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Tag: brigate rosse

Giangiacomo Feltrinelli e i GAP: il modello Al Qaeda per il movimento rivoluzionario

Si poteva fare la rivoluzione in Italia negli anni Settanta, sulla scia dei tentativi che negli stessi anni prendevano corpo in tante realtà del terzo mondo? Si poteva prendere la resistenza italiana come modello e aggiornarlo con la teoria dei focos di Che Guevara per una via italiana al socialismo diversa da quella teorizzata dal movimento operaio ufficiale? Che spazio avrebbe dovuto avere la lotta armata? Quali rischi, infine, c’erano nel nostro paese che la reazione alle lotte operaie prendesse la strada diretta del colpo di Stato? Tutte domande che oggi sembrano fuori dal tempo, ma che in realtà non furono pochi a porsi a partire dall’autunno caldo. Forse il primo a porsele in maniera seria fu l’editore Giangiacomo Feltrinelli, che a questi dubbi dette un seguito organizzativo con la fondazione dei Gruppi di azione partigiana (GAP).

Giangiacomo Feltrinelli

I GAP furono attivi a partire dai primi mesi del 1970 quando Feltrinelli intraprese la strada dell’irreperibilità, se non della clandestinità vera e propria, in seguito al tentativo da parte della magistratura di coinvolgerlo nella strage di piazza Fontana. Sul finire degli anni Sessanta, infatti, l’editore – parallelamente alla denuncia del pericolo di un golpe reazionario in Italia – finì sempre più nel mirino delle forze dell’ordine e della magistratura che tentarono di coinvolgerlo sia nelle bombe della primavera del 1969, sia nella strage di piazza Fontana. Il nome di Feltrinelli cominciò a circolare con insistenza negli uffici di questure e tribunali: il 4 dicembre 1969 venne interrogato per l’attentato del 25 aprile alla Fiera di Milano e inquisito per favoreggiamento dei presunti responsabili e, poco dopo, venne coinvolto anche nelle indagini sulla strage del 12 dicembre. Seppure in forme diverse da quanto immaginato dalla magistratura, in effetti Feltrinelli aveva preso molto seriamente, muovendosi di conseguenza, il pericolo di un colpo di Stato; l’editore percepì il pericolo concreto e reale di una deriva a destra del Paese e – probabilmente – lo percepì in modo più acuto di altri, tanto da pensare che, in caso di golpe, sarebbe stato uno dei primi a essere arrestato – sarebbe stato il primo della lista, citando un film di Roan Johnson: una componente non di poco conto nelle motivazioni che spinsero Feltrinelli alla fondazione dei GAP.
Per farci capire cosa fossero i GAP lo storico Davide Serafino ha ripescato la testimonianza inedita di un ex GAPpista mai identificato, Vittorio Battistoni, che ebbe un ruolo solo apparentemente secondario (fondamentalmente era un tecnico che si occupava, tra le varie cose, di congegni ed esplosivi), ma in realtà di primaria importanza per una formazione come quella dei GAP e che lavorò a stretto contatto con Feltrinelli fino alla mattina del 14 marzo 1972, quando Feltrinelli trovò la morte mentre maneggiava, appunto, l’esplosivo per un attentato. I GAP non ebbero mai una struttura solida e ben organizzata: i vari nodi locali in cui erano articolati presentarono caratteristiche molto diverse tra loro sia nel tipo di militanti, sia nelle pratiche, sia nei compiti svolti, sia – in parte – anche nell’orizzonte politico, in cui gli aspetti tardo resistenziali e fuochisti sul modello sudamericano convivevano con aspetti più moderni, legati alla guerriglia nelle metropoli sul modello brigatista. Dal punto di vista strettamente organizzativo i GAP ebbero una struttura reticolare, composta da nodi locali che facevano capo a un nodo centrale, rappresentato da Feltrinelli e della stretta cerchia dei suoi collaboratori; ma la rete GAPpista rappresentò qualcosa di più ampio e articolato, e coinvolse certamente un numero maggiore di militanti rispetto a quanto si è sempre pensato – e rispetto a quanto avrebbe scoperto la magistratura.
I GAP furono presenti a Genova con un’importante diramazione nella cittadina di Chiavari, da cui proveniva anche lo stesso Battistoni; poi a Milano, a Trento, a Torino e in Toscana (anche se su quest’ultima realtà le informazioni sono frammentarie) e, per molti versi, appare verosimile – almeno nei suoi caratteri generali – l’opinione di uno dei principali collaboratori di Feltrinelli, cioè l’ex partigiano Giambattista Lazagna, secondo cui i GAP erano una sigla universale utilizzata da Feltrinelli per i gruppi clandestini a lui collegati, che poi l’editore cercò di dotare di una strategia comune. Il modello di Al Qaeda applicato alla rivoluzione socialista, insomma. Il nodo GAPpista più importante, variegato e complesso fu quello genovese, che coinvolse militanti provenienti da esperienze molto diverse: vi era l’area resistenziale, composta da ex partigiani genovesi e piemontesi, tra cui vi erano Lazagna – legato a Feltrinelli anche da un rapporto di fiducia e di amicizia personale – e alcuni militanti del Gruppo 22 ottobre, come Rinaldo Fiorani, che presero parte alle attività sia del gruppo di piazzale Adriatico sia dei GAP, tanto che le due realtà, a un certo punto, parvero confondersi in un gioco di specchi l’una con l’altra.
Il peso del passato resistenziale di Genova e i riferimenti politici e culturali a una tradizione comunista e, più genericamente, laica e di sinistra, molto radicata nel territorio, ebbero un ruolo importante nella nascita e nello sviluppo dei GAP nel capoluogo ligure; a Genova fu determinante non solamente la tradizione resistenziale propriamente detta – cioè quella legata alla Resistenza del 1943-45 – ma anche quella legata ai fermenti che si erano sviluppati intorno all’idea di Resistenza tradita: nella scelta di coloro che presero parte al Gruppo 22 ottobre e ai GAP, un ruolo di primo piano lo ebbero, infatti, anche il ricordo degli scioperi del 1944 contro l’occupazione tedesca, le mobilitazioni in occasione dell’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948, alcuni importanti momenti di lotta che avevano attraversato le fabbriche genovesi nel dopoguerra quando gli operai, in risposta a chiusure e licenziamenti, erano arrivati anche a lunghe occupazioni e, soprattutto, i giorni di giugno-luglio 1960 quando Genova era insorta contro il governo Tambroni.
Quella resistenziale, però, non fu l’unica componente dei GAP genovesi: ve ne fu un’altra, non meno importante, che era legata ai circuiti culturali, intellettuali e universitari cittadini; questa componente è quella meno nota, anche perché buona parte dei militanti che provenivano da questa area non venne mai coinvolta – o lo fu solo di striscio – dalle inchieste giudiziarie, ma ebbe un ruolo importante nella costruzione della rete GAPpista. In Liguria era poi attivo, oltre al nodo genovese, anche quello di Chiavari (composto, secondo Battistoni, da lui stesso, dal medico Emilio Perissinotti e da altri compagni) che non fu solamente una succursale del primo, ma ebbe un ruolo e una funzione a sé stanti. Infine, a riprova della ramificazione e della complessità della rete GAPpista ligure, vi era la componente sottoproletaria del Gruppo 22 ottobre che, a un certo punto, sintonizzò la propria attività con quella dei GAP veri e propri. Nel capoluogo ligure i GAPpisti furono più attivi che altrove anche a causa di una presenza meno ingombrante dell’area della sinistra rivoluzionaria, che fu una realtà più marginale rispetto a quelle di città come Torino, Milano, Roma e Padova, capaci anche di esprimere alcuni dirigenti nazionali di gruppi come Lotta continua o Potere operaio. A Trento, nella costruzione della rete GAPpista fu determinante la presenza di Lc e, ancora di più, di un grande veicolo di modernizzazione come fu l’Istituto di Sociologia: buona parte dei militanti GAPpisti, infatti, era vicina a Lotta continua, gruppo con cui, in realtà, Feltrinelli – a livello nazionale – non ebbe mai grandi rapporti.

