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Tag: giorgetti

La Meloni SVENDE il Paese a Washington e Wall Street e viene nominata REGINETTA DI DAVOS

Dopo 15 mesi di governo, la Meloni passa a pieni voti l’esame di sudditanza geopolitica e di tecniche avanzate di svendita del paese alle oligarchie finanziarie, e Davos la incorona ufficialmente reginetta del ballo annuale del globalismo targato World Economic Forum; mentre i riflettori si concentravano tutti sulla performance dello scemo del villaggio globale, Javier motosega Milei, e della rappresentazione plastica del livello di degrado umano e culturale nel quale le oligarchie vorrebbero intrappolare il Sud globale nella speranza che la grande decolonizzazione segni una battuta d’arresto, lontano dalle luci della ribalta – e in modo molto più subdolo – persone molto più misurate e presentabili ma ancora più spietate e prive di scrupoli tessevano la trama del mondo distopico che ci aspetta. In una sorta di raffinato rituale pieno di simbolismi, Giorgia la madrecristiana ha offerto lo scalpo del paese ai fondi speculativi che dominano la finanza globale e ha siglato un patto di sangue col demonio che prevede il sacrificio dei cittadini italiani e di quel che rimane della nostra democrazia in cambio della salvezza di un ristrettissimo gruppo di potere. Ma in cosa consiste concretamente questo patto demoniaco?

Kenneth Rogoff

La Stampa, venerdì 19 gennaio; in diretta dalla lounge del Centro Congressi di Davos, ecco che torna in grande style una delle principali star internazionali dell’economia mainstream: Kenneth Rogoff, una specie di vademecum del perfetto analfoliberale suprematista. Il neocidio a Gaza? Colpa dell’Iran. L’inflazione? Colpa dei terroristi yemeniti. La guerra in Ucraina? Colpa della Russia, e pure della Corea del Nord, e anche della Cina, che la riempiono di armi. La crisi in Europa? Colpa di Donald Trump. La nota positiva? Tenetevi forte: GIORGIA MELONI. Serio, eh? Da buon analfoliberale, Rogoff inizialmente su Giorgia la madrecristiana aveva espresso più di qualche perplessità: “Dopo un anno di governo Meloni” gli chiede l’intervistatore “è ancora spaventato?”. “No,” risponde Rogoff “affatto. Sono giorni che continuo a sentire persone parlare bene di lei”; Rogoff racconta di come tra i corridoi di Davos abbia cercato di capire da banchieri e policy makers quali pensavano potessero essere i leader più promettenti in Europa: “Beh,” dichiara “in molti hanno tirato fuori il nome proprio di Giorgia Meloni”. “Il cancelliere tedesco è debole,” continua “il presidente francese è in declino. E di certo, non possiamo guardare al Regno Unito. Meloni invece” ribadisce Rogoff “è stata una sorpresa positiva. Potrebbe essere davvero lei la risposta giusta per questa Europa alla disperata ricerca di leader”; ed ecco che immediatamente la propaganda filogovernativa si dimentica per un attimo della sua retorica antiglobalista e festeggia come di fronte a un’investitura papale: Meloni, l’economista Rogoff: “leader d’Europa”, titola Libero.
Ma chi è esattamente Kenneth Rogoff? Ve la ricordate la teoria dell’austerità espansiva? Per anni è stata la parola d’ordine per eccellenza del mainstream, e indovinate un po’ chi l’ha inventata? Esatto: proprio lui, di persona personalmente; sulla base di quelli che allora vennero spacciati come una grossa mole di dati empirici certificati e inequivocabili, Kenneth Rogoff nel 2010, infatti, riuscì a dimostrare una cosa che avrebbe scioccato tutti gli economisti keynesiani: secondo gli economisti keynesiani, infatti, l’unico modo concreto per stimolare l’economia è che lo Stato metta nell’economia – sottoforma di servizi, investimenti e sussidi – più di quanto ci preleva sottoforma di tasse. Rogoff stravolge questo principio: dimostra come quando il debito pubblico supera il 90% del PIL, la crescita dei paesi – in media – diventa negativa e non supera il -0,1% e come, invece, se lo Stato mette meno soldi nell’economia di quanti ne preleva – e quindi diminuisce il debito – incomprensibilmente, come per magia, i consumi e gli investimenti privati aumentano; l’austerità, conclude Rogoff, al contrario di quello che sostengono gli statalisti, le zecche rosse e tutte le persone accecate dall’invidia e dal rancore verso i ricchi e il capitale, non deprime l’economia ma, al contrario, la rilancia. Un risultato totalmente controintuitivo che però per le élite e l’oligarchia è una vera e propria gigantesca manna dal cielo: se non fosse arrivato, toccava inventarselo. A partire dal 2009, infatti, i famigerati PIIGS entrano in una profonda recessione: se ci fossimo ancora attenuti al verbo delle zecche rosse e dei socialisti, saremmo per forza dovuti intervenire con soldi pubblici per stimolare l’economia; però lo Stato è brutto e il debito è cattivo, e quindi n se po’ fa. Come si risolve allora l’inghippo? Grazie alla teoria dell’austerità espansiva la soluzione è semplicissima: basta prendere l’autostrada in contromano e tagliare ancora un po’ e, per magia, l’economia riprenderà; ed ecco così che, in men che non si dica, questo risultato viene propagandato ai quattro venti da tutti i principali economisti di regime.
Citazioni entusiastiche si moltiplicano sul Financial Times, sull’Economist e sul Wall Street Journal: Paul Ryan, speaker alla camera USA dal 2015 al 2019, lo userà come base per una risoluzione a suo nome a sostegno delle politiche di austerity europee; l’attuale governatore della Banca di Finlandia Olli Rehn che, all’epoca, era nientepopodimeno che vice presidente della Commissione europea, in una lettera indirizzata ai ministri economici e finanziari della UE, al FMI e alla BCE, scriverà che “È largamente riconosciuto, sulla base di una seria ricerca accademica, che quando i livelli del debito pubblico superano il 90%, tendono ad avere un impatto negativo sull’andamento dell’economia, che si traduce in bassa crescita per molti anni”. Vi imponiamo ricette lacrime e sangue che vi riducono in miseria? Ma è per il vostro bene! Lo dicono i numeri di Rogoff! Lo dice la scienziaaah!
Particolarmente entusiasti della nuova rivoluzione copernicana di Rogoff da noi saranno i vari Francesco Giavazzi, Alberto Alesina e, in generale, gli economisti che gravitano attorno alla Bocconi che, da lì in poi, diventeranno vere e proprie superstar; i risultati li conoscete tutti benissimo: ovviamente il PIL, invece che ripartire, non ha fatto che contrarsi ulteriormente. La disoccupazione è aumentata, il tenore di vita è peggiorato, i consumi sono diminuiti e paradossalmente poi, per mettere le toppe, pure il debito è aumentato molto di più di quanto non sarebbe stato necessario per introdurre politiche espansive prima; l’austerità espansiva ha funzionato talmente male da riuscire – addirittura – a far tornare qualche accenno di combattività anche tra le masse popolari anestetizzate ormai da decenni di controrivoluzione neoliberista e dalle sue conseguenze antropologiche. Nel 2013 se n’è accorto addirittura il Fondo Monetario Internazionale: ogni euro di contrazione fiscale – ha sottolineato – ha avuto un impatto recessivo di 1,5 euro; secondo i nostri prestigiosissimi teorici dell’austerità espansiva l’impatto recessivo sarebbe dovuto essere di 0,5 euri. In confronto, le previsioni di Mario Draghi sugli effetti delle sanzioni alla Russia sono state già più affidabili. Ma com’è possibile?
A differenza delle puttanate di Draghi sulle sanzioni russe, che erano palesemente solo propaganda e wishful thinking della peggiore specie, l’austerità espansiva non si fondava su un fondamentale studio empirico di indiscutibile rigore scientifico? Ecco, appunto. No. Il fondamentale studio di Rogoff, osannato da tutti gli economisti mainstream come una grande rivoluzione scientifica al pari di quelle di Newton e di Galileo, era in realtà un discreto troiaio: “Lo studio intitolato Growth in a time of debt – La crescita al tempo del debito – e pubblicato nel 2010 sulla prestigiosa American Economic Reviewricorda Vittorio Daniele su economiaepolitica.it “non è stato smentito da sofisticate applicazioni econometriche ma, come nella favola di Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, da un umile studente di dottorato dell’Università del Massachusetts che, utilizzando proprio i dati di Reinahrt e Rogoff per un’esercitazione, si è accorto che qualcosa non quadrava nelle stime dei due economisti”.

