensare in maniera geopolitica gli europei non dovrebbero rinunciare al loro ethos pacifista e cosmopolita. Il rischio infatti è che l’aggravarsi delle fratture geopolitiche che contrappongono le grandi potenze ci conducano a un ripiego egoistico su noi stessi, impedendoci di operare di concerto su vitali interessi comuni come le migrazioni o il contrasto al cambiamento climatico.

“Per molti anni” si legge nell’articolo “l’errore degli Europei è stato pensare che il paradigma cosmopolita di cui essi stessi si reputavano l’incarnazione su scala regionale, avesse reso obsoleto il paradigma geopolitico. Se oggi hanno capito che non era così e che dovevano dotarsi dei mezzi per agire geopoliticamente in un mondo la cui evoluzione non si conformava alla loro visione irenica, ciò non deve spingerli a rinunciare all’esperienza cosmopolita acquisita, che è più che mai necessaria non solo all’Europa ma al mondo. In questo modo la transizione geopolitica Eruopea non sarà una rinuncia a ciò che siamo, ma un lucido superamento delle nostre debolezze al servizio della diffusione della nostra forza”.

Per quanto condivisibile, però, la proposta di Louis rischia di rivelarsi irrealizzabile, a meno che non vengano prima definite due questioni essenziali. Primo: che cosa si intende con Europa? quali nazioni comprende? E poi: siamo sicuri che l’attuale unione europea a 27 sia l’istituzione giusta per affrontare queste sfide e governare questa transizione?
Ma il vero elefante nella stanza, in realtà, è ancora un altro: i rapporti con gli Usa. Teoricamente la lotta per l’indipendenza dagli Stati Uniti dovrebbe appassionare e metter d’accordo sia sovranisti che europeisti. I nord americani rappresentano infatti il principale ostacolo tanto per la riconquista della sovranità democratica delle singole nazioni europee, quanto per un’ipotetica Federazione, i tanto agognati Stati Uniti d’Europa, che potrebbero determinare la fine del dominio USA sul nostro continente.

A questo proposito, prendiamo atto con sconcerto che i più ferventi europeisti che parlano di questa utopica Federazione europea a 27 o più membri, sono solitamente anche i più convinti filoamericani. Alcuni sono evidentemente in malafede, altri invece cercano in tutti modi di autoconvincersi che questo è il migliore dei mondi possibili e che gli interessi dei nordamericani coincidano magicamente con i nostri.

Emblematiche in questo senso sono sempre le analisi della nostra amatissima Nathalie Tocci, la stratega preferita dalla propaganda filo-imperiale, che in un articolo pubblicato su La Stampa dal titolo Perché ci serve il gendarme Usa, arriva a scrivere: “Noi europei abbiamo vissuto nell’illusione di una pace perpetua. Ora siamo costretti a svegliarci di scatto e ci ritroviamo impreparati. La verità è che senza gli Stati Uniti, oggi l’Europa non sarebbe in grado di difendersi. […] Oggi che ci siamo svegliati non possiamo non ritenerci fortunati di far parte di un’Alleanza disposta a proteggerci.”

Il disegno dei padri fondatori europei era quello di un Europa democratica e sovrana capace di competere alla pari con le superpotenze del futuro e di trasmettere ideali di pace e cooperazione. Ma questa seconda giusta aspirazione non potrà mai essere raggiunta se non verrà prima riconquistata l’indipendenza e non verrò ridato un significato sostanziale alla parola democrazia. I giornali in questi giorni sono alle prese con il libro del generale Vannacci e gli Spot dell’Esselunga. Se anche tu vuoi fare la tua parte nel risvegliare dall’anestesia l’opinione pubblica italiana, supportaci nella costruzione di un media libero e indipendente:

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