Cecco Bellosi

La rete GAPpista milanese fu ancora diversa da quella genovese e trentina e, probabilmente, subì più di altre la presenza invadente delle Brigate rosse. I GAP milanesi cercarono – e in parte raccolsero – adesioni non tanto nelle fabbriche, dove non avevano alcun peso, ma nei cantieri edili, dove i lavoratori (operai a tutti gli effetti, ma non i tipici operai – massa) vivevano condizioni di precarietà e di sfruttamento persino maggiori e soprattutto nei quartieri proletari: una componente operaia, quindi, fu presente nella rete milanese, ma l’incontro non avvenne tanto nelle fabbriche, quanto nei quartieri operai. I GAP, di fatto, nacquero a piazza Tirana, nel quartiere Giambellino, dove i confini tra proletariato, sottoproletariato, proletariato extra – legale e circuiti della mala erano molto più sfumati e permeabili. Nella rete GAPpista milanese, poi, ebbe un peso anche la componente legata a Potere operaio e a Lavoro illegale: questa componente fu preponderate nel nodo comasco dei GAP, composto essenzialmente da militanti di Po come Francesco Cecco Bellosi, a cui si aggiunsero alcuni compagni legati alla realtà del piccolo contrabbando transfrontaliero con la Svizzera. La rete comasca fu essenziale dal punto di vista operativo e logistico non solamente per i GAP, ma per tutte le altre realtà rivoluzionarie, per il reperimento di armi e, soprattutto, per la capacità di attivare velocemente canali di fuga sicuri per i militanti che per vari motivi dovevano allontanarsi dall’Italia. Come anticipato, i GAP ebbero anche alcune diramazioni a Torino e in Piemonte – probabilmente legate a singoli militanti piemontesi che militavano in Lc a Trento – e in Toscana, dove il nesso con la rete GAPpista era rappresentato dai legami, risalenti alla fine degli anni Sessanta, di Feltrinelli con alcuni circoli anarchici locali. Battistoni, ad esempio, ha raccontato di aver destinato una parte dell’esplosivo (frutto di un esproprio a un cantiere stradale) ad alcuni compagni che volevano usarlo per un attentato alla base americana di Camp Darby. Alcuni GAPpisti, poi, furono presenti anche a Roma dove fecero un’interferenza sul modello di Radio GAP, ma è probabile che questi, più che GAPpisti veri e propri, fossero i militanti delle strutture illegali di Po – come Morucci – che erano in contatto e dialogo diretto con l’editore e di cui colsero alcune suggestioni, come quella della radio clandestina. Infine, è probabile che la rete GAPpista contasse anche alcuni contatti in Emilia-Romagna: Battistoni ha raccontato di alcuni viaggi con l’editore a Bologna, dove i GAP avevano alcune cascine (anche se su questa componente di secondo piano della rete GAPpista non abbiamo molte altre informazioni). Diverso ancora fu il ruolo della Sardegna, dove non fu mai attiva una vera e propria brigata GAP locale, ma una serie di contatti – militanti legati più al mondo dell’indipendentismo che all’area anarchica e socialista in senso stretto – con cui l’editore, nel periodo precedente alla costruzione della rete GAPpista, aveva vagheggiato alcuni progetti di ampio respiro che non andarono in porto. Diversa cosa fu, invece, il contributo che diedero alcuni lavoratori sardi emigrati, come Giuseppe Saba, alla costruzione del progetto GAPpista.
Le varie brigate GAP furono realtà molto diverse tra loro, ebbero ruoli differenti e non svolsero gli stessi compiti; non si mossero sempre in maniera coordinata: contribuirono in maniera variabile al programma politico dell’editore e, tutt’oggi, risultano difficilmente omogeneizzabili in un unico grande gruppo di azione partigiana, tanto che appare più opportuno, per l’appunto, parlare di rete GAPpista, pronta ad attivarsi in caso di golpe e pronta a compiere azioni armate. Una rete che rappresentò un progetto politico complessivo – già delineato negli aspetti più generali – e, al contempo, l’infrastruttura ideale e reale su cui si muoveva la strategia rivoluzionaria globale dell’editore. La natura reticolare e fluida dei GAP, per certi versi, pare anticipare alcuni gruppi armati movimentisti sorti dopo il Settantasette, e sembra spiegare anche perché diversi di coloro che ne fecero parte non sarebbero mai stati sfiorati dalle indagini e, in seguito allo shock per la morte dell’editore, sarebbero riusciti a ritirarsi senza troppi rischi a vita privata. La storia dei GAP, indubbiamente, fu anche la storia del loro fondatore, Giangiacomo Feltrinelli, ma fu anche la storia di una rete – un network si direbbe oggi – di militanti e di compagni di viaggio più o meno duraturi e, più in generale, di contatti che ruotavano intorno alla figura dell’editore.