Rogoff, in sostanza, sosteneva che la crescita dei paesi afflitti da un insostenibile debito – di oltre il 90% rispetto al PIL – avessero registrato in media una crescita negativa del – 0,1%; lo studentello dimostrò che, invece, la crescita era stata positiva, e manco di poco: +2,2%. Nel tempo, tutti i grandi sostenitori dell’austerità espansiva si sono rimangiati tutto: da Mario Monti a Mario Draghi, passando anche per lo stesso Giavazzi; ovviamente, non possiamo che esserne felici. Rimane il dubbio, però, del perché a governare la nostra economia poi siano stati richiamati sempre loro, invece del ragazzino che ha smontato il pessimo studio di Rogoff e tutte le persone minimamente ragionevoli che non ci sono mai cascate. Non è che più che la competenza tecnica e scientifica, pesa la fedeltà ad alcuniinteressi specifici? Perché se, dal punto di vista dell’economia generale, l’austerità espansiva è stata una disastro totale, non è che ci hanno perso tutti: le oligarchie finanziarie ci hanno guadagnato eccome, e quando dici oligarchie finanziarie, dici Washington. Guarda qua: dall’arrivo dell’austerità espansiva ad oggi i mercati finanziari americani si sono quintuplicati, e se a guidarli – e a garantirgli il posto di comando – non sono le competenze ma la fedeltà agli interessi delle oligarchie, non è che ora che i Monti, i Draghi e i Giavazzi sono stati illuminati e si sono riscoperti moderatamente keynesiani, ci sta dietro una fregatura?
Il sospetto, sinceramente, viene: il nuovo tormentone di questi prestigiosi e sofisticati economisti infatti è che sì, lo Stato dovrebbe tornare a investire un po’ – come fa Biden con la Bidenomics –, però i soldi che mette sul tavolo non devono servire ad aumentare di nuovo il ruolo dello Stato nell’economia, ma solo a incentivare i privati ad investire nella giusta direzione, azzerando i rischi; non è che questa idea non è fondata su solide basi scientifiche, ma non è altro che un’altra gigantesca cazzata come quella dell’austerità espansiva, utile solo agli interessi che hanno già dimostrato di tutelare così bene? E quando Rogoff si complimenta con la nostra Giorgiona, non è che non lo fa sulla base di solide valutazioni sul tipo di politica necessaria per rilanciare l’economia in Europa, ma esclusivamente in base al fatto che è quella che, più di ogni altro, è in grado di garantire che quegli stessi interessi saranno difesi anche a costo di dover passare sul cadavere dell’ultimo cittadino europeo?
Da questo punto di vista – bisogna ammetterlo – la nostra Giorgiona non s’è fatta mancare niente: ovviamente, prima di tutto, dal punto di vista geopolitico, dove i padroni a stelle e strisce non si sono accontentati – come con altri paesi vassalli – della totale sudditanza di Roma all’agenda di Washington a spese dell’interesse nazionale. Per lavare via i peccati di alcune affermazioni del passato decisamente ostili nei confronti della globalizzazione neoliberista e dei suoi architetti, hanno preteso anche un gesto simbolico eclatante: l’uscita dalla via della seta. La maggioranza dei paesi europei, infatti, continua ad aderire al memorandum – a partire dai paesi strutturalmente più vicini a Washington, dai baltici alla Polonia e, addirittura, la colonia ucraina; a nessuno Washington ha chiesto di uscire, a parte a Roma: non bastava garantire eterna fedeltà. Per suggellare il patto di sangue ci voleva proprio l’umiliazione in mondovisione, e Roma è stata ben felice di accontentarli perché la sua sudditanza non doveva essere nota solo a Biden e ai suoi uomini: bisognava convincere anche le oligarchie finanziarie e gli economisti come Rogoff che, però, non campano solo di posizionamenti geopolitici e gesti simbolici; vogliono la ciccia, al sangue. Che eccola che a Davos è arrivata puntualmente: Mossa a sorpresa del ministero dell’economia titolava entusiasta venerdì Il Giornanale; “ENI, il tesoro cederà il 4% per rassicurare i mercati”, dove – ovviamente – per mercati si intendono le poche decine di oligarchi presenti a Davos e che, tra un festino a base di escort e l’altro, hanno concesso un po’ dei loro sterminati capitali ai governanti più servizievoli dell’impero.

Giancarlo Giorgetti

A Davos Giorgetti si è intrattenuto un po’ con tutti: dal mitico Ray Dalio di Bridgewater, all’amministratore delegato di Bank of America Brian Moynihan, a quello di Jp Morgan Jamie Dimon e, oltre a ENI, sul piatto c’erano anche Poste e, in prospettiva, anche Ferrovie dello Stato; L’Italia in vendita titola indignata addirittura La Repubblichina. Il bue che dà del cornuto all’asino: l’obiettivo infatti, come sapete, sarebbe quello di fare un po’ di cassa per abbattere un po’ di debole, ma è fuffa allo stato puro; in tutto, secondo il governo stesso, si parlerebbe al massimo di una ventina di miliardi, che ai nostri quasi 3 mila miliardi di debito, ovviamente, gli fanno come il cazzo alle vecchie. L’idea che il debito non si possa abbattere vendendo i gioielli di famiglia non è esattamente un’esclusiva di noi oltranzisti bolscevichi: lo dice chiaramente su La Stampa anche l’ultramoderato Mario Deaglio che, da liberale, non è in linea di principio contrario a vendere quel poco di partecipazioni statali che ci rimane ma, sempre da buon liberale, capisce anche quali dovrebbero essere i paletti minimi essenziali, e cioè che questo ingresso dei capitali privati avvenga nell’ambito di una politica industriale degna di questo nome, e che sia capace di mettere al servizio di questa politica i capitali, e non viceversa -che però, è più facile da dire che da fare.
La Cina, ad esempio, segue esattamente questa strada: anche la Cina, infatti, cerca di attirare capitali privati per finanziare le sue gigantesche e potentissime aziende di Stato, ma – appunto – lo fa nell’ambito di una politica industriale precisa decisa dal governo. L’operazione, però, non è che stia dando chissà che frutti, e graziarcazzo: seguire una precisa politica industriale, infatti, molto banalmente vuol dire che la remunerazione dei capitali impiegati dipende dal successo di quelle politiche industriali e dalla loro capacità di generare plusvalore; la finalità non è generare profitti in se, ma ottenere qualcosa di concreto per l’economia nazionale – che sia energia più pulita o un servizio postale più efficiente: ovviamente il tutto viene fatto e pensato in modo che possa generare dei profitti, ma non è per niente scontato e quando si dovrà decidere se i profitti fatti vanno redistribuiti tra i soci o reinvestiti, il fatto di dover perseguire una finalità concreta peserà. Insomma: chi porta capitali si accolla un certo rischio di impresa. Nel nostro modello di derisking state, come lo chiama la Gabor, l’ingresso di capitali invece ha una logica completamente diversa; se manca una politica industriale non è un caso: è semplicemente perché l’unica politica industriale che ci deve essere è quella di garantire in ogni modo che i capitali vengano remunerati adeguatamente; per il capitale finanziario non ci deve essere nessuna forma di rischio, e se questo implica trasformare un’azienda produttiva in un carrozzone inutile, pazienza. L’importante è che il dividendo sia sempre garantito: ovvio, quindi, che se i capitali possono scegliere se entrare nella compagine azionaria di un’azienda che deve rispettare una determinata politica industriale o in una dove l’unica politica industriale è riempirli di soldi, opteranno sempre per la seconda; ed ecco perché le aziende di Stato cinesi fanno fatica ad attirare capitale privato, e perché Giorgetti va col piattino in mano a Davos a svendere pezzi di Stato senza avere uno straccio di politica industriale. Qualcuno cerca di minimizzare la cosa sottolineando come, alla fine – ad esempio nel caso di ENI – si tratterebbe soltanto del 4%: in realtà, con questa logica, potrebbe anche essere l’1%; la dinamica non cambierebbe. A guidare l’azienda rimarrebbe sempre e comunque la stretta logica del capitale finanziario: la remunerazione il prossimo trimestre e chi s’è visto s’è visto.
Ma allora, se non serve ad abbattere il debito pubblico e costringe a trasformare le poche aziende decenti che ci rimangono in pure e semplici macchine da dividendi incapaci di creare valore reale per il paese, perché Giorgetti si abbassa al ruolo di mendicante per raccattare questi miseri 20 miliardi? Semplice: come per l’uscita dell’Italia dalla via della seta, è un atto plateale di sottomissione e di sudditanza, ma il masochismo come forma di piacere fine a se stessa non c’entra; molto più banalmente, Giorgetti deve assicurare le oligarchie e i grandi fondi che l’Italia è al loro servizio e che, aiutandola a rimanere in piedi, ci saranno ottimi affari per tutti. E del sostegno dei fondi per non affondare definitivamente, a breve ce ne sarà parecchio bisogno: anche quest’anno, infatti, il Tesoro italiano dovrà collocare sui mercati – che non esistono – 350 miliardi di euro di titoli di Stato. Fino all’anno scorso, una fetta consistente glieli comprava la BCE; quest’anno non solo non ne comprerà, ma venderà anche una fetta di quelli che ha già al ritmo di 7,5 miliardi al mese, e una mole del genere di titoli hanno un solo acquirente: i grandi fondi. Il resto è fuffa: il mercato, i risparmiatori… tutte leggende metropolitane. Quando il debito è a questi livelli, i titoli li possono comprare solo le banche centrali e i fondi, e siccome la nostra politica è al servizio delle oligarchie finanziarie private, la Banca Centrale ha deciso di tirare i remi in barca, cosicché il manico del coltello rimane esclusivamente in mano ai fondi che, quindi, possono pretendere dai paesi indebitati tutto quello che vogliono. Se non lo fai, i titoli non te li comprano, e loro vogliono due cose: impossessarsi dei gioielli di famiglia per spolparli per bene e che lo stato privatizzi tutti i servizi essenziali.
L’unico modo per vedere il bicchiere mezzo pieno è accontentarsi del fatto che a Davos, a quanto pare, Giorgetti il secondo tema non sembra averlo affrontato; ma la strada è tracciata e non sarà certo La Repubblichina che si riscopre statalista per il tempo di un titolone – dopo decenni passati a osannare i Rogoff, il rigore affamapopoli di Bruxelles e la lotta di classe dall’altro contro il basso condotta dai suoi editori e dai loro amicici senza esclusione di colpi – a fermarli: dalla geopolitica alla politica economica, il governo dei fintosovranisti e l’opposizione dei veri svendipatria – di comune accordo – hanno svenduto e stanno continuando a svendere gli interessi nazionali a Washington e alle oligarchie finanziarie.
Contro questo asse del male è arrivata l’ora di riorganizzare un vero fronte popolare, ampio, plurale democratico che dia di nuovo rappresentanza alla stragrande maggioranza del paese affrontando le contraddizioni alla radice: per farlo, abbiamo bisogno di un vero e proprio media che si fondi davvero su dati solidi e informazioni reali, invece di inventarsele di sana pianta per far contente le oligarchie. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Kenneth Rogoff

Il ritorno dell’austerity: come e perché a Bruxelles hanno deciso di uccidere l’Economia Europea

Venerdì scorso nella redazione de La Repubblichina era festa grossa: “Ue, l’Italia resta sola” titolavano entusiasti. La testata di punta del gruppo editoriale che, più di ogni altro, s’è speso negli anni per trasformare l’Italia in una doppia colonia – sia di Bruxelles che di Washington – sembra volerle provare tutte pur di far apparire perfino uno svendi-patria di professione come Giancazzo Giorgetti come uno statista tutto d’un pezzo. La partita è di nuovo quella della riforma del patto di stabilità, il quadro regolatorio inventato ad hoc per distruggere scientificamente l’economia reale del vecchio continente. “I governi europei” riportava La Repubblichina “raggiungono l’intesa sulle nuove regole di bilancio”.

