Skip to main content

Tag: modi

Canada vs India: le accuse all’india e il doppio standard dell’occidente

India accusata di omicidio di un cittadino canadese in Canada

Ci sono due motivi per cui il Canada è sotto i riflettori mondiali nell’ultima settimana, uno abbastanza imabarazzante e l’altro abbastanza interessante.

Il motivo imbarazzante è che, in occasione della visita di Zelensky, al Parlamento canadese è stato reso omaggio ad un ex SS ucraino, definendolo un eroe ucraino che ha combattuto contro i russi per l’indipendenza dell’Ucraina e che ancora oggi, ultranovantenne, si batte per la verità. Insomma, che Putin menta quando dice che in Ucraina c’è il nazismo, il Canada ha scelto di farcelo spiegare proprio da un eroico ex-SS ucraino applaudito in mondo visione da Zelensky, un’operazione davvero brillante, se lo scopo era quello di fare un favore a Putin. Tanto che dopo pochi giorni il Presidente dell’istituzione Canadese ha dovuto scusarsi con le varie comunità ebraiche che hanno protestato ricordando come la divisione delle SS in cui l’eroe ha prestato volontariamente servizio è stata una unità militare i cui crimini contro l’umanità sono ben documentati.

Ma c’è un secondo motivo per cui si parla di Canada, cioè il fatto che il Primo Ministro canadese Trudeau ha accusato l’India di essere dietro all’omicidio di un cittadino canadese. L’India ha respinto le accuse è tra i due paesi è in corso una tensione diplomatica, fatta di reciproche espulsioni di funzionari.

La vittima dell’omicidio è il leader separatista Sikh Nijjar, residente in Canada e con cittadinanza canadese. Un membro della folta diaspora Sikh sparpagliata in vari paesi del mondo, tra cui anche l’Italia, ma specialmente in Canada. Il movimento separatista Sikh chiede all’India la formazione di uno Stato autonomo almeno dal 1947, dai tempi della Partizione dell’India, decisa dall’Impero britannico, che divise la colonia dell’india britannica in due stati separati, India e Pakistan: una separazione che portò ad enormi tensioni, che si tradussero in oltre un milione di morti e la regione del Grande Panjaab, centro geografico della cultura Sikh, si trova proprio in mezzo a questa divisione.

Da allora le tensioni tra il governo indiano e il separatismo Sick non si sono mai placate, e l’ultimo episodio, secondo l’accusa canadese, appare particolarmente grave: il 18 giugno di quest’anno due uomini hanno sparato e colpito a morte Nijjar all’esterno di un centro religioso Sikh in un sobborgo di Vancouver e seconodo Trudeau dietro a questo omicidio ci sarebbe l’agenzia di intelligence indiana e il governo indiano.

Insomma, proprio mentre, sempre a Giugno, un confuso Biden con la mano sul cuore mentre suonavano l’inno indiano accoglieva Modi sottolineando l’alleanza basata sui valori tra India e Stati Uniti, contemporaneamente l’India, secondo il Canada, aveva appena ordinato l’esecuzione extraterritoriale di un cittadino canadese in territorio canadese. La notizia a prima vista è simile a tante altre: da Putin che avvelena le persone a Bin Salman che le squarta, ma a differenza delle altre volte, in questo caso, la condanna verso l’India è molto più cauta e per il momento non è ancora apparso nessun titolo di giornale con su scritto “Modi spara alle persone”; diciamo che della questione si è parlato molto poco, nella politica estera abbiamo sentito parlare molto di più di questioni che al confronto paiono minori. Pensiamo ad esempio all’allontanamento di Hu Jintao durante l’ultimo congresso del Partito Comunista Cinese, interessante per carità, ma niente in confronto ad una accusa di omicidio extraterritoriale.

Su “il foglio” il leader separatista sick ucciso viene liquidato come “un killer prezzolato e trafficante di droga ricercato dall’Interpol”, e certo, questo è ciò che sostiene l’India che in questi termini ha fatto emettere l’avviso dall’interpol. Ma “il foglio” dimentica di dire che Nijjar ha risposto a queste accuse in una lettera al Primo Ministro canadese nel 2016, in cui ha affermato che le accuse del governo indiano erano “fabbricate, infondate, fittizie e politicamente motivate” e la polizia canadese aveva detenuto brevemente Nijjar per un interrogatorio nell’aprile 2018 per poi rilasciarlo dopo neanche ventiquattr’ore senza formulare alcuna accusa. Insomma, diciamo che Nijjar non è che vivesse in fuga e braccato dall’interpol, ma anzi, la sua vita in canda era pubblica e sotto i riflettori per varie attività legate all’indipendentismo Sick. Ma allo stesso modo non dimentichiamoci che il separatismo Sick non è certo estraneo ad episodi di violenza e anche molto gravi, ad esempio [IMG9] nel 1985 un gruppo di estremisti Sikh ha fatto esplodere con una bomba il Volo Air India 182, uccidendo 329 persone, in risposta all’operazione Blue Star, un’operazione militare lanciata da Indira Gandhi l’anno prima, nel 1984 e nella regione del Panjaab, dove si stima che tra i cinque e i dieci mila civili siano rimasti uccisi nel corso delle operazioni. Allo stesso modo la stessa Indira Gandhi sarà vittima della vendetta dei Sick, con un omicidio che provocò gravi disordini in tutto il Paese e particolarmente nella capitale, dove migliaia di cittadini sikh vennero uccisi per ritorsione, nella sostanziale indifferenza delle forze dell’ordine.