La storia dei GAP – inevitabilmente – incrociò anche la storia delle più importanti formazioni del periodo, come Potere operaio e le Brigate rosse, con cui i GAP ebbero rapporti, scambi di informazioni, di materiali e di armi. La ricostruzione delle vicende GAPpiste consente di sottrarre la figura dell’editore al cliché del miliardario folgorato sulla via di L’Avana, del ricco mecenate della rivoluzione, e prova a rendere giustizia non solamente alla figura di Feltrinelli militante politico, ma anche a quella di coloro che scelsero di collaborare con lui. Le azioni compiute dai GAP furono, essenzialmente, sabotaggi variamente declinati: contro i cantieri delle morti bianche, contro coloro che erano considerati i finanziatori del golpe, contro i tralicci dell’alta tensione. Gli attentati ai tralicci dell’Enel – come quello di Segrate in cui Feltrinelli perse la vita – secondo il racconto dell’ex brigatista Alberto Franceschini sarebbero serviti a combattere il fanfascismo, termine coniato da Lc nel 1971 che individuava in Fanfani il punto di riferimento di una svolta autoritaria, e a colpire il politico democristiano il cui governo, nel dicembre del 1962, aveva nazionalizzato l’energia elettrica e istituito l’Enel: il progetto di interrompere l’afflusso di energia elettrica su vasta scala attraverso più attentati coordinati tra loro, avrebbe non solamente causato un blackout di grande impatto scenografico, ma avrebbe concretamente bloccato le attività produttive causando un danno notevole alle imprese, e avrebbe assunto i caratteri di un sabotaggio su grande scala (si pensi, ad esempio, all’impatto che avrebbe potuto avere un blackout in concomitanza con uno sciopero o una manifestazione). I GAP milanesi attuarono una serie di azioni per far passare a livello di massa la pratica del sabotaggio: l’obiettivo era colpire il settore con la maggior percentuale di omicidi bianchi e di infortuni sul lavoro, quello dei cantieri edili; il progetto era quello di distruggere i mezzi, gli scavatori, le betoniere e i camion. Osvaldo, uno dei nomi di battaglia di Feltrinelli, partecipò direttamente alle azioni notturne nei cantieri. Gli attentati furono rivendicati dalla brigata GAPpista Valentino Canossi, nata tra piazza Tirana, nel quartiere Giambellino, e il vicino Lorenteggio.
Ma Feltrinelli provò a rivoluzionare anche la controinformazione: lo fece attraverso Radio GAP, una radio clandestina che effettuava interferenze televisive per lanciare messaggi politici e rivendicare attentati, realizzata circa sei – sette anni prima delle primissime radio libere e almeno una decina di anni prima rispetto alle televisioni private. In un periodo in cui gli strumenti di comunicazione politica erano soprattutto i volantini, gli opuscoli e le riviste, l’idea di Radio GAP fu una notevole intuizione dell’editore che, sul momento, non venne pienamente compresa. L’ex GAPpista Battistoni ha conservato la prima Radio GAP originale, che consisteva in un alimentatore e in un trasmettitore – collegati alla batteria di un’automobile – recuperati da vecchi carri armati della seconda guerra mondiale; oltre a questo, Battistoni ha conservato alcune audiocassette con registrati i messaggi delle interferenze. Questo trasmettitore venne usato per la prima volta a Genova con la voce di Feltrinelli e poi venne adoperato decine di altre volte dallo stesso Battistoni e da altri GAPpisti. Vi furono poi altre Radio GAP che realizzarono interferenze a Genova, a Milano, a Trento e a Roma: queste radio arrivano in Italia dalla Germania attraverso una rete GAPpista che agiva nel Nord Italia in collaborazione con alcuni militanti di Lavoro Illegale, la struttura clandestina di Potere operaio.