Giancarlo Giorgetti

“Per il ministro Giorgetti” scrive Andrea Bonanni in uno dei due comizi propagandistici pubblicati dalla repubblichina a commento della vicenda “è una sconfitta cocente”. Che, più che per Giorgetti, sia una sconfitta non solo per l’Italia, ma ancora più in generale per le condizioni di vita di decine di milioni di lavoratori e di imprese nel continente, in questa sfida a chi ha i requisiti migliori per candidarsi come curatore fallimentare del paese di fronte alle oligarchie finanziarie dell’Occidente collettivo, evidentemente è un aspetto del tutto secondario: come sottolinea lo stesso Bonanni, infatti, “la proposta iniziale della Commissione è stata corretta nel senso voluto dalla Germania” e, in particolare, dal falco della dittatura dell’austerity Christian Lindner, che vince la sua battaglia contro ogni tentativo di dotare l’Europa degli strumenti minimi necessari per provare a reagire alla gigantesca recessione che è già iniziata nel suo paese e che, a breve, distruggerà quel poco che è rimasto dell’economia europea. L’altro comizio propagandistico anti-italiano de La Repubblichina è affidato invece al solito Claudio Tito che sottolinea come “non si capisce più cosa voglia l’Italia”. Eh, davvero eh? Incomprensibile, proprio; le modifiche filo austerity volute dai falchi tedeschi, infatti, impongono una bella overdose di misure lacrime e sangue per ridurre il debito e riportare il deficit sotto controllo, esattamente l’opposto di quello che servirebbe durante una recessione e contro la nuova ondata di politiche protezioniste made in USA, dove – invece – il debito è esploso e esploderà ancora di più in futuro proprio per regalare una montagna di quattrini alle aziende e convincerle ad abbandonare il deserto europeo e andare a fare fortuna in America. Ora, che degli zerbini viventi come le firme di punta de La Repubblichina accolgano con entusiasmo scelte deliranti di politica economica come questa pur di sperare, un giorno, di prendere il posto dell’amministrazione coloniale attualmente in carica, ovviamente non dovrebbe sorprendere; quello che, invece, è già più complicato da spiegare è “ma perché mai le élite politiche europee hanno deciso di affossare definitivamente l’economia del vecchio continente?
Bye bye soglia del 3%! Per 15 anni abbiamo denunciato come aver imposto, da parte dell’Unione Europea, una soglia del 3% del rapporto tra deficit e PIL fosse stata una misura del tutto arbitraria che aveva il solo scopo di mettere in ginocchio le economie più deboli della periferia meridionale dell’Europa – a partire dall’Italia – per permettere a quelle più forti di fagocitarle; ora quel parametro finalmente viene rivisto. Peccato che sia in peggio: la bozza di riforma del patto di stabilità che ieri ha ricevuto il via libera dai ministri dell’economia e delle finanze dell’Unione Europea, infatti, prevede – come riportava venerdì La Stampa – “di portare il deficit ben al di sotto del 3%, con un margine di sicurezza la cui quantificazione esatta sarà oggetto dei negoziati nelle prossime settimane”. Una mossa geniale che, secondo Bonanni de La Repubblichina, potrebbe essere stata provocata dal fatto che nell’ultima manovra finanziaria italiana ci si è azzardati, contro il parere di Bruxelles, a introdurre qualche spicciolo di deficit in più rispetto al previsto; bazzecole, totalmente insufficienti anche solo a far finta di contrastare la recessione in arrivo e quasi tutte impiegate nella direzione sbagliata, ma abbastanza da far gridare allo scandalo i talebani dell’austerity che, da allora, farneticano che “l’idea che l’Europa veglierà a limitare le politiche di spesa delle destre al potere non dovrebbe essere una cattiva notizia” (Andrea Bonanni, La Repubblichina). Ha ragione: non è cattiva. E’ pessima, e non è l’unica: il nuovo patto, infatti, ripropone pari pari la necessità di svendere i gioielli di famiglia per ridurre il debito a tappe forzate. Certo, le tappe sono distribuite un po’ diversamente rispetto al vecchio patto, ma non certo perché siano cambiate filosofia e scopi di fondo; molto semplicemente, piuttosto, perché la riduzione del debito – come prevista dal vecchio patto – non era fattibile, tant’è che nessuno l’ha mai rispettata e, alla fine, si chiudeva un occhio.
La novità, adesso, consiste nel fatto che l’obbligo di ridurre il debito è sempre sufficiente per indebolire le economie nazionali ma, almeno, in modo che sia un po’ più realistico, e a questo giro – se si sgarra – le sanzioni arriveranno eccome. “Un totem irrinunciabile” scrive La Stampa “da dare in pasto all’opinione pubblica tedesca, poco incline a digerire trasgressioni”. Contro questo delirio Giorgetti, sin dall’inizio, ha cercato di portare a casa almeno una cosa: che dal computo venissero esclusi, perlomeno, una parte degli investimenti – almeno quelli del PNRR. Macché: l’unica eccezione possibile è per l’industria della difesa. D’altronde, per combattere la terza guerra mondiale, quella serve come il pane anche a Washington che, da solo, a tornare a produrre armi a sufficienza molto semplicemente non ce la può fare. E quindi su quello – e solo su quello – si potrà chiudere un occhio.

Giorgetti con il Segretario al Commercio degli Stati Uniti d’America Gina Raimondo

Dal punto di vista macroeconomico, molto semplicemente, tutto questo non ha nessunissimo senso: a causa delle scelte geopolitiche che l’Europa si è lasciata imporre dal padrone a stelle e strisce e che hanno, in primo luogo, completamente devastato il mercato dell’energia del vecchio continente, le nostre aziende già di default non sono più competitive. Ma se a questo ci aggiungiamo la valanga di quattrini che Washington ha messo a disposizione delle aziende che vanno a investire a casa sua, la deindustrializzazione del vecchio continente a favore del padrone d’oltreoceano diventa letteralmente inarrestabile.
Ma perché la classe dirigente europea sta optando per questo plateale suicidio? Sono scemi? In buona parte si: la classe politica, almeno, tanto tanto strutturata e illuminata effettivamente non è, ma loro sono il personale di servizio, diciamo. Chi controlla le fila tanto scemo ovviamente non è, solo che i suoi interessi non sono semplicemente diversi da quelli delle persone normali che campano del loro lavoro; sono esattamente antitetici e, nel caso di noi che viviamo nella periferia dell’Unione, il ragionamento va moltiplicato per due. Il primo schema, infatti, riguarda tutta l’economia europea nel suo insieme ed è quello che continuiamo a ripetere continuamente: l’interesse delle élite economiche europee per la crescita dell’economia reale è relativo. Passare da quella grossissima rottura di coglioni che è la produzione di beni e servizi non è più, da tempo, il modo più semplice per fare profitti; questo vale in generale perché, per fare profitti a mezzo di merci e di servizi, devi far lavorare la gente e la gente, quando lavora, poi avanza sempre strane pretese: diritti, aumenti salariali, addirittura democrazia. Ma vale ancora di più in questa fase dove le variabili sono tante, da quelle climatiche a quelle geopolitiche, e per far tornare le nostre aziende ad essere competitive ci sarebbe un sacco di roba rischiosa da fare: investire nelle infrastrutture, nella formazione, nell’innovazione e, addirittura, ogni tanto andare contro agli interessi di qualcuno più grande e grosso di te, come ad esempio riallacciare i rapporti con la Russia per tornare ad avere l’energia a dei prezzi ragionevoli.
Molto meglio estrarre quel poco di plusvalore che ancora i lavoratori europei sono in grado di produrre – nonostante la produttività sia crollata a causa dei mancati investimenti – e andare a investire quei quattrini nelle bolle speculative d’oltreoceano. Ma non solo: anche farsi dare in gestione dei monopoli naturali dallo Stato – dove i profitti sono garantiti da tariffe imposte con la forza dello Stato stesso e il rischio è zero – è sempre meglio che lavorare, e quindi una bella overdose di austerity che imponga agli stati di privatizzare ed esternalizzare tutto quello che è possibile è una bella scorciatoia per garantirsi profitti facili. E poi ha anche un’altra bella utilità: privatizzando ed esternalizzando, infatti, la gente comune – per garantirsi i servizi minimi essenziali – è costretta a mettere i quattrini nelle pensioni integrative e nelle assicurazioni mediche e quei soldi, poi, vengono gestiti dalle oligarchie finanziarie globali per continuare a gonfiare le bolle speculative che, quindi, ricevono sempre nuovi quattrini per continuare a gonfiarsi all’infinito ed eliminare ogni rischio. Ecco così che, al posto dei rischi dell’economia reale, ti ritrovi di fronte alle rendite sicure delle bolle speculative. E che fai, te ne privi?
Questo è il meccanismo globale – diciamo – e tocca un po’ a tutti, dai tedeschi agli italiani. Dentro questa logica, però, ce n’è anche un’altra gerarchicamente meno importante ma che permette ai tedeschi di imporre ai loro cittadini questo furto sistematico della loro ricchezza da parte dello 0,1% senza che si incazzino troppo ed è la logica, appunto, che attraverso misure di austerity permette ai capitali più forti di fare shopping a prezzi di saldo nei paesi più deboli, come è successo in Grecia ormai oltre 10 anni fa. E’ la logica che vede contrapposti gli interessi dell’Europa del nord, con i conti relativamente in ordine, rispetto a quelli dell’Europa meridionale, quelli che una volta chiamavamo PIGS: impedendo – attraverso misure lacrime e sangue – ai paesi dell’Europa meridionale di rafforzare la loro economia reale, l’Europa del nord rafforza il rapporto gerarchico a suo favore. Non è sufficiente per invertire il declino della loro economia, ma per lo meno ne rallenta il crollo e, con gli ultimi dati sull’andamento della produzione industriale in Germania, direi che ormai ne hanno sempre più bisogno, prima che il malcontento consegni il governo all’AFD o, magari – cosa che a noi andrebbe decisamente meglio ma alle élite tedesche probabilmente meno – alla nuova formazione politica di Sarah Wagenknecht.