Insomma, vicende estremamente delicate in un Paese in cui religione e identità culturale si legano a fenomeni di scontri sociali particolarmente cruenti e dove l’eredità post coloniale ha contribuito ad esacerbare queste questioni. In un contesto intricato come questo è interessante vedere giornali come il foglio che diventano portavoce acritici della voce ufficiale di un paese del sud del mondo. Ma non illudiamoci, non è che son diventati multipolaristi e se invece che l’India ad essere accusata di omicidio extraterritoriae nel territorio di una democrazia occidentale fosse stata la Cina, beh non avremmo certo visto questa prona adesione de “il foglio” al punto di vista del Governo accusato.

Ma d’altra parte a preoccupare “il foglio”, come scrive, è “Il rischio che anche per America, Australia e Regno Unito, si apra una fase critica nei rapporti con Canada e India, in un’escalation diplomatica che potrebbe minare l’unità dell’occidente nell’Indo-Pacifico”, una unità che serve, per l’appunto, a contenere la Cina… cioè, non è che adesso vi mettete lì a litigare per gli omicidi extraterritoriali, il foglio invita alla calma.

Insomma della vicenda non se ne è parlato molto, una lodevole eccezione qui su youtube è rappresentata da Braking Italy, che certo ne ha parlato con quello che è il suo stile, e le sue riflessioni, che non condivido particolarmente, ma quantomeno ne ha parlato, soprattutto non condivido che nell’elenco dei Paesi che hanno compiuto omicidi extraterritoriali ha inserito la Russia e l’Arabia Saudita ma si è dimenticato di inserirne uno abbastanza grandicello nella questione, cioè gli Stati Uniti. Pensiamo ad esempio all’omicidio del generale iraniano Soleimani, ordinato da Donald Trump e definito illegale dalla relatrice speciale ONU sui diritti umani; o pensiamo a cosa è accaduto in Afghanistan il 29 agosto 2021, dopo l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi, quando un drone americano ha falcidiato una intera famiglia afghana, uccidendo dieci civili tra cui sette bambini. Secondo l’intelligence statunitense, che aveva seguito per ore una Toyota bianca prima di sparargli contro uno di quegli ordigni che perforano le lamiere e le persone, secondo loro in quella macchina vi erano terroristi che trasportavano bombe, un’operazione dell’ISIS-K, la stessa organizzazione coinvolta in un attacco di tre giorni prima all’aeroporto di Kabul, dove erano morti anche tredici soldati statunitensi. Biden aveva promesso una dura e pronta risposta, ma la risposta è stata quella di massacrare Ezmarai Ahmadi e la sua famiglia e lui per di più era un operatore umanitario e cooperante con la statunitense Nutrition and Education International, una organizzazione che si occupa di distribuire aiuti umanitari in Afghanistan. Lavorava per gli Stati Uniti insomma, e come successive indagini hanno rivelato, la macchina non trasportava bombe, ma taniche d’acqua, tanto che il Pentagono ha dovuto ammettere l’errore, definito “spiacevole ma onesto” dall’ispettore generale del Pentagono, che ha anche specificato che nessun militare statunitense sarebbe stato punito per quell’errore, perché era appunto un errore onesto. Come ha commentato il fondatore e Presidente di Nutrition & Education International “Questa decisione è scioccante. Come possono i nostri militari togliere ingiustamente la vita di 10 preziose persone e non ritenere nessuno responsabile in alcun modo?”. Risposta, perché è un errore onesto!

Secondo alcuni oltre che un essere onesto questo errore è anche una esecuzione extraterritoriale in un Stato dal quale avevano già annunciato il disimpegno e il ritiro delle truppe: a che titolo fai piovere la morte dal cielo in uno stato estero nel quale il Governo che sostenevi si era già dissolto come la neve da settimane? Come commenta il “New York Times”: in due decenni di guerra l’esercito americano ha ucciso in raid mirati migliaia di civili per sbaglio in Iraq, Afghanistan, Siria e Somalia, e “mentre l’esercito di tanto in tanto si assume la responsabilità di questi attacchi, raramente ritiene responsabili persone specifiche”. Braking italy nel suo video sottolinea come l’occidente non debba permettere all’India o ad altri Stati di intervenire extra territorialmente con esecuzioni, e sono perfettamente d’accordo, ma aggiungerei pure che tutto sommato l’occidente potrebbe provare anche ad impedire all’occidente stesso di intervenire extra territorialmente con esecuzioni, come dice Confucio dare il buon esempio è il primo passo per una leadership di successo. Ma non solo l’occidente non riesce ad impedire all’occidente di farle queste cose, ma al momento non è neppure in grado di formulare una condanna forte e compatta verso l’India. La reazione ufficiale degli Stati Uniti alle accuse canadesi contro Modi è stata abbastanza tiepida, limitandosi a dichiarare che si aspettano che il governo indiano collabori con il Canada per indagare sul possibile coinvolgimento di agenti di Nuova Delhi nell’omicidio.