La morte di Feltrinelli

Come anticipato, la mattina del 14 marzo 1972 – il giorno dell’attentato di Segrate – l’ex GAPpista Battistoni si incontrò con l’editore, e questo incontro pare mettere fine alle tante dicerie sulla morte di Feltrinelli che, indubbiamente, morì compiendo quello che riteneva essere il proprio dovere di rivoluzionario. Il gruppo non sopravvisse al proprio fondatore e i suoi militanti andarono incontro a destini differenti: chi si avvicinò alle nascenti formazioni armate (soprattutto alle Brigate rosse), chi si avvicinò ai gruppi della sinistra rivoluzionaria o alle strutture della sinistra tradizionale e infine chi, scosso dalla morte di Feltrinelli, si ritirò a vita privata, come – per l’appunto – Battistoni.

Chi decide chi è terrorista? come la propaganda strumentalizza senza ritegno un concetto ambiguo

L’accusa di terrorismo è una delle accuse politiche più abusate dell’ultimo secolo. Sono stati chiamati terroristi gli indipendentisti Algerini, i liberatori cubani, le brigate rosse, quelle nere, l’Isis, i curdi, la Russia e pure l’Ucraina.
Ma che cosa hanno in comune tutti questi soggetti politici così diversi tra loro per ricadere tutti sotto la categoria di terrorismo? La risposta è: nulla. Perché nonostante i nostri media continuino a ripeterlo come ossessi quando si tratta di demonizzare il nuovo nemico dell’occidente americano, la verità è che a livello internazionale, sia sul piano giuridico che politologico, non esiste alcuna definizione univoca del termine terrorismo e di chi debba essere considerato come tale. Tenere presenta questa ambiguità e arbitrarietà concettuale del termine, che lo rende particolarmente strumentalizzabile dalle diverse propagande, è oggi più che mai decisivo. In questi giorni di guerra di Indipendenza palestinese infatti, sia i palestinesi che gli israeliani vengono accusati da parti diverse di terrorismo, e sia sul piano giornalistico che diplomatico, utilizzare le definizioni e il linguaggio di una delle due parti in conflitto significa sposare, anche inconsciamente, la sua visione del mondo.