Il buon vecchio Tommaso Nencioni

In questo rapporto gerarchico di subordinazione, inoltre, c’è un’altra componente, come ricorda sempre il nostro buon vecchio Tommaso Nencioni: massacrando l’economia reale della periferia europea, infatti, la Germania impone in modo indiretto anche politiche restrittive a livello salariale, e siccome chi produce nella periferia dell’Europa – e in particolare in Italia – lo fa principalmente proprio come sub-fornitore delle industrie tedesche, questo permette di garantire margini di profitto un po’ più solidi. Di fronte a questo scempio l’Europa mediterranea e meridionale dovrebbe gridare all’unisono vendetta, se solo esistesse: in Portogallo il presidente ha sciolto il parlamento, la Spagna è senza governo e sull’orlo di una guerra civile e la Grecia, dopo il trauma della crisi dei debiti sovrani, è così sottona che al governo ci sono dei falchi più falchi dei liberali tedeschi, e all’opposizione un rampollo della finanza speculativa che manco parla greco.
Per quanto paradossale possa sembrare, l’avanguardia della resistenza progressista contro i piani distopici di Bruxelles – paradossalmente – è proprio Giancazzo Giorgetti. Cioè, rendiamoci conto, Giancazzo Giorgetti! E i media mainstream della galassia liberaloide gli fanno la guerra, sì, ma da destra, e non è proprio facilissimo. Se Giorgetti ora punta i piedi, infatti, non è certo per difendere l’economia reale italiana; semplicemente, si vuole garantire qualche margine per distribuire un po’ di prebende ai prenditori parassitari italiani tipo Bonomi che, nonostante rappresenti imprenditori che hanno registrato profitti stellari e non hanno reinvestito un euro nell’economia reale, l’altro giorno ha avuto il coraggio di lamentarsi che, nella manovra, solo l’8% delle risorse sono regali alle aziende. Ma non solo, perché alla fine – infatti – sarebbe addirittura emerso che l’opposizione di Giorgetti in realtà sarebbe stata tutta e soltanto a favore delle telecamere: secondo la ministra spagnola Nadia Calvino, presidente di turno del Consiglio europeo – infatti – “durante gli scambi intensi che abbiamo avuto nelle ultime settimane” tutte queste osservazioni e critiche al nuovo patto di stabilità, in realtà, “non si sarebbero mai sentite”.
Insomma: come per la tassa fantasma sugli extraprofitti, sarebbe solo propaganda ad uso e consumo di quei pochi inguaribili ottimisti che ancora si illudono che questa destra di cialtroni svendi-patria abbia ancora davvero qualche componente così detta sociale. In realtà, ovviamente – come hanno ampiamente dimostrato con l’ultima manovra di bilancio – Giancazzo Giorgetti e il suo governo di svendi-patria finto-sovranisti, al progetto distopico di Washington e di Bruxelles di completo smantellamento delle basi produttive del vecchio continente e di finanziarizzazione forzata dell’intera economia ci ha aderito eccome; quello che chiede è, semplicemente, un po’ di margine per qualche prebenda in più – che è l’unica cosa che il suo governo ha da offrire al paese – e il pretesto per montare un po’ di teatrino e continuare con la pantomima del governo dei patrioti.
E la reazione isterica degli analfoliberali del sistema mediatico mainsteam è esattamente tutto quello che gli serve per portare avanti la pantomima mentre alla fine, come ammette anche La Stampa, “si continua a negoziare, e nei palazzi UE c’è ottimismo”. Come sempre, appena vai un millimetro sotto la superficie, anche a questo giro, l’agenda delle diverse fazioni del partito unico degli affari e della guerra sempre quella è.
Per smontargli il giocattolino abbiamo bisogno di un media che vada alla sostanza delle cose e che le racconti dal punto di vista del 99%. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Carlo Cottarelli

Fine lavoro mai: se la Meloni fa l’atlantista con le pensioni degli altri

Pensavate di esservi liberati della Fornero, eh? In realtà non aveva fatto altro che indossare una parrucca bionda, frequentare qualche corso di dizione in burinese per darsi un nuovo tono più popolare e rieccola lì ai posti di comando, pronta a condannarvi di nuovo, tra una lacrima e l’altra, ai lavori forzati a vita.
La riforma delle pensioni partorita dal governo dei fintosovranisti svendipatrioti è un inno all’austerity che fa impallidire i tecnici neoliberisti più feroci: “Dopo anni di propaganda per abolire la legge Fornero” sottolinea con una certa nota di soddisfazione Luca Monticelli su La Stampa “il centrodestra è arrivato al governo e ha di fatto eliminato la flessibilità, creando un meccanismo che addirittura rafforza il sistema pensato dal governo Monti del 2011”. Difficile dargli torto; per andare in pensione, dal prossimo anno bisognerà mettere assieme 63 anni di età e 41 anni di contributi ma non solo, perché ormai i lavoratori che hanno iniziato a lavorare a tempo pieno a 22 anni e non hanno mai spesso per i 41 successivi sono una esigua minoranza. Per tutti gli altri, si arriverà in scioltezza a 67 e per quelli che non sono riusciti a mettere assieme nemmeno 20 anni di contributi – e sono tanti – direttamente a 71. In Francia, contro l’aumento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni, centinaia di migliaia di persone hanno messo a ferro e fuoco il paese per mesi.
Ovviamente, l’informazione e le élite liberali gongolano e lasciano il palco alla Fornero original che, sempre dalle pagine de La Stampa, si prende la sua rivincita: “La manovra dimostra che quelle regole non erano dettate da insensibilità nei confronti dei desideri e delle aspettative dei lavoratori, ma dall’insostenibilità del sistema previdenziale. Alle condizioni date, nessuna contro-riforma delle pensioni è ragionevolmente possibile”. Non ha tutti i torti. Basta intendersi su cosa si intende per “condizioni date”: per lei – e i tecnocrati come lei – sarebbero le condizioni imposte dalle scienze economiche, dove con scienza intendono quell’insieme di superstizioni create ad hoc dalle oligarchie finanziarie e osservate religiosamente dalle nostre élite, nonostante siano state smentite millemila milioni di volte negli ultimi 20 anni. Per noi, molto più prosaicamente, consistono nel fatto che tra Monti, Draghi, Letta, Giorgetti e la Meloni non ci sono differenze se non di carattere cosmetico: stanno dove stanno per svendere il paese a Washington e alle sue oligarchie finanziarie.
Avevamo basse aspettative, ma di*c**e! Non c’è modo migliore per descrivere la nostra reazione quando abbiamo visto la bozza di disegno di legge di bilancio che è cominciata a circolare martedì scorso e che tutti sostengono sia più o meno definitiva. Nonostante le avvisaglie, abbiamo sperato fino alla fine che la Lega di Salvini non fosse disposta a sbracare in maniera ignobile di fronte alla macellazione di uno dei suoi cavalli di battaglia “ma non c’è stato nulla da fare” sottolinea il Corriere della Serva: “Palazzo Chigi ha avocato a sé la scrittura della manovra anche sulle pensioni, dove il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha concorso a stringere le norme per mandare un segnale di rigore alla commissione Ue e ai mercati, agenzie di rating comprese”.
La botta più feroce è per i millennial, che passeranno alla storia, probabilmente, come una delle generazioni più sfigate di tutti i tempi; per chiunque abbia cominciato a lavorare dopo il 1996, cioè l’anno del passaggio criminale dal sistema retributivo a quello contributivo, la pensione sarà una cosa da ricchi. Per andare in pensione alla tenera età di 64 anni, infatti, dovranno aver raggiunto un assegno mensile da 1.700 euro che, in soldoni, significa aver avuto per 20 anni stipendi netti intorno ai 2.300/2.400 euri: una piccola minoranza. Gli altri, nella migliore delle ipotesi, dovranno aspettare di spegnere 67 candeline. Nella peggiore 71, sempre che le aspettative di vita, nel frattempo, non aumentino; in tal caso si ricalcolerà tutto e l’età aumenterà automaticamente. Siamo arrivati al punto che ogni volta che un vecchietto muore prima degli 80 anni dovremo festeggiare, e forse non basterà: tutte le risorse della manovra, infatti, sono andate al taglio del cuneo fiscale che, in realtà, non è fiscale manco per niente. A venire messi direttamente in busta paga del lavoratore, infatti, sono soldi che fino ad oggi andavano all’INPS; per il prossimo anno quei soldi all’INPS li darà lo Stato. Poi chissà.
Una fregatura; il taglio del cuneo, infatti, è diventato indispensabile dopo che l’anno scorso le aziende, nonostante l’inflazione, hanno aumentato i profitti (e di parecchio) ma senza aumentare di un centesimo gli stipendi dei lavoratori che, così, hanno perso oltre il 7% del loro potere d’acquisto, come se gli avessero tagliato di botto la tredicesima. E questo nella migliore delle ipotesi: secondo una relazione di Mediobanca del mese scorso, infatti, la perdita del potere d’acquisto dei lavoratori delle 2000 principali aziende italiane sarebbe stata addirittura del 20%. Oltre alla tredicesima gli hanno fregato pure un altro stipendio e mezzo. Con il taglio del cuneo, a colmare la lacuna non dovranno essere le aziende, redistribuendo una piccola parte dei profitti letteralmente fregati sia ai lavoratori che ai consumatori, ma ci penserà lo stato, ovviamente con i soldi dei lavoratori stessi, che sono sostanzialmente gli unici che pagano davvero tutte le tasse e per i quali, in futuro, ci saranno ancora meno soldi per pagare le pensioni.
E sapete lo Stato da dove prenderà i soldi per pagare gli aumenti salariali al posto delle aziende? L’ipotesi che va per la maggiore è il blocco del turn over: se ne sentiva proprio il bisogno. L’Italia infatti, al di là delle leggende metropolitane spacciate dalla propaganda e che fanno immediatamente presa sul popolo delle partite iva – che è incazzato nero e non senza ragioni – è uno dei paesi OCSE col numero più basso di lavoratori pubblici sia rispetto al totale della popolazione attiva, sia rispetto alla popolazione complessiva; per raggiungere gli standard medi del mondo sviluppato, avremmo bisogno domattina di assumere tra gli 1 e i 2 milioni di dipendenti pubblicicosì, de botto. In queste condizioni, fare cassa rinnovando il blocco del turn over significa solo una cosa, molto semplice: ridurre l’amministrazione pubblica una scatola vuota a partire dalla sanità, dove la carenza di personale è un vero e proprio dramma.
La soluzione della Fornero con la parrucca? Pagare di più gli straordinari ed evitare scientificamente di assumere, e quello che si risparmia regalarlo alla sanità privata. Ma attenzione: non sono errori. E’ una strategia deliberata; se a garantire pensioni adeguate e sanità dignitosa non è più il pubblico, infatti, ecco che non rimane altra alternativa che dare un po’ dei nostri quattrini a fondi e assicurazioni private, e cioè alle oligarchie finanziarie – in particolare d’oltreoceano – che ormai hanno più quattrini e potere degli stati nazionali stessi che, ormai, assolvono molto banalmente il ruolo di loro comitato d’affari. E, da questo punto di vista, accanirsi più di tanto con questo governo di fenomeni da baraccone lascia il tempo che trova; sono solo l’ennesima variante, magari leggermente più pittoresca e maldestra, del partito unico degli affari e della guerra che governa l’Italia dalla fine della prima repubblica, con differenze del tutto marginali.
E quindi non ce ne vogliate, ma qui tocca aprire l’ennesimo capitolo di educ8lina e, insieme al leggendario Alessandro Volpi, provare a raccontarvi un altro pezzetto oscuro del capitalismo ai tempi della globalizzazione finanziaria che sui media mainstream non troverete mai.

