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Tag: femminismo

PER UN FEMMINISMO POPULISTA

Femminismo populista: è questa la formula che potrebbe forse sancire una fondamentale alleanza tra le battaglie femministe e quelle popolari per l’emancipazione del 99 per cento. E questo nuovo movimento rivoluzionario potrebbe partire proprio dal Sud America, dove il femminismo liberal occidentale non ha mai veramente attecchito e dove il popolo ha da sempre subìto – con ancora più violenza che da noi – l’imperialismo militare e culturale nordamericano e le rapine delle sue oligarchie finanziarie.

Luciana Cadahia

O almeno questo è quello che si augura Luciana Cadahia, filosofa femminista argentina che nel suo libro Per un femminismo populista si augura un cambio di paradigma politico nel campo popolare e nel campo femminista che porti ad unire battaglie sociali e civili e a creare un nuovo soggetto politico comune; una proposta ambiziosa che vede come ostacoli tanto l’eurocentrismo e il liberismo delle correnti femministe occidentali, tanto una tradizione socialista e populista che ha finora sempre rifiutato valori storicamente femminili come la cura, l’empatia e l’intelligenza affettiva. Una proposta che farebbe contenta anche Nancy Fraser – la più importante femminista americana contemporanea – che da anni si lamenta della deriva di alcuni movimenti femministi che invece di combattere il sistema neoliberale fondato sullo sfruttamento e la discriminazione di tutti, hanno alle volte dato l’idea di voler ridurre l’emancipazione della donna ad una mera competizione di genere per le migliori poltrone e posti di comando.
Un femminismo efficace – ci avvertiva infatti Fraser nel suo celebre libro Un femminismo per il 99 per cento – ha il dovere di “coordinare i suoi reclami e le sue proposte con il resto dei movimenti, i quali dovrebbero anche essi andare nella direzione del 99 per cento. Non dobbiamo considerare il movimento femminista, forzatamente, come la posizione privilegiata per l’azione politica, né come il nuovo soggetto storico di emancipazione. Il femminismo è essenziale, ma deve essere parte di qualcosa di più grande, di un progetto politico ancora più ampio”; e un populismo efficace, aggiungiamo noi, ha il dovere di liberarsi dai propri residui maschilisti e patriarcali e interiorizzare le battaglie e le visioni del mondo femminile per creare un grande campo politico comune.
Nel nostro dibattito pubblico sembrerebbe esistere solo il femminismo liberista alla Elly Schlein o alla Von Der Leyen, ma le cose non stanno affatto così: diffusosi a partire dalla Rivoluzione Francese ed essendo ormai presente quasi in tutto il mondo, questo straordinario fenomeno di emancipazione politica ha infatti assunto, in questi secoli, tante forme diverse e spesso anche in conflitto tra loro. A dominare però il nostro immaginario politico, soprattutto quello giovanile, è esclusivamente il cosiddetto femminismo liberal, diffusosi prima in America e poi Europa in concomitanza con la controrivoluzione neoliberista e che, come ci aveva già spiegato Letizia Lindi in un video di Ottosofia dedicato a Nancy Fraser, è fortemente criticato da altre correnti femministe. Nel loro libro/manifesto del 2019 Un Femminismo per il 99%, Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser ci spiegavano, ad esempio, come il femminismo liberal oggi dominante in Occidente, tradendo le sue ambizioni originarie, fosse diventato sostanzialmente un’ancella culturale del capitalismo: “Come femminista” scrive Fraser “ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore – più egualitario, più giusto, più libero. Ultimamente ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi”; “Una volta” specifica Fraser “il movimento delle donne aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi” conclude amaramente “festeggia le imprenditrici”. Se prima si valorizzavano “la cura e l’interdipendenza umana”, oggi ci siamo ridotti a incoraggiare il mero “successo individuale”.