Il termine terrorismo è stato utilizzato storicamente per descrivere fenomeni molto diversi: dalle uccisioni di sovrani, agli attentati di gruppi armati o individui isolati, fino ai crimini compiuti direttamente da apparati statali: il così detto terrorismo di stato. In epoca moderna comincia a diffondersi nella seconda metà dell’800 e in particolare per condannare azioni violente o attentati compiuti da anarchici o da organizzazioni nazionaliste e indipendentiste. I patrioti italiani ad esempio, mentre lottavano per la liberazione del nostro territorio dalla colonizzazione straniera, furono più volte etichettati dai colonizzatori come terroristi e uccisi e perseguitati insieme alle organizzazioni di cui facevano parte, come La giovine Italia di Mazzini, la Carboneria, o la Società Nazionale italiana di Daniele Manin.
Il ricorso al termine terrorismo torna poi in auge nei media e nel linguaggio politico occidentale tra gli anni 60-70 del novecento, e anche in questo caso nel contesto delle guerre di decolonizzazione e autodeterminazione dei popoli. Diventano così “Terroristici” atti come il dirottamento di aerei, il sequestro di persone, o attentati in cui rimangono coinvolto civili o militari al di fuori di un contesto di guerra tra eserciti regolari. In realtà però questi atti di violenza, per quanto crudeli e terrificanti, raramente sono mossi da un irrazionale volontà omicida. Piuttosto, vi si ricorre per provare a esercitare una pressione sugli Stati e i soggetti interessati, o anche solo per riaccendere l’attenzione dell’opinione pubblica su determinate rivendicazioni politiche.
All’inizio del nuovo millennio, con l’attentato alle torri gemelle prima, e con quelli di Parigi per mano di miliziani jhadisti poi, “terrorismo”, soprattutto in occidente, diventa sinonimo di terrorismo islamico.
Ma negli ultimi due anni, prima con la guerra in Ucraina e adesso con il riaccendersi della lotta di indipendenza palestinese, l’uso del termine si è di nuovo ampliato quando sia la Russia che l’Ucraina prima, sia i palestinesi e gli israeliani poi, si sono dati del terrorista a vicenda.
Questa estrema arbitrarietà di significato e applicazione, si riflette anche a livello scientifico e giuridico. Nel suo saggio “Il terrorismo nel mondo contemporaneo”, la professoressa di scienze politiche Donatella della Porta scrive: “Per essere utilizzabile a fini scientifici un concetto deve avere alcuni requisiti: deve essere neutrale e univoco, comunicabile e discriminante. Importato nel linguaggio scientifico dalla vita quotidiana, il concetto di terrorismo manca di questi requisiti: infatti quelli che alcuni chiamano terroristi sono partigiani, o combattenti per la libertà, per altri. Anche gli studi di taglio storico o sociologico sul terrorismo lamentano la difficoltà di trovare una definizione accettata del fenomeno, ricordando che il termine terrorismo viene frequentemente riservato a quelle lotte di liberazione che falliscono, resistenza invece a quelle che hanno successo.”
Non solo. Definire o meno un’organizzazione “terrorista” risulta sostanzialmente impossibile anche se ci si focalizza esclusivamente sul modo e sul metodo con cui la violenza viene esercitata. Infatti, riflette Della Porta, se tentassimo una definizione di terrorismo in base al tipo di metodi violenti utilizzati “Fenomeni eterogenei – dalle attività delle bande criminali organizzate alle contese dinastiche, dalle guerre tra nazioni a gran parte delle interazioni politiche nei regimi autoritari – verrebbero così confusi insieme in un medesimo concetto, privandolo sia di capacità euristiche che di una qualsiasi utilità descrittiva.”
Purtroppo però, qualificare un gruppo come terrorista in base al modo in cui questo uccide, è uno degli argomenti più utilizzati in queste settimane dai media occidentali. Vi ricordate quando per giorni hanno riportato la notizia ancora mai confermata dei bambini israeliani decapitati? E vi ricordate quando si portava a prova del terrorismo di Hamas il fatto che solo dei terroristi ucciderebbero in modo così crudele ed efferato? Bene, questo ragionamento “sotto-culturale”, come lo ha definito giustamente in televisione l’ex ambasciatrice Elena Basile, non poteva che sfociare in uno degli esempi più eclatanti di doppio standard degli ultimi anni: abbiamo infatti scoperto che per l’inteligencija italiana esiste un modo politicamente corretto di uccidere, ossia quello degli Stati che utilizzano droni e aerei per distruggere palazzi e far morire in agonia i bambini sotto le macerie, e un metodo non politicamente corretto, ossia quello di chi droni ed aerei non li ha e deve ricorrere all’utilizzo di armi rudimentali.