Capitolo primo: come l’efficientissimo ordine economico neoliberale si è trasformato in una gigantesca trappola del debito

Alessandro Volpi: “Io voglio provare a fare un ragionamento che è sostanzialmente legato a 2 o 3 questioni fondamentali: la prima, che mi sembra una questione di natura generale che a mio modo di vedere merita una riflessione, sono i dati che sono emersi in questi giorni sul livello di indebitamento globale. Abbiamo visto che in questi giorni sono usciti questi rapporti di varia natura. Sono più rapporti che mettono in luce come il debito complessivo e il debito pubblico e privato abbiano superato ampiamente i 300.000 miliardi di dollari, quindi ormai è un livello stabilizzato. Sembrava che questa forte impennata dipendesse dalle spese per il covid e quant’altro, anche a livello globale; in realtà ormai viaggiamo su un indebitamento complessivo che è superiore ai 300.000 miliardi, quindi vuol dire grossomodo il 300% del prodotto interno lordo mondiale. Dentro questo numero ce n’è un altro, cioè il gigantesco indebitamento pubblico, perché siamo ormai stabilmente sopra i 100.000 miliardi: oscilliamo fra i 100 e i 98 mila miliardi, quindi il 100% del prodotto interno lordo globale. Ma il dato più rilevante rispetto a questi numeri è rappresentato dal fatto che, secondo le stime di questi istituti di varia origine e provenienza (quindi è certamente un dato oggettivo o almeno presumibilmente oggettivo) la percentuale di interessi maturati sul debito e sul prodotto interno lordo tende a oscillare fra il 15 e il 20%, che è veramente un’esagerazione. Pensare che noi abbiamo una massa di interessi da pagare – intendo il sistema globale degli stati in giro per il mondo – che è grossomodo intorno al 15% del prodotto interno lordo mondiale, vuol dire veramente una montagna di soldi. Da questa fotografia, secondo me, emergono due considerazioni di rilievo. La prima, ce lo dobbiamo mettere in testa (e spero che questo messaggio riusciremo a trasmetterlo), è che è difficile immaginare qualsiasi ipotesi di mantenimento in vita di una parvenza di stati sociali – ma a questo punto direi anche dello stesso sistema delle imprese e delle famiglie – senza il debito. Cioè l’idea che il debito sia in qualche modo, soprattutto nel caso del confronto dei debiti pubblici, un dato patologico per cui bisogna riavviare politiche di austerity, ridurre il debito, riportare i parametri – come vuole fare l’Europa con il patto di stabilità in qualche modo, sia pur gradatamente – a una riduzione, mi sembra che cozzi contro questo dato di fatto. Cioè se noi prendiamo i dati, banalmente, del 2000, i dati del 2000 ci fanno vedere che il rapporto fra il debito complessivo e il prodotto interno lordo mondiale era intorno, grossomodo, al 20 – 25%; oggi siamo al 300%. Come si può pensare che noi manteniamo in vita dei parametri, peraltro pensati a metà degli anni ‘90, quindi in condizioni dove i rapporti debito – PIL pubblico (e in parte privato) facevano dire “Beh, ma il debito è il male e quindi mettiamo tutta una serie di misure che devono far rientrare in direzione della riduzione dell’indebitamento”?

Oggi è abbastanza palese che immaginare una contrazione del debito vuol dire strangolare le economie dei paesi sia dal punto di vista privato sia dal punto di vista pubblico. È evidente che al debito si somma debito e si strangola ancora, in maniera marcata, l’economia pubblica. Quindi bisognerebbe cominciare a pensare che il debito pubblico è un dato sostanzialmente fisiologico, che va rapportato alla capacità di mantenere i Paesi in condizioni di vita che siano dignitose dal punto di vista dei servizi, e servono le politiche delle banche centrali – laddove necessario – per il finanziamento del debito. Ce lo dicono i numeri: a volte veramente è come se noi non volessimo vedere i numeri (e poi su questa arriverò a cascata sulle considerazioni anche legate allo specifico), ma i numeri ci dicono che il debito è indispensabile. Se noi non facciamo debito non siamo in grado di mantenere in vita il nostro sistema economico. I debiti pubblici hanno un ruolo decisivo.

Fortunatamente, però, un modo per sopravvivere e rendere tutto questo gigantesco debito sostenibile c’è, si chiama monetizzazione: in soldoni, significa che quando uno Stato cerca di finanziare il suo debito attraverso l’emissione di titoli di Stato ma sul mercato non trova abbastanza acquirenti, o per trovarli gli deve garantire interessi troppo alti, ecco che a intervenire è la Banca Centrale, che stampa moneta e a comprare il debito ci pensa direttamente lei. Non è una tecnica particolarmente innovativa; quando il capitalismo era ancora capitalismo industriale e per fare quattrini si puntava alla crescita economica – invece che al furto di una fetta sempre più grande di ricchezza in un’economia che si rimpicciolisce sempre di più – era la norma: in Italia, ad esempio, fino al 1981, quando la religione neoliberista ci impose di rendere la Banca Centrale indipendente e al servizio – invece che del governo – delle oligarchie finanziarie. Ma ancora oggi, in piena era di dominio delle oligarchie, c’è chi lo fa ancora, e non sono soltanto gli stati sovrani del sud globale che, anzi, da questo punto di vista qualche difficoltà in più ce l’hanno. No, no. E’ proprio il centro dell’impero.Negli USA la Fed, infatti, fa esattamente questo: dà carta bianca al governo per aumentare il debito sostanzialmente all’infinito. Questo infatti è l’andamento del debito pubblico USA dal 1970 ad oggi: ancora nel 2008 era paragonabile a quello dell’area euro,appena poco sopra il 60%. Oggi è poco meno del 125% e continua ad aumentare di brutto, e la Fed continua a comprare tutti i titoli che servono. Da noi invece, dopo la parentesi del whatever it takes di Draghi, la BCE non solo i titoli ha smesso di comprarli, ma ha anche iniziato a vendere quelli che c’aveva già, nonostante il debito complessivo dell’eurozona sia enormemente inferiore a quello USA: appena appena sopra il 90%. Secondo la leggenda metropolitana degli economisti mainstream, l’eurozona sarebbe quella virtuosa: la teoria magica, infatti, prevede che se aumenti il debito e poi lo monetizzi fai esplodere l’inflazione. Peccato, però, che l’inflazione nell’eurozona sia stabilmente superiore a quella USA: maledetta realtà, che continua a contraddire i tecnocrati neoliberisti. Senza rispetto proprio.
Ma il masochismo dell’eurozona non finisce qui, perché se non hai una Banca Centrale che monetizza il tuo debito, il tuo debito – appunto – lo devi vendere ai privati. Ma come fanno i privati a decidere quanti interessi gli devi riconoscere perché si prendano il rischio di comprare il tuo debito?
Ed ecco che qui entrano in gioco le agenzie di rating, tre aziende private che danno le pagelle al debito di tutti i paesi del mondo, e gli investitori istituzionali – come i fondi pensione – se le agenzie di rating ti hanno dato un brutto voto, il tuo debito molto banalmente non lo comprano. Insomma, delle prof esigenti e influentissime che, però, spesso non agiscono in modo esattamente disinteressato, diciamo. Le tre agenzie di rating che decidono le sorti delle finanze pubbliche di tutto il mondo sono Fitch, Moody’s e Standard & Poor; i primi tre azionisti di Standard & Poor sono Vanguard, State Street e Blackrock ,che sono anche tre dei principali cinque azionisti di Moody’s insieme a Bearkshire Hathaway, il fondo di investimento di Warren Buffet. Un conflitto di interessi gigantesco, che va ben oltre semplicemente assecondare le scommesse al ribasso dell’azionista di riferimento. Il problema è molto più generale; il voto delle agenzie di rating è per forza di cose influenzato dagli interessi generali dei grandi fondi speculativi e il modello è molto chiaro: più svendi il tuo paese ai fondi speculativi e più alti saranno i tuoi voti. Ecco perché, al di là delle polemiche da talk show, essere disposti a svendere la patria non è un’opzione politica tra le tante, ma è proprio il prerequisito per salire al governo di un paese, che tu ti chiami Monti, Fornero, Giancazzo Giorgetti o Giorgia famigliatradizionale Meloni. E sui media mainstream tutto questo noncielodikono.
Per cominciare a guardare la luna invece del dito, l’unica possibilità è che un media tutto nostro – che non faccia da megafono alle oligarchie finanziarie – ce lo si costruisca da no. Per farlo abbiamo bisogno del tuo sostegno: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