A partire dagli anni ’80, da componente essenziale della battaglia universale per l’uguaglianza, il femminismo europeo si sarebbe trasformato, secondo le autrici del manifesto, in semplice battaglia per le “pari opportunità di dominio” e concentrandosi solo sulla discriminazione di genere avrebbe, di fatto, taciuto e favorito forme ancora più universali e feroci di discriminazione economica. Per superare questa contraddizione, ci avverte ora Luciana Cadahia nella sua nuova opera, il femminismo europeo non dovrà arrovellarsi in nuovi convegni accademici da cui tirare fuori qualche astratta formula magica, ma contaminarsi con altre tradizioni femministe provenienti da tutto il Sud globale, a partire da quella sudamericana; in quanto militante femminista, ma in una prospettiva dichiaratamente popolare, la filosofa argentina Cadahia si pone quindi l’obiettivo di coniugare populismo e femminismo, due tradizioni politiche di contestazione sociale che giocano un ruolo preminente in quell’area geografica. Piccola parentesi: come si sarà già capito, per Cadahia il termine populismo non ha affatto quella accezione dispregiativa che ha assunto nella maggior parte dei nostri salotti televisivi: la filosofa argentina, in compagnia di sempre più intellettuali e forze politiche in ogni parte del mondo, non usa populismo per delegittimare tutte le forze realmente critiche nei confronti dello status quo, ma anzi per indicare quei movimenti ancora caotici e disordinati – ma potenzialmente emancipativi – che si pongono l’obiettivo di sostenere la lotta popolare contro le élites.
Ma perché, fino a questo momento, il campo populista e quello femminista hanno quasi sempre colliso senza dare vita a un soggetto politico comune e, quindi, molto più capace di incidere nella vita politica? Per due motivi fondamentali: per prima cosa, risponde Cadahia, la cultura patriarcale ha posto delle barriere culturali alla femminilizzazione del campo popolare, mettendo in secondo piano le rivendicazioni femministe o, comunque, non accogliendo e non interiorizzando molte delle sue riflessioni; riflessioni che non hanno a che fare solo con l’emancipazione femminile, ma con nuovi modelli politici tout court, ossia nuove visioni complessive e strutturali della società e del potere. La seconda ragione è che c’è stata una tendenza, da parte del femminismo, a separare la propria battaglia dagli altri conflitti che attraversano la società, come se esistesse solamente la discriminazione di genere e come se i nemici sociali delle donne discriminate e sfruttate fossero maschi economicamente altrettanto discriminati e sfruttati: “Non c’è qualcosa di narcisista” si chiede Cadahia “nel tentativo di svincolarsi simbolicamente dalle altre lotte contro l’oppressione? Partendo dallo slogan che il patriarcato permea tutto, finiscono per promuovere narrative che creano conflitti all’interno degli stessi settori popolari”; secondo Cadahia, in soldoni, il femminismo liberal europeo – autore di questo distaccamento – non vuole affatto emancipare le donne, ma piuttosto strumentalizzare le battaglie femministe per poi gettarle meglio tra le logiche dello sfruttamento capitalista, delle logiche disumane per maschi e femmine che vogliono ridurre l’uomo ad un indifferenziato atomo consumatore e che solo dosi da cavallo di propaganda e pubblicità fanno apparire come desiderabili. “Spesso il femminismo” riflette Cadahia “interiorizzando la mentalità patriarcale e rifiutando i propri valori ha pensato di emanciparsi adottando l’approccio competitivo ed individualistico dello spazio pubblico neoliberale”; il punto di forza dei movimenti femministi sudamericani invece, secondo Cadahia, sta in buona parte proprio nel voler valorizzare capacità e valori storicamente femminili per trasformare radicalmente la politica e il potere – e cioè spazi, ahinoi, storicamente maschili. Invece che demonizzare e disconoscere in toto la tradizione domestica della donna, il femminismo sudamericano, secondo Cadahia, vuole mettere al centro il riconoscimento pubblico di doti umane come l’empatia o di fattori politico – sociali come la cura, da sempre relegati in secondo piano dalla società patriarcale. Ed è proprio quindi sul tema della cura che Cadahia insiste, in alcuni dei passaggi più densi del libro, chiedendosi in che modo queste dimensioni tradizionalmente femminili possano uscire dallo spazio domestico e promuovere una trasformazione materiale della res publica; la funzione di cura, sostiene ad esempio Cadahia, non può più essere pensata come disgiunta a quella della vita politica, ma anzi ne deve plasmare le logiche fino a addirittura a trasformare lo Stato liberista in uno Stato, appunto, della cura.