Bin Salman per l’omicidio Khash oggi era stato definito da Biden un Paria internazionale, salvo poi più recentemente andare a stingergli la mano in varie occasioni: l’ultima al G20 di settembre che c’è stato proprio in India. Oppure pensiamo agli avvelenamenti di Putin, con Biden che nel 2021 aveva definito Putin un assassino ancor prima della guerra in Ucraina, mentre in questo caso ci si muove con molta più cautela, in quello che a prima vista sembra un perfetto esempio dei doppi standard, i due pesi e due misure dell’Occidente.

Ma in realtà qui la questione potrebbe essere molto più intricata, se non altro perché, come ha rivelato il New York Times: “le agenzie di spionaggio americane hanno fornito informazioni al Canada dopo l’uccisione del leader separatista sikh nell’area di Vancouver”. Come riporta il giornale, all’indomani dell’omicidio, le agenzie di intelligence statunitensi avrebbero offerto alle loro controparti canadesi informazioni chiave che hanno aiutato il Canada a concludere che il governo indiano era stato coinvolto. Mentre il Segretario di Stato Antony J. Blinken ha invitato l’India a collaborare con l’indagine canadese, i funzionari americani hanno ampiamente cercato di evitare di innescare qualsiasi reazione diplomatica da parte dell’India. Ma, commenta il New York Times: “la rivelazione del coinvolgimento dell’intelligence americana rischia di intrappolare Washington nella battaglia diplomatica tra Canada e India in un momento in cui è desiderosa di avvicinarsi a Nuova Delhi”.

Insomma, pubblicamente gli Stati Uniti fanno da pompiere, ma segretamente avrebbero fatto da incendiari, non solo fornendo al Canada informazioni che hanno aiutato a incastrare l’India ma oltre a questo funzionari di intelligence hanno spifferato di averlo fatto al New York Times.

Uno scontro tra apparati che non passa certo inosservato, con la presidenza che va in una direzione e i servizi che vanno nella direzione opposta.

Da questa vicenda si possono trarre almeno due conclusioni: primo, il mantra della “guerra tra democrazie e autocrazie” che sentiamo ripetere così spesso come chiave di lettura per qualsiasi cosa è quanto mai insufficiente per comprendere il mondo di oggi. Non solo la nostra definizione di democrazia sta molto stretta a uno stato come l’India, ma oltre a questo mi pare ormai chiaro che l’idea che esistano due blocchi contrapposti, le democrazie di stampo occidentale da una parte e le autocrazie dall’altra, è una idea insufficiente, e che cade continuamente in contraddizione con se stessa. Ad esempio: perché l’Italia deve uscire dalla Via della Seta? Perché la Cina è una autocrazia, scrive Mario Platero su Repubblica: “la Via della Seta è diventata insostenibile nel momento in cui l’autocrazia cinese ha deciso di schierarsi con la Russia e contro l’Ucraina e contro l’Europa”. A Mario Platero il fatto che nella Via della Seta cinese ci sia pure l’Ucraina, e che non ha nessuna intenzione di uscirne, è un dettaglio che a lui non lo sfiora nemmeno, ed è strano, perché se dobbiamo uscire dalla Via della Seta perché la Cina si è schierata contro l’Ucraina, non sarebbe forse normale che la prima a volerne uscire dovrebbe essere proprio l’Ucraina stessa?

E non lo sfiora neppure il fatto che, annunciando al G20 il ritiro dalla via della Seta, l’Italia abbia annunciato contemporaneamente il suo ingresso nel corridoio Medio Orientale che unsice India, Arabia Saudita ed Europa, e consideriamo che non solo l’Arabia Saudita non è una democrazia ma una monarchia ereditaria, ma oltre a questo Cina, India e Arabia Saudita condividono la stessa posizione nei confronti della guerra in Ucraina.

Perciò, se la tesi è che per solidarietà con l’Ucraina dobbiamo uscire da una iniziativa in cui c’è pure l’Ucraina, o che per contrastare le autocrazie dobbiamo stringere legami con la monarchia saudita e gli Emirati Arabi, chiamarla ipocrisia o doppio standard è pure un eufemismo.

La seconda considerazione è che, come dicono alcuni osservatori, la leadership statunitense è spaccata al suo interno. Secondo Andrew Korybko negli usa “oggigiorno ci sono due fazioni ferocemente concorrenti, i liberal-globalisti e i loro rivali relativamente più pragmatici. I primi sono ideologi ossessionati dall’imporre i loro valori a tutti gli altri, mentre i secondi vogliono che l’America si adatti al multipolarismo ponendo gli interessi nazionali al di sopra di tutto il resto”.