E chi non aderisce è Giancazzo Giorgetti

L’Italia è fallita? La resa dei conti finale dopo 30 anni di devastazione dell’economia italiana

Bentornato 2011

Vi ricordate? L’anno della crisi del debito sovrano. Trending topic su ogni genere di piattaforma e nei titoli di ogni media possibile immaginabile un solo termine: SPREAD.

l’Italia era sull’orlo del baratro al punto che la trojka ha architettato un vero e proprio colpo di stato, e noi gli abbiamo pure detto bravi.

A 12 anni di distanza, spiace dirlo, abbiamo la prova provata: non solo non è servito, ma non ha fatto che aggravare la situazione; ora siamo di nuovo di fronte allo stesso identico baratro, solo che a questo giro è ancora più profondo e le vie di fuga sono enormemente più ristrette, troppo per permettere a questo governo di cialtroni e svendipatria di riuscire a percorrerle, tant’è, che manco ci provano. Preferiscono rifugiarsi nella più cringe delle propagande: “governo-gufi 4 a 0” titolava martedì entusiasta il Giornale, elencando 4 goal totalmente immaginari.

Il primo il governo l’avrebbe segnato riuscendo a vendere ai risparmiatori italiani il Btp Valore, per la bellezza di – sottolineano enfaticamente – 4,6 miliardi. Evidentemente, hanno qualche problemino con i numeri e con le virgole: quei 4,6 miliardi al debito italiano, come si dice dalle mie parti, gli fanno come il cazzo alle vecchie. Niente. Zero. Nemmeno un friccicorino. A breve di miliardi, infatti, ce ne serviranno pochi meno di 150, e per piazzarli ci dovremo letteralmente disssanguare.

Il secondo goal il governo l’avrebbe segnato grazie allo spread, che invece della cifra astronomica di 500 punti abbondanti raggiunta nel 2011, ora sarebbe sotto quota 200.

Che culo eh? Peccato che non significhi assolutamente niente.

Prof. Alessandro Volpi: “Ma io […] la smetterei di parlare di spread, perché lo spread è un indicatore che ha un senso nella misura in cui i titoli tedeschi, che sono i titoli di riferimento, paga rendimenti bassi. In questo momento la Germania sta pagando rendimenti che sono significativamente alti, vicini al 3%. Quindi è chiaro che se la Germania invece che pagare lo zero o poco più come accadeva nel 2011, paga il 3%, lo spread rimane a 200. […] Quello che conta non è il differenziale con la Germania, è quanto paghiamo ad oggi. […] Cioè noi stiamo pagando il decennale sopra il 5%. […] Alla fine tutta questa roba qui vuol dire che il conto interessi dello Stato italiano è passato dai 57 miliardi del 2020 a una stima che dice che nel 2025 saranno 132 miliardi ed è molto probabile che sia una stima per difetto.”

Non so se è chiaro: la propaganda filogovernativa stappa lo champagne, mentre nei prossimi 2 anni dobbiamo trovare 80 miliardi l’anno in più solo per pagare gli interessi sul debito.

80 miliardi sono 5,6 manovre finanziarie e 4 volte i 20 miliardi che il governo si appresta già quest’anno a recuperare privatizzando i gioielli di famiglia. Ogni anno,forever and ever. Non volevamo fare la fine della Grecia e ci hanno accontentati: sarà molto, ma molto peggio.

l’Italia è nel bel mezzo di una nuova gigantesca crisi del debito; non forse, chissà, magari, nel futuro. No, no, proprio adesso. Qui. Ora.

Prof. Alessandro Volpi: “[…] C’è una regoletta del debito che è molto semplice, che consiste in questo, cioè: quando i rendimenti dei titoli a breve termine è vicino al rendimento dei titoli a lungo termine, vuol dire che quello che, un po’ pomposamente si chiama mercato e che io chiamerei il luogo delle speculazioni, è sostanzialmente convinto che per quel Paese ci sia delle serissime difficoltà nel corso dei prossimi mesi. Cosa sta succedendo in Italia in questo momento? […] i buoni del Tesoro emessi a sei mesi pagano il 4%, i Btp pagano il cinque, quindi vuol dire che chi presta i soldi allo Stato italiano e sa che lo Stato ieri restituirà fra sei mesi, chiede il quattro e passa per cento. Chi glielo presta per dieci anni, il cinque. Ora questo è un differenziale assolutamente anomalo, perché se io presto i soldi a dieci anni è chiaro che chiedo maggiori garanzie perché vincolo quel titolo per dieci anni. Quindi normalmente il differenziale fra il breve e il lungo termine è molto ampio. Ora questo fenomeno si sta riducendo. Nel 2011, nel famigerato novembre 2011, i tassi a breve superarono i tassi a lungo termine. Questo vuol dire che in quel momento c’era chi scommetteva su una crisi dello Stato italiano e chi era che scommetteva che lo Stato italiano? Tutti quelli che possedevano le scommesse sul debito, i famosi credit default swap che sono ripartiti nonostante la normativa europea, dice che non è possibile che si rimettano scommesse titoli derivati su titoli di Stato senza possederli… Ecco, nonostante tutto questo, […] è ripartita anche la scommessa contro il debito italiano. […] È nell’aria una grande e sempre più marcata aggressione nei confronti del debito italiano. In primis, io direi dai grandi fondi che intervengono in questo tipo di mercato.

Chi si sveglia oggi, o è completamente suonato, o è in malafede.

Il punto, come abbiamo ripetuto ormai milioni di volte, è che le cause che hanno portato alla crisi finanziaria globale del 2008, e poi a quella dei debiti sovrani del 2011, non solo non sono state minimamente risolte, ma sono state enormemente aggravate.

Prof. Alessandro Volpi: “[…] Noi abbiamo affrontato anche la crisi del 2011, come se fosse una deroga alla normalità. […] La stessa Whatever it takes (pronunciata da Mario Draghi, ndr) aveva la implicita affermazione secondo cui era una situazione di emergenza. Si affrontava una situazione di emergenza con una deroga, si produceva l’acquisto del debito perché quella era una situazione particolarmente critica, eccetera eccetera eccetera. […] Poi c’è stato il covid che ha prorogato la deroga e ora siamo arrivati alla fine della deroga. […] Ora le cose più o meno sono tornate come erano, ritorniamo alle vecchie regole: è lì errore cioè fino a che noi non capiamo che non è una questione di deroga.”

Durante questa deroga, molto banalmente, la Banca Centrale Europea è tornata a fare quello che le banche centrali hanno sempre fatto fino a quando l’obiettivo del capitalismo era la crescita economica, e non la sua distruzione sistematica: il prestatore di ultima istanza, che in soldoni significa che a comprare il debito, e a stabilire quanto si deve pagare di interessi, non sono i mercati, che non esistono, ma lei.

Prof. Alessandro Volpi: “[…] Nella storia il prestatore di ultima istanza esiste dalla nascita della Banca d’Inghilterra alla fine del Seicento, e fattelo dire da uno che queste cose ci ha perso tempo a studiare. È sempre esistito un prestatore di ultima istanza. […] Lo faceva la Banca di Francia al tempo di Napoleone; lo ha fatto la Banca di Francia al tempo del Secondo Impero di Napoleone terzo e Zola lo ha scritto con grande chiarezza; l’ha fatto storicamente la Banca d’Inghilterra; l’ha fatto storicamente la Federal Reserve, che è nata dopo le altre banche. […] Lo ha fatto la Banca d’Italia quando era una società per azioni privata nel 1893; L’ha fatto durante il fascismo con la legge 36, lo ha fatto nel dopoguerra. Ma perché ci dobbiamo inventare una roba che non è mai esistita? Perché noi consideriamo la normalità quello che nella storia non è mai esistito e andiamo in deroga perché riteniamo che la normalità sia quella roba lì per cui la banca centrale non ha senso di essere.”

Oggi infatti la deroga è finita e il debito bisogna tornare a piazzarlo sul mercato, che in concreto, in realtà, significa semplicemente che dobbiamo convincere a comprarlo i fondi speculativi, e per convincerli gli dobbiamo riconoscere interessi che, molto banalmente, non sono sostenibili; oggi più che mai perchè il problema del whatever it takes di Draghi non è soltanto che era solo una deroga, e poi il conto si sarebbe comunque ripresentato, ma – forse ancora più grave – è che durante quella deroga si è fatto di tutto per aggravare il problema. Invece che andare in investimenti nell’economia reale, e quindi permettere all’economia nel suo insieme di tornare a creare ricchezza, quella montagna di quattrini sono andati a gonfiare le bolle speculative, e il debito prima non si è ridotto per qualche anno manco di un centesimo, e poi, col covid, è letteralmente esploso.