Mah si, ma vuoi mettere quei selvaggi anti-estetici di Hamas che uccidono con i kalashnikov e i coltelli, con l’eleganza e il bon ton di un bel missile Jericho lanciato comodamente dalla postazione di comando? Davvero vi serve dell’altro per capire la differenza tra i terroristi e l’unica democrazia del medioriente?! Come ormai sostanzialmente tutto, anche lo sterminio dei bambini non è più un crimine in se, ma un lusso, che deve essere riconosciuto a chi ha i mezzi per perpetrarlo in modo elegante e tecnologicamente al passo coi tempi

Ma torniamo alle cose serie.

Anche il diritto internazionale, dicevamo, non è mai riuscito a trovare una definizione unanime di terrorismo: Nel 1996, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì un comitato ad hoc per predisporre una convenzione globale sul terrorismo internazionale, ma i lavori si arenarono proprio per l’impossibilità di arrivare a una definizione condivisa.
I problemi fondamentali furono due: primo; in determinati contesti come si fa a distinguere atti di terrorismo da legittime guerre di liberazione nazionale? Secondo, come si fa a distinguere il terrorismo di stato da legittime attività svolte dalle forze ufficiali dell’esercito per salvaguardare la sicurezza?
Applicando questi dilemmi alla situazione in Palestina, possiamo chiederci: Hamas è un’organizzazione terroristica o il braccio armato della resistenza palestinese che combatte con i mezzi a sua disposizione per la libertà e l’indipendenza del suo popolo? E Israele è uno stato terrorista in quanto colonizza e annette territori non suoi e stermina da 70 anni migliaia di civili inermi in operazioni militari, oppure quello che fa, pur contravvenendo le risoluzioni Onu, lo fa per legittima difesa e sicurezza?

Ognuno tragga le sue conclusioni.

Ma visto che siamo nel campo dell’arbitrarietà più assoluta, e che come abbiamo visto questo aggettivo è privo di validità scientifica e giuridica per comprendere dinamiche di conflitto, la cosa più utile e razionale sarebbe smetterla proprio di utilizzarlo. La ragione per la quale è così in auge nell’informazione di propaganda infatti, è che come per l’accusa di nazismo di cui abbiamo parlato nel video precedente, anche l’accusa di terrorismo è una forma di demonizzazione assoluta del nemico che impedisce la comprensione delle sue ragioni e quindi ogni possibilità di dialogo e di risoluzione del conflitto. Con i terroristi infatti, come ci viene insegnato dalle autorità israeliane in questi giorni, non si parla, non si tratta, li si distrugge ad uno ad uno con tutti i mezzi a disposizione, e mettendo in conto tutti i “danni collaterali” possibili immaginabili

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Giorgio Napolitano: il “comunista preferito” di Washington che odiava la democrazia

1975, tre tra le più prestigiose università degli USA decidono di invitare un importante dirigente del Partito Comunista Italiano per un ciclo di conferenze.

Apriti cielo: in quegli anni, infatti, il Partito Comunista Italiano stava attraversando una fase di espansione incredibile, che alle elezioni politiche dell’anno successivo lo portò a conquistare oltre il 34% dei consensi, con una crescita rispetto alle elezioni precedenti di quasi 10 punti percentuali.

Ma non solo: dopo il tragico esito dell’incredibile avventura dell’Unione Popolare in Cile sotto la guida di Salvador Allende, il PCI di Berlinguer da un paio di anni aveva sposato la strategia del così detto “compromesso storico” e l’eventualità dell’ingresso del PCI in un Governo di unità popolare si faceva giorno dopo giorno più verosimile.

L’avanzata del PCI in Italia”, dichiarerà trent’anni dopo in un intervista a La Stampa l’ambasciatore USA in Italia dal 1977 al 1981 Richard Gardner, “era la questione più grave che ci trovavamo ad affrontare in Europa”. Ed ecco così che un altro ambasciatore, quel John Volpe che si era già contraddistinto per aver nominato quel criminale “uomo dell’anno” nel 1973, il banchiere mafioso e piduista Michele Sindona, taglia la testa al toro e decide di non concedere il visto al dirigente comunista. Ma era solo il primo capitolo di una storia lunga e tortuosa.

Tre anni dopo, marzo 1978

Aldo Moro, il principale alleato di Berlinguer nell’attuazione della strategia del “compromesso storico” , viene rapito in modo rocambolesco dalle Brigate Rosse. Nel frattempo all’ambasciata USA, Gardner era subentrato a Volpe e appena un mese dopo il rapimento, il visto che a quel dirigente comunista tre anni prima era stato solennemente negato, magicamente viene concesso. Era la prima volta per un comunista dal 1952.

Quel dirigente comunista si chiamava Giorgio Napolitano, “il mio comunista preferito”, come lo definiva il compagno Henry Kissinger, dall’alto dei suoi 100 e passa anni di crimini di guerra di ogni specie.