Nel contesto delle relazioni India-Stati Uniti, i liberal-globalisti vorrebbero continuare a fare pressione sull’India affinché si adatti alle richieste di condanna e sanzione contro la Russia, creando tensione nei legami indo-statunitensi anche a scapito dei loro comuni interessi nel contenere la Cina, mentre i pragmatici vorrebbero dare priorità all’obiettivo geopolitico del contenimento della Cina. “Il viaggio del primo ministro Narendra Modi negli Stati Uniti a giugno ha dimostrato che i pragmatici hanno vinto in questo dibattito, ma ora è noto, col senno di poi, che i liberal-globalisti si sanno muovendo per sabotare i loro legami”, conclude Korybko, riferendosi alla fuga di notizie da parte di fonti dell’inteligence sul coinvolgimento degli Stati Uniti delle indagini canadesi contro l’India.

E se gli Stati Uniti condannassero l’India come hanno condannato altri Paesi per azioni del tutto simili, sarebbe un grosso problema per gli Stati Uniti stessi, hanno un bisogno strategico dell’India. Ma se la leadership statunitense davvero pensa che ci sia una condivisione di valori tra India e Stati Uniti allora anche questo può diventare un problema: non solo in termini di valori, tradizioni e situazione politica sono Paesi con differenze abbastanza evidenti, ma anche in termini di posizione internazionale. Di relazione con la Russia, totalmente diversa la relazione che l’India ha con la Russia rispetto alla relazione tra Russia e occidente; ma anche nel rapporto con la Cina, per quanto l’India abbia un rapporto conflittuale con la Cina, per l’India la Cina rappresenta comunque il più grande attore economico a livello regionale, quindi un vettore di crescita dell’area asiatica, un’area nella quale l’India è inserita.

Insomma, per gli Stati Uniti l’india è un banco di prova relativamente nuovo, se non altro perché ha aspetti inediti l’importanza che l’India ha assunto negli ultimi anni, e sarà interessante vedere come gli USA si muoveranno, e non a caso Kissinger nell’intervista per i suoi 100 anni con il suo cinismo da uomo che nel mondo ha fatto di tutto, consigliava agli Stati Uniti di smetterla di fare gli idealisti nel loro rapporto proprio con l’India e di mantenere il pragmatismo.

Se volete approfondire la questione tra India e Canada, oltre che l’intensificarsi delle politiche anti corruzione in Cina,il cosiddetto cerchio di Xi come lo chiamano i media cinesi, una immagine che il presidente cinese aveva tratto dal viaggio in occidente, un romanzo della letteratura classica cinese, quello che ha scimmiotto come personaggio, il prototipo di Goku di Dragon Ball, insomma se volete approfondire queste questioni, ne ho parlato nella newsletter, un contenuto riservato a chi ci sostiene su tipeee, almeno un euro al mese per riceverla per email tre volte a settimana, almeno 5€ per poter accedere all’archivio delle vecchie newsletter, oppure potete sostenerci su gofoundme.

G20: l’umiliazione dell’unilateralismo e il mondo parallelo dei pennivendoli

Il giornale: G20, ecco la via delle spezie. La regia USA fa fuori Pechino.

La Stampa: un rotta dall’India a Venezia, gli USA danno scacco alla Cina.

Repubblica: Biden e Modi isolano Xi, ecco il nuovo corridoio India – medio Oriente contro la via della seta.

I mezzi di produzione del consenso del partito unico della guerra e degli affari, non hanno dubbi: dopo gli incredibili successi della controffensiva Ucraina, e il definitivo crollo dell’economia cinese, al G20 il nord globale è tornato in grande stile a dettare l’agenda globale. Indiani e sauditi hanno ritrovato il lume della ragione, hanno scaricato le velleità del fantomatico nuovo ordine multipolare, e sono tornati ai vecchi costumi: elemosinare una qualche forma di riconoscimento dall’Occidente globale. I rapporti commerciali con la Cina ormai sono roba da boomer e l’aria fresca di rinascimento che spirava dalle petromonarchie ai tempi di Renzi è tornata a soffiare più forte e ora irradia tutta la sua energia fino al subcontinente indiano.

L’Italia è pronta a raccoglierne i frutti: basta Cina, il futuro parla sanscrito, e se usciamo dalla via della seta non è perché ce lo ha imposto Washington, ma perché guardiamo lontano, laddove lo sguardo di voi complottisti sul libro paga di Putin e Xi, non riuscite manco ad avventurarvi.

Ma siamo proprio proprio proprio sicuri che questa narrazione sia anche solo lontanamente realistica?

“C’è un’immagine che più di tutte testimonia quanto accaduto durante il g20 di Delhi”, scrive Stefano Piazza su La Verità, “il presidente americano joe biden sorridente, stringe la mano al principe ereditario saudita mohammed bin salman insieme al padrone di casa Modi”.

Non ha tutti i torti.