Prof. Alessandro Volpi: “Qui il problema del debito è diventato essenziale. D’altra parte noi siamo stati in piedi, come Paese nel corso degli ultimi anni, almeno dal 2020, e abbiamo fatto una spesa pubblica complessivamente intorno ai 100-112 miliardi di euro. Più della metà, quasi il 70%, l’abbiamo finanziata emettendo debito, che però era debito, pagando lo 0,5%, addirittura con la Bce che comprava o prestava i soldi alla Banca d’Italia, che comprava i titoli di Stato italiano e su quei titoli riceveva un interesse che girava al Tesoro italiano. Ecco, questa partita è finita. Questa partita è completamente esaurita. […] Cioè qui non non esiste modo per finanziare perché ormai la spesa pubblica è strutturalmente finanziata a debito. […] Quando gli interessi non costavano cinquanta miliardi, tu potevi fare la spesa pubblica. Se la spesa da cinquanta arriva a centocinquanta, cosa che non è impossibile perché non c’è più una banca centrale che compra i titoli e fa anche un’azione di calmiere. […] Perché è chiaro che se io so che una parte di titoli se li compra la Bce alla fine è solo che il tasso lo fa la Bce. Il whatever it takes di Draghi, in quel momento era servito anche a frenare i meccanismi speculativi, perché le scommesse sul debito ci sono. E se si sa che a un certo punto la Bce inonda il mercato di liquidità alla fine, qualche speculatore rischia di rimanere scottato. Tutta questa roba qui non c’è più. Gli speculatori giocano a senso unico, la Bce, questa fenomenale Madame Lagarde ha detto e continua a dire “noi finché non arriva il 2% terremo i tassi alti”. Non compriamo più niente. Ma come la sostituiamo questa roba qui? Che io voglio capire come la sostituiamo. […] Perché la Bce ha detto chiaramente noi non compriamo più niente fino a che l’inflazione arriva al 2%, che è una roba veramente lunare, lunare.”

Ad aggravare la situazione, 10 anni dopo la crisi del debito sovrano del 2011, è che ormai nella corsia del pronto soccorso delle economie in stato comatoso non ci sono più soltanto i paesi più deboli della periferia europea, ma letteralmente tutto il nord globale, alla disperata ricerca di capitali per tenere in piedi un debito pubblico che nel frattempo è letteralmente esploso, scatenando una guerra al rialzo dei tassi della quale non si vede la fine.

Come abbiamo già detto, i titoli tedeschi, che nel 2011 fruttavano lo 0,2% di interessi, ora si avvicinano alla soglia del 3; ma la situazione è ancora più estrema oltreoceano, a Washington, dove il rendimento dei titoli di stato si sta avvicinando al 5%.

Non so se è chiaro: i titoli in assoluto più liquidi e sicuri sul mercato globale, pagano oggi il 5% di interessi.

Prof. Alessandro Volpi: “E questo vuol dire che in giro per il mondo c’è un competitor fortissimo che sono gli Stati Uniti. I quali appunto emettono debito a tassi di interesse così alti che sono il target con cui fare riferimento. In questo ricorda molto la politica di Paul Volcker e del primo Reagan, cioè quando Reagan arriva porta i tassi della Federal Reserve, attraverso Paul Volcker, da cinque, sei per cento al 14%. E il nostro debito si è scassato lì […]. Non è che il debito pubblico italiano è cresciuto perché abbiamo fatto la riforma delle pensioni, perché abbiamo fatto una riforma sanitaria… è cresciuto perché a un certo punto abbiamo dovuto pagare interessi altissimi per fare concorrenza al debito degli Stati Uniti e non ce l’abbiamo più fatta. […] Ma ancora nel ’90 il debito italiano era il 70% del Pil. È esploso per effetto non delle politiche Craxiane e tutta sta roba, ma perché per ogni titolo di Stato emesso si pagava il 14%. Cioè 1994 c’erano i buoni del Tesoro [così come] nel ’93 e nel ’92, pagavano undici, dodici perché c’era la concorrenza internazionale, non c’era la banca centrale.”

Perchè il punto, ovviamente, è che questi rendimenti faranno sì che tutti i soldi che ci sono in circolazione eviteranno come la peste di impelagarsi in mezzo a tutti i rischi che comportano gli investimenti nell’economia reale. Chi te lo fa fare di produrre qualcosa se semplicemente comprando titoli del tesoro hai un rendimento di oltre il 5%?

Questo significa una cosa sola, semplicissima: recessione. E con l’economia che entra in una lunga e dolorosa recessione, da dove li tiri fuori i 120/130 miliardi l’anno che ti servono per pagare gli interessi sul debito?

La risposta purtroppo la conoscete fin troppo bene: privatizzazioni, che a noi che siamo un po’ complottisti, più che l’unica soluzione possibile, sembra molto sinceramente la vera ragione ultima che ha determinato queste scellerate scelte di politica economica.

Prof. Alessandro Volpi: “[…] In questo momento la politica della Bce è una politica irresponsabile . […] Una politica che ha come fine evidente la privatizzazione. […] È partita una concorrenza internazionale sui titoli del debito che provocherà un aumento dei tassi di interesse che vorrà dire per gli Stati più deboli: privatizzare obbligatoriamente. Perché quando la seconda voce di spesa del bilancio sono centocinquanta miliardi di interessi su mille miliardi di spesa pubblica di cui ce ne sono una parte significativa vincolata fra pensioni e cose di questo tipo… ma di cosa stiamo parlando? È evidente che andremo verso la privatizzazione. I fondi costruiranno le pensioni integrative, la sanità integrativa e andiamo avanti così.”

In realtà un’alternativa ci sarebbe anche: far pagare chi in questi anni di devastazione sistematica dell’economia, casualmente, si è arricchito come non mai prima ma il vento politico, sempre casualmente – ci mancherebbe – sembra spirare in una direzione leggermente diversa.

Prof. Alessandro Volpi: “Non so se hai notato, è un inciso, ma l’eredità del vecchio uno dei temi per cui, come dire, gli eredi del Vecchio cercano di pagare l’imposta di successione in Italia e non in Francia è perché in Francia pagherebbero il 70%. […] A differenza di quella percentuale poco distante del dieci che pagherebbero in Italia. Quindi è evidente che noi dobbiamo riformulare il sistema fiscale: riformulare il sistema fiscale in forma equa, progressiva, colpendo le rendite, eliminando questa bega delle cedolari secche che sono gli affitti per coloro che hanno fasce di reddito di un certo tipo, recuperando certamente l’imposizione fiscale sul tema dei dividendi, cioè noi non possiamo continuare ad avere un’imposizione fiscale per cui i profitti sono penalizzati molto di più dei dividendi e quindi tutto si sposta in questo modo sui dividendi. [..] Cioè se noi non teniamo insieme debito e riforma fiscale, una delle due non è sufficiente. […] Se anche mettessimo la patrimoniale più esasperata, pesantissima modello governo Parri del maggio dei 45, non riusciremo ad avere in queste condizioni il gettito sufficiente. Creeremo certamente dei meccanismi di riduzione delle disuguaglianze, creeremo finalmente dei meccanismi di incentivazione a una economia che non è un’economia di finanza e di rapina, però abbiamo bisogno di una banca centrale che ci finanzi il debito, che è una parte essenziale della finanza pubblica. Se non facciamo questo. […] non ce la faremo, quindi ci vuole una riforma fiscale, ma contestualmente ci vuole una politica monetaria, come diresti tu (riferito a Giuliano Marrucci, ndr) di natura sovrana, ma nel senso che sia in grado di rispondere alle esigenze di un’economia che è un’economia produttiva, di una collettività.”

Ed ecco così che si ritorna a bomba. Ormai vi uscirà dalle orecchie, ma noi continueremo a ripeterlo a oltranza fino a quando quello che diciamo non si trasformerà in un progetto politico serio, in grado di mandare definitivamente a casa tutti i portaborse delle oligarchie finanziarie che si sono avvicendati negli ultimi 30 e passa anni: è in corso una guerra totale dell’1% contro il resto del mondo, combattuta a colpi di finanziarizzazione e distruzione degli assi portanti dello stato e della democrazia moderna, una guerra che l’1% combatte ferocemente con tutte le armi a disposizione, a partire dal monopolio totale della cultura e dei mezzi di produzione del consenso.

Ripartiamo da lì e costruiamo il primo vero media che dia voce al paese reale e ai subalterni.

Per farlo però, abbiamo bisogno del tuo sostegno:

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E chi non aderisce è Christine Lagarde

Il delirio degli svendipatria: se il Governo dei Finto-Sovranisti Svende l’Italia agli Oligarchi

Cosa si può vendere per tornare a crescere”

No, giuro. Non è la provocazione di qualche mattacchione. E’ proprio la citazione testuale di un titolo vero di giornale, e non su un giornaletto della parrocchia ma su Libero, che magari vi farà pure ridere ma non dovrebbe: per quanto sia imbarazzante, rimane comunque una delle testate di riferimento della maggioranza di governo che, mentre voi ridete, ha messo il turbo per l’ennesima ondata di svendite a tutto tondo dei gioielli di famiglia alle solite vecchie oligarchie finanziarie che, negli ultimi decenni, ci hanno ridotto in miseria.

La guerra senza frontiere che gli USA, con la complicità delle istituzioni europee al servizio delle sue oligarchie, hanno ingaggiato contro l’economia del vecchio continente, sta dando i suoi frutti: recessione, corsa al rialzo dei tassi di interesse e politiche monetarie ultra-restrittive delle banche centrali, indipendenti dai Governi, ma succubi delle oligarchie finanziarie, stanno facendo saltare tutti i conti. A breve l’Italia dovrà rifinanziare qualcosa come poco meno di centocinquanta miliardi di debito e a comprarlo non ci sarà più la BCE; gli acquirenti ce li dovremmo andare a trovare sul mercato, che è il nome di fantasia che la propaganda neoliberista ha dato a quel manipolo di oligarchi che determinano da soli e senza che nessuno abbia la volontà di mettergli dei paletti, l’andamento dell’intera economia del nord globale.