Nancy Fraser

È dunque solo attraverso questa futura alleanza tra populismo e femminismo, capace di arricchire entrambe le lotte in una sintesi comune, che le battaglie popolari per l’emancipazione collettiva possono tornare ad avere successo; fino a quel momento, infatti, ha ragione la filosofa argentina a dire che si dovrebbe più giustamente parlare di plebe che non di popolo, mancando completamene una consapevolezza politica comune. Le èlite – e i media a loro servizio – cercano di ridurre il femminismo a una mera guerra di genere per le poltrone più comode e le posizioni di dominio migliori nel sistema neoliberale: l’audacia di Fraser, Cadahia e tante altre sta nel riconoscere che il femminismo è un fondamentale tassello della battaglia a tutto campo che dobbiamo condurre contro la cultura neoliberista e le ristrettissime oligarchie del nord globale. Un femminismo, appunto, per il 99 per cento, come il media di cui abbiamo bisogno se davvero vogliamo dare il nostro contributo affinché finalmente la plebe diventi popolo. Aiutaci a costruirlo: aderisci alla campagna di sottoscrizione di Ottolina Tv su GoFundMe e su PayPal.

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Femminismo e rapporti di potere

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*pill8lina* Femminismo e rapporti di potere | Durante la rassegna stramba (link per la puntata completa: urly.it/3yncb), Giuliano dice la sua riguardo i fatti di cronaca di questi giorni e che sta alzando (e inasprendo) il conflitto sul tema femminicidio e patriarcato #femminismo #femminismointersezionale #patriarcato #giulia #filippoturati #questionedigenere #femminicidio #femminicidiostop

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Durante la rassegna stramba, Giuliano dice la sua riguardo i fatti di cronaca di questi giorni e che sta alzando (e inasprendo) il conflitto sul tema femminicidio e patriarcato.

Per vedere l’episodio integrale della Rassegna Stramba, clicca qui!

CONTRO IL FEMMINISMO LIBERALE: Cosa è e perché abbiamo bisogno di un Femminismo per il 99%

Argentina, Marzo 2015.

Contro il dilagare di femminicidi e la violenze sulle donne nasce il movimento Non Una Di Meno, ispirato dai versi della poetessa messicana Susana Chávez, vittima essa stessa di femminicidio: “Né una donna in meno, né una morta in più”.

Da lì in avanti l’onda femminista travolgerà rapidamente l’intera America latina, per poi lambire il Vecchio continente, fino addirittura alla Polonia, dove nel 2016, grazie ad oceaniche proteste di piazza, viene bloccata una proposta di legge per vietare le interruzioni di gravidanza anche in caso di gravi malformazioni del feto. 

Sempre nel 2016 Non Una Di Meno sbarca anche in Italia, dove però non si limita a fare proprie le battaglie del collettivo argentino, ma le integra con nuovi strumenti interpretativi, a partire dal concetto di intersezionalità.

Il concetto di intersezionalità era stato introdotto per la prima volta nell’ormai lontano 1989 dalla giurista statunitense Kimberlé Crenshaw per descrivere “i diversi modi in cui la razza e il genere interagiscono per determinare le molteplici esperienze delle donne nere sul terreno del lavoro”.

Riadattato, viene esteso a sostanzialmente tutte le contraddizioni che attraversano le nostre società: di razza, di genere, ma anche di classe, di religione e addirittura anagrafiche. L’idea è che scopo dell’analisi non sia più stabilire una gerarchia tra questi piani diversi, ma indagarne le interazioni, mettendo tutto sullo stesso piano e riconoscendone ad ognuna pari dignità.

L’anno dopo, il 2017, negli USA è l’anno del Me Too, movimento che denuncia molestie e abusi sessuali e che prende nome dall’hashtag diventato virale dopo le accuse da parte di alcune attrici di Hollywood contro il produttore cinematografico Harvey Weinstein.

Sempre nel 2017, secondo la Merriam-Webster, lo Zingarelli statunitense, femminismo è la parola dell’anno. Il termine, infatti, ha visto esplodere l’interesse da parte del pubblico (+70% rispetto al 2016) ed è stato il più cercato nel web in concomitanza con fatti di cronaca e notizie giornalistiche.

La parola “femminismo” è diventata trend topic associato a serie e film, come “The Handmaid’s Tale”, che raffigura un Nordamerica distopico dove l’infertilità è capillare e le donne fertili divengono incubatrici per ricche coppie sterili, o “Wonder Woman”, il primo film su un supereroe diretto da una donna e con una visione del mondo scevra da pregiudizi sui ruoli di genere.