Quella effettivamente è un’immagine decisamente potente. Peccato che simboleggi in modo plateale esattamente il contrario di quello che la propaganda suprematista sta cercando affannosamente di di farci credere. È la prova provata che ormai l’ameriCane abbaia, ma quando poi prova a mordere si accorge che gli mancano i denti, e allora si mette a scodinzolare. Se c’è un Paese che negli ultimi due anni ha dimostrato in modo evidente che il bastone a stelle e strisce non fa più poi così tanto male, infatti, è proprio la petromonarchia saudita. Cinque anni fa, Biden aveva inaugurato la sua campagna elettorale definendo il principe ereditario Bin Salman addirittura un pariah. Ma negli anni successivi, i sauditi non hanno fatto assolutamente niente per compiacere il vecchio alleato, anzi…

Quando è scoppiata la seconda fase della guerra per procura della Nato contro la Russia in Ucraina, nonostante tutti i corteggiamenti, i sauditi hanno evitato sistematicamente di emettere una qualunque parola di condanna.

Quando la Russia ha chiesto all’OPEC+ di tagliare la produzione per tenere alto il prezzo del greggio, i sauditi hanno subito appoggiato l’iniziativa. Biden ha provato a dissuaderli, chiamandoli direttamente al telefono. Non gli hanno manco risposto ed era solo l’antipasto. Grazie alla mediazione cinese, pur di affrancarsi dalle strumentalizzazioni USA, pochi mesi dopo i sauditi sono tornati addirittura ad aprire i canali diplomatici con l’arcinemico iraniano, mettendo così le basi per la fine della pluridecennale guerra per procura in medio Oriente che è sempre stato in assoluto il pilastro fondamentale della politica estera USA per tutta l’area ed oltre. Dopodichè i sauditi hanno finalmente preso atto del totale fallimento dell’intervento USA in Siria, e hanno accolto a braccia aperte il ritorno di Assad nella Lega Araba. Subito dopo hanno inferto un colpo micidiale ad un altro degli assi portanti dell’imperialismo USA: la dittatura globale del dollaro, nata e cresciuta grazie proprio all’adozione incondizionata dei sauditi della valuta a stelle e strisce come unica valuta internazionale, utilizzabile per la compravendita del petrolio. Per scolpire sulla pietra il fatto che questi epocali cambi di posizionamento non fossero solo capricci estemporanei, i sauditi hanno prima aderito alla Shanghai Cooperation Organization, e poi addirittura ai BRICS, addirittura fianco a fianco agli iraniani.

Fino a pochi anni fa, gli USA hanno raso al suolo interi paesi e sterminato centinaia di migliaia di civili a suon di bombe umanitarie per molto, molto meno. Dopo un anno e mezzo di schiaffi a due mani in Ucraina, eccoli invece qua, a stringere mani e a ostentare sorrisoni.

Che uno dice: chissà cos’hanno ottenuto in cambio. Una luccicante cippa di cazzo, ecco cos’hanno ottenuto. Meno di quello che avevano ottenuto a Bali.

La partita ovviamente era quella di strappare di nuovo un’accusa nei confronti della Russia per la guerra in Ucraina.

All’orizzonte”, scriveva Il Giornale Sabato, “il rischio concreto che per la prima volta nella storia di questo forum, nato nel 1999, non si riesca a trovare l’intesa per un comunicato condiviso da tutti i partecipanti”. Per qualche ora, questo è stato il tormentone; sono tutti uniti come un sol uomo nel condannare la Russia, ripeteva fino all’auto convincimento la propaganda, a parte Russia e Cina.

Il più spregiudicato nel raccattare l’ennesima figura di merda, come sempre, è l’infaticabile Mastrolilli su Repubblica: “approfittare delle assenze di Xi e Putin per isolarli allo scopo di contrastare, insieme, la sfida geopolitica epocale lanciata dalle autocrazie alle democrazie”

Gli articoli di Mastrolilli ormai assomigliano sempre di più ai testi prodotti dalle pagine tipo “generatore automatico di post di Fusaro”, o di previsioni di Fassino, che andavano di moda qualche anno fa. Ci infili dentro autocrazia, democrazia, Putin e Xi isolati, mescoli bene, ed ecco pronto l’articolo.

“Putin e Xi”, insiste Mastrolilli, “si sono coalizzati nel rifiutare il linguaggio di Bali. Europei e americani però”, notate bene, “non sono disposti a cedere, e il G20 rischia di chiudersi per la prima volta senza una dichiarazione finale”.

Ci prendessero mai, proprio almeno per la legge dei grandi numeri.

Alla fine infatti, come sapete, il comunicato congiunto in realtà è arrivato in tempi record. Al contrario delle previsioni di Mastrolilli, europei e americani non hanno dovuto semplicemente cedere, si sono proprio nascosti sotto al tavolo: nel comunicato finale non c’è nessun accenno alle responsabilità russe.

In realtà, c’era da aspettarselo; al contrario di Bali, a questo giro Modi di far fare a Zelensky il solito intervento da rock star non ne ha voluto sapere.

Zelensky, persona non grata. Come gli anatemi e i doppi standard del nord globale in declino.

I gattini obbedienti delle oligarchie Occidentali allora si sono messi all’affannosa ricerca di altri specchi sui quali arrampicarsi e l’attenzione non poteva che ricadere sull’unico aspetto che effettivamente suggeriva alcune difficoltà: la misteriosa assenza di Zio Xi.