Miglioristi”, li chiamavano: erano quella corrente del PCI che aveva rinunciato all’idea di distruggere il capitalismo e tutto sommato anche a riformarlo. Che comunque riformarlo, quando ancora la sinistra non si era completamente bevuta il cervello, significava sempre volerlo trasformare alla radice, solo più gradualmente, e senza ricorrere alla violenza. I miglioristi invece facevano un passo oltre: il capitalismo volevano solo “migliorarlo”.

Ma il punto ovviamente è: migliorarlo per chi? Un indizio significativo risale al 1976, al Governo c’era Giulio Andreotti. Un “Governo di solidarietà nazionale”, veniva definito. Ma Napolitano aveva un modo di intendere la solidarietà tutto suo. Secondo la sua tesi, bisognava si tutelare l’ “interesse generale”, ma a pagare il conto dovevano essere solo gli operai. Per superare la crisi, era la proposta del Peggiore, non c’è niente di meglio che abbassare lo stipendio di chi lavora.

Avvocato agnelli, la scongiuro, non sia timido, la vedo in difficoltà, mi trattenga un pezzo di stipendio. poi se le avanza del tempo gradirei anche mi infilasse una bella scopa su per il culo così le dò una bella ramazzatina alla stanza”. così si sarebbe dovuto esprimere il militante comunista ideale secondo Re Giorgio. Nel tempo “migliorista” diventò poi sostanzialmente sinonimo di moderato e realista. Ma forse è solo un grosso equivoco, di quelli in cui cade spesso quell’ “estremismo, malattia infantile del comunismo” che già Lenin ebbe modo di redarguire ferocemente. Moderazione e realismo infatti non sono altro che attitudini necessarie per chiunque veda nella politica, nella lotta per la conquista del potere e nel suo esercizio strumenti per cambiare concretamente in profondità l’esistente, senza cedere alla tentazione infruttuosa se non addirittura del tutto controproducente dello slancio ideale fine a se stesso. Ma nell’azione di Napolitano non c’è mai stato assolutamente niente di moderato. Il suo disprezzo per ogni forma di democrazia fu sempre contrassegnato da un fervore ideologico vicino al messianesimo. Da questo punto di vista, la militanza comunista di Napolitano non fu che un gigantesco equivoco. Acriticamente fedele ai dictat sovietici quando l’influenza sovietica nel pianeta era in rapida ascesa, nella formula dittatura del proletariato, si riconosceva solo in uno dei due termini…e non era proletariato.

Ed ecco così che quando l’Unione Sovietica alla fine crollò, per Giorgio fu una vera e propria liberazione. Ora il mondo aveva un unico padrone chiaro, le oligarchie statunitensi e il governo di Washington forgiato a loro immagine e somiglianza. Finalmente Napolitano poteva mettersi al servizio di una vera dittatura globale, che però non si ponesse l’obiettivo, per quanto contraddittorio, dell’emancipazione dei subalterni. Interpretò questa era di neodispotismo con malcelata ferocia. superando a destra qualsiasi forza politica nazionale, che anche quando interpretava un’agenda reazionaria, doveva perlomeno sempre fare un po’ di conti con il consenso e con l’interesse Nazionale. Come quando Berlusconi tentò timidamente per la prima volta nella storia della seconda Repubblica di mantenere le distanze da Washington, cercando di rimanere ai margini dell’intervento in Libia. La cronaca racconta che Napolitano lo dissuase, ma è decisamente un eufemismo. Ed è proprio il rapporto ambivalente con Berlusconi e il Berlusconismo a gettare luce sull’idea perversa del potere che permeava l’azione di Napolitano che, infatti, a lungo assecondò in ogni modo tutte le peggiori nefandezze del Governo Berlusconi. Fino a quando un bel giorno non decise di rendersi complice di un vero e proprie golpe bianco per escluderlo dai giochi per sempre.

IV Governo Berlusconi – Attribuzione: Quirinale.it

Schizofrenia? Assolutamente no.

Semplicemente, nel frattempo, era intervenuto un potere di ordine superiore. Da questo punto di vista Re Giorgio, in realtà, Re non lo è mai stato più di tanto. Intendiamoci, il modo autoritario con il quale ha interpretato il suo doppio mandato da Presidente [della Repubblica, ndr] profuma di eversione da mille miglia di distanza, come d’altronde il tentativo di riforma costituzionale dettato da Napolitano e poi naufragato grazie all’antipatia viscerale che suscitava Matteo Shish Renzi.

Ma il punto è un altro.