Insomma: un fenomeno politico, sociale e culturale di dimensioni gigantesche, che chi vuole capire cosa gli succede attorno non può esimersi da studiare e indagare a fondo.

Io sono Letizia Lindi, di mestiere insegno storia e filosofia nelle scuole superiori, e questo è il nuovo episodio di Ottosofia, il format di divulgazione storica e filosofica di OttolinaTV in collaborazione con Gazzetta Filosofica.

E oggi parliamo dei limiti e delle contraddizioni del femminismo liberale, e dell’urgenza, al contrario, di un femminismo per il 99%.

Femminismo per il 99%”, proprio così si intitola il libro manifesto del 2019 firmato da Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser.

L’obiettivo è quello che la Fraser aveva annunciato già 6 anni prima in un celebre articolo pubblicato sul Guardian. “Come il femminismo è diventato l’ancella del capitalismo. E come riappropriarsene”, era il titolo.

Come femminista”, scriveva allora Fraser, “ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore – più egualitario, più giusto, più libero. Ultimamente”, riflette però Fraser, “ho cominciato a temere che gli ideali ai quali le femministe hanno aperto la strada vengano utilizzati per scopi molto diversi. In particolare”, sottolinea, la nostra critica del sessismo”, sembra che oggi venga utilizzata per giustificare “nuove forme di disuguaglianza e di sfruttamento.

Una volta”, specifica Fraser, “il movimento delle donne aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi”, conclude amaramente, “festeggia le imprenditrici”. Se prima si valorizzavano “la “cura” e l’interdipendenza umana”, oggi ci siamo ridotti a incoraggiare “il successo individuale e la meritocrazia”. Ma com’è potuto accadere? Per capirlo, sostiene Fraser, bisogna ampliare lo sguardo, e affrontare il nodo del “paradigma capitalista, che, sostiene, nel tempo “ha cambiato completamente rotta”.

Il capitalismo stato-assistito del dopoguerra”, scrive Fraser, “ha lasciato il posto a una forma innovativa di capitalismo, “disorganizzato”, globalizzato, neoliberista”.

Chi segue Ottolina sa che sul “disorganizzato” non siamo molto d’accordo, che il capitalismo neoliberista è più organizzato e pianificato che mai, solo che il pianificatore invece che gli Stati sono diventati direttamente le oligarchie finanziarie. 

Ma l’intuizione di Fraser rimane potentissima. “La seconda ondata del femminismo”, scrive, “è emersa come critica al capitalismo di prima maniera”, proprio mentre quel paradigma si era ormai trasformato in qualcosa di ancora più feroce e pervasivo.

E paradossalmente, di questo nuovo capitalismo più feroce e pervasivo, invece, il femminismo, è diventato addirittura “ancella”, fedele servitore. La trasfigurazione non poteva essere più radicale. Da componente essenziale della battaglia generale per l’uguaglianza, il femminismo si è così trasformato in battaglia per le “pari opportunità di dominio”. 

Ed ecco così che “in nome del femminismo”, si arriva a chiedere “alle persone comuni di essere grate che sia una donna e non un uomo a mandare a rotoli il loro sindacato, a ordinare a un drone di uccidere i loro genitori o a rinchiudere i loro figli in una gabbia al confine col Messico”. (Femminismo per il 99%. Un manifesto).

Per contrastare una deriva così radicale, sostiene Fraser, qualche critica puntuale qua e là non può bastare. C’è bisogno di intraprendere una battaglia intellettuale e culturale a tutto tondo, in grado di riconsegnarci strumenti di indagine adeguati per svelare il funzionamento concreto di questo nuovo capitalismo, e come questo funzionamento impatta direttamente anche sulle questioni di genere. 

Un obiettivo ambizioso, che sta alla base dell’ultima fondamentale opera  di Fraser, “Capitalismo Cannibale – come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta”.

Sulla scorta delle riflessioni di Marx e del marxismo, sostiene Fraser, abbiamo imparato a mettere a fuoco il capitalismo come sistema economico basato sulla merce e quindi sulla mercificazione del lavoro salariato fondata su un rapporto di dominio produttivo: il capitalista domina e sfrutta, il lavoratore è costretto a vendere la propria umanità sul mercato “per essere apprezzato al suo giusto valore”.