E via giù di speculazioni acrobatiche. La prima l’avevano suggerita i giapponesi di Asian Nikkei, testata di grande spessore che noi seguiamo da decenni quotidianamente per le analisi economiche, ma che diciamo, ovviamente, non è esattamente del tutto imparziale quando si tratta di Cina.

Un lungo editoriale apparso giovedì scorso, suggeriva che la scelta di Xi di non presentarsi per la prima volta al G20 fosse dovuta a una guerra intestina al partito che vedrebbe i dirigenti più anziani sul piede di guerra contro il Presidente per le difficoltà economiche che il Paese starebbe attraversando. Ma, come ha sottolineato sabato mattina il nostro amico Fabio Massimo Parenti in diretta su La7, in quell’editoriale c’è qualcosa che non torna. L’articolo parla infatti di alcune fonti interne al partito, che ovviamente non è possibile verificare. Rimane però un dubbio: ma davvero ai massimi livelli del partito ci sono dirigenti così smaccatamente antipatriottici da andare a lavare i panni sporchi di casa direttamente nel lavello dell’arcinemico giapponese?

Per carità, tutto può essere. Ma diciamo che una cosa così palesemente antiintuitiva, per essere creduta, avrebbe per lo meno bisogno di qualche prova più tangibile, diciamo.

Macchè!

I nostri media se la sono bevuta tutta d’un sorso senza battere ciglio e il famoso “contesto mancante” a questo giro non li ha dissuasi.

Che strano…

Ma non è stata certo l’unica speculazione. Il fatto di per se, offriva un’occasione più che ghiotta per rilanciare il tormentone che ci aveva già sfrucugliato gli zebedei quando tutta la stampa era alla ricerca di narrazioni fantasy di ogni genere pur di sminuire la portata delle decisioni prese due settimane fa dai BRICS: l’insanabile divergenza tra i diversi paesi del sud globale, a partire da India e Cina.

Ci provano senza sosta da decenni. Prima erano le divergenze tra Cina e Vietnam, poi tra Cina e Russia, poi tra India e Cina. Intendiamoci, le divergenze ci sono eccome e lo ricordiamo sempre: è abbastanza inevitabile quando si ha a che fare con Paesi sovrani. Ognuno è guidato fondamentalmente dal suo interesse, e gli interessi diversi spesso e volentieri entrano in conflitto. Quando non succede è semplicemente perché uno impone i suoi interessi su tutti gli altri, come accade ad esempio nell’ambito del G7, dove Washington detta la linea e gli altri possono accompagnare solo, rimettendoci di tasca loro. Quello che, proprio a chi è abituato a fare da zerbino, non vuole entrare nella capoccia, è che la necessità storica di un nuovo ordine multipolare in realtà si fonda proprio su questo: Paesi sovrani con loro interessi nazionali spesso divergenti, intenti a costruire strutture multilaterali all’interno delle quali trovare dei compromessi attraverso il confronto e il dialogo tra pari. Rimane comunque il fatto che Xi al G20 non ci è andato e non è una cosa che può essere derubricata con due battutine.

Purtroppo però qui entriamo nell’ambito delle pure speculazioni. In questi giorni la redazione allargata di OttolinaTV su questo punto s’è sbizzarrita. Alla fine le interpretazioni un po’ più solide emerse sono sostanzialmente due:

La prima effettivamente ha a che vedere con i rapporti con l’India. Come scriveva giovedì scorso il Global Times, il nord globale guidato da Washington “ha cercato di provocare conflitti tra Cina e India usando la presidenza indiana per inasprire la competizione tra il dragone e l’elefante”.

“Gli Stati Uniti e l’Occidente”, continua l’articolo, “hanno mostrato un atteggiamento compiaciuto nei confronti di alcune divergenze geopolitiche, comprese quelle tra Cina e India. Vogliono vedere divisioni più profonde e persino scontri”. Ma proprio come la Cina, anche “Nuova Delhi ha ripetutamente affermato che il forum non è un luogo di competizione geopolitica” e quindi da questo punto di vista l’assenza di Xi sarebbe stata funzionale a impedire agli occidentali di strumentalizzare queste divergenze, e permettere al G20 di ottenere qualche piccolo progresso sul piano che dovrebbe essere di sua competenza: la cooperazione economica, in particolare a favore dei Paesi più disastrati. Da questo punto di vista il piano effettivamente sembra essere riuscito: il comunicato finale sottolinea esplicitamente che il G20 non è il luogo dove affrontare e risolvere le tensioni geopolitiche.

Ma non solo…

Per quanto simbolici, i paesi del sud globale al g20 hanno portato a casa impegni ufficiali verso una riforma della banca mondiale a favore dei Paesi più arretrati e anche l’annuncio dell’ingresso ufficiale nel summit dell’unione africana. Tutti obiettivi che Delhi e Pechino condividono da sempre.