Totalmente insensibile a ogni istanza popolare e anche ai timidi tentativi da parte del nostro Paese di ritagliarsi una qualche forma di autonomia, più che un Re, Napolitano ricordava un amministratore delegato, pronto a ricorrere ai tatticismi più subdoli pur di assecondare i desiderata di un potere superiore. Quando quel potere superiore non era incarnato fisicamente da qualcuno, subentrava la subalternità fideistica a un principio ordinatore di carattere sostanzialmente religioso: il vincolo esterno.

Se fosse stata una ragazzina delle medie, Napolitano con le immagini del vincolo esterno ritratto in pose ammiccanti c’avrebbe tappezzato la cameretta.

Il contenuto di quel vincolo esterno tutto sommato era abbastanza secondario. Era l’esistenza del vincolo esterno in se, come principio astratto, ad affascinare Napolitano. Un Vincolo Esterno da assumere sempre e comunque come dato naturale, che permette di mettere un freno a ogni istanza di democratizzazione, e impedire così l’irruzione nelle sfere del potere del volgo e dei suoi inaffidabili leader politici a digiuno di galateo.

Un pensiero elitario”, sintetizza efficacemente Salvatore Cannavò su “il fatto quotidiano”, “degno del miglior liberal-conservatorismo europeo a cui, nel suo cuore, Napolitano è sempre appartenuto nonostante la lunga militanza nel PCI che, agli occhi del suo ruolo storico, sembra aver rappresentato solo un accidente della storia”. Un pensiero elitario che ancora più che nella repulsione epidermica per ogni forma di movimento quando era ancora tra le fila del PCI, si palesò in tutta la sua portata con l’emergere dei 5 stelle. Dopo averci consegnato via golpe bianco alla macelleria sociale del governo Monti, in assoluto il peggior della seconda repubblica, Napolitano è stato costretto controvoglia a concederci il voto. Gli italiani hanno votato chiaramente per un ruolo di primo piano dei 5 stelle, che da niente hanno raccolto oltre il 25% dei consensi, ma Napolitano c’ha consegnato a due Governi a guida PD, Letta prima e Renzi poi. In questo modo comunque, ha definitivamente distrutto il peggior partito della fintasinistra neoliberista del continente. Insomma, ha fatto anche cose buone, ma solo quando non erano volute. Ma ancor più che al “miglior liberal-conservatorismo europeo”, l’avversione atavica di Napolitano all’irruzione del volgo nelle stanze del potere e a ogni forma di democratizzazione dell’ordine sia Nazionale che ancor più di quello internazionale, spiega la profonda affinità manifestata in più di un’occasione da Henry Kissinger. Come quando, nel 2015, volle consegnarli personalmente il premio che porta il suo nome e che è destinato alle “personalità della politica europea che si sono distinte nei rapporti transatlantici”. Kissinger infatti è stato per eccellenza l’uomo delle trame segrete e dei cambi di regime manu militari per imporre su scala globale la controrivoluzione neoliberista nella sua accezione più estrema e feroce, come con Pinochet in Cile. Una controrivoluzione che ha significato molte cose, ma più di ogni altra, l’utilizzo dell’idea di un fantomatico vincolo esterno imposto da mercati immaginari per reagire alla crescita del potere dei subalterni e distruggere così l’idea stessa di democrazia moderna, com’era stata sancita nelle Costituzioni post seconda guerra mondiale. Non a caso Napolitano fu a lungo il più acerrimo dei nemici di Enrico Berlinguer, il leader politico italiano che probabilmente più di ogni altro comprese l’essenza dell’Unione Popolare di Allende e fece sua quella profonda riflessione sul nesso tra democrazia, sovranità popolare e nuovo ordine multipolare che sola avrebbe potuto rappresentare una risposta adeguata alla controrivoluzione neoliberista incombente.

Una cosa sola va riconosciuta a Napolitano: uomo del novecento, e persona colta e raffinatissima, proprio come Kissinger, è stato un più che degno rappresentante di un lungo periodo storico durante il quale ancora anche nel nord globale chi puntava alle gestione del potere, per il potere, dedicava tutta la sua vita alla politica. Da questo punto di vista, e solo a questo, bene hanno fatto i politici e i pennivendoli di oggi a scriverne all’unisono e senza eccezioni una ridondante e stucchevole apologia. Se Napolitano è stato l’amministratore delegato della controrivoluzione neoliberista e tra l’altro anche negli anni della sua inarrestabile e trionfale avanzata, loro ne sono al massimo il personale delle pulizie, nella fase del suo plateale e catastrofico declino. Se al posto dei media di regime che di lavoro ramazzano le macerie lasciate dal disastro del neoliberismo credi anche tu ci sia bisogno del primo media che sta dalla parte del volgo che vuole entrare nella stanza dei bottoni, aiutaci a costruirlo:

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e chi non aderisce è Giorgio Napolitano