Marx, ribadisce Fraser, ha avuto il merito di essere sceso al di sotto del livello fenomenico dello scambio mercantile, rilevando che al cuore del capitalismo vi sono le imprese, cioè delle organizzazioni gerarchiche nelle quali chi mette il capitale domina e tutti gli altri sono dominati. Ma i rapporti di produzione, fondati sullo sfruttamento di molti da parte di pochi, sono solo una parte del quadro complessivo.

Perché oltre alla dimensione economica-produttiva ci sono altri rapporti di dominio che quello sfruttamento lo rendono possibile e senza i quali l’intera macchina non potrebbe funzionare. “Il capitalismo”, sottolinea lucidamente Fraser, “non è un’economia, ma un tipo di società caratterizzata da un’area di attività e relazioni economizzate distinta e delimitata da altre zone non-economizzate, da cui la prima dipende senza riconoscerle”.

La sfera della politica internazionale, ad esempio, che è caratterizzata da rapporti di dominio di tipo neocoloniale da parte del Nord Globale nei confronti del resto del mondo; o la sfera della politica, dove gli spazi di decisione e deliberazione democratica vengono sempre più ristretti e marginalizzati a favore del potere decisionale delle élites politico-finanziarie; o ancora, la sfera dell’ambiente, inteso come insieme di natura non-umana e che viene utilizzato come fucina inesauribile di risorse e sottoposto a uno sfruttamento sempre più brutale; e per finire, ovviamente, la sfera della “cura, ovvero tutto quel lavoro non retribuito senza il quale si incepperebbe tutto e che ricade quasi interamente sulle spalle del genere femminile.

Il lavoro salariato”, scrive Fraser infatti, “non potrebbe esistere in assenza del lavoro casalingo, dell’accudimento e dell’istruzione dei figli, della cura affettiva e di una miriade di altre attività che contribuiscono a creare nuove generazioni di lavoratori, a sostenere quelli esistenti e a mantenere legami sociali e visioni condivise” (Capitalismo cannibale).

Dalla sfera della produzione, magistralmente descritta ormai oltre un secolo e mezzo fa da Marx, Fraser così si allarga a quella della ri-produzione: “L’attività socio-riproduttiva”, scrive Fraser, “è assolutamente necessaria per l’esistenza del lavoro salariato, per l’accumulazione di plusvalore e per il funzionamento del capitalismo in quanto tale”.

Sebbene l’economia capitalistica non riconosca alle attività di sostentamento, di cura e di interazione che producono e mantengono i legami sociali alcun valore monetario e le tratti come se fossero gratuite, in realtà ne è totalmente dipendente. L’occultamento del ruolo essenziale di tutte queste attività è in larga parte dovuto al loro essere state forzatamente relegate in una sfera privata, distinta dalla sfera economica e sociale propriamente detta.

La lunga battaglia che ha attraversato il XX secolo è consistita in buona parte invece proprio nel loro riconoscimento e nella rivendicazione che a farsene carico fosse sempre di più lo stato, attraverso la fornitura di quelli che oggi chiamiamo servizi pubblici essenziali: dall’istruzione alla sanità.

In questo modo queste attività uscivano dalla sfera privata, senza però essere trasformate in merce.

La controrivoluzione neoliberista in buona parte consiste proprio nel riportare indietro le lancette della storia che marciavano spedite verso la sempre crescente soddisfazione di questi bisogni primari da parte della collettività e delle sue istituzioni.

Tutto quello che è cura, cessa così di essere riconosciuto nel suo valore sociale di precondizione essenziale alla produzione stessa, e da responsabilità collettiva torna ad essere responsabilità privata.

Ed è proprio nelle modalità in cui avviene questa ri-privatizzazione di queste funzioni sociali essenziali che si gioca tutto lo scontro di facciata tra le due facce della stessa medaglia del dominio capitalistico contemporaneo, quella fintamente progressista, e quella realmente reazionaria: dove quella reazionaria mira semplicemente a ristabilire le vecchie gerarchie in ambito domestico, con la donna che torna all’acquaio, quella fintamente progressista mira a trasformare anche queste funzioni ri-privatizzate in merce, con donne e uomini che molto progressivamente e senza discriminazioni si devono spaccare la schiena entrambi 12 ore al giorno per affidare la cura dei loro cari a qualche azienda privata, possibilmente di proprietà di qualche fondo speculativo.