La seconda motivazione invece ha a che vedere col rapporto tra Cina e USA. Durante il G20 di Bali, la stretta di mano tra Biden e Xi aveva fatto parlare dell’avvio di una nuova distensione tra le due superpotenze. Nei mesi successivi però, a partire da quella gigantesca buffonata dell’incidente del pallone spia cinese e della cancellazione del viaggio di Blinken a Pechino che ne era seguita, le cose non hanno fatto che complicarsi. Da allora gli USA hanno provato ad aggiustare un po’ il tiro, gettando acqua sul fuoco della retorica del decoupling. Ma mentre i toni si facevano a tratti meno aggressivi, i fatti continuavano ad andare ostinati in tutt’altra direzione, a partire dalla guerra sui chip, per finire col recente divieto USA a investire in Cina in tutto quello che è frontiera tecnologica, dall’intelligenza artificiale al quantum computing. La Cina quindi, pur continuando a sfruttare ogni possibilità di dialogo, ha continuato a denunciare la discrepanza tra parole e fatti

da questo punto di vista, quindi, l’assenza di Xi a Delhi sarebbe un segnale diretto a Biden: caro Joe, co ste strette di mano a una certa c’avresti pure rotto li cojoni. Basta manfrine fino a che alle parole non farete seguire qualche fatto concreto. Volendo, con anche un avvertimento in più: per parlare con il resto del sud globale, non abbiamo più bisogno necessariamente di una piattaforma come quella del G20: Shanghai Cooperation Organization e BRICS+++ ormai sono alternative più che dignitose. A voi la scelta ora: se continuare ad avere un luogo dove discutere con il sud globale, oppure condannare il G20 all’irrilevanza.

Finite le nostre speculazioni, torniamo a quelle degli altri.

Come con la controffensiva ucraina, che andando come sta andando, costringe gli hooligan della propaganda a trasformare in vittorie epiche la conquista di qualsiasi gruppetto di case di campagna al prezzo di decine se non centinaia di vite umane e centinaia di milioni di attrezzatura militare, idem al G20, visti gli scarsi risultati, i propagandieri si sono sforzati in modo veramente ammirevole per provare ad arraparsi di fronte a un vero e proprio monumento alla fuffa.

“Ecco il nuovo corridoio india-medio oriente contro la via della seta”, titolava su repubblichina il solito Daniele Raineri, tra un articolo su qualche mirabolante vittoria ucraina e l’altro. Il progetto è così alternativo alla via della seta cinese, che approda nel pireo, che è dei cinesi. Di nuovo in sostanza ci sarebbe l’estensione della rete ferroviaria in Arabia.

A chiacchiere! A fatti, per ora, l’unico tratto ferroviario di una certa rilevanza in Arabia è quello lungo i 450 km che sperano Mecca e Medina. Un’opera monumentale, costruita dai cinesi.

E i cinesi infatti se la ridono.

Intanto, perché non capiscono bene in che modo questo fantomatico progetto andrebbe contro ai loro interessi. Come ha sottolineato il Global Times: “Per i paesi del Medio Oriente che parteciperanno all’iniziativa ferroviaria guidata dagli Stati Uniti, non vi è alcuna preoccupazione che i loro legami con la Cina si indeboliscano proprio a causa dell’accordo”.

Anzi: “la Cina ha sempre affermato che non esistono iniziative diverse che si contrastano o si sostituiscono a vicenda. Il mondo ha bisogno di più ponti da costruire anziché da abbattere, di più connettività anziché di disaccoppiamento o di costruzione di recinzioni, e di vantaggi reciproci anziché di isolamento ed esclusione”

Piuttosto, sottolineano i cinesi, il punto è che questi proclami andrebbero presi un po’ con le pinze.

“Non è la prima volta che gli Stati Uniti sono coinvolti in uno scenario “tante chiacchiere, pochi fatti””, ricorda sarcasticamente l’articolo, che insiste: “Durante l’amministrazione Obama, l’allora segretario di stato americano Hillary Clinton annunciò che gli Stati Uniti avrebbero sponsorizzato una “Nuova Via della Seta” che sarebbe uscita dall’Afghanistan per collegare meglio il paese con i suoi vicini e aumentare il suo potenziale economico, ma l’iniziativa non si è mai concretizzata”.

“Da un punto di vista tecnico”, continua perculando l’articolo, “la decisione degli Stati Uniti di concentrarsi sulle infrastrutture di trasporto, un’area in cui mancano competenze, nel tentativo di salvare la loro influenza in declino nella regione, suggerisce che il piano tanto pubblicizzato difficilmente raggiungerà i risultati desiderati”.

Ma non c’è livello di fuffa che possa distogliere i pennivendoli di provincia italiani dal prestarsi a qualsiasi operazione di marketing imposta dal padrone a stelle e strisce

magari, aggiungendoci anche del loro. Perché in ballo al G20 c’era un’altra questione spinosa, l’addio dell’Italia alla via della seta, ancor prima di aver fatto alcunché per entrarci davvero, al di là delle chiacchiere.

Ma non temete, come scrive Libero, infatti, “Giorgia sa di avere un’altra chance. si chiama India”.

