Donald Trump era tornato alla Casa Bianca promettendo di chiudere le guerre e restaurare il primato americano, ma sui due fronti decisivi, oggi, la realtà racconta una storia molto diversa; in Medio Oriente arriva uno schiaffo clamoroso proprio dall’alleato più fedele: Netanyahu respinge pubblicamente il piano americano in 15 punti per Gaza. Intanto, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan firmano alla Mecca un patto di difesa collettiva che segnala la volontà di costruire una sicurezza regionale sempre meno dipendente da un unico garante esterno, e mentre gli Houthi mettono subito alla prova il nuovo equilibrio attaccando un impianto Aramco, persino in Siria Mosca riesce a garantirsi la permanenza delle sue basi militari. Non va meglio in Ucraina: le difese di Kiev sono sempre più sotto pressione davanti alla crescente potenza di fuoco russa; secondo l’intelligence ucraina, Pyongyang starebbe rafforzando Mosca con nuovi missili balistici, mentre i bombardamenti sulle infrastrutture logistiche attorno a Odessa rendono sempre più precari i collegamenti con i porti del Danubio. Altro che Russia alle corde: mentre l’Ucraina arranca, Mosca guarda già alle grandi direttrici terrestri dell’Eurasia; e, allora, dove torna Trump a mostrare i muscoli? In Groenlandia: una compagnia petrolifera americana legata al suo ambiente ha già portato sull’isola attrezzature per preparare trivellazioni senza l’autorizzazione delle autorità locali, mentre il presidente rinnova le sue minacce sul futuro del territorio artico; umiliato nei teatri dove si decide il nuovo ordine mondiale, Trump prova a rifarsi dove pensa che sia più facile.