Il femminismo liberale, in sostanza, è proprio per questo che si batte ed è per questo che trova nel grande capitale all’affannosa ricerca di nuovi spazi dove essere impiegato in modo profittevole e garantito uno sponsor entusiasta. Ed ecco così spiegato, continua Fraser, come una parte del movimento femminista sia diventato “ancella del capitale”: concentrandosi solo su una delle sfere del dominio (quello della discriminazione di genere), ha spalancato la porta ad altre forme ancora più feroci.

E, sostiene Fraser, tutto sommato anche insostenibili.

Da un lato”, scrive infatti Fraser, “la produzione economica capitalista non è autosufficiente, ma dipende dalla riproduzione sociale; dall’altro, la sua spinta a un’accumulazione illimitata minaccia di destabilizzare proprio i processi e le capacità riproduttive di cui il capitale e noi tutti abbiamo bisogno”.

L’effetto”, sottolinea Fraser, “è quello di mettere periodicamente a rischio le necessarie condizioni sociali dell’economia capitalistica stessa”.

Per farci capire meglio questa contraddizione, Fraser ci fa pure, diciamo così, un disegnino. L’uroboro infatti è un simbolo rappresentante un serpente o un drago che si morde la coda.

Distruggendo le proprie condizioni di possibilità”, sostiene Fraser, “la dinamica di accumulazione del capitale imita l’uroboro e si mangia la sua stessa coda”.

Capita la minaccia, però, ora occorre trovare anche il rimedio. E il rimedio, secondo Fraser, si chiama Socialismo. Però, precisa, un Socialismo del XXI secolo

Per la filosofa, infatti, il socialismo del XXI secolo “Deve de-istituzionalizzare le molteplici tendenze alla crisi: non «solo» quella economica e finanziaria, ma anche quella ecologica, quella socio-riproduttiva e quella politica.

Occorre quindi andare oltre la sola prospettiva economica e smascherare in un colpo solo l’ideologia del capitale, che separa le sfere del sociale, occultando la loro importanza come precondizioni per lo sfruttamento economico, ma anche quella di un certo socialismo, che si concentra solo sulle aree di crisi economiche, trascurando le altre.

La proposta di Fraser è di invertire il rapporto gerarchico tra economia e politica: “Un socialismo per il XXI secolo deve democratizzare il processo di progettazione istituzionale, rendendo il contenuto e la portata dei diversi ambiti sociali una questione politica. In breve”, scrive, “ciò che il capitalismo ha deciso per noi alle nostre spalle dovrebbe essere scelto da noi attraverso un processo decisionale collettivo e democratico”.

L’autrice immagina un sistema decisionale in cui il mercato e la proprietà privata non svolgano più un ruolo di direzione. “Qualsiasi cosa venga deciso”, scrive, “dovrà essere fornito per effetto di un diritto e non solo sulla base della capacità di pagare

Non si tratta di disconoscere o mortificare aprioristicamente il mercato come strumento per la corretta allocazione delle risorse, anzi: “Una volta che il vertice e la base saranno socializzati e de-mercificati”, sottolinea infatti Fraser, “la funzione e il ruolo dei mercati nel mezzo si trasformeranno” e in questa “zona intermedia”, sarà possibile sperimentare liberamente tra diverse alternative. Accanto a forme cooperative o autogestite, anche i mercati potranno trovare un loro spazio, mettendosi a questo punto a disposizione dell’interesse generale, e non in contrapposizione ad esso.

Da questo punto di vista, il femminismo della Fraser, appunto, non è altro che un fondamentale tassello della battaglia a tutto campo che sempre di più vede contrapposte le ristrettissime oligarchie del nord globale a tutto il resto del pianeta.

Un femminismo, appunto, per il 99%

Per chi vuole approfondire, come sempre, l’appuntamento è per stasera Mercoledì 27 Settembre a partire dalle 21 in diretta su OttolinaTV.

Oltre alla solita crew di Ottosofia, stasera saranno con noi, Anna Cavaliere, ricercatrice di Filosofia del Diritto presso l’Università degli Studi di Salerno, e Luca Baccelli, professore di Filosofia del Diritto all’Università di Camerino.

Nel frattempo, se anche tu sei convinto che per contrastare lo strapotere mediatico delle oligarchie e dell’1% servirebbe come il pane un vero e proprio media che dia voce al 99, aiutaci a costruirlo.

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E chi non aderisce è Chiara Ferragni.