“Il commercio tra India e Italia”, avrebbe dichiarato con entusiasmo la Meloni, “ha raggiunto il record di 15 miliardi di euro. Ma siamo convinti di poter fare di più”. D’altronde, che ce fai con la Cina quando c’è l’India. Un Paese, che, come scrive il corriere della serva “per popolazione ed economia ha superato la cina”.

Non è uno scherzo, è una citazione testuale. Secondo il Corriere, l’India ha superato economicamente la Cina. Deve essere successo dopo che, come scriveva Rampini, l’altro giorno, gli usa hanno cominciato a crescere il doppio della Cina.

Quanto cazzo deve essere bello di mestiere fare il giornalista ed essere pagato per dire ste puttanate.

Ovviamente, come credo sappiate tutti voi che piuttosto che lavorare al corriere della serva preferireste morire di fame accasciati per terra a qualche angolo di strada, l’economia cinese è più di cinque volte quella indiana, e l’India ogni anno spende in importazioni meno di un quinto della Cina.

Ma non solo…

L’Italia, in India, quel che è possibile esportare in quel piccolo mercato lo esporta già. Nel 2022 abbiamo esportato beni e servizi per 5,4 miliardi. Più dell’Olanda che è ferma a 3,5 e poco meno della Francia, che è a quota 6,5. Insomma, in linea con le nostre quote di export

Discorso che invece non vale per la Cina dove l’Italia esporta per 18 miliardi, la Francia per 25, il Regno Unito per 35 e la Germania per 113 miliardi. Cioè, il nostro export totale è inferiore del 25% rispetto a quello inglese e francese, ma in Cina esportano rispettivamente i 50 e il 100% in più. Ancora peggio il confronto con la Germania: l’export tedesco è circa 2 volte e mezzo quello italiano, ma in Cina esportano 7 volte più di noi. Quando saggiamente avevamo deciso di essere l’unico paese del G7 che avrebbe aderito al memorandum della belt and road, era per recuperare questo gap. Dopo la firma non abbiamo mosso un dito, e ora rinunciamo a una crescita potenziale di svariate decine di miliardi di export, e ci raccontiamo pure che li sostituiremo con i 2 o 3 miliardi in più che potremmo guadagnare dall’India.

Ora, io non ti dico di finanziare un vero think tank indipendente coi controcazzi invece di affidarti a quelli a stelle e strisce e in Italia dare i soldi a Nathalie Tocci per trasformare l’istituto affari internazionale nel milionesimo ufficio stampa di Washington e delle sue oligarchie finanziarie.

Ma almeno i soldi per una cazzo di calcolatrice trovateli! Se volete, famo una colletta noi su gofundme.

E sia chiaro, io lo dico da grande amante dell’India, da tempi non sospetti. Quando ho cominciato a fare il giornalista a fine anni ‘90, il mio obiettivo era raccontare l’ascesa del peso Internazionale di questo incredibile paese continente. Non è andata benissimo, e ogni fallimento dell’india in questi 30 anni per me è stata una pugnalata al cuore, a prescindere da chi ci fosse al governo. Modi compreso.

Ora non mi posso che augurare che di fronte a questi teatrini imbarazzanti che offre continuamente l’Occidente, Modi sia abbastanza lucido da capire che gli attriti con la Cina, che sono legittimi e anche normali, non possono certo distoglierlo dal perseguire il vero interesse del suo disastrato Paese, che potrà crescere davvero se e solo se il sud globale riesce finalmente a mettere fine all’ordine unipolare della globalizzazione neoliberista guidata da Washington.

Per parlare del mondo nuovo che avanza, senza i paraocchi della vecchia propaganda vi aspettiamo sabato 16 settembre all’hotel terme di Fiuggi con Fulvio Scaglione, Marina Calculli, Elia Morelli, Alessandro Ricci e l’inossidabile generale Fabio Mini.

È solo uno dei dodici panel messi in fila dagli amici dell’associazione Idee Sottosopra per questo fondamentale week end di studio e di approfondimento, per costruire insieme un’alternativa credibile e non minoritaria alla dittatura del pensiero unico del partito degli affari e della guerra.

Per chi vuole maggiori informazioni, trovate il link nei commenti.

se invece vuoi concretamente darci una mano a costruire finalmente il primo vero e proprio media che dà voce al 99%, come fare probabilmente lo sai già

aderisci alla campagna di sottoscrizione di ottolinatv su GoFundMe ( https://gofund.me/c17aa5e6 ) e su PayPal ( https://shorturl.at/knrCU )

Fonti:

Editoriale del Global Times: https://www.globaltimes.cn/page/202309/1297861.shtml

Il piano ferroviario USA in Medio Oriente: https://www.globaltimes.cn/page/202309/1297874.shtml

Il Premier Li chiede solidarietà e cooperazione al G20: https://www.globaltimes.cn/page/202309/1297874.shtml

Articolo “Il Giornale”: https://www.ilgiornale.it/news/politica/g20-ecco-delle-spezie-india-emirati-arabia-europa-regia-usa-2208113.html

Articolo “la Repubblica”: https://www.repubblica.it/esteri/2023/09/08/news/ferrovia_arabia_india_cina_via_della_seta-413788548/