Per convincerli, li dovremo riempire di quattrini: circa il 5% di interessi, se tutto va bene. Dieci volte quello che pagavamo alla BCE. Le oligarchie, così, si intascheranno tutto quello che abbiamo risparmiato, smantellando senza ritegno lo stato sociale che però – almeno questo è quello che cercano di spacciarci – non è abbastanza e quindi, per far finta di provare a tenere i conti in ordine, dovremmo accollarci un’altra bella overdose di sacrifici che toccheranno soltanto a noi.

I multimiliardari, infatti, è meglio lasciarli perdere, visto che abbiamo passato gli ultimi 30 anni a cucirgli addosso leggi ad hoc che gli permettono, appena anche solo si comincia a parlare di tasse e di redistribuzione, di portare i capitali dove meglio credono senza mai pagare dazio. Ed ecco quindi che per fare cassa, la maggioranza che è andata al governo grazie alla retorica sulla patria e il sovranismo, la patria si prepara a svenderla a prezzi di saldo, quasi fosse un Giuliano Amato qualsiasi, e per giustificarsi ha avviato una campagna ideologica a suon di pensiero magico e fake news che in confronto il maccartismo era un onesto e genuino tentativo di ricercare la verità.

Davvero vogliamo permettergli di svendere quel poco che ci rimane senza battere ciglio?

In tempi di vacche magre, per far quadrare i conti, bisogna tagliare le spese e mettere mano ai risparmi. lo sanno bene padri e madri di famiglia”. Fortunatamente, adesso, lo ha imparato anche il governo, che finalmente si è posto l’obiettivo “di portare in cassa la bellezza di una ventina di miliardi per puntellare i conti pubblici, cominciare ad abbattere il debito e iniettare liquidità”.

Sembra il temino di un alunno un po’ zuccone per la prima verifica di economia della terza superiore verso metà degli anni ‘90, quando la nuova moda della religione neoliberista dominava incontrastata e in Italia ancora si faceva fatica a prevedere i disastri epocali che avrebbe causato, e invece è l’incipit di un articolone a tutta pagina di Libero di ieri; lo firma un tale Antonio Castro, che fortunatamente non avevo mai sentito nominare. Googlando, si trova questo: “Antonio Castro, cantante intrattenitore per eventi musicali”, il che giustificherebbe tutto.

E invece no: spulciando più a fondo, si scopre che è solo un omonimo, e che il nostro Castro invece non solo è un giornalista, ma addirittura il capo servizio economia di tutto il giornale.

E’ come se il direttore del centro Nazionale di metereologia e climatologia dell’aeronautica militare iniziasse un suo paper scrivendo che “non ci sono più le mezze stagioni”, o un direttore di un prestigioso dipartimento di antropologia scrivesse che “come tutti sanno, i neri hanno la musica nel sangue”.

L’equiparazione della politica economica di un Governo alla gestione di un bilancio familiare è la frontiera più estrema dell’analfabetismo economico che si è diffuso tra i ceti “intellettuali” in Italia, in particolare appunto a partire da fine anni ‘80; fino ad allora, nei paesi che hanno sconfitto da tempo l’analfabetismo di massa, nessuno si sarebbe azzardato ad affermare simili puttanate, e nei quarant’anni successivi, ovviamente, la realtà ha sistematicamente presentato il conto, smentendo in maniera plateale ogni singolo assunto derivante da queste leggende metropolitane inventate dagli oligarchi e diffuse dall’esercito dei loro utili idioti.

Come ormai sappiamo tutti benissimo, privatizzare e tirare la cinghia non aiuta in nessun modo a mettere in ordine i conti, ma finisce di devastarli; per mettere in ordine i conti, l’unico modo è far ripartire l’economia, e per far ripartire l’economia l’unico modo è aumentare quella che Keynes chiamava la domanda aggregata, e in particolare gli investimenti pubblici e i salari.

Ma allora perché è ripartita fuori tempo massimo questa campagna ideologica completamente campata in aria?

Semplice: come vi ripetiamo da mesi, costringere i paesi come il nostro, alla periferia dell’Europa e con i conti sempre in bilico, a svendere i gioielli di famiglia era la finalità ultima di buona parte delle assolutamente insensate scelte di politica economica perseguite negli ultimi anni senza distinzione da tutte le forze politiche, finti patrioti in testa. Ora è arrivato il momento di passare all’incasso: tra i gioielli di famiglia da svendere agli oligarchi, quei fini intellettuali di Libero in particolare ne hanno individuati due: la RAI e le Ferrovie. Non fa una piega. La privatizzazione delle ferrovie nel Regno Unito da decenni è il caso scuola probabilmente in assoluto più eclatante di come la privatizzazione dei monopoli naturali sia sempre, immancabilmente, una vera e propria rapina effettuata dalle oligarchie contro tutto il resto della popolazione. “La RAI”, invece, sottolinea Libero, “può oggi ingolosire le grandi società dei media internazionali affamate di contenuti”; e giustamente, se le grandi società internazionali sono golose e vogliono concentrare ancora di più i mezzi di produzione del consenso nelle mani di una manciata di oligarchi, chi siamo noi per impedirglielo?

Ma le aziende pubbliche strategiche sono solo una parte del pacchetto regalo che il governo degli svendipatria ha in serbo per le oligarchie finanziarie globali; c’è tutto un mondo di piccole e medie imprese da offrire in palio e anche qua ci siamo già portati un bel pezzo avanti.

Comprate e chiuse”, titola La Verità, “le aziende italiane in mano straniera. Negli ultimi 5 anni”, sottolinea l’articolo, “1000 imprese sono passate sotto controllo estero. Di queste, una su due è stata spolpata della propria tecnologia e poi lasciata morire o convertita in semplice filiale”. Le cifre ricordate dall’articolo, fanno letteralmente paura: negli ultimi 5 anni infatti, le aziende con sede in Italia ma con soci di maggioranza stranieri, sono aumentate di oltre il 25%, e oggi sono la maggioranza assoluta di quelle con oltre 250 dipendenti.

Per molte di queste”, sottolinea l’articolo, “il destino non è il rilancio, ma il saccheggio e poi la chiusura”; in particolare, dal momento che a fare shopping nella maggioranza dei casi non sono altri gruppi industriali, che cercano di raggiungere una maggiore efficienza attraverso l’integrazione e il raggiungimento di economie di scala. Afare shopping, il più delle volte, sono fondi speculativi e “la finanza”, sottolinea giustamente l’articolo, “è focalizzata sui risultati di brevissimo termine, ragiona in termini di trimestrali e spesso spinge le aziende a destinare i guadagni in primo luogo alla distribuzione dei dividendi o al riacquisto di azioni proprie per arricchire i soci, a dispetto degli investimenti in ricerca e sviluppo o ai miglioramenti di strutture e condizioni di lavoro”.

Gli esempi si sprecano: il più celebre, grazie alla cazzimma dei lavoratori coinvolti, è senz’altro quello della GKN di Campi Bisenzio, chiusa dal giorno alla notte dal fondo inglese Melrose, nonostante i conti in ordine e l’alto livello di competenza della manodopera. Stessa sorte per la Gianetti Ruote di Monza, caduta nella rete del fondo speculativo tedesco Quantum Capital Partner, che è salito alla ribalta delle cronache per aver licenziato in tronco tutti i dipendenti poche ore dopo la decisione del governo di togliere il blocco dei licenziamenti introdotto durante la fase pandemica.

A febbraio scorso”, ricorda l’articolo de La Verità, “il tribunale di Monza ha condannato Gianetti Ruote a pagare un risarcimento di 280 mila euro agli ormai ex suoi lavoratori, per non avere rispettato i tempi fissati dalla legge per la procedura di licenziamento”. Negli ultimi giorni invece è scoppiato il caso della Magneti Marelli di Crevalcore: era stata venduta a un fondo dagli Agnelli nel 2018, ovviamente a seguito della solita buffonata della garanzia del mantenimento dei posti di lavoro in Italia. Per acquistare l’azienda, il fondo, come accade sostanzialmente sempre, si era indebitato e poi aveva scaricato questo debito sui conti dell’azienda, azzerando gli investimenti proprio quando la transizione ai motori elettrici li avrebbe resi più necessari. Ora ovviamente il fondo piange miseria a causa del calo di affari dovuto alla imprevedibile transizione energetica dai motori a combustione a quelli elettrici, e a pagare il prezzo sono i 229 lavoratori e l’economia italiana tutta. Quel fondo si chiama KKR, “la macchina dei soldi” come lo definiva già nel 1991 in un bellissimo libro la giornalista investigativa americana Sarah Bartlett.

Negli anni, KKR è diventato sinonimo in tutto il mondo di spregiudicate operazioni di acquisto a debito, o leverage buyout, in grado di riempire le tasche degli azionisti sulla pelle dei lavoratori e dei territori che vengono sistematicamente depredati della loro ricchezza; ora, a breve KKR potrebbe diventare proprietario della rete di telecomunicazioni di TIM, con il pieno sostegno del governo.

Cosa mai potrebbe andare storto?

Ma l’aspetto ancora più paradossale è che, nel tempo, i governi che si sono succeduti su queste acquisizioni hanno cominciato a mettere il becco, ostacolandone alcune attraverso il famoso strumento del golden power. Peccato, l’abbiano fatto totalmente a sproposito: invece che opporsi agli acquisti predatori da parte dei fondi speculativi, infatti, si sono opposti ai pochi acquisti di natura veramente industriale, che invece che depredare il nostro tessuto produttivo, avrebbero potuto arricchirlo. Il motivo? A comprare, in quel caso, erano gruppi industriali cinesi, mentre i fondi speculativi battono tutti bandiere occidentali; amiamo così tanto i nostri alleati democratici che, pur di accordargli qualche privilegio, siamo disposti a sacrificare fino all’ultimo operaio.

Contro la ferocia predatoria dei prenditori della finanza, e contro le politiche suicide degli svendipatria, abbiamo bisogno di un media che sta dalla parte di chi la ricchezza la produce, e non di chi se ne appropria e la distrugge.

E chi non aderisce è Giancazzo Giorgetti.